Leonarda Cianciulli: la saponificatrice di Correggio ed i suoi omicidi misteriosi

MEDICINA ONLINE LEONARDA CIANCIULLI SERIAL KILLER ITALIA SAPONIFICATRICE CORREGGIO EMILIA VITTIME ASSASSINA.jpgLeonarda Cianciulli, con i suoi tre omicidi che le hanno fruttato il soprannome di “Saponificatrice di Correggio”, è stata per anni oggetto di studi di criminologi e psichiatri, protagonista di film, di canzoni e di molti libri che hanno cercato di ricostruire la vera di quella che è considerata una delle più terribili serial killer della storia. Tra il 1939 e il 1940, uccise e fece a pezzi per poi sciogliere nella soda caustica i corpi di Ermelinda Faustina Setti, Clementina Soavi e Virginia Cacioppo, tre donne che avevano avuto la sfortuna di frequentare la sua casa. La Cianciulli, raccontano le cronache di allora, è una donna socievole che aveva avuto una vita difficile: l’infanzia povera in un paese dell’Irpinia, qualche piccola truffa per sopravvivere, tre aborti, dieci figli morti in fasce e una madre che aveva osteggiato il suo matrimonio ed in punto di morte aveva maledetto lei e tutta la sua prole. Quasi tutto quello che si sa sulla Cianciulli è però estratto dal suo memoriale, intitolato “Confessioni di un’anima amareggiata”, sulla cui autenticità sono stati sollevati numerosi dubbi. Molti sostengono che sia in realtà opera degli avvocati che la difesero al processo e puntavano ad alleggerire la posizione dell’imputata, la quale aveva studiato solo fino alla terza elementare e dunque difficilmente poteva essere in grado di scrivere un memoriale di oltre settecento pagine.

Sacrifici umani per placare la madre
Leonarda Cianciulli nasce a Montella, nella provincia campana di Avellino, il 14 aprile 1894. Ultima di sei figli, da bambina Leonarda soffrì d’epilessia, risulta però tutt’altro che veritiera la storia di un’infanzia infelice, sebbene lei stessa racconti.

Cercai due volte di impiccarmi; una volta arrivarono in tempo a salvarmi e l’altra si spezzò la fune. La mamma mi fece capire che le dispiaceva di rivedermi viva. Una volta ingoiai due stecche del suo busto, sempre con l’intenzione di morire e mangiai dei cocci di vetro: non accadde nulla.

Il 23 luglio del 1930 un violento terremoto colpisce l’Irpinia e Leonarda Cianciulli si trasferisce con il marito Raffaele Pansardi a Correggio, in provincia di Reggio Emilia, al terzo piano di una casa in corso Cavour 11. Leonarda, chiamata anche Nardina dagli amici, conquista un discreto benessere e una certa fama commerciando in abiti e mobili usati, leggendo le carte e preparando amuleti e pozioni, abile pasticciera intrattiene molte donne del paese che frequentano numerose la sua casa. A far scattare la follia omicida è, come scrive lei stessa nel suo lungo memoriale, “Confessioni di un’anima amareggiata”, uno spaventoso incubo, la defunta madre Emilia le appare in sogno minacciosa e terribile, per Leonarda Cianciulli è un segnale evidente: uno dei suoi figli sta per perdere la vita. Nella sua mente malata si fa strada un’unica soluzione possibile: compiere sacrifici umani per placare il demone della madre.

Ti mariterai, avrai figliolanza, ma tutti moriranno i figli tuoi

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La prima vittima
Le indagini appureranno che la prima donna a sparire da Correggio è Ermelinda Faustina Setti, attempata zitella che aveva avuto una figlia illegittima in gioventù morta prematuramente, si occupava del commercio di vestiti usati, come la Cianciulli, e nonostante l’età ancora sperava di incontrare l’amore. Nel dicembre del 1939 Faustina Setti, confida ai più intimi che è prossima a sposarsi e a raggiungere il suo promesso sposo, vende la sua casa e affida tutti i suoi beni a Leonarda Cianciulli, prima di partire passa a salutare l’amica Leonarda ma dalla sua casa non uscirà viva. Scriverà la Cianciulli nel suo memoriale: «gettai i pezzi nella pentola, aggiunsi sette chilogrammi di soda caustica, che avevo comprato per fare il sapone, e rimescolai il tutto finché il corpo sezionato si sciolse in una poltiglia scura e vischiosa con la quale riempii alcuni secchi e che vuotai in un vicino pozzo nero. Quanto al sangue del catino, aspettai che si coagulasse, lo feci seccare al forno lo macinai e lo mescolai con farina, zucchero, cioccolato, latte e uova, oltre a un poco di margarina, impastando il tutto. Feci una grande quantità di pasticcini croccanti e li servii alle signore che venivano in visita, ma ne mangiammo anche Giuseppe e io».

I delitti continuano
La seconda vittima è Clementina Soavi, un’insegnante che aveva confidato alle amiche di essere stata chiamata a dirigere un collegio fiorentino e che un vescovo era in viaggio per portarla con lui a Firenze. Dopo pochi giorni dalla presunta partenza, Leonarda Cianciulli mette in vendita vestiti e mobili dell’istitutrice, dicendo a tutti che è stata incaricata dalla stessa Clementina. Nella cittadina si facevano sempre più insistenti le voci sulla sparizione delle due donne ma visto che sia la Setti che la Soavi non avevano parenti, nessuno si era preso la briga di fare una segnalazione alle autorità. A far partire le indagini saranno le insistenze di Albertina Fanti, cognata di Virginia Cacioppo (la terza vittima), una cantante lirica di discreto successo che ormai era stata dimenticata. Virginia Cacioppo, aveva lasciato detto che si trasferiva a Firenze dove le avevano offerto un lavoro come segretaria in un teatro e, anche lei, aveva affidato alla Cianciulli la vendita di tutti i suoi beni. Albertina Fanti non ricevendo più nessuna notizia dalla cognata, sospetta che sia scomparsa e si rivolge senza risultato ai carabinieri di Correggio. Certa delle sue preoccupazioni decide di indagare da sola e scopre che anche altre due donne sono sparite dalla cittadina emiliana, due donne anche loro sole, avanti con l’età, di cui nessuno, né amici, né conoscenti, aveva più ricevuto notizie dopo la partenza.

