Cosa si prova a morire annegati, dissanguati, decapitati… Morti diverse, sensazioni diverse

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William Kemmler, fu la prima persona al mondo ad essere giustiziata sulla sedia elettrica, il 6 agosto 1890

La domanda che tutti si pongono prima o poi è: cosa si prova quando sopraggiunge la morte? Ma siccome a me piacciono le sfide, ho pensato di rendere ancora più complessa e lugubre la domanda: cosa si prova a morire in un determinato modo piuttosto che in un altro?

Cervello senza carburante
I modi di morire possono essere moltissimi, tuttavia la causa ultima di morte – che accomuna quasi tutti i tipi di decesso – è quasi sempre la mancanza di ossigeno al cervello, ad esempio per annegamento, soffocamento o per attacco cardiaco. Quando i neuroni non ricevono più ossigeno per alimentare i processi cerebrali viene meno l’attività elettrica del cervello, che corrisponde attualmente alla definizione di morte biologica. I neuroni hanno bisogno di un flusso continuo di ossigeno, in mancanza di quest’ultimo i neuroni funzionano male o smettono di funzionare in tempi rapidissimi: dal momento in cui il sangue cessa di fluire al cervello restano all’incirca 10 secondi prima della perdita di coscienza, da questo momento possono in poi passare diversi minuti prima di arrivare al decesso, minuti scanditi da sensazioni diverse a seconda della causa che ha innescato l’evento.

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Cosa si prova a morire dissanguati?
La velocità con cui sopraggiunge la morte per sanguinamento è strettamente dipendente dalla ferita: un grave danno all’aorta comporta un decesso nel giro di pochi secondi, mentre tagli ad arterie più periferiche o piccoli vasi venosi possono richiedere anche alcune ore prima di compromettere definitivamente le possibilità di sopravvivenza. L’esperienza vissuta dal ferito, prende in questi casi il nome di shock emorragico. Mediamente la quantità di sangue in circolo in un adulto sano si aggira attorno ai 5 litri: perdite fino a 750 ml comportano sintomi di lieve entità (una donazione di sangue corrisponde a circa 500 ml di sangue), mentre perdite pari ad 1.5 l causano debolezza, sete, ansia ed un aumento della frequenza respiratoria. Quando la quantità persa si avvicina e supera i 2 l si avvertono vertigini, confusione e può sopraggiungere la perdita di coscienza.
I sopravvissuti ad esperienze di shock emorragico ricordano in alcuni casi sensazioni di terrore ed in altri relativa calma mista a serenità, questo sembra dipendere dalla situazione in cui è avvenuto l’incidente: una ferita netta e profonda all’arteria femorale potrebbe essere meno dolorosa rispetto alle ferite e fratture multiple riportate in un incidente stradale.

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Cosa si prova a morire annegati?
La morte per annegamento non è né piacevole né indolore, benché possa essere sorprendentemente rapida: la capacità di saper nuotare e ancor di più la temperatura dell’acqua possono influire pesantemente sui tempi in cui l’azione  trova compimento. La prima sensazione percepita dal soggetto è il panico che lo pervade nel momento in cui si prende coscienza che la situazione avrà esito mortale; s’inizia ad annaspare per inspirare quanta più aria possibile in superficie per poi trattenerla a lungo quando la testa scende al di sotto del livello dell’acqua. La respirazione diventa sempre più difficile e drammatica e le forze, totalmente votate alla ricerca dell’aria, non consentono di chiamare aiuto: alcuni studi suggeriscono che questa fase duri mediamente tra i 20 ed i 60 secondi.
Quando le energie vengono meno la testa scende definitivamente al di sotto del pelo dell’acqua e ci si sforza di trattenere il fiato più a lungo possibile, di norma fra i 30 ed i 90 secondi a seconda dell’età, del grado di allenamento. A questo punto s’inizia ad ingoiare acqua, tossire, sputare ed ingoiare più acqua ancora: il liquido che a questo punto comincia a raggiungere i polmoni impedisce il normale scambio di gas che rende possibile l’assorbimento dell’ossigeno e, più o meno contemporaneamente, sopraggiunge il laringospasmo.
Si prova quindi una sensazione di lacrimazione accompagnata da forte bruciore al petto: solo a questo punto il panico lascia spazio ad una paradossale sensazione di calma e tranquillità fino ad una perdita di conoscenza per mancanza di ossigeno,  che precede arresto cardiaco e successivamente morte cerebrale.

