Superare le intolleranze alimentari con la dieta di eliminazione? Meglio lo schema di rotazione dei cibi

MEDICINA ONLINE MANGIARE DOLCI VERDURA FAMIGLIA MAMMA FIGLI BAMBINI DIETA FIBRA GRASSI ZUCCHERI PROTEINE GONFIORE ADDOMINALE MANGIARE CIBO PRANZO DIMAGRIRE PANCIA PESO INTESTINO DIGESTIONE STOMACO CALORIE METABOLISMOChi è pratico di visite dal dietologo ci sarà probabilmente passato: fatti i test adeguati, si scopre di essere intolleranti ad uno o più cibi. Una volta scoperta tale intolleranza può capitare che molti colleghi della vecchia guardia diano al paziente la “dieta di eliminazione“, cioè una dieta che escluda l’alimento, o gli alimenti, a cui il paziente è intollerante. La reazione del soggetto è di solito un misto di felicità e di tristezza: al sollievo per aver individuato la vera causa o concausa di un malessere si sovrapponga il timore di non riuscire a “reggere” l’eliminazione di tali alimenti dalla quotidianità.

Questa preoccupazione è del tutto fuori luogo. Una dieta di eliminazione non solo è un sacrificio inutile, che fa vivere da malati, minando il rapporto con il cibo, il piacere di nutrirsi e anche la socialità. E’ una strategia che può rivelarsi persino controproducente, quando non addirittura dannosa. Anche la dietologia si evolve e le ricerche più moderne vanno in direzione completamente nuova rispetto al passato, svelandici una nuova verità: anziché seguire una dieta di eliminazione, si deve optare, da subito, per l’assunzione ragionata e personalizzata degli alimenti e sul recupero della tolleranza immunologica.  Non è escludendo i cibi verso cui ci si scopre ipersensibili che si vincono le intolleranze alimentari e si contrastano efficacemente i problemi – dal mal di testa alla pancia gonfia, dalle cistiti ricorrenti alle manifestazioni di tipo dermatologico, dal sovrappeso alle infezioni respiratorie frequenti – che spesso sono collegati a ciò che mangiamo

Un’intolleranza alimentare è innanzitutto legata al sovraccarico di alimenti assunti ripetutamente e troppo a lungo. Ma è anche, per molte e diversificate ragioni (tra cui la stessa monotonia alimentare), la perdita del controllo attivo da parte dell’organismo nei confronti del cibo, la rottura di un delicato equilibrio che ciascuno di noi ha conquistato faticosamente nell’infanzia, dovendo adeguarsi, per sopravvivere, a un’alimentazione infinitamente più ricca rispetto al solo latte materno.

Il principio guida cui guardare nella gestione delle intolleranze alimentari è che se l’esperienza di adattamento è riuscita una volta può sicuramente ripetersi. E con successo. Come? Ripercorrendo il modello dello svezzamento, grazie al quale abbiamo imparato fin da piccoli a tollerare il cibo e a nutrici in modo via via più vario.

Per superare le intolleranze alimentari è imperativo non escludere i cibi che disturbano (scelta che può avere un senso solo nell’intolleranza al glutine e in quella al lattosio, due intolleranze diagnosticabili tra l’altro solo con analisi mediche specifiche), bensì integrarli per gradi, all’interno di un piano di rotazione alimentare infrasettimanale opportunamente studiato e individualizzato. Il rischio, in caso contrario, è di incorrere in reazioni anche gravi, fino allo shock anafilattico, qualora, dopo periodi più o meno lunghi di astensione, deliberatamente o fortuitamente capitasse di assumerli: a tale proposito, si vedano innanzitutto Pascual et alii A possible consequence of long-term elimination diet in IgE mediated subclinical food hypersensitivity, Allerg Immunol (Paris), 1988 Feb;20(2):55-6 e Larramendi et alii Possible consequences of elimination diets in asymptomatic immediate hypersensitivity to fish, Allergy, 1992 Oct;47(5):490-4. Questo aspetto dovrebbe essere ben noto da almeno vent’anni a chiunque si occupi di intolleranze alimentari e di test per evidenziarle. Ma così invece non è e le diete di eliminazione sono ancora la soluzione proposta più frequentemente a chi scopre di avere un’ipersensibilità verso alcuni cibi.

L’obiettivo di un approccio che non elimini gli alimenti positivi al test ma ne consenta l’assunzione in momenti predeterminati, evitando il loro consumo sistematico, è duplice: ridurre la reattività a certi alimenti e, contemporaneamente, fare in modo che l’organismo non ne perda la memoria immunologica, tanto faticosamente acquista durante lo svezzamento.

Lo schema di rotazione dei cibi in generale

Al posto della dieta di eliminazione, come abbiamo visto, è preferibile un piano personalizzato di rotazione degli alimenti, che preveda, fin da subito, la progressiva reintroduzione delle sostanze risultate positive al test, alternando, nella settimana, momenti di astensione totale dal consumo dei cibi “critici” (le cosiddette “giornate di pulizia”) e pasti liberi, ovvero con assunzione (controllata) anche di questi ultimi.

Per quanto ogni individuo sia un caso a sé e quindi il programma di gestione delle intolleranze debba necessariamente essere calibrato sulla specifica situazione, uno schema di rotazione infrasettimanale dei cibi di carattere generale potrebbe essere il seguente:
Lunedì: “pulizia” totale per gli alimenti positivi al test
Martedì: “pulizia” totale
Mercoledì: “pulizia” totale a colazione e a pranzo, ma cena libera, ovvero con la possibilità di consumare gli alimenti verso cui il test ha evidenziato un’ipersensibilità
Giovedì: “pulizia” totale
Venerdì: “pulizia” totale
Sabato: “pulizia” totale
Domenica: “pulizia” totale a colazione, ma pranzo e cena liberi.

Liberare innanzitutto almeno qualche pasto del weekend riveste un’importanza particolare, perché facilita la condivisione di riti sociali che fanno parte della vita di ciascuno di noi, evitando così la perdita del piacere della tavola e della convivialità quando la famiglia si riunisce o in occasione delle uscite con gli amici.

La ragionata alternanza di pasti liberi, che nel tempo sono destinati a diventare sempre di più, e momenti di “disintossicazione” consente al corpo di recuperare la tolleranza alimentare, ripristinando la giusta reazione allo stimolo immunologico rappresentato dal cibo e ricreando così “amicizia” con le sostanze prima percepite come nocive. Nel frattempo, scemano i sintomi e i fastidi causati o aggravati dall’intolleranza alimentare, non più sostenuti dall’infiammazione indotta dal cibo.

Dopo un paio di mesi, se l’esecuzione di un test di controllo conferma anche strumentalmente il miglioramento percepito dal soggetto, il numero dei pasti liberi viene via via ampliato, fino alla totale libertà alimentare.

Una libertà che è auspicabile che venga esercitata con buon senso: adottare un’alimentazione il più possibile varia è il modo migliore per ridurre il rischio sia di sviluppare nuove intolleranze che di ricadere in quelle del passato. E per disfarsi definitivamente della paura del cibo.

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