Differenze tra respiro normale e patologico

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma DIFFERENZE RESPIRO NORMALE E PATOLOGICO Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari Pene.jpgLa respirazione è il fisiologico atto con cui si assorbe ossigeno nell’organismo e nel contempo si emette biossido di carbonio, tale stato normalmente ha un andamento costante: la frequenza respiratoria normalmente si attesta sui 16-20 respiri al minuto, a riposo negli adulti; all’atto della nascita e per i primi anni di vita del bambino essa è anche superiore arrivando a 30 respiri al minuto. Il respiro patologico altera il fisiologico susseguirsi degli atti respiratori e la loro frequenza, ed è causato da varie patologie, spesso a carico del SNC (sistema nervoso centrale).

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Ipotalamo e controllo della temperatura corporea

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma IPOTALAMO CONTROLLO TEMPERATURA CORPOREA Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari Ano PeneL’essere umano è un animale omeotermo, cioè contraddistinto dall’omeotermia, una parola che deriva dal greco omòs = uguale; termos = calore: è la condizione caratteristica di quegli animali in grado di mantenere costante la propria temperatura corporea a prescindere dalle temperature esterne. Questo significa che la nostra temperatura corporea rimane il più possibile costante nel tempo, aggirandosi intorno ai 37°C con delle minime variazioni nel corso della giornata (c’è un picco minimo di temperatura intorno alle 4 del. ed un picco massimo intorno alle ore 16).

Perché la nostra temperatura corporea è proprio 37°?
Le ragioni, dal punto di vista filogenetico, per cui si è selezionata questa temperatura sono spiegate dal fatto che a questa temperatura avvengono correttamente tutti i processi metabolici, mentre ad altre temperature questi processi sono difficoltosi o addirittura impossibili.
Quando si parla di valore della temperatura del corpo è però importante ricordare che si ci riferisce al valore del nucleo del “core”, ossia degli organi interni alla testa, al collo e al tronco. La cute, che è la porzione più superficiale del corpo, non ha una temperatura costante ed è l’organo che risente di più delle influenze della temperatura esterna. La temperatura per essere misurata in modo corretto, andrebbe misurata a livello rettale, ossia nel punto più prossimo al core.

Produzione del calore e dispersione del calore
Per mantenere la temperatura e del corpo costante l’organismo deve usare elementi di produzione del calore ed elementi di dispersione del calore. Alla produzione di calore contribuisce per il 60% circa al metabolismo degli organi interni, in minor misura contribuiscono la cute ed i muscoli, per un 20% , ed il resto è dato dagli altri organi.
Queste diverse quote si modificano nel momento in cui l’individuo svolge esercizio fisico. Nel momento in cui si compie attività fisica la quota di calore che viene prodotta è legata in prevalenza all’attività muscolare. L’organismo produce calore attraverso processi metabolici o attività fisica. Uno dei meccanismi con i quali si ci difende rispetto al freddo è infatti il brivido, ossia “attività muscolare in assenza di movimento”, o per meglio dire contrazioni muscolari di muscoli agonisti ed antagonisti che determinano sviluppo di calore in assenza di movimento. Ai meccanismi di termogenesi corrispondono anche meccanismi di scambio di calore con l’esterno, che solitamente ha una temperatura inferiore a quella del corpo. L’organismo si avvale del meccanismo di “irradiazione”, ossia scambiare calore attraverso radiazioni nell’ambito dell’infrarosso, la “conduzione”, ossia il passaggio di calore da un corpo più caldo ad uno più freddo e questa conduzione, che avviene con l’aria, è maggiore se c’è un flusso di aria, questa conduzione viene definita allora “convezione”. Se la temperatura del corpo aumenta molto l’unico mezzo che l’organismo ha per scambiare calore col mondo esterno è l’evaporazione, ossia la perdita di acqua che evaporando raffredda il corpo. Ma l’evaporazione è possibile solo fino ad una certa umidità dell’ambiente esterno, infatti la sudorazione è inibita da una forte percentuale di umidità nell’aria.

Ipotalamo e temperatura corporea
Attraverso il bilancio dei fattori termogenetici e dei fattori di termodispersione il nostro corpo mantiene una temperatura intorno ai 37°C, e questo set-point è stabilito dall’ipotalamo. Nel fare questo l’ipotalamo viene costantemente informato da tutta una serie di recettori periferici che sono disposti a livello cutaneo, da recettori che sono disposti a livello del midollo spinale e da recettori centrali che sono disposti a livello dell’ipotalamo anteriore. Tutte le volte che questi recettori segnalano valori del core non uniformi a quello del set-point vengono innescati tutta una serie di processi compensatori atti a ristabilire la temperatura settata.

