Janet Frame: quando l’arte ti salva dalla lobotomia

MEDICINA ONLINE JANET FRAME DUNEDIN NUOVA ZELANDA PREMIO NOBEL LETTERATURA SCRITTRICE NEOZELANDESE UN ANGELO ALLA MIA TAVOLA JANE CAMPION.jpgLa vita di Janet Frame è una bellissima storia di rinascita, che in pochi conoscono, ma che merita di essere ricordata. Due volte è stata proposta per il premio Nobel, è la scrittrice neozelandese più nota insieme a Katherine Mansfield. In Italia non la stampiamo e non la leggiamo più, chi l’ha letta e amata continua ad amarla, ma le nuove generazioni non avranno questa grande occasione.

Janet Frame nasce a Dunedin in Nuova Zelanda il 28 agosto 1924 in una famiglia molto povera, il padre lavora nella ferrovia e spesso la famiglia sposta la propria residenza seguendo la costruzione della rete ferroviaria: tutte le case in cui vive sono piccole baracche desolate in mezzo al verde, baracche che la madre ogni volta rende un luogo di fantasia con accorgimenti poveri ma fiabeschi. Janet è la più piccola dopo un fratello epilettico e tre sorelle; le quattro sorelle dormono insieme in un unico letto.

Una persona introversa

Il primo oggetto che caratterizza la vita (e la successiva narrativa) della Frame è la “corda”, quella che le compagne di scuola girano per saltarci dentro durante l’intervallo. L’insicura Janet passa gli anni della scuola primaria sperando di non esser chiamata a saltare ma solo di poter tenere la corda e girarla affinché le altre ci saltino dentro. La corda è un oggetto che riverbera tutta l’infanzia della protagonista: povera, molto povera, piena di tic, diversa, sporca, spesso additata dalla maestra come “quella sporca”, con una unica gonna, eredità di famiglia, indossata per anni, grassottella, riccissima, rossa di capelli, col viso colmo di efelidi, con un fratello maggiore con frequenti crisi epilettiche a scuola. Janet è una ragazzina che vive in solitudine e che sogna di esser accolta dai suoi compagnucci: in fondo al suo animo lei sogna di girare quella corda ma nessuno mai la inviterà a farlo. Fino a quando una compagna di scuola si avvicina a lei e le presta un libro, e “libro” diventa la seconda cosa della realtà con un profondo significato. Sono le Favole dei Fratelli Grimm che aprono una nuova prospettiva di vita a Janet: quella della lettura, dell’esperienza attraverso la lettura, della fantasia ma soprattutto la strada per ritrovare la sua vita dentro la letteratura

La presunta schizofrenia

Riuscì a diplomarsi come insegnante ma successivamente non fu considerata “normale” e idonea all’insegnamento. Le venne fatta una diagnosi di schizofrenia e fu internata per otto anni in manicomio dove fu sottoposta a circa 200 (alcuni parlano addirittura di 400) trattamenti di elettro-shock. I medici dell’Istituto per Malattie Mentali nel quale fu rinchiusa volevano lobotomizzarla, cioè farle una operazione invasiva al cervello che consisteva nel recidere le connessioni della corteccia prefrontale dell’encefalo e nell’asportazione di parti di esso, col risultato di un cambiamento radicale della personalità del paziente. Per fortuna la lobotomia non venne effettuata e solo in seguito si scoprirà che la diagnosi di schizofrenia era totalmente sbagliata: Janet non era schizofrenica, era solo una persona molto sensibile ed introversa che le persone e gli eventi avevano reso triste e malinconica. Questa diagnosi sbagliata – tuttavia – segnò la sua vita in modo indelebile, anche dal punto di vista lavorativo, dal momento che nessuno voleva assumerla a causa di questo “marchio”.

Il successo dei suoi racconti

Janet riuscì a liberarsi da questa difficile situazione anche grazie alla pubblicazione di alcuni suoi libri, che ottennero velocemente un grande successo in tutto il mondo, che le portarono molti riconoscimenti dal mondo letterario. Janet divenne rapidamente famosa e la sua storia fonte di riflessione e di ispirazione per milioni di persone. Janet morì a Dunedin (la sua città natale) il 29 gennaio 2004, di leucemia, dopo essere stata candidata due volte al premio Nobel per la letteratura, l’ultima nel 2003. Il periodo negli istituti mentali è narrato dalla Frame nel libro Un angelo alla mia tavola, che la regista Jane Campion, anch’essa neozelandese, nel 1990 ha trasformato nell’omonimo – bellissimo film, che vi consiglio di vedere.

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