Almaz Ayana riscrive la storia dell’atletica: oro e record nei 10.000 metri

MEDICINA ONLINE Almaz Ayana riscrive la storia oro e record nei 10.000 OLIMPIADI GAMES ATLETICA RECORD MONDIALE CORSARIO DE JANEIRO –  Il primo acuto di questi Giochi. Assoluto. Stupefacente. L’atletica si presenta con un colpo da maestra, di quelli che addirittura dispiace arrivino così presto, di mattina, in uno stadio mezzo vuoto. E oltretutto quel po’ gente che c’era non dava l’impressione di apprezzare adeguatamente lo spettacolo, come se i presenti, chiassosi ma distratti, non si rendessero conto di ciò che stava accadendo sotto i propri occhi, di cosa stava maturando un giro dopo l’altro, del fatto che una ragazza etiope di 24 anni stava cucendo la storia su questa pista, colpa anche dell’altoparlante che continuava a invitare a prestare attenzione all’eptathlon (non ce ne vogliano Ennis e compagne). I 10 mila femminili non erano una priorità dell’organizzazione. Non lo erano al momento della programmazione dell’orario e non lo sono stati in corso d’opera. Ma Almaz Ayana li ha smentiti correndo un 10 mila “maschile” da sentirsi male, offrendo una bellezza inusitata per modi, tempi, calma, intensità, calcolo e slancio. Un rosario di ingredienti che avrebbe dovuto consigliare i presenti a immaginarsi dei privilegiati, a considerarsi fortunati per aver comprato il biglietto della prima mattina di gare sulla pista dello Stadio Olimpico Engenhao, forse quello che in partenza costava meno.

Almaz Ayana ha vinto la medaglia d’oro nei 10 mila. E questo non sarebbe niente. Ha sbriciolato il record del mondo di Wang Junxia, lo ha messo in un armadio, ha chiuso l’anta e ha buttato la chiave nel “lagoa” più vicino. La Ayana ha abbassato il primato di 14 secondi correndo in 29’17″46. Il primato della cinese era di 29’31″78 e risaliva a 23 anni fa, era il 1993, luogo del “misfatto” Pechino, erano le stagioni in cui le ragazze di Pechino (poi si è scoperto come) invadevano il mezzofondo con i loro risultati in sequenza, che più in sequenza erano e più lasciavano tracce sospette e interrogativi senza risposta. Tanto è vero che in poche ore, quelle ragazze fenomeno sono sparite una dopo l’altra, evitando che qualcuno chiedesse loro conto di un’analisi chimica, una qualunque. E a chi dubita pure di lei, la Ayana risponde: “Il mio doping è Gesù”.

Quando scorre via come se fosse la pista a muoversi e non lei, Almaz, allenata da suo marito Soresa Fida, anche lui mezzofondista, lascia tracce d’emozione ovunque. Che bella quest’atletica che ci prende in giro. Che ci fa credere che l’Ayana non fatichi, che i gesti più belli e più tremendi siano alla portata di tutti. Un ritmo esemplare e al tempo stesso sconcertante e insostenibile, senza una smorfia, né un segno d’affaticamento, né un cedimento dei piedi. 24 anni, occhi affossati in un mistero lontano, una magrezza che nasconde chissà quanti anni di salite, ma non salite per allenarsi, piuttosto per sopravvivere nella sua povera Etiopia, dove correre da ragazzi voleva spesso dire rincorrere mucche al pascolo.

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Questi 10 mila femminili olimpici resteranno nella memoria come gli 800 di Rudisha a Londra. La Ayana ha corso la seconda parte di gara più veloce della prima, (14’46″81 ai 5 mila), producendo un’accelerazione impressionante al sesto chilometro, poi ancora, poi ancora, dietro il vuoto, l’unica a resistere la kenyana Cheruiyot, dietro di lei l’altra kenyana Nawowuna, androgina, kenyana anomala che aveva fatto l’andatura per cinque chilometri, e la ritrovata Tirunesh Dibaba. Difficile capire cosa stesse accadendo con le altre, sparse fra curve e rettilinee e tutto più o meno attardate di uno o due giri. Braccia un po’ bloccate, come è suo costume e postura, appena appena seduta, ma con un ritmo disumano, la Ayana aveva nel cuore un solo pulsare, il battito dell’immortalità ed è giusto che a premiarla sia stato il presidente della Iaaf Sebastian Coe, il capo della federazione che mai come in questo momento di difficoltà ha bisogno di luce, di campioni come la Ayana, di gente che con la sua perfetta diversità (perche quella che ha fatto l’Ayana è di un altro mondo) aiuti a strappare, a tirar giù i tetri sipari del dubbio, delle pratiche illegali, della tristezza di tutto ciò di cui si parla quando non si parla di sport praticato, ossia di tutti gli elementi di disturbo, che allontanano il piacere di competere e di ammirare i campioni quando lo fanno.

Lo sport ha bisogno di gare come questa e di atleti che nel momento di massima esposizione diano il meglio facendo voltare pagina a chi gestisce gli almanacchi. Non c’è mai stato nell’ancora breve storia dei 10 mila femminili (introdotti ai Giochi nel 1988 a Seul) un podio in cui prima (Ayana), seconda (Cheruiyot) e terza (Dibaba) siano scese tutte e tre sotto i 30′, due della quali furono oro (Dibaba) e bronzo (Cheruiyiot) a Londra quattro anni fa. Quindi, in uno scarso ricambio generazionale, l’anomalia celeste è Almaz Ayana, il motore della poesia ritmata del mezzofondo, è lei, che il pubblico del Golden Gala ha imparato a conoscere due mesi fa quando sfiorò il record del mondo dei 5 mila fra l’entusiasmo di ben altra platea, ad aver trascinato le altre, non giovanissime, ai loro personali in una mattina piovosa e umida (ma il clima era ideale per gli sforzi aerobici) che ricorderanno per tutta la vita. Come noi.

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