L’esibizionismo è un comportamento o una tendenza che porta una persona a mostrare intenzionalmente il proprio corpo — o a compiere atti sessuali — in modo visibile ad altri, con lo scopo di suscitare eccitazione in sé o negli altri. In senso più ampio, può riferirsi anche al desiderio di attirare attenzione su di sé, ma in ambito sessuale ha significati molto specifici. Dal punto di vista medico-psichiatrico l’esibizionismo è considerabile un disturbo parafilico caratterizzato da intense fantasie, impulsi o comportamenti ricorrenti che comportano l’esposizione dei genitali a persone non consenzienti. L’esibizionismo è classificato tra i disturbi parafilici nel DSM-5-TR. È definito dalla presenza, per almeno 6 mesi, di impulsi sessuali intensi e ricorrenti che portano il soggetto a esporre i propri genitali a un estraneo all’improvviso, senza consenso, con l’intento di suscitare eccitazione sessuale. A differenza delle parafilie non patologiche, l’esibizionismo diventa clinicamente rilevante quando comporta sofferenza significativa o compromissione del funzionamento sociale/lavorativo, o in presenza di atti coercitivi. Questo disturbo, se non trattato, può causare disagio significativo e comportamenti socialmente disadattivi.
Origine del termine
Il termine deriva dal latino exhibere, che significa mostrare, esporre.
Cause e fattori di rischi
Dal punto di vista delle cause, l’esibizionismo riconosce una genesi complessa e multifattoriale, ancora non del tutto compresa. Sul piano neurobiologico, vi è evidenza che alterazioni nei sistemi della serotonina e della dopamina possano contribuire a un deficit di inibizione del comportamento, favorendo impulsività e discontrollo. Le neuroimmagini funzionali hanno evidenziato in alcuni soggetti alterazioni nei circuiti fronto-limbici, coinvolti nel controllo degli impulsi e nella regolazione affettiva. A questi aspetti si aggiungono fattori psicologici: traumi infantili, abusi sessuali, relazioni affettive disfunzionali e scarsa autostima sono ricorrenti nei racconti anamnestici di molti pazienti. In tali soggetti, l’atto esibizionistico può rappresentare una forma disfunzionale di affermazione del sé, in cui l’umiliazione dell’altro diventa un surrogato del controllo o della rivalsa. Anche l’ambiente in cui si cresce gioca un ruolo: contesti familiari permissivi, l’assenza di educazione affettiva e l’esposizione precoce a contenuti sessuali inadeguati possono contribuire alla strutturazione del disturbo.
Sintomi e caratteristiche
Sul piano clinico, l’esibizionismo si presenta con fantasie ossessive e ripetitive di esposizione, spesso accompagnate da forte eccitazione anticipatoria. Alcuni soggetti si limitano a fantasticare, altri pianificano attivamente gli episodi, scegliendo luoghi pubblici e situazioni in cui la vittima non può prevedere l’atto. La masturbazione può avvenire durante o subito dopo l’episodio. In certi casi, il soggetto sperimenta una fase di sollievo o gratificazione, ma spesso segue un vissuto di vergogna o senso di colpa. È importante sottolineare che, a differenza di altre parafilie come il frotteurismo o la pedofilia, l’esibizionista non ricerca un contatto fisico diretto, ma trae piacere dalla reazione della vittima.
Diagnosi
La diagnosi si basa sui criteri del DSM-5-TR. E’ fondamentale un’attenta valutazione clinica per escludere altre condizioni, come disturbi dell’umore in fase maniacale, tratti ossessivo-compulsivi, disturbi psicotici o uso di sostanze. In alcuni casi, il comportamento esibizionistico può rientrare nel quadro di un disturbo della personalità o di una condotta antisociale.
I criteri DSM-5-TR per il disturbo esibizionistico, sono:
- Fantasie sessuali ricorrenti, impulsi o comportamenti di esposizione dei genitali a una persona non consenziente per ≥ 6 mesi.
- Il soggetto ha agito tali impulsi oppure tali fantasie causano disagio clinicamente significativo o compromissione funzionale.
La diagnosi differenziale va effettuato principalmente nei confronti di:
- Disturbo ossessivo-compulsivo con contenuti sessuali;
- Disturbo da controllo degli impulsi;
- Disturbo bipolare (fase maniacale);
- Comportamenti da abuso di sostanze;
- Comportamento criminale non parafilico (in assenza di eccitazione o gratificazione sessuale).
Terapia
Per quanto riguarda la terapia, l’approccio deve essere multidisciplinare. Il trattamento psicoterapico è il cardine: la terapia cognitivo-comportamentale si è dimostrata efficace nel ridurre gli impulsi e nel favorire il controllo dei comportamenti. Vengono utilizzate tecniche di ristrutturazione cognitiva, training all’autocontrollo, gestione dell’impulsività e prevenzione delle ricadute. In soggetti con storia di traumi, le terapie psicodinamiche o basate sulla mentalizzazione possono fornire ulteriori strumenti per esplorare il significato profondo dell’atto esibizionistico. La farmacoterapia può essere utile nei casi moderati o gravi, specialmente quando vi è una comorbidità psichiatrica. Gli SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina) sono spesso impiegati per ridurre l’impulsività sessuale, mentre gli antiandrogeni, come il medrossiprogesterone acetato o il ciproterone, sono riservati ai casi recidivanti, sempre sotto stretto controllo medico per via dei loro effetti collaterali endocrini.
Prognosi
La prognosi dipende da molteplici fattori. Un soggetto motivato al trattamento, con una buona consapevolezza del problema e senza gravi comorbidità, ha generalmente una risposta favorevole. Al contrario, la mancanza di insight, la negazione del problema e la presenza di tratti antisociali aumentano il rischio di recidiva. È fondamentale quindi affiancare alla terapia individuale anche interventi educativi, di reinserimento sociale e, nei casi giudiziari, un’attenta valutazione medico-legale.
Conclusioni
In conclusione, l’esibizionismo è un disturbo che, pur essendo spesso oggetto di ironia o sottovalutazione nella cultura popolare, merita un approccio clinico serio e strutturato. La sua gestione richiede empatia, competenza e l’integrazione di più competenze terapeutiche. Solo attraverso un trattamento completo è possibile prevenire l’aggravarsi del disturbo e restituire al soggetto un funzionamento psicosessuale più sano e rispettoso degli altri.
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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine