Un nostro lettore ci ha inviato questo damanda: “Se la sala operatoria è sterile e i chirurghi e gli strumenti sono altrettanto sterili, perché allora un paziente sottoposto ad intervento operatorio esce dalla sala operatoria con una infezione?”
Cerco quindi di dare una risposta precisa e di facile lettura anche per i non addetti ai lavori. Cominciamo a chiarire un punto fondamentale: la sterilità della sala operatoria, dello strumentario chirurgico e dei chirurghi stessi, permette di prevenire le infezioni post-chirurgiche. Facile a dirsi, tuttavia, anche in condizioni tecnicamente ottimali, il rischio di infezioni del sito chirurgico (anche chiamate “SSI”, acronimo di Surgical Site Infections) non può essere completamente eliminato, neanche nella miglior sala operatoria del mondo. Le ragioni di questo fenomeno sono molteplici e coinvolgono sia fattori endogeni legati al paziente, sia elementi esogeni che sfuggono al controllo assoluto, nonostante gli standard igienico-sanitari elevati.
Il paziente stesso non è sterile
Il primo punto da considerare è che il paziente stesso non è sterile. La cute, anche se accuratamente detersa e sottoposta ad antisepsi con sostanze particolari applicate durante la preparazione del campo chirurgico, mantiene una flora batterica residente che può penetrare nei tessuti durante l’incisione. Inoltre, in alcune tipologie di intervento, come quelli addominali o toracici, i batteri endogeni presenti nel tratto intestinale o nelle mucose possono contaminare il campo operatorio. A questo si aggiungono condizioni e patologie preesistenti che aumentano il rischio infettivo, come il diabete, l’obesità, lo stato di immunosoppressione, l’anzianità, l’anemia, il fumo o la malnutrizione, tutte condizioni che riducono la risposta immunitaria e la capacità di guarigione dei tessuti.
Il chirurgo fa errori
Anche in un ambiente operatorio sterile, la contaminazione può avvenire nel corso dell’intervento stesso. Noi medici facciamo enormi sforzi per lavarci in modo ottimale prima dell’inizio dell’intervento, per indossare vestriario e guanti sterili, per evitare di toccare oggetti non sterili, ma purtroppo, anche il miglior chirurgo del mondo, non è infallibile. Piccoli ed apparentemente banali errori nella tecnica asettica, come il contatto accidentale di strumenti o guanti con superfici non sterili presenti in sala, possono introdurre agenti patogeni a livello del sito chirurgico. Un singolo piccolo capello che cade in prossimità del sito chirurgico, nonostante l’uso delle cuffie, può determinare una infezione.
Intervento di lunga durata
Un altro aspetto critico è rappresentato dalla durata dell’intervento: operazioni più lunghe comportano un’esposizione prolungata dei tessuti e una maggiore probabilità di contaminazione.
Traumi
La manipolazione chirurgica dei tessuti, soprattutto se traumatica, può generare aree di ischemia, ematomi o la presenza di corpi estranei, condizioni favorevoli per l’attecchimento batterico.
Aria
Nonostante la filtrazione dell’aria in sala operatoria mediante sistemi avanzati (come i filtri HEPA e il flusso laminare), una minima carica microbica può comunque persistere. Un semplice starnuto di un anestesista, del ferrista, dei chirurghi o di studenti di medicina presenti in sala, anche se si ha la mascherina, può contaminare l’aria. Anche il microbiota degli operatori sanitari – in particolare delle mani e del tratto respiratorio superiore – rappresenta una possibile fonte di contaminazione se le precauzioni igieniche non sono rigorosamente rispettate.
Strumentario
La strumentazione chirurgica, pur sottoposta a rigorosi protocolli di sterilizzazione, può talvolta veicolare microrganismi, specialmente in presenza di biofilm residui o microfessure difficili da decontaminare.
Profilassi antibiotica
Un ulteriore elemento di rischio è rappresentato dalla profilassi antibiotica, la cui efficacia dipende da diversi fattori. La somministrazione deve avvenire nel momento ottimale (entro un’ora dall’incisione), deve prevedere la molecola più adatta al tipo di intervento e deve avere una durata calibrata, evitando sia trattamenti troppo brevi che prolungamenti non giustificati.
Conseguenze
Nonostante tutti gli sforzi preventivi, le infezioni chirurgiche rimangono una complicanza relativamente frequente. I dati epidemiologici indicano che le SSI interessano dal 2 al 5% dei pazienti sottoposti a chirurgia in condizioni standard, con percentuali che possono salire fino al 20% in interventi ad alto rischio, come quelli del tratto intestinale. Esse rappresentano la prima causa di infezione nosocomiale nei reparti chirurgici. I patogeni più frequentemente implicati includono Staphylococcus aureus (anche nelle sue forme resistenti, come MRSA), streptococchi, enterococchi, enterobatteri come E. coli e Klebsiella, nonché anaerobi e Pseudomonas aeruginosa nei pazienti immunocompromessi.
Prevenzione
La prevenzione delle infezioni chirurgiche richiede un approccio integrato e multifattoriale. Oltre alla profilassi antibiotica e alla corretta preparazione del campo operatorio, è fondamentale ridurre al minimo il trauma tissutale, ottimizzare i tempi chirurgici e correggere, per quanto possibile, le comorbidità preoperatorie. L’impiego di sale operatorie a flusso laminare, la sterilizzazione rigorosa della strumentazione e il rispetto assoluto delle misure di asepsi da parte del team operatorio sono altrettanto cruciali. Migliorare tutto questo significa aumentare le possibilità di sopravvivenza dei pazienti sottoposti ad interventi chirurgici, soprattutto se maggiori ed invasivi.
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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine