Diete in condizioni patologiche

I soggetti affetti da patologie, per ottenere uno stato di salute ottimale, devono porre estrema attenzione alla loro dieta, molto di più di quando già debba farlo un soggetto sano. E’ qui che entra in gioco la dietoterapia, ovvero quella branca della dietetica che si occupa della nutrizione in condizioni patologiche. Varie sono le patologie che possono essere affrontate non solo dal punto di vista farmacologico o chirurgico, ma anche grazie a determinate “diete in condizioni patologiche”.

Diabete

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Il diabete è una patologia caratterizzata da un aumento della concentrazione di glucosio nel sangue a causa di un difetto assoluto o relativo di insulina, ormone secreto dal pancreas ed indispensabile per il metabolismo degli zuccheri. Un valore di glicemia è considerato normale fino al valore di 110 mg/dl. La diagnosi di diabete è certa con un valore superiore a 200 mg/dl, rilevato in qualunque momento della giornata o due ore dopo un carico di glucosio. Valori di glicemia compresi fra 140 a 200 dopo un carico di glucosio definiscono invece la ridotta tolleranza al glucosio che può evolvere nel tempo verso un Diabete conclamato.
Il diabete può determinare complicanze acute o croniche. Le complicanze acute sono più frequenti nel diabete tipo 1 e sono in relazione alla carenza pressoché totale di insulina.
Nel diabete tipo 2 le complicanze acute sono piuttosto rare, mentre sono molto frequenti le complicanze croniche che riguardano diversi organi e tessuti, tra cui gli occhi, i reni, il cuore, i vasi sanguigni e i nervi periferici.
La terapia della malattia diabetica ha come cardine l’attuazione di uno stile di vita adeguato.
La dieta del soggetto diabetico ha l’obiettivo di ridurre il rischio di complicanze attraverso il mantenimento di valori di glucosio, lipidi plasmatici e pressione arteriosa il più possibile vicini alla norma.

  • Diabete tipo 1: Riguarda circa il 10% delle persone con diabete e in genere insorge nell’infanzia o nell’adolescenza. Nel diabete tipo 1 il sistema immunitario attacca le cellule che producono insulina. Per questo motivo, il diabete di tipo 1 viene classificato tra le malattie cosiddette “autoimmuni”, cioè dovute a una reazione immunitaria diretta contro l’organismo stesso.
  • Diabete tipo 2: È la forma più comune di diabete e rappresenta circa il 90% dei casi di questa malattia. La causa è ancora ignota, anche se è certo che il pancreas è in grado di produrre insulina, ma le cellule dell’organismo non riescono poi a utilizzarla. In genere, la malattia si manifesta dopo i 30-40 anni e numerosi fattori di rischio sono stati riconosciuti associarsi alla sua insorgenza. Tra questi: la familiarità per diabete, lo scarso esercizio fisico, il sovrappeso e l’appartenenza ad alcune etnie. Il rischio di sviluppare la malattia aumenta con l’età, con la presenza di obesità e con la mancanza di attività fisica: questa osservazione consente di prevedere strategie di prevenzione “primaria”, cioè interventi in grado di prevenire l’insorgenza della malattia e che hanno il loro cardine nell’applicazione di uno stile di vita adeguato, che comprenda gli aspetti nutrizionali e l’esercizio fisico.

Ipertensione

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L’ipertensione è una patologia caratterizzata da un aumento considerevole della pressione sanguigna con valori oltre la norma. Un individuo viene definito iperteso quando la sua pressione arteriosa sistolica o massima è superiore a 140 mmHg e quella diastolica o minima è superiore a 95 mmHg.
Esistono due tipologie d’ipertensione, quella primaria o essenziale e quella secondaria. Nella primaria si ha un incremento della pressione sanguigna causato da fattori non identificabili. Nell’ipertensione secondaria è invece possibile associare tale rialzo ad una causa ben precisa come l’insufficienza renale, le malattie vascolari renali, la sindrome di Cushing, l’iperaldosteronismo, l’uso del contraccettivo orale, l’obesità.
Una diminuzione del peso corporeo medio tra i 5 e i 7 Kg può ridurre la pressione arteriosa mediamente di circa 10 – 20 mmHg, sia per la diastolica che per la sistolica, in soggetti con un peso superiore al 10% del peso ideale.