Meccanismi di compensazione ipotalamici a caldo e freddo
L’ipotalamo anteriore mette in atto tutta una serie di risposte al caldo, ossia di termolisi, mentre invece l’ipotalamo posteriore mette in atto una serie di risposte che fanno si che l’organismo si adatti al freddo, ossia di termogenesi. L’ipotalamo anteriore è essenzialmente responsabile di due risposte: una vascolare e una di sudorazione. La risposta vascolare si esplica con la vasodilatazione, soprattutto a livello cutaneo, e così facendo si ottiene un secondo meccanismo in cui lo scambio di calore “in controcorrente” è meno accentuato. Se la temperatura è troppo bassa, viceversa, il circolo cutaneo va incontro a modificazioni opposte. La sudorazione invece viene controllata dall’ipotalamo con una azione sulle ghiandole sudoripare ed in particolare tramite la componente simpatica, l’unica componente in cui la componente simpatica ha come mediatore l’acetilcolina. L’ipotalamo attiva quindi il sistema simpatico, che attiva le ghiandole sudoripare che aumentano la produzione di sudore che evaporando facilita la dispersione di calore. Quando l’ipotalamo deve mettere in atto delle risposte al freddo si osserva una vasocostrizione che di per se impedisce lo scambio di calore con l’esterno, e c’è un aumento dello scambio in controcorrente di calore di modo che le vene riportino verso il core sangue che è stato riscaldato dal arterie. L’altro meccanismo che viene messo in atto è operato attraverso il sistema nervoso somatico: c’è un aumento della contrazione muscolare attraverso il brivido. Nei neonati è possibile avere una termogenesi in assenza di brivido legata all’attività del tessuto adiposo bruno, che è un tessuto adiposo contenente dei recettori β3, quindi predisposto ad essere stimolato dal sistema nervoso simpatico. Questa produzione di calore senza brivido è legata al fatto che il sistema simpatico è in grado di attivare quelle uncoaping proteins che hanno la facoltà di dissociare la produzione di ATP dal passaggio degli elettroni attraverso la catena respiratoria. Di fatto non si ha produzione di ATP e quindi l’energia prodotta viene dispersa come calore. Negli animali cosiddetti a pelo lungo per quanto concerne i meccanismi di termolisi può essere utile la perdita di calore attraverso l’aumento della ventilazione, così come negli animali funziona con efficienza il meccanismo di termogenesi chiamato “orripilazione” che consiste nell’erezione del pelo che fa si che di fatto si crei intorno all’animale il sequestro di aria calda che facilita il mantenimento di valori ideali di temperatura, ma nell’uomo è molto poco efficiente.

Quando la temperatura non rimane costante
Ci sono alcune situazioni patologiche in cui si perde la capacità di mantenere la temperatura a valori ideali e, a parte l’ipotermia, soprattutto esistono due situazioni abbastanza comuni in cui l’organismo non riesce a mantenere sui valori del set-point i valori di temperatura: il colpo di calore e la febbre.

  • Nel colpo di calore c’è un deficit delle attività termolitiche perché la temperatura esterna è molto alta e se l’aria esterna è particolarmente umida la mancata possibilità di sudare fa abbassare la temperatura a cui si può andare incontro a questo fenomeno.
  • Nella febbre quello che si modifica è il valore del set-point: nella febbre si distinguono due momenti uno di termogenesi e uno di termolisi; in genere la febbre determinata da alcuni fattori, detti “pirogeni”, in grado di modificare il set-point ipotalamico che di norma dovrebbe stare a 37° C portandolo a valori più elevati, inducendo di fatto una termogenesi che porta la temperatura al nuovo valore stabilito centralmente. Per cui la prima fase della febbre si associa brivido, fin tanto che la temperatura del corpo non abbia raggiunto il nuovo set-point. In un secondo momento si ha un processo di termodispersione, quindi sudore, vasodilatazione, etc.

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Ipotensione arteriosa: cause, rischi e cura della pressione bassa

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma IPOTENSIONE ARTERIOSA BASSA PRESSIONE CURA Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari A Pene.jpgNell’uomo adulto il valore della pressione arteriosa sistolica (massima) è di norma 100-140 mmHg, mentre la pressione arteriosa diastolica (minima) è di norma 60-90 mmHg, quindi con ampie variazioni individuali.

Si parla di ipotensione se la pressione arteriosa sistolica è < 100 mmHg o se la pressione arteriosa diastolica (minima) è < 60 mmHg.

In soggetti molto allenati è possibile il reperto di ipotensione regolatoria: la circolazione a riposo è, in questi soggetti, in uno stato di risparmio da tono parasimpatico.
L’ipotensione può essere considerata una malattia solamente quando i meccanismi di regolazione del circolo non sono sufficienti a mantenere una pressione sanguigna sufficientemente alta, per irrorare ad esempio cervello e reni, in condizioni collegate allo sforzo o a riposo. L’autoregolazione della circolazione cerebrale (che normalmente mantiene dei valori pressori di circa 70-180 mmHg) avviene grazie alle variazioni del tono dei piccoli vasi cerebrali (effetto Bayliss).  In caso di arteriosclerosi dei vasi tuttavia, tale autoregolazione può perdere, almeno parzialmente, la sua efficacia e una caduta improvvisa della pressione arteriosa media sotto i 120 mmHg può determinare una temporanea diminuzione della perfusione cerebrale. La diagnosi è relativamente semplice: una misurazione della pressione sanguigna ci dà informazioni sufficienti ad individuare le cause dei sintomi lamentati dai pazienti. Più arduo può essere invece a volte scoprire la causa dell’ipotensione.

Ipotensione dovuta ad alterazioni della regolazione circolatoria ed ipotensione ortostatica
In questo caso l’ipotensione si manifesta solo sotto sforzo. I valori della pressione a riposo possono essere normali, diminuiti o anche aumentati cosicché la misurazione della PA a riposo non è diagnostica.
Qualora l’alterazione della regolazione circolatoria si manifesti in ortostatismo (discesa del sangue nelle regioni più declivi, cioè arti inferiori e regione splancnica con diminuzione del ritorno venoso e, dunque, diminuzione della gittata, allora si ha caduta della pressione arteriosa), si parla di ipotensione ortostatica, tipica di quando si passa da una posizione sdraiata ad eretta, ad esempio la mattina quando ci alziamo dal letto.

