
Questa storia in prima persona l’ho scritta basandomi sulle reali esperienze e considerazioni di pazienti trapiantati di fegato e di rene, durante la mia permanenza alla II Clinica Chirurgica dell’Ospedale Universitario Umberto I di Roma, tra il 2024 ed il 2025. Ne ho fatto un racconto unico, in prima persona, dove sono convogliate tutte le testimonianze.
“Mi chiamo Matteo C., ho cinquasei anni, e fino a qualche anno fa ero convinto che la mia storia sarebbe finita in un letto d’ospedale, tra le macchine e i monitor che scandivano la fine di un fegato distrutto da anni di alcol e droghe, senza contare un’epatite che non avevo mai curato come avrei dovuto. Vivevo in apnea. Ogni giorno mi svegliavo con la pelle più gialla, la mente più confusa, le gambe gonfie. Non avevo più appetito, né speranza. Quando i medici mi parlarono di “fase terminale” e di “necessità di trapianto”, la parola mi sembrò quasi irreale. Un po’ me lo aspettavo, ma ero comunque devastato.
Ricordo il giorno prima dell’intervento come se fosse ieri, anche se è successo quasi un anno fa. Avevo il telefono sempre acceso, giorno e notte, perché sapevo che la notizia poteva arrivare in qualsiasi momento. Al telefono quella sera mi dissero che un fegato compatibile era disponibile. All’inizio pensai a uno scherzo di cattivo gusto. Subito venni colto da un misto di felicità ma anche di paura per il lungo e complicato intervento che mi attendeva. In ospedale un paziente che aveva ricevuto un trapianto di rene due giorni dopo del mio intervento, mi raccontò che, quando lo chiamarono la prima volta per dirgli che era disponibile un organo, lo rifiutò per paura dell’intervento, preferendo continuare con la dialisi. Aver paura per un trapianto è una cosa assolutamente normale.
Durante quella telefonata, mi sentii anche in colpa, perché la mia felicità significava che qualcuno era appena morto, magari un figlio che in quel momento i genitori stavano ancora piangendo… Al medico al telefono dissi di si e non chiesi altro: non volevo sapere nulla del donatore, solo che esistesse davvero quella possibilità. Mi disse che dovevo fare tutto in fretta, perché ogni minuto di ritardo significava un peggioramento delle condizioni del fegato. Feci velocemente una valigia e durante la notte presi il primo volo per Roma.
La mattina alle 7 ero al Pronto Soccorso dell’Umberto I, dove vennero alcuni medici specializzandi per portarmi al reparto dei trapianti. Giunti lì, mi portarono in una stanzetta dove mi fecero una serie di esami e domande, oltre a vedermi radiologi, cardiologie ed anestesisti. Per fortuna tutti diedero l’ok per l’intervento: se non fossi stato idoneo, c’era già pronto un ricevente mio sostituto. Funziona così: c’è una lista di possibili riceventi e se ne chiamano almeno due ogni volta che c’è un organo disponibile. Due mesi prima del mio trapianto mi chiamarono, ma ero io il sostituto: purtroppo il primo candidato risultò idoneo e il fegato andò a lui. Mi ricordo che in quella saletta di attesa facemmo amicizia, ma sotto sotto ognuno sperava di essere lui il prescelto. Mi dispiace per l’altro potenziale ricevente, ma quella volta toccava a me… C’è gente che muore nell’attesa e a me rimane poco tempo da vivere: mai come in questo caso vale il detto ‘Mors tua vita mea’.
Poi mi spogliai, mi stesi sul letto, mi portarono nel buio della sala operatoria. Ricordo una grandissima paura, poi l’anestesia. Qui i miei ricordi si fermano e ripartono dal risveglio. Non so spiegare cosa si prova quando ci si sveglia con dentro qualcosa che non è tuo. È una sensazione di rinascita e di estraneità insieme, come se il corpo fosse lo stesso ma non più interamente tuo. E, dentro di me, la speranza di aver ricevuto un organo “buono” e funzionante. Certo, se lo avevano trapiantato doveva esserlo, perché i medici controllano che il fegato sia sano entro certi limiti, ma si sa, in tutte le cose ci vuole fortuna e certe volte alcuni organi sono più sani di altri: il mio sarà un fegato valido? Si adatterà a me? Io mi adatterò a lui? Verrà rigettato dal mio organismo?
Dalla sala operatoria, mi portarono in una speciale sezione di terapia intensiva dedicata ai trapiantati e ricordo la bravura e l’amore con cui mi trattarono anestesisti e infermieri, nonostante io mi lamentassi continuamente: ero pieno di dolori e ogni tanto prendevo la tangente, dicendo cose che non esistevano come uno schizofrenico… E tutti quei tubi che uscivano dalla mia pancia… Drenavano un liquido scuro, misto di siero e bile… I chirurghi che mi avevano operato, assieme agli specializzandi, passavano più volte ogni giorno a controllarmi, a medicarmi le ferite, a togliermi i punti, a controllare i parametri vitali, informando il primario di tutte le possibili variazioni del mio stato di salute con messaggi a tutte le ore.
Poi sono ritornato in reparto: un giorno bellissimo perché significava che la fase più pericolosa era finita. Ma non ero ancora fuori dal tunnel: prendevo una marea di farmaci che facevano a pezzi il mio sistema immunitario, necessari per evitare che esso attaccasse rovinosamente il mio fegato nuovo. Il rischio era che anche una banale influenza potesse uccidere. Tutto il personale era attentissimo ad usare mascherine e guanti puliti. La paura di tornare in terapia intensiva per un improvviso peggioramento delle mie condizioni, non mi faceva dormire la notte. Poveri i miei compagni di stanza che mi dovevano sopportare… E se i punti nella mia pancia non tengono? Se i collegamenti si rompono? E se capita una emorragia? E se le buste dei drenaggi si riempiono di sangue rosso acceso? Ma per fortuna è andato tutto bene: un giorno firmo le carte e torno finalmente a casa. Prima di uscire, chiesi ad uno specializzando del primo anno se poteva confidarmi chi era il donatore, ma lui mi disse che non poteva, rassicurandomi però sul fatto che il fegato era assolutamente valido.
Nei primi mesi la parola chiave fu: felicità. Camminavo di nuovo, mangiavo, dormivo, respiravo senza quel sapore di veleno in bocca, non ero più giallo come un limone maturo. Dicevo a tutti che mi sentivo rinato, ed era vero, credetemi! Ma accanto alla gratitudine cresceva anche qualcosa di più difficile da gestire: la paura. La paura che quell’organo potesse smettere di funzionare all’improvviso, che il mio corpo lo rifiutasse, che una febbre potesse significare la fine. Ogni controllo, ogni analisi, ogni minimo dolore addominale diventavano un’allerta. E dentro di me si insinuò una forma sottile di ansia cronica, come se vivessi in attesa di una catastrofe.
Con il tempo rimbalzava sempre di più nella mia mente, una domanda: chi è la persona che ora vive, in un certo senso, dentro di me. Un giovane? Un vecchio? Un padre di famiglia? Ora che sono passati 10 mesi e sono tornato in reparto per farmi togliere un drenaggio biliare chiamato tubo di Kehr, che mi ha fatto compagnia fin dall’inizio di questa avventura, mi spaventa l’idea che una persona sia morta per permettermi di vivere, e allo stesso tempo mi sento colpevole per questo. Ogni volta che penso al mio fegato nuovo, mi sembra di percepire una presenza silenziosa, quasi un ricordo che non mi appartiene. Non so se è suggestione, ma a volte ho la sensazione che quel pezzo di carne mi osservi dall’interno, come se portasse con sé qualcosa di chi lo ha donato.
