Cosa si prova a morire annegati, dissanguati, decapitati… Morti diverse, sensazioni diverse

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La domanda che tutti si pongono prima o poi è: cosa si prova quando sopraggiunge la morte? Ma siccome a me piacciono le sfide, ho pensato di rendere ancora più complessa e lugubre la domanda: cosa si prova a morire in un determinato modo piuttosto che in un altro?

Cervello senza carburante
I modi di morire possono essere moltissimi, tuttavia la causa ultima di morte – che accomuna quasi tutti i tipi di decesso – è quasi sempre la mancanza di ossigeno al cervello, ad esempio per annegamento, soffocamento o per attacco cardiaco. Quando i neuroni non ricevono più ossigeno per alimentare i processi cerebrali viene meno l’attività elettrica del cervello, che corrisponde attualmente alla definizione di morte biologica. I neuroni hanno bisogno di un flusso continuo di ossigeno, in mancanza di quest’ultimo le cellule celebrali funzionano male o smettono di funzionare in tempi rapidissimi: dal momento in cui il sangue cessa di fluire al cervello restano all’incirca 10 secondi prima della perdita di coscienza, da questo momento in poi possono passare alcuni minuti prima di arrivare al decesso, minuti scanditi da sensazioni diverse a seconda della causa che ha innescato l’evento.

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Cosa si prova a morire dissanguati?
La velocità con cui sopraggiunge la morte per sanguinamento è strettamente dipendente dalla ferita: un grave danno all’aorta comporta un decesso nel giro di pochi secondi, mentre tagli ad arterie più periferiche o piccoli vasi venosi possono richiedere anche alcune ore prima di compromettere definitivamente le possibilità di sopravvivenza. L’esperienza vissuta dal ferito, prende in questi casi il nome di shock emorragico. Mediamente la quantità di sangue in circolo in un adulto sano si aggira attorno ai 5 litri: perdite fino a 750 ml comportano sintomi di lieve entità (una donazione di sangue corrisponde a circa 500 ml di sangue), mentre perdite pari ad 1.5 litri causano debolezza, sete, ansia ed un aumento della frequenza respiratoria. Quando la quantità persa si avvicina e supera i 2 litri si avvertono vertigini, confusione e può sopraggiungere la perdita di coscienza.
I sopravvissuti ad esperienze di shock emorragico ricordano in alcuni casi sensazioni di terrore ed in altri relativa calma mista a serenità, questo sembra dipendere dalla situazione in cui è avvenuto l’incidente e dal tipo di ferita: un taglio netto e profondo all’arteria femorale avvenuta per un infortunio domestico è certamente meno dolorosa e traumatica rispetto alle ferite e fratture multiple riportate in un grave incidente stradale.

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Cosa si prova a morire annegati?
La morte per annegamento non è né piacevole né indolore, benché possa essere sorprendentemente rapida: la capacità di saper nuotare e ancor di più la temperatura dell’acqua possono influire pesantemente sui tempi in cui l’azione  trova compimento. La prima sensazione percepita dal soggetto è il panico che lo pervade nel momento in cui si prende coscienza che la situazione avrà esito mortale; s’inizia ad annaspare per inspirare quanta più aria possibile in superficie per poi trattenerla a lungo quando la testa scende al di sotto del livello dell’acqua. La respirazione diventa sempre più difficile e drammatica e le forze, totalmente votate alla ricerca dell’aria, non consentono di chiamare aiuto: alcuni studi suggeriscono che questa fase duri mediamente tra i 20 ed i 60 secondi.
Quando le energie vengono meno la testa scende definitivamente al di sotto del pelo dell’acqua e ci si sforza di trattenere il fiato più a lungo possibile, di norma fra i 30 ed i 90 secondi a seconda dell’età, del grado di allenamento. A questo punto s’inizia ad ingoiare acqua, tossire, sputare ed ingoiare più acqua ancora: il liquido che a questo punto comincia a raggiungere i polmoni impedisce il normale scambio di gas che rende possibile l’assorbimento dell’ossigeno e, più o meno contemporaneamente, sopraggiunge il laringospasmo.
Si prova quindi una sensazione di lacrimazione accompagnata da forte bruciore al petto: solo a questo punto il panico lascia spazio ad una paradossale sensazione di calma e tranquillità fino ad una perdita di conoscenza per mancanza di ossigeno,  che precede arresto cardiaco e successivamente morte cerebrale.