Dislipidemie

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La dislipidemia è una condizione clinica caratterizzata da un incremento dei grassi circolanti nel sangue (colesterolo e trigliceridi).
I lipidi o grassi sono sostanze fondamentali per il nostro organismo, così come lo sono le proteine e gli zuccheri perchè rappresentano una fonte di energia diretta (dopo gli zuccheri e le proteine) e soprattutto una forma di accumulo della energia stessa. Essi non rappresentano un pericolo per la salute dell’uomo finchè la loro concentrazione non supera un valore limite nel qual caso, vuoi per un apporto superiore alle necessità dell’organismo, vuoi per una predisposizione genetica, può verificarsi un loro accumulo in alcuni organi come il fegato e nei vasi sanguigni. L’accumulo dei grassi nelle arterie predispone all’infarto ed in generale alla malattia coronarica. La dislipidemia va tenuta sotto controllo in primis con la dieta e, qualora questa non sia sufficiente, con la prescrizione di integratori e farmaci appropriati.

Epatopatie

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Per malattia epatica (o epatopatia) si intende una patologia che comprometta la funzionalità dell’organo epatico. Le possiamo distinguere in epatopatia:

  • da infezione, conseguente ad epatite
  • da steatosi, (causata da infiltrazioni di grasso nel fegato)
  • da alcool

Le epatopatie possono compromettere la funzionalità di tutti i principali sistemi del corpo umano e in particolare del:

  • sistema nervoso (neuropatia)
  • sistema circolatorio (disfunzioni del circolo portale)

Ogni epatopatia presenta una fase acuta ed una fase subacuta, che a volte può diventare cronica (come la cirrosi epatica).
La dieta in tali casi deve essere equilibrata nei vari nutrienti, ricca di proteine e di vitamine del gruppo B e K.
Sono consigliati più pasti leggeri nella giornata, preferendo alimenti semplici e con elevato potere nutritivo evitando gli alcoolici e limitatando i grassi specialmente quelli fritti. L’apporto di amidi e zuccheri è fondamentale per preservare le riserve di glicogeno epatico.


Anemia

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Si definisce anemia una condizione caratterizzata dalla carenza di emoglobina totale presente nel circolo ematico. L’emoglobina è la proteina, contenuta nei globuli rossi, che trasporta l’ossigeno ai vari tessuti dell’organismo.
E’ possibile distinguere vari tipi di anemia:

  • Da carenza di ferro
    Per produrre la giusta quantità di emoglobina il midollo osseo ha bisogno di ferro che si introduce tramite l’alimentazione: un livello basso di questo minerale causa anemia.
  • Anemia da deficit vitaminico
    Altro elemento importante per la produzione di globuli rossi sani è la presenza di acido folico e di vitamina B12. Anche qui si tratta di avere una dieta ricca per consentire all’organismo di assorbirne la quantità necessaria. In alcuni casi può essere presente una difficoltà di assorbimento di questo tipo di nutrienti, specie in presenza di anemia perniciosa.
  • Anemia da malattie croniche
    E’ difficile che si presenti nei bambini ed è causata da infiammazioni croniche (epatite, problemi renali, cancro e Aids). Può essere causata anche da malattie intestinali, che provocano un malassorbimento delle sostanze nutritive, come ad esempio in caso di celiachia (intolleranza al glutine)
  • Anemia emolitica
    E’ caratterizzata dalla distruzione veloce dei globuli rossi tanto da non permettere al midollo di rimpiazzarli. Poco comune nei bambini.
  • Anemia aplastica
    E’ la più grave ed è causata dalla limitata capacità del midollo di produrre i globuli rossi, i globuli bianchi e le piastrine. Fortunatamente è poco comune, ma può essere scatenata anche dalla reazione ad alcuni tipi di farmaci.
  • Anemia mediterranea o talassemia
    E’ una malattia congenita ereditaria molto comune nel nostro paese caratterizzata da una produzione irregolare di emoglobina. Esistono due tipi di talassemia: la ´minor´ (si è portatori sani, non ci sono sintomi e non costituisce alcun rischio se non quando si decide di avere un figlio: nel caso si trovi un partner anch’egli portatore sano, le probabilità di avere un bambino malato è del 50%) e la ´maior´ (la malattia è conclamata e non esiste altra forma di cura se non trasfusioni di sangue e trapianto di midollo; è una malattia che può essere ormai facilmente diagnosticabile anche in fase prenatale).

Intolleranza al glutine: Celiachia

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La celiachia detta anche malattia celiaca è un’intolleranza permanente alla gliadina. La gliadina è la componente alcool-solubile del glutine, un insieme di proteine contenute nel frumento, nell’orzo, nella segale, nel farro e nel kamut. L’avena sembra essere tollerata in piccole quantità dalla maggior parte dei soggetti affetti. Pertanto, tutti gli alimenti derivati dai suddetti cereali o contenenti glutine in seguito a contaminazione devono essere considerati tossici per i pazienti affetti da questa malattia. Sebbene la malattia non abbia una trasmissione genetica mendeliana, è comunque caratterizzata da un certo grado di familiarità, dovuta a geni non del tutto identificati. L’intolleranza al glutine causa gravi lesioni alla mucosa dell’intestino tenue, che regrediscono eliminando il glutine dalla dieta. La reversibilità della patologia è strettamente legata alla non assunzione da parte del soggetto celiaco di alimenti contenenti glutine o comunque da esso contaminati. La malattia celiaca non guarisce: il soggetto celiaco rimarrà tale per tutta la sua vita, l’unica cura consiste nell’adozione di una dieta rigorosamente priva di glutine.

Intolleranza al lattosio

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Si definisce intolleranza al lattosio una sindrome caratterizzata da disturbi gastroenterici che insorgono dopo l’ingestione di alimenti contenenti questo zucchero, generata dal deficit di produzione da parte delle cellule intestinali del duodeno dell’enzima lattasi deputato alla scissione del lattosio in glucosio e galattosio che sotto questa forma possono essere assorbiti.
Le persone con tale intolleranza non posseggono l’enzima necessario alla digestione del lattosio, lo zucchero del latte. Infatti il lattosio che non viene digerito nello stomaco, arriva all’intestino crasso dove viene digerito dai batteri intestinali.
L’enzima che catalizza la degradazione del lattosio, la lattasi, viene prodotta solitamente dai mammiferi nei primi stadi di vita e una volta adulti smettono di produrla. Solo gli uomini possono continuare la sua sintesi. Si stima che il 30% degli uomini, conserva la capacità di digerire il lattosio. I sintomi più comuni sono gastrointestinali: dolore addominale non specifico e non focale, crampi addominali diffusi, gonfiore e tensione intestinale, aumento della peristalsi con movimenti talora palpabili, meteorismo, flatulenza e diarrea con feci poltacee, acquose, acide, che insorgono da 1 a poche ore dopo l’ingestione di alimenti contenenti lattosio. Tuttavia tali sintomi non sono specifici: altri disordini come la ipersensibilità alle proteine del latte, reazioni allergiche ad altri cibi, o intolleranze ad altri glicidi possono causare sintomi simili. Si stima che occorrano più di 240 ml di latte al giorno (12 grammi di lattosio) per causare sintomi in soggetti con carenza di lattasi. L’insorgenza della sintomatologia è anche dipendente dal cibo associato, in quanto è legata alla velocità di svuotamento gastrico: se il lattosio si sposta rapidamente dallo stomaco ad un intestino con bassa attività lattasica, i sintomi saranno più evidenti. Quindi se il lattosio viene ingerito insieme a carboidrati (specie i carboidrati semplici), che aumentano la velocità di svuotamento gastrico, i sintomi sono più probabili o più intensi, mentre se viene ingerito insieme a grassi, che riducono la velocità di svuotamento gastrico, i sintomi possono essere molto ridotti o addirittura assenti.Il Breath test al lattosio è una metodica rapida, semplice, riproducibile ed economica per diagnosticare l’intolleranza al lattosio. Il principio della metodica si basa sul fatto che normalmente, in presenza di lattasi, il lattosio (un disaccaride, formato cioè da due molecole di zuccheri unite insieme) viene scisso nell’intestino tenue in glucosio e galattosio, due monosaccaridi (zuccheri semplici) che vengono rapidamente assorbiti dalla mucosa intestinale, senza produzione significativa di idrogeno. Quando esiste un deficit di lattasi, il lattosio arriva indigerito nel colon dove la flora batterica intestinale lo sottopone a reazioni di fermentazione con produzione significativa di idrogeno, metano ed anidride carbonica. Questi gas vengono assorbiti nel sangue ed una parte viene espirata dai polmoni. Il Breath test al lattosio misura proprio la quantità di idrogeno che viene espirata prima e dopo la somministrazione di lattosio permettendo quindi di evidenziare la carenza di lattasi responsabile dell’intolleranza.
Il Breath Test al Lattosio viene eseguito generalmente al mattino, dopo un digiuno di almeno 8 ore. Per sottoporsi al test, inoltre, è necessario non assumere antibiotici, fermenti lattici e lassativi nei 7 giorni prima dell’esame e cenare la sera prima con riso bollito con olio e carne o pesce ai ferri o bolliti.
Il paziente deve inizialmente soffiare un palloncino e subito dopo deve bere 20 g. di lattosio sciolti in un bicchiere d’acqua. Da questo momento, ogni 30 minuti il paziente dovrà soffiare nel palloncino per altre 6 volte. Quindi il test dura in tutto 3 ore.

Dott. Emilio Alessio Loiacono

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