A momenti mi chiedo se sarò all’altezza di questo dono. Se potrò mai essere “degno” della vita che mi è stata restituita. È una responsabilità enorme sapere che qualcuno è morto e io sono qui grazie a lui. Mi sforzo di vivere meglio, di non bere e drogarmi, di seguire le cure, di essere presente per mia moglie e mio figlio, ma non sempre ci riesco. L’ansia è diventata parte della mia quotidianità. Mi sveglio di notte a controllare se respiro, a sentire se qualcosa dentro di me batte in modo diverso.
Ci sono giorni in cui l’idea del trapianto mi impressiona ancora. Pensare che – in quelle sette ore e mezza di intervento – i chirurghi avevano impiantato dentro di me un organo appartenuto a un morto mi mette i brividi. Eppure, ogni volta che alzo lo sguardo e vedo la luce del mattino, ogni volta che posso uscire a camminare o semplicemente sedermi a tavola con la mia famiglia, sento che quell’organo è la prova che la vita può essere ricostruita, anche dopo averla distrutta. Ogni tanto ripenso anche al mio vecchio fegato, violentato da mille abusi: chissà ora fisicamente le sue molecole dove si trovano?
Oggi non posso dire di essere sereno del tutto, ma sono vivo. Anche grazie ad un bravo psicoterapeuta, ho imparato a gestire queste strana sensazione di avere l’organo di una persona morta dentro la mia pancia. Ho imparato che la gratitudine non cancella la paura, ma la rende sopportabile. Non so chi fosse il mio donatore, ma so che una parte di lui continua a vivere in me. E forse il mio compito, d’ora in poi, è proprio questo: dare un senso a quella vita che mi è stata consegnata, anche se non era più mia. Il mio pensiero va a tutto il reparto ed in particolare ai medici che mi hanno operato ed a quello specializzando che ogni tanto mi faceva chiaccherare un po’, per sentire meno il peso della degenza.
Io sono ateo e per me la morte non aveva alcun senso. Il chirurgo trapiantologo ha cambiato la mia percezione per sempre, perché è una persona che nella sua sapienza e nelle sue mani ha un meraviglioso dono: quello di dare un senso alla morte di una persona, salvandone tante altre.”
Dedico questa storia a Matteo, Gianni, Aldo e Caterina.
Leggi anche:
- Trapianto di fegato: complicanze, indicazioni, effetti negativi, tecnica
- Trapianto di organi: quali organi possono essere trapiantati?
- Trapianto d’organo: selezione del ricevente e del donatore, prelievo e lista di attesa nazionale
- Rigetto di organo trapiantato: sintomi, diagnosi e gestione terapeutica
- Trapianto di rene: quando è necessario, come si fa, possibili complicanze e rigetto
- Avere tre reni dopo un trapianto
- Conseguenze psicologiche nel paziente che ha subito un trapianto d’organo
- Differenza tra omotrapianto, allotrapianto, xenotrapianto e isotrapianto
- Cirrosi epatica e fegato: sintomi, dieta, diagnosi, terapia e prevenzione
- Tumore al fegato: sopravvivenza, aspettative di vita, terminale, decorso
- Malattia di Wilson: dieta, sintomi, mortalità, aspettativa di vita, trapianto di fegato, anello di Kayser-Fleischer
- Conseguenze psicologiche del trapianto di volto e strategie terapeutiche
- Trapianto di faccia: quando serve, come si fa, quali sono i rischi?
- Firenze, ultracentenaria dona un organo a scopo di trapianto: è la prima volta al mondo
- Trapianto di cellule pancreatiche e pancreas artificiale per dire addio al diabete
- Primo trapianto di testa umana al mondo eseguito con successo
- Trapianto di faccia: i casi più famosi al mondo
- E’ italiano il primo trapianto di bacino al mondo: salva un diciottenne colpito da tumore alle ossa inoperabile
- Primo trapianto di cuore da donatore cadavere in Europa
- E’ italiano il primo trapianto di mano bionica al mondo
- Sfigurata dalla neurofibromatosi, dopo il trapianto di faccia ha un volto nuovo
- Morta a 49 anni la prima donna ad aver subito il trapianto di faccia
- La chirurgia regala un volto nuovo alla ragazza sfigurata usando la pelle del suo seno
Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine