Il quoziente intellettivo? Un mito da sfatare

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Avete provato, magari per semplice curiosità, a sottoporvi ai test per misurare il quoziente intellettivo e il risultato è stato deludente? Non vi demoralizzate, il QI è una “leggenda” che sarebbe ora di sfatare. Parola di Adrian Owen del canadese Western’s Brain and Mind Institute, che in uno studio pubblicato sulla rivista Neuron (dall’assai suggestivo titolo “Fractionating human intelligence”) ha “fatto a pezzi” il mito del QI attraverso la più ampia indagine mai svolta sull’argomento.

STUDIO ENORME  

Owen ha infatti coinvolto oltre 100mila persone da tutto il mondo, che hanno preso parte allo studio partecipando attraverso il web; tutti hanno eseguito 12 test cognitivi per indagare memoria, ragionamento, capacità di pianificazione e attenzione, associati a un questionario che indagava abitudini, stile di vita e situazione socioeconomica e familiare. «Siamo rimasti davvero colpiti dal grado di partecipazione: pensavamo che all’appello online avrebbero risposto poche centinaia di persone, invece in migliaia hanno aderito, di ogni età e matrice culturale, da ogni parte del mondo», riferisce Owen, sottolineando che questo naturalmente dà “forza” ai risultati ottenuti. Che sono, in effetti, abbastanza eclatanti: «Nessuna componente da sola, tantomeno l’IQ, può spiegare tutte le capacità e l'”intelligenza” di un soggetto – spiega il ricercatore -. Dopo aver esplorato una tale mole di abilità cognitive, possiamo dire che le variazioni nelle performance sono imputabili a tre distinte componenti, ovvero la memoria a breve termine, il ragionamento e la capacità di verbalizzazione. Misurare l’intelligenza con un singolo test, qualunque esso sia, può dare perciò risultati fuorvianti».

INFLUENZA SUL CERVELLO 

Il ricercatore ha anche sottoposto alcuni soggetti a risonanza magnetica funzionale, osservando che le differenze nelle abilità cognitive hanno “sede” in distinti circuiti cerebrali. Inoltre, avendo a disposizione dati così numerosi, è stato possibile valutare quanto alcuni elementi come l’età e il sesso o abitudini come il gioco al computer possano influenzare le funzioni cerebrali: l’avanzata degli anni ad esempio incide sul ragionamento e la memoria, il fumo impatta negativamente sulla capacità di verbalizzazione e la memoria a breve termine, l’ansia mina “solo” la memoria a breve termine. «Il cosiddetto “Brain training” sembra invece non avere alcun effetto sulla funzionalità del cervello, mentre i videogiochi parrebbero favorire il ragionamento e la memoria a breve termine», specifica Owen, che sta continuando lo studio con nuove versioni dei test. Si può partecipare andando sul sito http://www.cambridgebrainscience.com/theIQchallenge; basta registrarsi per far parte del nuovo studio, le cui finalità però non sono state rese note dagli autori per evitare che i risultati dei test possano essere falsati dalle aspettative dei partecipanti.

MATEMATICA 

E mentre Owen continua le sue ricerche, un altro studio conferma che l’IQ è stato forse sopravvalutato: uno psicologo dell’università di Monaco, Kou Murayama, ha appena dimostrato che essere bravi in matematica non dipende dall’IQ, ma da quanto si è motivati a imparare numeri e operazioni. Murayama ha studiato oltre 3.500 bambini delle elementari, scoprendo che l’intelligenza conta nei traguardi matematici che si raggiungono ma solo all’inizio, quando si apprendono le prime competenze nella materia; più avanti quel che serve per avere buoni voti è soprattutto una buona motivazione, associata magari all’autostima e a capacità di studio che devono essere favorite dagli insegnanti. «Motivare i bambini e interessarli alla materia è uno dei modi migliori per farli progredire nello studio. Vale per la matematica ma, probabilmente, anche per le altre materie», dice il ricercatore. Salvo ulteriori smentite, quindi, chi non è iscritto al Mensa (il “club dei cervelloni” che fanno parte del 2 per cento della popolazione con quoziente intellettivo più alto) può tirare un sospiro di sollievo: il QI conta, ma (forse) non troppo.

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