Finì nel pentolone, come le altre due; ma la sua carne era grassa e bianca: quando fu disciolta vi aggiunsi un flacone di colonia e, dopo una lunga bollitura, ne vennero fuori delle saponette cremose

La svolta dei buoni del tesoro
Il commissario Serrao della Questura di Reggio Emilia, su pressione di Albertina Fanti sempre più convinta della scomparsa delle tre donne, si prende a cuore il caso e inizia una serie di indagini accurate sulle abitudini delle donne apparentemente partite per altre città. La svolta arriva nel 1941, quando in una banca di Reggio Emilia, Don Adelmo Frattini chiede di cambiare alcuni buoni del tesoro tra cui uno appartenente alla scomparsa vedova Cacioppo. Il commissario Serrao sottopone il parroco a interrogatori serrati, Don Adelmo Frattini si difende coinvolgendo Abelardo Spinabelli che dichiara di avere ricevuto il buono del tesoro da Leonarda Cianciulli: la donna viene immediatamente interrogata e arrestata. Nella sua casa di via Cavour si scopriranno una dentiera e delle ossa umane. Vengono arrestati anche lo Spinabelli ed il parroco, che nascondeva i pochi gioielli della Setti, della Soavi e della Cacioppo, in una scatola nascosta nella cassetta delle elemosine della sua chiesa.

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La richiesta di un cadavere
La Cianciulli, a istruttoria quasi terminata, si addossa tutta la responsabilità e scagiona Don Adelmo Frattini e Abelardo Spinabelli: lei sola aveva ucciso, squartato e saponificato le vittime, ma gli inquirenti non le credono, e accusano il figlio di complicità. Rinchiusa in carcere in attesa del processo, scrive le sue memorie in cui racconta minuziosamente i delitti, di come aveva sezionato i corpi, la bollitura nella cucina di casa per fare sparire ogni traccia, e ripete che la sua unica intenzione era di fare sacrifici umani propiziatori per salvare i figli dalla maledizione della madre. Con la fine della guerra, il caso della Saponificatrice di Correggio occupa le prime pagine dei giornali nazionali e internazionali, il fatto è clamoroso e il 12 giugno 1946, in un clima di grande attesa, molte persone affollano l’aula della Corte d’Assise di Reggio Emilia per il processo dell’anno. La donna, con un colpo di teatro, si addossa tutta la responsabilità degli omicidi e chiede l’allontanamento del figlio Giuseppe dalla gabbia degli imputati. Ai dubbi dei magistrati che non abbia potuto sezionare i cadaveri da sola, lei ne chiede uno per poter dimostrare che in pochi minuti è perfettamente in grado di sezionare un corpo. Il cadavere non glielo daranno ma lei, determinata a salvare il figlio, dimostra al presidente del tribunale che può smembrare un corpo in poco tempo con grande perizia. L’accusa insiste con l’omicidio a scopo di rapina ma si oppone la difesa che chiede l’infermità mentale. La Cianciulli per tutti gli interrogatori non smetterà mai di affermare che lei non ha ucciso per interesse ma per allontanare l’incubo della morte dai suoi figli.

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La condanna, il carcere e la morte
Il dibattimento del caso Cianciulli dura una decina di udienze e si conclude il 20 luglio 1946. L’accusa chiede l’ergastolo per Leonarda Cianciulli e 24 anni per Giuseppe Pansardi, la difesa sostiene l’infermità per la donna e la mancanza di prove per il figlio, la corte si riunisce e in due ore emette il verdetto: 30 anni per la saponificatrice con il beneficio della semi-infermità mentale, e assoluzione per Giuseppe Pansardi, per insufficienza di prove. Sentenza confermata poi in Cassazione. Leonarda Cianciulli passerà il resto della la sua vita nei manicomi criminali di Aversa, Perugia e Pozzuoli, dove farà sempre di tutto per rimanere. « Qui », confesserà più volte, «l’aria è buona. Le mie condizioni fisiche sono ottime e poi dalla finestrella della mia cella vedo il mare ». Continuerà a cucinare dolci prelibati che nessuno assaggerà, a leggere le carte e a predire il futuro alle detenute come aveva fatto nella sua casa di Correggio e a scrivere lunghe lettere agli amatissimi figli. A 76 anni, il 15 ottobre del 1970, Leonarda Cianciulli muore per un’emorragia cerebrale ed il suo cadavere viene sepolto in una fossa comune del cimitero di Pozzuoli. Molti anni dopo il figlio Giuseppe dichiarerà in un’intervista: «La prova che mia madre si sia macchiata di quei crimini orrendi, in fondo, non c’è mai stata. Perché mai è stato trovato un cadavere. Con questo non voglio dire che mia madre fosse innocente, ma per affermare il contrario è valsa la confessione di una pazza, come unica vera prova.

Riguardo ad aver ucciso delle innocenti per impedire che sui propri figli si scagliasse la sfortuna, ai medici che l’avevano in cura ripeteva convinta:

Se i miei figli sono vivi, lo devono a me: sono io che li ho salvati

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