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Cosa si prova a morire di sete?
L’acqua rappresenta circa dal 55 al 70% del peso del corpo a seconda dell’età e del rapporto tra massa magra, e massa grassa. L’acqua è necessaria alla vita, deve essere assunta in quantità di circa 1,5/2 litri al giorno a seconda del soggetto e contribuisce in maniera importante al volume di sangue circolante (volemia). Quando il volume sanguigno circolante diminuisce da un livello normale di circa 5 litri, a un livello inferiore ai 3,5 litri si assiste alla progressiva perdita di coscienza e successivamente alla morte, in modo simile a quanto descritto per la morte da dissanguamento. Quanto può resistere una persona senza bere acqua? Un individuo di corporatura media, ben idratato, privato di acqua, può resistere dai tre ai sette giorni prima di morire, tuttavia questo dato è molto variabile in base alle condizioni climatiche esistenti ed all’età e stato di salute del soggetto. Gli anziani hanno idratazione minore dei giovani ed è per questo che spesso in estate si verificano dei decessi per disidratazione in questa fascia di popolazione a rischio.
Durante la privazione dall’acqua, la pelle e le mucose appaiono sempre più asciutte, la sensazione di sete aumenta sempre più giorno dopo giorno.
L’ipotensione (pressione arteriosa bassa causata dal diminuito volume di sangue) determina affaticamento, sonnolenza, torpore. Il battito cardiaco aumenta nel tentativo – infruttuoso – di compensare il calo di pressione arteriosa. Si ha un aumento della concentrazione degli elettroliti con urine a colorazione più carica e a maggior densità. La fiacchezza rende giorno dopo giorno più difficile eseguire anche i movimenti più semplici. Si avvertono vertigini, sopraggiunge ansia. Appaiono deficit cognitivi di apprendimento e memoria; il soggetto è incapace di capire quello che succede attorno a lui. Seguono perdita di coscienza e morte.

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Cosa si prova a morire di freddo?
L’assideramento è mortale perché il metabolismo viene rallentato fino al blocco dell’attività del cervello e del cuore.
Il blocco delle funzioni vitali comincia a livello delle cellule. Queste, se la temperatura scende eccessivamente, non riescono a produrre l’energia necessaria a mantenere inalterati i potenziali elettrici a livello della membrana. Questo compromette l’attività elettrica delle fibre nervose del cuore (quelle che stimolano la contrazione) e del cervello. Si ha una perdita di coscienza e arresto cardiocircolatorio. Anche i polmoni si fermano, perché cessa l’attività del centro cerebrale del respiro, il quale stimola i muscoli che attivano la respirazione. Quando la temperatura del corpo passa dai 36 ai 35/32 grandi, la persona sente solo brividi e sensazione di freddo, ha difficoltà motoria, la sua pelle è fredda e secca. Tra i 32 ed i 28 gradi cessano i brividi e si entra in uno stato soporoso, la frequenza cardiaca si riduce come anche la frequenza respiratoria e la capacità di capire quello che succede attorno. Se la temperatura continua a scendere, al di sotto dei 28 gradi si perde coscienza e, sotto i 24, i segni vitali sono assenti.

Cosa si prova a morire di fame?
Il nostro corpo può sorprendentemente resistere un tempo anche molto lungo senza assumere cibo, anche per ben 60 giorni (ammettendo almeno di avere acqua a disposizione). Dopo una sola settimana, il nostro fegato inizierà a produrre delle tossine che, in grandi quantità, sono assolutamente dannose. Dopo un mese, avremo perso il 18% del nostro peso iniziale, e dopodiché il nostro corpo consumerà i nostri muscoli e gli organi per assorbire energia. La morte avverrà probabilmente per insufficienza cardiaca dal momento che perfino il tessuto cardiaco verrà “digerito” dal corpo nell’estremo tentativo di disporre delle calorie necessarie per sopravvivere.

