Al via i test di ingresso per la facolà di Medicina: sei favorevole o contrario al numero chiuso?

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In questo preciso momento le aule della mia amata università Sapienza sono letteralmente invase dagli aspiranti futuri colleghi medici. Tra non molto sarà consegnato loro il test valido per entrare nella facoltà: per tutti 60 domande e un massimo di 90 punti (1,5 punti per ogni risposta esatta, meno 0,4 per ogni risposta sbagliata, 0 punti per ogni risposta non data). La soglia minima per il superamento del test è 20 punti. Ma quest’anno entra in gioco anche il cosiddetto Bonus maturità che “regala” da 1 a 10 punti extra in relazione al voto ottenuto all’esame di Stato a condizione che lo stesso sia non inferiore all’80esimo percentile della commissione d’esame.

[in realtà il Bonus maturità è stato poi annullato]

Nazionale per la prima volta

La graduatoria sarà nazionale, a differenza della passata edizione in cui erano previste aggregazioni territoriali. Quest’anno si darà più spazio ai quesiti che richiedono un ragionamento logico: 25 sui 60 complessivi. Ci saranno poi 5 domande di cultura generale, 14 di biologia, 8 di chimica e altrettante di fisica e matematica. Cento minuti per risolvere il tutto (erano 120 lo scorso anno ma per 80 quesiti).

64 mila persone rimarranno fuori

Il numero di dipolomati iscritti ai test sono stati 84.165 ma i paganti, quelli cioè che hanno perfezionato l’iscrizione con un pagamento valido e che sosterranno la prova, sono 74.312.  Più di settantaquattromila persone per 10157 posti. Ciò significa che più di 64 mila persone non potranno studiare nella nostra gloriosa facoltà. La domanda classica (puntuale ogni anno) che ci si pone a questo punto è: questi  test vanno fatti o no? Ledono il diritto allo studio? Sono costituzionali? Sono necessari per ritrovarsi al primo anno una classe con 1000 persone rispetto ai 100 posti a sedere? Argomento decisamente spinoso, in rete si trovano varie tesi sia pro che contro i test di ammissione.

In questa pagina, ad esempio, ho trovato alcune tesi A FAVORE DELL’ABOLIZIONE DEL TEST:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/03/test-ammissione-universita-115mila-diplomati-ci-provano-oltre-80mila-tentato-per/699493/

1) In Italia ci sono troppi laureati, non possiamo più permetterci di far iscrivere chiunque all’università. Falso: l’Italia è uno dei Paesi in Europa con il più basso numero di laureati fra i 25 e i 34 anni. Solo il 19% (al pari di Slovacchia, Romani e Repubblica Ceca), contro una media del 30% nell’Ue, corrispondente alla metà delle cifre del Regno Unito, della Francia e persino della Spagna. L’obiettivo da raggiungere fissato a livello europeo è quello del 40% (più del doppio di quelli attuali) entro il 2020. Vale a dire che, secondo la logica, nei prossimi 7 anni dovremmo sforzarci per promuovere le iscrizioni all’università, che invece sono in forte calo (-58.000 iscritti negli ultimi 10 anni).

2) All’università è giusto che vada chi se la “merita”. Falso: la formazione universitaria rientra a pieno titolo fra i diritti fondamentali di ogni cittadino, garantito fra l’altro dalla nostra Costituzione. I diritti, per loro natura, non sono un premio che ognuno deve provare ad ottenere, ma una garanzia che ogni società dovrebbe premurarsi di tutelare. Selezionare, in base a una presunta idea di “merito”, chi può godere di un diritto e chi no, è una prepotenza di cui ci si è arrogati in maniera totalmente illegittima.

3) I test sono uno strumento imparziale, chi studia li supera senza problemi. Falso anche questo: pensare che qualche decina di domande e due ore di tempo siano lo strumento per stabilire chi è in grado di studiare una disciplina e chi no è pura follia. Il test premia un tipo di preparazione, nozionistica e meccanica, che è lontana anni luce dal metodo e dai contenuti con cui si viene formati all’interno delle nostre scuole. Non per altro, negli anni sono sorte tantissime aziende e istituti privati che preparano i futuri universitari in vista del test, insegnando più che materie, ragionamenti e connessioni, trucchi e metodi per poter rispondere velocemente a una tipologia pre-impostata di quesiti. I costi di questi corsi sono altissimi e accessibili solo a coloro che hanno la possibilità di investire economicamente nella preparazione ai test d’accesso, alla faccia di qualsiasi discorso sull’equità e sulla mobilità sociale. Non è un caso, fra l’altro, che oggi il numero dei laureati che provengono da famiglie in cui almeno uno dei due genitori è laureato è 7 volte superiore di quello di chi viene da una famiglia a basso livello d’istruzione.

4) Il numero chiuso esiste solo in facoltà particolarmente difficili, perché non tutti sono in grado di studiare materie particolarmente complesse. Falso: il numero chiuso sta progressivamente diventando uno strumento universale di sbarramento all’università. Oggi il 57,3% dei corsi di laurea attivati in Italia prevedono una selezione all’accesso, ben più della metà. Al di là delle facoltà che sono regolate da un sistema di selezione nazionale (L. 264/99, che riguarda le discipline medico-sanitarie, Architettura e Scienze delle Formazione), i singoli atenei possono decidere se attuare o meno dei sistemi di selezione. Complice il durissimo taglio dei fondi pubblici, il blocco del turn-over e l’impossibilità di assumere nuovi docenti, la carenza storica di spazi e infrastrutture, oltre che il famigerato decreto AVA e l’imposizione di ristrettissimi requisiti per l’attivazione dei corsi di studio, il numero chiuso è diventato lo strumento principe con cui far fronte ai problemi dell’università pubblica, nell’attesa che qualcosa cambi sul fronte delle politiche nazionali.

Le conclusioni a questo punto non sono difficili da tirare: la cosa di cui il nostro Paese avrebbe bisogno in questo momento è l’abolizione totale di ogni barriera all’accesso universitario e un grosso piano di investimenti pubblici per gli atenei, in maniera tale da garantirne la sostenibilità e la capacità di accogliere e fornire istruzione di qualità a tutti coloro che lo desiderano.

In quest’altra pagina ho trovato invece tesi CONTRO L’ABOLIZIONE dei test:

http://www.flcgil.it/rassegna-stampa/nazionale/il-numero-chiuso-serve-a-tutti.flc

Gli studenti che sono contro i test di ammissione ad alcune facoltà universitarie motivano la loro protesta con due argomenti tra loro molto diversi e non facilmente conciliabili. Il primo è di principio e riguarda il diritto allo studio garantito dalla Costituzione, che verrebbe negato dall’applicazione del numero chiuso. Il secondo è di merito e si riferisce al livello di difficoltà o alla congruità dei quesiti sottoposti ai candidati.
Su questo punto ogni contestazione è ovviamente lecita e può essere di qualche utilità. Giusto denunciare gli errori, se ve ne sono, e discutere sui criteri. Purché si tenga presente che un test di ammissione a un corso universitario non può vertere sullo specifico delle materie che poi in quel corso verranno insegnate (e che il candidato ha tutto il diritto di non conoscere, soprattutto se non fanno parte del bagaglio scolastico), ma deve stabilire l’idoneità dello studente ad affrontare quel tipo di studi: dunque valutarne la preparazione di base (un compito cui la scuola superiore troppo spesso abdica, viste le altissime percentuali dei promossi alla maturità), oltre alla capacità di ragionare e di dare risposte in tempi rapidi.

Operazione quanto mai delicata e inevitabilmente soggetta a errori, per quanto sofisticate possano essere le tecniche di elaborazione e valutazione dei test. Ma un vaglio basato sul merito, per quanto imperfetto, è comunque preferibile a una selezione dettata dal caso o, peggio, dal privilegio economico. Sempreché, naturalmente, si convenga sulla necessità di un vaglio. E qui veniamo alla questione di principio, quella del diritto allo studio, sollevata alquanto impropriamente.

L’istruzione «obbligatoria e gratuita» di cui parla l’art. 34 della Costituzione è quella di base, relativa ai ragazzi dai sei ai quattordici anni (il limite è stato alzato a sedici e dovrebbe secondo me essere elevato ulteriormente fino a coincidere con l’ingresso nella maggiore età: ma questo è un altro discorso). Per quanto riguarda gli studi superiori, lo stesso art. 34 si limita ad affermare il diritto ad accedervi dei «capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi» e il dovere dello Stato di facilitare questo accesso «con borse di studio, assegni alle famiglie e altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso». Dunque per merito, e non per una sorta di diritto innato: come dire che tutti possono partecipare a una gara, ma a nessuno è garantito in partenza di vincerla. In Italia come in qualsiasi altro Paese.
Qualcuno si potrebbe chiedere per quale motivo si debba negare a tanti ragazzi la possibilità di coltivare un’illusione, di impiegare il proprio tempo, nell’attesa di un lavoro che non si trova, in studi che spesso non si concluderanno mai. La risposta è semplice: perché l’università costa, anche in ragione del numero di studenti che ospita; e questo costo è coperto solo in misura ridotta (in media intorno a un quarto, ma le stime variano) dalle tasse di iscrizione, ovvero dal contributo di chi fruisce del servizio. Il resto è a carico della fiscalità generale, dunque di tutti i contribuenti, ricchi e poveri, anche di quelli che non sono mai andati all’università e non ci manderanno mai i loro figli. Un’imposta progressiva alla rovescia, che favorisce i più abbienti, oltre ai soliti evasori che fruiscono delle riduzioni riservate ai bisognosi.
Anziché chiedere l’abolizione del numero chiuso, sarebbe allora il caso di studiarne l’introduzione anche nelle facoltà che sinora non lo hanno sperimentato. Mi chiedo, per citare un caso che conosco bene, che senso abbia ammettere a una facoltà umanistica studenti che non conoscono l’ortografia e la sintassi, per non dire della punteggiatura.

Si obietta che in Italia il numero dei laureati è, nonostante tutto, inferiore alla media dei Paesi industrializzati. Ma questo dipende non tanto dal basso numero delle iscrizioni, quanto dall’alto tasso di «mortalità» universitaria degli iscritti. Lasciamo dunque l’università a quelli che possono e vogliono studiare sul serio. Risparmiamo spazi e risorse, scarsi gli uni e le altre, a vantaggio dei «capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi»: come ci suggerisce, anzi ci impone, il dettato costituzionale.

E voi come la pensate?

Forse ti può interessare anche: Tutte le risposte del test di ingresso della facoltà di Medicina 2013 (link qui)

Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo

Informazioni su Dott. Emilio Alessio Loiacono

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10 risposte a Al via i test di ingresso per la facolà di Medicina: sei favorevole o contrario al numero chiuso?

  1. Ultimo concetto: i soldi per la specializzazione. I soldi sono pochi e quindi i posti per le scuole di specializzazione sono davvero pochi mentre le richieste sono molto alte. Succede spesso che ci si ritrova a concorrere in 50 per 3 posti in specialità. Finita la specializzazione poi teoricamente dovresti entrare in ospedale ma non ci sono soldi ed i posti sono pochissimi. Il risultato è che già così la situazione è drammatica, far entrare tutti gli 80 mila in una botta sola sarebbe impossibile per riuscire poi a “piazzare” tutti sul mercato del lavoro.

    • Mr. Spectator ha detto:

      Anche io penso che se si levasse il numero chiuso in un colpo sarebbe impossibile gestire un’iscrizione in massa di 100.000 persone se non di più. Ma prima tutte le facoltà erano a numero aperto ed era la cosa migliore, anche a quei tempi si aveva avuto un boom delle iscrizioni, ma ci sono riusciti a non intasare il sistema (per non pensare a quante tasse in più verrebbero pagate). Poi la specialistica è un altro paio di maniche, quella si che dev’essere ristretta come selezione in quanto solo i “migliori” dovrebbero accedervi, è un po’ come il concorso notarile, non si può aprire a tutti i laureati, sennò sarebbe impossibile. E comunque non dirmi che non hai mai anche solo sentito dire di favoritismi, magari qualcuno trattato con un occhio di riguardo solo perchè figlio di medico, guarda caso anche amico del professore.

      • “Anche io penso che se si levasse il numero chiuso in un colpo sarebbe impossibile gestire un’iscrizione in massa di 100.000 persone se non di più.”
        Ecco appunto, bisognerebbe trovare un sistema per adeguare tutta l’università ad una invasione di studenti, guarda che non è un problema semplice da risolvere!

        “Ma prima tutte le facoltà erano a numero aperto ed era la cosa migliore, anche a quei tempi si aveva avuto un boom delle iscrizioni, ma ci sono riusciti a non intasare il sistema”
        Ma a medicina, dove la richiesta è sempre stata altissima, il numero è sempre stato chiuso! Nelle altre facoltà è stato aperto finchè il numero di richieste era “sopportabile” dalle strutture, ora che la richiesta eccede la possibilità di accoglienza si è dovuto creare uno sbarramento

      • “per non pensare a quante tasse in più verrebbero pagate”
        ogni studente universitario costa moltissimo ai contribuenti: soltanto un quinto del suo costo di gestione è coperto dalle tasse che paga, tutto il resto lo deve mettere lo Stato. Quindi far entrare 80 mila persone comporterebbe solo un piccolo ritorno economico dalle tasse universitarie, quasi tutti i costi di gestione sarebbero a carico della collettività. Lo Stato adesso non ha neanche i soldi per pagare la benzina nelle auto della polizia, come facciamo a far entrare tutti e 80 mila?

      • “Poi la specialistica è un altro paio di maniche, quella si che dev’essere ristretta come selezione in quanto solo i “migliori” dovrebbero accedervi”
        Eh no, la specialistica non è un altro paio di maniche, è tutto collegato! Allo stato attuale la metà dei laureati in medicina entra in specialità ogni anno il resto rimane a casa. E degli specialisti non tutti riescono a trovare lavoro nelle strutture pubbliche.
        Se ci sono 8mila persone che entrano significa che dopo sei anni solo la metà entrerà in specializzazione e dopo altri 5 anni (6 nel caso di chirurgia generale) di specializzazione non tutti entreranno in ospedale. Significa che di quei 8mila, meno di 4mila lavorerà, il resto sarà disoccupato (o i più fortunati entreranno in strutture private).
        Se ci sono 80 mila persone che entrano, alla fine del ciclo laurea+spec si avrebbero quindi circa 76MILA DISOCCUPATI in più all’anno! Lo Stato non riuscirebbe a sopportare una situazione del genere!

        Non ci provo gusto a smontare le tue tesi (anzi hai ragione che ci sono tanti favoritismi e la situazione è antipatica a dir poco) però prima di eliminare il test bisogna trovare delle soluzioni pratiche a dei problemi reali.

  2. “ma credo che non bisognerebbe fissare un numero massimo di ammessi”

    anche qui però ci scontriamo con delle difficoltà oggettive. Quando sono entrato io eravamo con un rapporto di 1 a 10. Cioè, accanto a me che sono entrato ce n’erano 9 che sono rimasti fuori.
    Ci hanno divisi per canale e ci hanno messo in aule da un centinaio di posti l’una e noi eravamo appunto circa 100. Se fossimo entrati tutti avrebbe significato entrare in MILLE dentro quell’aula. Stesso discorso per il materiale della sala settoria, dei laboratori, dello spazio in corsia, dei microscopi. Se fossero entrate dieci mila persone mi dici dove ci saremmo messi e come avremmo fatto col materiale didattico esiguo?
    D’accordo con la selezione naturale (ed infatti al terzo anno siamo rimasti in pochi!) ma il primo anno come lo passi?
    Bada bene, io sono teoricamente per l’abolizione del numero chiuso, ma nella realtà penso che sia quasi impossibile da attuare!