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Classificazione e cause
Le cause più comuni alla base dell’ipotensione sono la disidratazione, i cambiamenti repentini della postura (soprattutto al passaggio rapido dalla posizione sdraiata alla stazione eretta che come appena visto determina ipotensione ortostatica), un calo di zuccheri ed una forte emozione. In qualche caso, il calo pressorio è un effetto collaterale di alcuni farmaci, come i vasodilatatori, i diuretici e gli antidepressivi triciclici. Anche il consumo eccessivo di alcol può ridurre la pressione.
L’ipotensione può essere causata da ustioni, malattie endocrine, anemia, gastroenterite, acidosi metabolica, gravidanza o carenze di vitamine. Occorre sapere che esistono anche certe condizioni in grado di favorire la persistenza della pressione bassa, come caldo prolungato, allettamento duraturo (per esempio, a causa di malattie, intervento chirurgico o frattura) e perdita consistente e continuativa di liquidi (es. vomito prolungato, diarrea e sudorazione profusa). Inoltre, l’ipotensione può essere secondaria a prolungata convalescenza dopo infezioni batteriche e virali.
All’origine di tale sintomo possono esserci cause cardiogene, quali infarto del miocardio, scompenso cardiaco, tamponamento pericardico, grave valvulopatia ostruttiva e progressione di una miocardiopatia cronica. Possibili condizioni predisponenti l’ipotensione sono anche l’insufficienza venosa periferica, le tachiaritmie o le bradiaritmie e l’alterazione del tono vasomotorio (come nell’ipokaliemia).
Alla base della diminuzione della pressione sanguigna possono esserci anche emorragie improvvise, sepsi, shock anafilattico ed embolia polmonare. Altre cause dell’ipotensione comprendono le disfunzioni del sistema neurovegetativo secondarie a morbo di Parkinson, neoplasie del midollo spinale e neuropatia diabetica o nutrizionale.

  •  Ipotensione essenziale (forma più frequente): frequente nelle giovani donne di tipo leptosomico, spesso familiarità positiva. L’inattività fisica e lo stress sono fattori favorenti.
  • Ipotensione secondaria, in questo caso l’ipotensione è sintomo di altra patologia:
    – ipotensione condizionata da disturbi endocrini
    – insufficienza surrenalica
    – insufficienza del lobo anteriore dell’ipofisi
    – ipotensione cardiovascolare ad esempio stenosi aortica, insufficienza cardiaca, disturbi del ritmo, manovra di Valsalva (ostacolato ritorno venoso in atrio destro da aumento della pressione intratoracica), embolia polmonare
    – ipotensione tossiinfettiva a seguito di affezioni infettive
    – immobilizzazione, lunga degenza con venir meno della regolazione ortostatica
    – ipovolemia e emorragia, iponatriemia
    – farmacoindotta (ad es. psicofarmaci, antiaritmici, antiipertensivi, diuretici, antianginosi).

Sintomi
I sintomi classici dell’ipotensione sono:

  • diminuzione del rendimento fisico, affaticamento, lento “avviamento mattutino”;
  • disturbi della capacita’ di concentrazione;
  • cefalea, acufeni;
  • disturbi cardiaci: palpitazioni, dolori precordiali, sensazione di oppressione;
  • tendenza alla depressione del tono dell’umore, ansietà, disturbi del sonno
  • mani e piedi freddi;
  • vertigini nel passaggio da clino a ortostatismo oppure nel piegarsi;
  • “visione nera” o tremolante, eventuale collasso ortostatico.

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Terapia
La terapia è legata alla situazione di base, ma se si eccettuano i casi di ipotensione secondaria a gravi patologie che richiedono il ricovero ospedaliero, in genere è sufficiente una buona idratazione per ripristinare una massa ematica adeguata. Nelle ipotensioni legate a farmaci antipertensivi, è spesso sufficiente modificare la dose del farmaco per evitare l’ipotensione. Negli altri casi l’ipotensione può essere risolta andando a causare la patologia a monte che la causa. La Diidroergotamina che causa aumento del tono venoso è il farmaco di prima scelta nella forma con prevalenza del tono simpatico e nella forma dinamicolabile dell’alterazione della regolazione circolatoria.

Consigli generali per minimizzare il rischio di ipotensione

  • maggiore apporto di sodio (ad es. al mattino panino con burro salato) e di liquidi; controindicazione: insufficienza cardiaca;
  • esercizi per la circolazione (attività sportiva);
  • massaggi, idroterapia (Kneipp);
  • la posizione a letto con busto più alto di 20o diminuisce la diuresi notturna e la reazione ortostatica al mattino;
  • alzarsi lentamente dalla posizione sdraiata;
  • calze elastiche.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
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Abbandonata all’altare, il banchetto diventa una cena per i senzatetto

MEDICINA ONLINE KISSING SIDE BACIARE DESTRA SINISTRA LATO AMORE COPPIA DIVORZIO LITIGIO MATRIMONIO FIDANZATO PARTNER UOMO DONNA AMORE SESSO SEX WALLPAPER GIRL MAN BOY WOMAN SAD COUPLE HIIl matrimonio è uno dei momenti più belli della vita, è bellissimo pianificare tutto, scegliere gli abiti, la chiesa, il locale del ricevimento e il menù, le bomboniere, le decorazioni e tutti i tasselli fondamentali per costruire il proprio giorno perfetto. Il periodo che precede il fatidico “si”però è anche carico di ansia, paura e dubbi e ogni tanto capita che qualcuno si tiri indietro. È accaduto proprio questo a Sarah Cummins, una ragazza americana di 25 anni, che ad una settimana dal matrimonio è stata lasciata dal fidanzato.

Logan Araujo ha mandato a monte il matrimonio, con un preavviso di una settimana, talmente poco che nessuna spesa poteva essere recuperata, nemmeno il ricevimento. Sarah Cummins non si è data per vinta e seppur nel dolore ha deciso di non buttare via 30 mila di ricevimento, d’accordo con il suo ex, ha organizzato una cena per i senzatetto di Indianapolis Noblesville, ha affittato due pullman per portare i 150 ospiti dei centri di accoglienza alla cena organizzata nel giardino coperto del lussuoso hotel Ritz Charles di Carmel. È riuscita a trasformare una cosa orribile in un gesto d’amore per gli altri, per persone meno fortunate che hanno potuto passare una sera speciale tra prelibatezze, vini e dolci.

Il ricevimento (già pagato) è stato fatto lo stesso, ma invece dei 170 invitati a tavola si sono seduti 150 sconosciuti, la torta nuziale è stata sostituita da una normale e la serata è andata benissimo. La ragazza è partita con la madre e quello che doveva essere il viaggio di nozze si è trasformato in una vacanza per riprendersi, trovare se stessa e allontanarsi un po’ dalla sua vecchia vita.

Sarah Cummins ha raccontato:

“È stato devastante. Ho chiamato amici e parenti chiedendo scusa a tutti, ho cancellato la cerimonia, ho pianto fiumi di lacrime. Quando poi ho realizzato che il banchetto da 30mila dollari non sarebbe stato rimborsato e che tutto quel cibo sarebbe finito alle ortiche ho cominciato a sentirmi male e ho deciso: il banchetto si farà lo stesso. In questi due anni ho sempre pensato che il 15 luglio 2017 sarebbe stato un giorno da ricordare per tutta la vita e ho voluto che, nonostante tutto, fosse davvero così. Gli invitati non lo dimenticheranno facilmente. E questo vale anche per me. Ora, almeno, avrò anche un ricordo felice di questa giornata, non solo dolore. Volevo un sabato da ricordare per tutta la vita, e sarà così”.

Sarah Cummins

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Quali sono gli integratori alimentari migliori per il crossfit?

MEDICINA ONLINE INTEGRATORE ALIMENTARE DIETA DIETARY SUPPLEMENT COMPLEMENT ALIMENTAIRE SUPLEMENTO DIETETICO NahrungsergänzungsmittelIl CROSSFIT è un programma di allenamento che ha l’obiettivo di ottimizzare le competenze psico fisiche dell’individuo, in ognuna delle dieci componenti del fitness riconosciute:

  • Resistenza Cardiovascolare e respiratoria
  • Stamina (la capacità del nostro corpo di produrre, immagazzinare e utilizzare energia)
  • Forza
  • Flessibilità
  • Potenza
  • Velocità
  • Coordinazione (qualità da allenare e fondamentale per lo sport e la vita quotidiana)
  • Agilità
  • Equilibrio
  • Precisione ( permette di eseguire il gesto in maniera più economica)

Gli atleti sono allenati per essere competenti in prove multiple e costantemente variate.

La forza del programma CROSSFIT è la non specializzazione ; questo si distingue dagli altri programmi in quanto ha come obiettivo l’ottimizzazione della risposta neuroendocrina, attraverso l’utilizzo di movimenti funzionali eseguiti ad alta intensità.

Per tali motivi non è facile scegliere un buon INTEGRATORE PRE WORKOUT adatto al Crossfit in quanto spesso questi prodotti sono studiati per il Body Building e non per una disciplina che è più complessa come il CrossFit.

Un integratore pre-workout specifico per il CrossFit dovrebbe contenere :

  • Creatina Citrato
  • Beta Alanina
  • Arginina
  • Carboidrati a lento rilascio
  • Sostanze alcalinizzanti

Creatina citrato per l’azione ergogenica e pro energetica, una molecola caratterizzata dall’assorbimento veloce, che fornisce un substrato per la prestazione di tipo anaerobico alattacido.

In sinergia alla creatina citrato dovrebbe agire :

la beta-alanina, che si trasforma in carnosina ed ha un azione tampone sull’acido lattico prodotto durante lo sforzo anaerobico-lattacido.

Un’altra sostanza utile è l’arginina che promuove la produzione di ossido nitrico che migliora il trasporto di ossigeno nei muscoli e promuove lo smaltimento dell’ammoniaca e dell’acido lattico accumulato durante la seduta di allenamento.

Un’altra azione ottima è data dalla sostanza alcalinizzante pH alcalin che grazie alla presenza del migliora l’assorbimento degli aminoacidi.

La base energetica dovrebbe essere strutturata su di una miscela di carboidrati e zuccheri a rilascio modulato che permettono di stabilizzare l’apporto di glucosio ematico, ovviando a cali della glicemia e fornendo un substrato per un tempo tecnico utile per la seduta allenante.

Per il post workout le regole sono simili al Body Building in quanto bisogna ricaricare i muscoli di glicogeno e quindi avanti tutta con:

  1. carboidrati semplici
  2. proteine del siero del latte
  3. glutammina
  4. vitamine e sali minerali

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Ipotensione ortostatica: quando diventa pericolosa

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma IPOTENSIONE ORTOSTATICA QUANDO E PERICOLOSA Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari Pene.jpgIn questo precedente articolo ci eravamo occupati di spiegare a fondo cosa significa e come si cura l’ipotensione ortostatica: Ipotensione ortostatica: sintomi, cause, diagnosi e cura
Ora ci occuperemo di capire come un disturbo relativamente innocuo, possa invece determinare un grave pericolo per la nostra salute, specie per le persone anziane.

Leggi anche: Ipotensione arteriosa: cause, rischi e cura della pressione bassa

Complicanze dell’ipotensione ortostatica
Mentre le forme lievi di ipotensione ortostatica possono essere solo un fastidio, più gravi complicanze sono possibili soprattutto negli anziani. Queste complicazioni includono soprattutto due eventi:

  • Cadute. Cadere a seguito di svenimenti è una complicanza comune nelle persone con ipotensione ortostatica. La caduta di un anziano spesso determina danni che possono diventare estremamente pericolosi, come la frattura del femore o i traumi alla testa.
  • Ictus. Le oscillazioni della pressione sanguigna possono essere un fattore di rischio per l’ictus cerebrale a causa del ridotto afflusso di sangue al cervello.