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Cosa si prova a morire di sete?
L’acqua rappresenta circa dal 55 al 70% del peso del corpo a seconda dell’età e del rapporto tra massa magra, e massa grassa. L’acqua è necessaria alla vita, deve essere assunta in quantità di circa 1,5/2 litri al giorno a seconda del soggetto e contribuisce in maniera importante al volume di sangue circolante (volemia). Quando il volume sanguigno circolante diminuisce da un livello normale di circa 5 litri, a un livello inferiore ai 3,5 litri si assiste alla progressiva perdita di coscienza e successivamente alla morte, in modo simile a quanto descritto per la morte da dissanguamento. Quanto può resistere una persona senza bere acqua? Un individuo di corporatura media, ben idratato, privato di acqua, può resistere dai tre ai sette giorni prima di morire, tuttavia questo dato è molto variabile in base alle condizioni climatiche esistenti ed all’età e stato di salute del soggetto. Gli anziani hanno idratazione minore dei giovani ed è per questo che spesso in estate si verificano dei decessi per disidratazione in questa fascia di popolazione a rischio.
Durante la privazione dall’acqua, la pelle e le mucose appaiono sempre più asciutte, la sensazione di sete aumenta sempre più giorno dopo giorno.
L’ipotensione (pressione arteriosa bassa causata dal diminuito volume di sangue) determina affaticamento, sonnolenza, torpore. Il battito cardiaco aumenta nel tentativo – infruttuoso – di compensare il calo di pressione arteriosa. Si ha un aumento della concentrazione degli elettroliti con urine a colorazione più carica e a maggior densità. La fiacchezza rende giorno dopo giorno più difficile eseguire anche i movimenti più semplici. Si avvertono vertigini, sopraggiunge ansia. Appaiono deficit cognitivi di apprendimento e memoria; il soggetto è incapace di capire quello che succede attorno a lui. Seguono perdita di coscienza e morte.

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Cosa si prova a morire di freddo?
L’assideramento è mortale perché il metabolismo viene rallentato fino al blocco dell’attività del cervello e del cuore.
Il blocco delle funzioni vitali comincia a livello delle cellule. Queste, se la temperatura scende eccessivamente, non riescono a produrre l’energia necessaria a mantenere inalterati i potenziali elettrici a livello della membrana. Questo compromette l’attività elettrica delle fibre nervose del cuore (quelle che stimolano la contrazione) e del cervello. Si ha una perdita di coscienza e arresto cardiocircolatorio. Anche i polmoni si fermano, perché cessa l’attività del centro cerebrale del respiro, il quale stimola i muscoli che attivano la respirazione. Quando la temperatura del corpo passa dai 36 ai 35/32 grandi, la persona sente solo brividi e sensazione di freddo, ha difficoltà motoria, la sua pelle è fredda e secca. Tra i 32 ed i 28 gradi cessano i brividi e si entra in uno stato soporoso, la frequenza cardiaca si riduce come anche la frequenza respiratoria e la capacità di capire quello che succede attorno. Se la temperatura continua a scendere, al di sotto dei 28 gradi si perde coscienza e, sotto i 24, i segni vitali sono assenti.

Qui finisce la prima parte dell’articolo; volete sapere cosa si prova a morire di fame, colpiti da un fulmine o da una scarica elettrica, bruciati vivi o decapitati? Leggete la seconda parte dell’articolo, seguendo questo link: Cosa si prova a morire annegati, dissanguati, decapitati… seconda parte

Importante precisazione che sembrerebbe banale ma non è così scontata in questo pazzo mondo: questo articolo NON VUOLE ovviamente istigare in nessun modo i lettori al suicidio o all’omicidio.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo

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