  3. Mr.Spectator, purtroppo riconosco che in Italia il merito viene riconosciuto fin troppo raramente però quando dici:
    “in medicina, come in architettura e altre facoltà rinomate, si tende a conservare la “purezza” della casta e quindi si troverebbe sempre un modo per mantenere un numero esiguo di iscritti che guarda caso sono figli di medici, architetti etc”

    mi trovi solo parzialmente d’accordo visto che io non sono figlio di nessun medico e di nessun “pezzo grosso” eppure sono entrato! E come me anche tanti altri del mio corso! Feci una volta una statistica alcuni anni fa e nella mia aula i figli dei medici erano appena il 15% del totale degli studenti!
    Semplicemente ho passato l’intero ultimo anno scolastico a studiare non le mie materie scolastiche, ma solo le materie dei test, anche perchè di greco, latino ed italiano me ne fregava poco mentre andavo matto per la chimica, la biologia, la fisica! Insomma ho studiato e sono passato, mentre molti fra quelli che non erano passati si erano messi a studiare a fine agosto!

  4. Mr. Spectator ha detto:

    Salve! Io sono stato uno degli 85.000 ragazzi in Italia a provare il fatidico test di giorno 9. La mia opinione personale su tutto ciò è che non è un metodo “consigliabile”, in quanto non ti da l’opportunità di mettere in risalto le tue capacità e conoscenze, che vanno ben oltre una semplice x. Il metodo più efficace (a mio dire( sarebbe un’approfondita analisi psicologica del candidato, per vedere se in effetti la sua aspirazione è davvero quella di fare il medico, mestiere che va aldilà della preparazione sui libri, ci vuole fegato e vocazione. Troppi medici con poca vocazione negli ospedali e soprattutto con poca disponibilità. Tuttavia in Italia c’è un giro d’affari troppo elevato, corsi di preparazione, professori privati, che col tempo hanno assunto sempre più potere e che di certo non vogliono che il numero chiuso venga abbattuto per ovvi motivi.

    • Buonasera e grazie per la sua opinione che mi da un ottimo spunto di riflessione. L’analisi psicologica del candidato è sicuramente una idea interessante, perchè effettivamente, rispetto ad altre facoltà, a medicina sono richieste delle doti “psicologiche” molto forti. Il problema però è che questa analisi psicologica sarebbe fatta da personale qualificato ma soggettivo e “corruttibile”. Mi spiego: mentre i test, per quanto incapaci di valutare esattamente l’individuo, sono oggettivi, uguali in tutta Italia e corretti in maniera automatica con degli speciali lettori ottici (almeno ai tempi miei era così) che evitano “intromissioni umane”, il test psicologico invece sarebbe a discrezione dello psicologo di turno, quindi soggettivo e diverso a seconda dello psicologo che ti capita. Inoltre sarebbe facile pilotare il risultato, o almeno è più facile per un raccomandato entrare con un colloquio “pilotato” piuttosto che con un test corretto da macchinari elettronici. Che poi questo è il motivo per cui i concorsi per le scuole di specializzazione sono così tanto odiati dagli studenti più meritevoli, visto che la seconda prova è a discrezione del professorone di turno che, se vuole, si può comportare in maniera “poco limpida”.

      • Mr. Spectator ha detto:

        Senza dubbio sarebbe un metodo poco oggettivo, ma credo che non bisognerebbe fissare un numero massimo di ammessi, dato che si ricadrebbe negli stessi errori. Il problema è che in medicina, come in architettura e altre facoltà rinomate, si tende a conservare la “purezza” della casta e quindi si troverebbe sempre un modo per mantenere un numero esiguo di iscritti che guarda caso sono figli di medici, architetti etc, indipendentemente dalle inclinazioni personali e magari estromettendo gente che sarebbe più qualificata. In Italia purtroppo sono poche le occasioni in cui il merito viene riconosciuto, soprattutto nel campo dell’istruzione superiore, sempre dovuto al fatto che ci si confronta con persone come lo sono i professori che naturalmente non possono conservare un’oggettività assoluta.

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