La regressione: quando l’anziano “torna bambino”

MEDICINA ONLINE ANDROPAUSA MENOPAUSA SPERMA SPERMATOZOI EREZIONE PENE SESSO LIBIDO INTEGRATORI LIBIDO TESTOSTERONE AMORE STERILITA VOGLIA FARE VIAGRA LEVITRA AFRODISIACI OLD COUPLE CALO ORMONI MATRIMONIO MOGLIE MARITOCol procedere degli anni, con l’abbandono dell’età della maturità e l’inizio della senescenza, la maggioranza degli individui entra nella “regressione“, cioè inizia a presentare comportamenti più consoni ad età precedenti. Non consideriamo qui i comportamenti miranti a prolungare artificiosamente l’età di massima efficienza (attività sportiva, dongiovannismo, cure estetiche… ) o, per lo meno, che sembrano tali nell’elaborazione del soggetto.

La dipendenza

I comportamenti regressivi sono più propriamente simili a quelli dell’età infantile ed improntati, come in tale epoca, a dimensioni di dipendenza. L’anziano, si dice anedotticamente, è goloso, vischioso nei rapporti, piagnucoloso, capriccioso, egoista, diffidente, occupato in pratica a risolvere al più presto i propri bisogni sensoriali immediati (Bumke, 1929). Ma l’anziano non è più sicuro delle sue facoltà fisiche e psichiche per cui nella costante ricerca di evitamento di situazioni minacciose e di soddisfazione dei bisogni ricorre con sempre maggiore frequenza all’aiuto di singole persone, restringe, cioè, il campo delle sue dipendenze. Si consideri la frenesia incontenibile dell’infante che scopre con il cammino di poter raggiungere autonomamente gli oggetti desiderati, e non concessi, per comprendere quanto angoscioso debba essere per l’anziano il verificare, o il prevedere che si stia per verificare, che il rapporto con gli oggetti. sempre più irraggiungibili, può continuare solo con l’intermediazione degli altri. Nel primo caso il bambino inizia un processo che porterà nel corso degli anni a circoscrivere la figura da cui dipende totalmente la sua esistenza (madre) ad un ambito definito (sentimento); nel secondo caso, l’anziano percorrerà più o meno lentamente la strada inversa ampliando la relazione con l’altra persona (moglie-marito) mantenuta in precedenza su un livello prevalentemente sentimentale ad un ambito di dipendenza materiale (mi nutre, mi
accudisce, mi veste, mi pulisce in pratica mi assolve tutti i miei bisogni). In un tale percorso a ritroso compaiono reazioni emotive in situazioni altrimenti
neutre (nel vestirmi normalmente non avverto emozioni ma se per fare tale azione necessito dell’aiuto di un altro – sia nel caso di necessità fisica che psicologica – allora l’azione ‘vestirsi’ si assimila alla relazione con l’altro e quindi si carica delle implicazioni emotive relative a quel rapporto).

Mantenere costante l’opinione di sé stessi

La senescenza è costellata, anche in condizioni ottimali, di verifiche sulla progressiva incapacità a compiere azioni in precedenza possibili (ad esempio difficoltà alla guida ‘sportiva’ dell’autovettura o nella guida notturna o per lunghi percorsi che lentamente evolve fino alla difficoltà anche alla guida in condizioni normali). La percezione di tale difficoltà può condurre ad una progressiva limitazione dell’attività nel tentativo di mantenere costante l’opinione di sé stessi come potenzialmente validi – evito cioè di andare incontro a fallimenti – o, nel tentativo di neutralizzare l’ansia emergente dalla nuova situazione, può portare ad affidare sé stesso agli altri. Si delinea cosi una differenziazione tra una senescenza felice ed equilibrata in cui la dipendenza dagli altri rientra nell’ambito dell’evoluzione naturale di se stessi e del rapporto interpersonale (così le limitazioni fisiche non svalutano le capacità dell’individuo se si sposta la “capacità” in altre aree come ‘esperienza’, ‘ragionamento’, ‘equilibrio’), ed una senescenza progressivamente patologica – non solo nella componente psichica – in cui la dipendenza dall’altro è la dimostrazione della propria incapacità e quindi non accettabile ma anche unica possibilità per mantenere il proprio sistema e quindi sempre più coinvolgente ed ineluttabile. Jasper (1965) così interviene “poiché lo sviluppo non può non realizzarsi, si manifesta come un tendere all’indietro, come un tornare indietro nell’infanzia, nei suoi sentimenti, negli atteggiamenti, nei contenuti, un tornare indietro nell’inconscio perduto”.

Chi non realizza il significato della propria età ne ottiene sofferenze

In una ottica psicoanalitica riveste importanza la regressione ai bisogni di dipendenza orale; dipendenza “accompagnata da continui atteggiamenti di pretesa, l’insistente ricerca di gratificazioni passive che non è possibile ottenere, l’incapacità di dominare le situazioni e le continue lagnanze, sono tutti fattori che impediscono di valutare gli avvenimenti e le possibili soluzioni” (Arieti 1985). Come giustamente fa notare Jaspers (1965) “l’uomo è consapevole della propria età e di ciò che è adatto ad essa (egli diventa infelice o malato se erra contro di essa). Chi non realizza il significato particolare della propria età ne sente solo le sofferenze”. La mancata accettazione della propria evoluzione (purtroppo diffusamente chiamata ‘involuzione’) comporta lo sviluppo di patologie che accentuano a loro volta gli aspetti negativi della senescenza – basti pensare agli effetti deleteri dell’inibizione dell’attività motoria su tutto l’organismo o all’utilizzo di malattie come l’ipertensione e l’artrosi per ottenere considerazione ed aiuto (Holroyd, 1984) – con un circuito retro attivo progressivamente devastante. In assenza di fattori esterni capaci di bloccare il circolo vizioso, l’anziano progredisce accentuando la propria dipendenza da un’altra persona fino alla riscoperta di meccanismi infantili. Da qui la focalizzazione su problemi fisiologici (oralità, analità), la spinta verso una sessualità aberrante (voyerismo, esibizionismo, pedofilia), l’utilizzo di tecniche di dipendenza (piagnucolare, lamentosità, autocommiserazione) e di comportamenti dipendenti (invidia, egocentrismo, cattiveria, ostilità). Nella situazione più grave, come la melanconia involutiva, il soggetto assume un atteggiamento esibizionista nei confronti della propria sofferenza; “sono pieni di commiserazione per se stessi, e la manifestano parlandone molto liberamente. Raramente però suscitano molta simpatia” ma “l’autodenigrazione senza ritegno, l’aria di dover chiedere continuamente scusa, la vischiosa richiesta di attenzione, sono avvertite, da chi li ascolta, come accuse e rimproveri” (Arieti, 1985).

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