Consigli

Di seguito sono elencate alcune regole comportamentali, utili per evitare le crisi di ipotensione ortostatica:

  1. Dormire con la testiera del letto sollevata
  2. Non rimanere in posizione eretta troppo a lungo
  3. Cambiare posizione (da stesi a eretti) lentamente
  4. Praticare regolarmente esercizio fisico ad intensità moderata

Mettendo in pratica queste semplici linee guida generali, il paziente, soprattutto quando anziano, può prevenire le ricadute di ipotensione ortostatica.

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Ipotensione ortostatica: sintomi, cause, diagnosi e cura

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma IPOTENSIONE ORTOSTATICA SINTOMI CAUSE CURE Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari A Pene.jpgL’ipotensione ortostatica, anche chiamata “ipotensione posturale“, è una forma particolare di ipotensione arteriosa (pressione sanguigna bassa) che si verifica quando si passa dalla posizione seduta o sdraiata (clinostatismo) a quella eretta (ortostatismo). L’ipotensione ortostatica può far provare al paziente vertigini e capogiri, e – nei cai più gravi – farlo svenire all’improvviso (sincope): per tale motivo può diventare estremamente pericolosa in alcune situazioni, per esempio quando ci si alza dal letto al buio durante la notte, o quando il soggetto è anziano e l’ipotensione può portare a perdita di equilibrio e cadute, spesso con esiti pericolosi come la frattura di femore. La sincope improvvisa è pericolosa anche in altre situazioni, ad esempio se il soggetto sta svolgendo un lavoro pericoloso dove una elevata vigilanza è richiesta in modo continuo. Una lieve ipotensione ortostatica spesso non ha bisogno di cure e gli episodi saltuari in genere si risolvono da soli in pochi secondi o qualche minuto, tuttavia, una ipotensione ortostatica persistente e/o di lunga durata può essere un segno di più gravi problemi. Molte persone occasionalmente provano vertigini o capogiri quando si mettono in piedi, e di solito ciò non è motivo di preoccupazione dal momento che è un fatto normale, specie se ci si alza velocemente dopo essere stati sdraiati a lungo.

Affinché si possa parlare a tutti gli effetti di ipotensione ortostatica, il calo pressorio dev’essere consistente, superiore a 20 mmHg per la pressione sistolica o a 10 mmHg per quella diastolica.

Patogenesi

Nella posizione in piedi, il cuore “spinge” il sangue al cervello con una data pressione, necessaria a vincere la forza di gravità che invece attrae il sangue in basso. Quando ci si sdraia, il cuore non deve più vincere la forza di gravità per far arrivare al cervello il giusto afflusso di sangue, quindi la pressione arteriosa tende ad abbassarsi lievemente: questo è uno dei motivi per cui siamo più rilassati quando siamo stesi. Quando ci si alza improvvisamente in piedi dalla posizione sdraiata, accadono due cose:

  • la pressione arteriosa del corpo, che era “tarata” per la posizione sdraiata, deve essere prontamente ri-innalzata, per vincere la gravità che si oppone all’afflusso di sangue al cervello;
  • la forza di gravità tende a richiamare il sangue negli arti inferiori, “sequestrandolo”.

Tali due condizioni contemporanee, determinano che:

  • se la pressione arteriosa non viene subito ri-innalzata, al cervello arriva sangue con una pressione troppo bassa;
  • se il sistema venoso delle gambe non riesce a restituire immediatamente tutto il sangue sequestrato e ad opporsi con sufficiente efficacia al ristagno ematico; ne deriva un’inevitabile riduzione del ritorno di sangue al cuore e quindi, al cervello arriva troppo poco sangue.

Il ridotto afflusso ematico al cervello ed il calo pressorio che ne derivano, vengono immediatamente captati da alcune strutture cellulari chiamate barocettori, situate in prossimità del cuore e del collo; tali organelli innescano una risposta sistemica atta a riportare nella norma la pressione ematica, quindi basata sull’aumento della costrizione dei vasi sanguigni, ma anche della frequenza e della contrattilità cardiaca. Se qualcosa in questo meccanismo di compensazione non funziona a dovere, il calo pressorio è tale da scatenare i sintomi tipicamente associati all’ipotensione ortostatica poiché una pressione troppo bassa può far arrivare troppo poco sangue al cervello, fino anche allo svenimento.

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Sintomi e segni

Il sintomo più comune di ipotensione ortostatica è una sensazione di stordimento o di vertigini quando ci si alza dopo esser stati seduti o sdraiati. Questa sensazione, e altri sintomi e segni, di solito accadono poco dopo che si cambia posizione e generalmente durano solo pochi secondi. Sintomi e segni di ipotensione ortostatica sono:

  • sensazione di stordimento o vertigini dopo che ci si mette in piedi all’improvviso dopo essere stati sdraiati;
  • visione offuscata;
  • astenia (sensazione di debolezza);
  • sincope (svenimento);
  • pallore (viso “bianco”);
  • confusione;
  • inappetenza;
  • fastidio all’addome;
  • nausea;
  • amnesia (perdita di memoria) temporanea (nei casi più gravi).

Vertigini o stordimento occasionali possono essere relativamente normali, ed essere  il risultato di una lieve disidratazione, ipoglicemia, o troppo tempo al sole per esempio. Vertigini o stordimento possono anche accadere quando ci si mette in piedi dopo essere stati seduti per lungo tempo, come al lavoro, in un concerto, durante lo studio o in chiesa. Se questi sintomi si verificano solo occasionalmente e si risolvono in poco tempo (alcuni secondi), di solito non sono motivo di preoccupazione. E’ importante consultare il medico se si verificano episodi frequenti di ipotensione ortostatica e se il soggetto impiega molti minuti per riprendersi: in questo caso l’ipotensione ortostatica può essere sintomo di patologie.

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Cause

Come già descritto nel paragrafo “patogenesi”, quando ci si alza dalla posizione sdraiata la gravità fa si che il sangue scenda nelle gambe. Questo diminuisce la pressione sanguigna perché c’è meno sangue che circola al cuore, oltre alla diminuzione pressoria che naturalmente si verifica in posizione sdraiata. Normalmente, le cellule speciali (barocettori) vicino al cuore e le arterie del collo avvertono questa pressione sanguigna più bassa e la contrastano innescando un battito cardiaco veloce, che stabilizza la pressione sanguigna.
Nell’ipotensione ortostatica o posturale qualcosa interrompe il processo naturale del corpo di contrastare la pressione bassa. L’ipotensione ortostatica può essere causata e/o peggiorata da molti fattori diversi, tra cui:

  • Disidratazione. Se le perdite idriche derivanti da febbre, vomito, diarrea, sudorazione profusa ed esercizio fisico strenuo non vengono reintegrate, si ha un impoverimento dell’acqua corporea, inclusa la frazione liquida del sangue: il plasma diminuisce il proprio volume, con sensibile calo della pressione ematica.
  • Problemi cardiaci. Alcune condizioni del cuore che possono portare a bassa pressione sanguigna comprendono frequenza cardiaca estremamente bassa (bradicardia), problemi alle valvole cardiache, infarto e insufficienza cardiaca.
  • Diabete. Quando non viene adeguatamente trattato con farmaci appropriati, il diabete porta alla perdita di zuccheri con l’urina; per ragioni osmotiche tale perdita si associa all’escrezione di grandi quantità di acqua. La minzione cospicua e frequente che ne deriva si accompagna a disidratazione e ad un inevitabile calo pressorio. Inoltre, dopo molti anni di malattia, il diabete tende a danneggiare i nervi deputati alla trasmissione dei segnali nervosi, inclusi quelli che contribuiscono a regolare la pressione sanguigna.
  • Disturbi del sistema nervoso. Alcune malattie, come il morbo di Parkinson, atrofia sistemica multipla (neuropatie periferiche Shy-Drager) e amiloidosi, possono creare problemi con la regolazione della pressione sanguigna.

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Fattori di rischio

I fattori di rischio per l’ipotensione ortostatica sono:

  • età. l’ipotensione ortostatica è comune in persone con 65 anni o più anziane;
  • farmaci. Le persone che assumono alcuni farmaci, come ad esempio farmaci per l’ipertensione, hanno un maggior rischio di ipotensione ortostatica. Altri farmaci possono far aumentare le possibilità di un episodio ipotensivo come i farmaci antidepressivi (MAO-inibitori, triciclici) ed i diuretici;
  • anemia;
  • alcolismo, possono favorire l’insorgenza di ipotensione ortostatica;
  • esposizione al calore. Essere in un ambiente caldo può causare sudorazione e, possibilmente, causare disidratazione, che può abbassare la pressione sanguigna;
  • il riposo a letto per lunghi periodi. Se si deve stare a letto per molto tempo a causa di una malattia, si può diventare deboli;
  • gravidanza. Poiché il sistema circolatorio della donna si espande rapidamente durante la gravidanza, la pressione sanguigna potrebbe calare.

Diagnosi

L’obiettivo nel valutare l’ipotensione ortostatica, come con tutte le forme di pressione bassa, è quello di trovare la causa sottostante. Questo aiuta a determinare il corretto trattamento e a individuare eventuali  problemi che possono essere responsabili della pressione bassa. Per aiutare a raggiungere una diagnosi, il medico può raccomandare una o più delle seguenti operazioni:

  • monitoraggio della pressione sanguigna. Il medico misura la pressione del sangue sia mentre si sta seduti che mentre si sta in piedi e metterà a confronto le misure;
  • esami del sangue. Questi possono fornire una certa quantità di informazioni sulla salute in generale come pure se si dispone di un basso livello di zucchero nel sangue (ipoglicemia) o un basso numero di globuli rossi (anemia), entrambi i quali possono causare la sensazione di svenimento e peggiorare l’ipotensione ortostatica;
  • elettrocardiogramma (ECG). Questo test non invasivo rileva irregolarità nel ritmo cardiaco o nella struttura del cuore;
  • ecocardiogramma. Questo esame non invasivo, mostra le immagini dettagliate della struttura del  cuore e la funzione;
  • stress test. Alcuni problemi cardiaci che possono causare la pressione sanguigna bassa sono più facili da diagnosticare quando il  cuore sta lavorando in maniera maggiore. Durante un test di stress, verrà chiesto di fare esercizio fisico, come camminare su un tapis roulant, oppure possono essere somministrati dei farmaci per far lavorare il cuore di più;
  • tilt test otest del tavolo inclinato“, “test di stimolazione ortostatica passiva” o TTT (dall’inglese Tilt Table Test). Permette un monitoraggio continuo della pressione sanguigna e della frequenza cardiaca del paziente durante il passaggio da una posizione orizzontale alla posizione verticale;
  • manovra di Valsalva. Questo test non invasivo controlla il funzionamento del sistema nervoso autonomo, analizzando la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna dopo diversi cicli di un tipo di respirazione profonda;
  • pressione arteriosa ambulatoriale e registrazione ECG. Questo test consiste nell’indossare un bracciale che misura la pressione sanguigna per 24 ore. E’ possibile anche eseguire un Holter cardiaco.

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Trattamenti

Per una lieve ipotensione ortostatica o per episodi ipotensivi isolati, uno dei più semplici trattamenti è quello di sedersi o sdraiarsi subito dopo la sensazione di stordimento: in tal modo i sintomi lievi di ipotensione ortostatica di solito scompaiono in breve tempo.
Il trattamento per l’ipotensione ortostatica cronica e/o severa, dipende invece dalla causa sottostante. Il medico cercherà di risolvere il problema che determina l’ipotensione a monte, come la disidratazione o lo scompenso cardiaco.
Quando la pressione sanguigna bassa è causata da farmaci, il trattamento è basato sul cambiare farmaci o ridurne le dosi. Di solito ci sono diverse opzioni per il trattamento di ipotensione ortostatica, tra cui:

  • cambiamenti dello stile di vita. Bere abbastanza liquidi, evitare passeggiate durante la stagione calda, e alzarsi in piedi lentamente, sono cose che il medico può suggerire;
  • calze a compressione. Le calze elastiche e lo stesso body comunemente usato per alleviare il dolore e il gonfiore delle vene varicose può contribuire a ridurre il ristagno di sangue nelle gambe.
  • farmaci. Alcuni farmaci sia usati da soli o in combinazione, possono essere usati per trattare l’ipotensione ortostatica. A tal proposito sono disponibili vari farmaci che agiscono attraverso differenti meccanismi d’azione; la scelta dipende prima di tutto dalle cause dell’ipotensione ortostatica.

Farmaci

Alcuni farmaci che possono essere usati, sono:

  • il fludrocortisone, (un mineralcorticoide sintetico) e la desmopressina (analogo sintetico della vasopressina) agiscono espandendo il volume plasmatico e riducendo l’escrezione di sodio con le urine; di conseguenza aumentano la volemia e con essa la pressione arteriosa;
  • l’efedrina e la midodrina (simpaticomimetici attivanti i recettori α1 delle vene e delle arteriole) determinano vasocostrizione periferica; di conseguenza elevano la pressione arteriosa;
  • la DL-threo-diidrossifenilserina (DOPS) incrementa la produzione endogena di noradrenalina, un ormone con effetto vasocostrittore.

Rimedi naturali per l’ipotensione ortostatica

Tra gli integratori potenzialmente utili in presenza di ipotensione ortostatica, ricordiamo la caffeina, la yohimbina (attualmente però illegale in Italia), il guaranà ed il matè.

Consigli

Di seguito sono elencate alcune regole comportamentali, utili per evitare le crisi di ipotensione ortostatica:

  1. dormire con la testiera del letto sollevata;
  2. se possibile non rimanere in posizione eretta troppo a lungo;
  3. se possibile non rimanere in posizione sdraiata troppo a lungo;
  4. cambiare posizione (da stesi ad eretti) lentamente ed appoggiandosi ad oggetti stabili;
  5. praticare regolarmente esercizio fisico ad intensità moderata;
  6. controllare regolarmente la pressione arteriosa;
  7. curare una eventuale ipotensione arteriosa;
  8. mantanere la glicemia a livelli normali, ad esempio facendo piccoli spuntini tra i pasti principali;
  9. curare l’eventuale ipoglicemia;
  10. evitare le temperature troppo elevate;
  11. evitare di esporsi al sole troppo a lungo;
  12. indossare calze a compressione;
  13. evitare fumo, alcol, droghe ed abbuffate;
  14. quando si “sente arrivare” lo svenimento, se possibile sedersi o – meglio – sdraiarsi a terra ed alzare le gambe per facilitare il ritorno di sangue alla testa.

Mettendo in pratica queste semplici linee guida generali, il paziente, soprattutto quando anziano, può prevenire le ricadute di ipotensione ortostatica.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Tumore del colon retto con metastasi: chirurgia, chemioterapia e terapie biologiche

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Nel paziente metastatico, in casi selezionati, la chirurgia può ancora essere utilizzata a scopo curativo: ad esempio, se le metastasi sono in numero limitato e di ridotte dimensioni, possono essere asportabili chirurgicamente. Tuttavia bisogna chiarire che solo una piccola percentuale di pazienti con metastasi da tumore del colon retto può essere sottoposta a rimozione chirurgica delle metastasi, a causa di alcuni fattori che possono rendere l’intervento di esecuzione difficile o troppo rischiosa.

Tali fattori sono:

  • condizioni generali del paziente;
  • dimensioni delle metastasi;
  • quantità delle metastasi;
  • localizzazione delle metastasi.

Per facilitare la rimozione chirurgica delle metastasi, si ricorre ai così detti trattamenti neoadiuvanti. Essi hanno lo scopo di ridurre le dimensioni delle masse tumorali per rendere più facile la loro asportazione chirurgica.
Il termine “trattamento di conversione” indica invece un trattamento che rende (converte in) operabile una metastasi non sarebbe operabile. I trattamenti di conversione consistono spesso in una combinazione di chemioterapia a farmaci biologici.

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Metastasi sincrone e metacrone

Se al momento della diagnosi di tumore del colon retto, il tumore primitivo ha già  dato origine a metastasi queste ultime si definiscono metastasi sincrone. Se i medici che hanno in cura il soggetto esprimono una valutazione favorevole sia dal punto di vista medico che chirurgico, si può procedere all’asportazione del tumore primitivo e delle metastasi, scegliendo tra due possibili approcci:

  • effettuare un unico intervento;
  • procedere a più interventi chirurgici, eventualmente preceduti e/o seguiti da altri trattamenti che verranno descritti nei paragrafi successivi.

Anche in caso di diagnosi di metastasi metacrone, vale a dire sviluppatesi dopo la rimozione del tumore primitivo, si deciderà  se procedere con la rimozione delle metastasi stesse e quali ulteriori trattamenti adottare. Gli specialisti coinvolti valuteranno tutte le informazioni e i dati disponibili poiché la chirurgia delle metastasi, in alcuni casi selezionati, può rappresentare la cura definitiva del tumore del colon retto metastatico.

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Chemioterapia

Nei pazienti in fase metastatica in cui sia praticabile la rimozione chirurgica delle metastasi, la chemioterapia può eventualmente precedere l’intervento chirurgico per ridurre le dimensioni delle metastasi e consentire di effettuare un intervento meno esteso e aggressivo (chemioterapia neoadiuvante). Si pratica una chemioterapia di conversione quando le metastasi non sono operabili al momento della diagnosi, ma lo possono eventualmente diventare a fronte di adeguata riduzione delle dimensioni. In questi casi di solito la chemioterapia si associa farmaci biologici. Quando invece la malattia metastatica è in uno stadio così avanzato da non essere più operabile, la chemioterapia diventa una soluzione obbligata. In questo caso si parla di chemioterapia palliativa, che ha la importante finalità  di rallentare la progressione della malattia, alleviare i sintomi e migliorare la qualità  della vita.
I regimi chemioterapici più comunemente utilizzati nel trattamento del tumore del colon retto metastatico sono combinazioni di più farmaci che prevedono sostanzialmente l’utilizzo di irinotecan od oxaliplatino in associazione al 5-fluorouracile o suoi derivati. I nomi dei regimi più comuni sono FOLFIRI (e la sua variante XELIRI) e FOLFOX (e la sua variante XELOX). Tuttavia esistono anche trattamenti più semplici, a base di un solo chemioterapico (ad esempio il 5-fluorouracile o la capecitabina utilizzati singolarmente), così come esistono regimi ancora più complessi, che associano contemporaneamente al 5-fluorouracile sia irinotecan che oxaliplatino, quale il regime FOLFOXIRI.
Negli studi clinici le combinazioni di più chemioterapici hanno dimostrato di essere più efficaci rispetto agli stessi farmaci utilizzati singolarmente. Analogamente, ulteriori studi clinici hanno provato che nel cancro del colon retto l’aggiunta di terapie biologiche alla chemioterapia consente di ottenere migliori risultati rispetto alla chemioterapia sola. Tuttavia, non tutti i farmaci sono adatti per tutti i pazienti e, il compito di scegliere la miglior cura per ciascun paziente, spetta agli specialisti che l’hanno in trattamento.
Ricordiamo infine che la chemioterapia utilizza farmaci citotossici, ovvero tossici per le cellule. In genere il loro effetto è quello di bloccare la divisione delle cellule in rapida replicazione, senza però distinguere tra cellule sane e cellule malate. Infatti, una delle caratteristiche meglio conosciute delle cellule tumorali è la loro capacità di dividersi (e quindi di moltiplicarsi) più rapidamente rispetto alla maggior parte delle cellule sane, la qual cosa rende le cellule tumorali altamente sensibili ai farmaci chemioterapici che bloccano la divisione cellulare. Tuttavia, hanno la capacità di dividersi molto rapidamente anche alcune cellule sane che fanno parte di tessuti che devono continuamente rinnovarsi. E’ il caso delle cellule del midollo osseo che formano i globuli rossi e i globuli bianchi e le cellule dette delle membrane (“epiteli”) che rivestono le superfici interne di organi che entrano in contatto con “materiali” provenienti dall’ambiente esterno all’organismo, come le vie aeree e il tubo digerente.
La maggior parte dei chemioterapici, interferendo con la divisione cellulare, uccide le cellule tumorali e qualche cellula sana che si divide rapidamente: per questo motivo molti farmaci chemioterapici danno come effetto collaterale, ad esempio, anemia e ulcere nella bocca e in gola.
Le moderne terapie biologiche vengono oggi sempre più associate alla chemioterapia per aumentarne l’efficacia e ridurne gli effetti collaterali.

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Le terapie biologiche

La “nuova frontiera” della terapia nel tumore del colon retto, come in molti altri tipi di tumore solido, è rappresentata dai farmaci biologici (detti anche farmaci intelligenti, farmaci “mirati”, o biotecnologici), già utilizzati con successo in alcune altre patologie (ad es. tumore del polmone e della mammella). Sono molecole create in laboratorio per interagire con una precisa funzione della cellula cancerosa e non hanno effetti, o hanno effetti minimi, sulle cellule normali.
L’efficacia delle terapie biologiche non dipende dalla velocità della divisione cellulare: alcune modalità con cui le cellule tumorali del colon retto differiscono dalle sane, sono state scoperte negli ultimi anni, e questo ha permesso agli scienziati di mettere a punto farmaci che agiscono in maniera selettiva. Sono stati scoperti anche alcuni processi importanti per la sopravvivenza del tumore, e si è potuto sviluppare farmaci che li contrastano.
Gli effetti indesiderati più di frequente associati alla chemioterapia non sono presenti con i farmaci biologici, che risultano meglio tollerati, ma è bene specificare che i farmaci biologici, pur essendo mirati contro un preciso bersaglio caratteristico delle cellule tumorali, non sono del tutto privi di effetti collaterali.
I farmaci mirati attualmente impiegati nella pratica clinica per la terapia del tumore del colon retto appartengono alla categoria degli anticorpi monoclonali alla quale accenniamo brevemente qui, e per approfondimenti rimandiamo alla scheda ad essi dedicata.
Gli anticorpi monoclonali sono proteine, simili a quelle che produce l’organismo umano, in grado di interferire con meccanismi chiave della proliferazione cellulare importanti per la sopravvivenza del tumore.

  • Per esempio, gli anticorpi monoclonali rivolti contro il fattore di crescita epidermico (anti-EGFR) sono in grado di agire in modo mirato sui meccanismi che regolano la crescita del tumore. La loro efficacia in associazione alla chemioterapia standard nei tumori in fase avanzata è ormai dimostrata, e il loro uso si sta diffondendo nella comune pratica clinica (cetuximab e panitumumab).
  • Oltre agli anti-EGFR, altre terapie sono già  comunemente in uso con successo nel trattamento di diversi tipi di tumore, quali gli inibitori di VEGF (VEGF: fattore di crescita dell’endotelio vascolare) (bevacizumab), ed esistono anche alcune ulteriori opzioni ancora in fase sperimentale.

Al momento, gli anticorpi monoclonali non sono ancora un’alternativa completa alla chemioterapia, ma un complemento da utilizzarsi preferibilmente in combinazione ad essa.

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