Cosa si prova a morire decapitati?
Il prototipo della decapitazione è ovviamente la ghigliottina, adottata ufficialmente dal governo francese nel 1792, è stata vista come una tecnica di esecuzione più umana rispetto alle altre.La morte per decapitazione è in effetti tra le morti considerate meno dolorose e più rapide, sempre se il boia sia abile e sappia fare bene il suo lavoro.
Tuttavia non tutti sanno che, anche dopo che il midollo spinale è stato reciso, la persona non perde la coscienza istantaneamente: è stato calcolato che ci vogliono alcuni secondi (fino a sette) al cervello prima di consumare l’ossigeno presente nella testa al momento del taglio. In pratica la persona continua a vedere e sentire per alcuni secondi dopo che la sua testa è rotolata nel cesto. Alcuni rapporti storici macabri relativi alla Rivoluzione Francese, hanno citato movimenti degli occhi e della bocca anche fino a 30 secondi dopo che la lama ha colpito, anche se questi possono essere spiegati come contrazioni e riflessi post-mortem.

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Cosa si prova a morire colpiti da un fulmine o da scarica elettrica?
Gli uomini sono colpiti dai fulmini quattro volte più che le donne (80% contro il 20%), sembra che ciò sia dovuto sia alle proprietà elettriche del testosterone (ormone maschile), sia al fatto che gli uomini svolgono maggiori attività all’aperto, spesso maneggiando oggetti metallici. La maggior parte delle volte la corrente del fulmine non passa attraverso il corpo, ma sulla sua superficie, lasciando spesso bruciature sulla pelle e strappando i vestiti. È per questo che spesso gli uomini sopravvivono alla fulminazione (solo circa il 25% delle persone colpite da un fulmine muore) . Il pericolo mortale si ha quando l’elettricità scorre all’interno del corpo. In questo caso è importante il punto in cui la persona viene colpita (testa, braccio, gamba) e la modalità (direttamente o indirettamente). Quando il corpo è colpito da fulmine o forte scarica elettrica si verifica perdita di coscienza e la morte avviene generalmente per arresto cardiaco o per paralisi respiratoria, in tempi rapidi.
Se la persona sopravvive, soffrirà di vari problemi temporanei e permanenti. Difficoltà nel movimento degli arti (generalmente temporanee), danni al cervello ed al sistema nervoso centrale, disturbi della vista e dell’udito, ustioni dal primo al terzo grado (soprattutto sul punto di entrata e di uscita del fulmine, tipicamente nella testa, nel collo e nelle spalle). La pressione arteriosa potrebbe essere aumentata e potrebbero verificarsi delle alterazioni all’elettrocardiogramma. Dopo essere colpiti da fulmine o forte scosse, si possono verificare cadute e quindi fratture in particolare craniche, della colonna vertebrale e degli arti. Dopo essere sopravvissuti ad un fulmine, o ad un altro tipo di trauma elencato in questo articolo, con molta probabilità si verifica il Disturbo post traumatico da stress.

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Cosa si prova a morire bruciati vivi?
Se morire annegati è considerata una morte dolorosa, probabilmente morire avvolti dalle fiamme lo è anche più. Le ustioni, localizzate in una parte del corpo o estese a tutto il corpo, provocano un dolore terribile, lancinante. La persona inizialmente tende a dimenarsi, nell’infruttuoso tentativo di liberarsi dalle fiamme; “fortunatamente” lo shock tende a far perdere coscienza abbastanza presto allo sfortunato. Successivamente a fermare il cuore nella maggior parte dei casi, non è il fuoco in sé, sono invece i gas tossici liberati dalle fiamme, come l’ossido di carbonio e anidride carbonica.

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La morte non è quasi mai istantanea
E’ interessante notare come tutti gli studi in merito dimostrino che – malgrado migliaia di anni di sforzi da parte dei boia di tutto il mondo – sia quasi impossibile ottenere una morte istantanea e indolore: né la vecchia corda, né le più moderne sedie elettriche o iniezioni letali sembrano poter garantire questo risultato. Uno dei modi più “sicuri” in questo senso, è gettarsi nel vuoto: bisogna però accertarsi di buttarsi da un’altezza di almeno 145 metri, necessaria per raggiungere la velocità di 200 chilometri l’ora, e ricordarsi di cadere al suolo con la testa in avanti, contrariamente all’istinto che cerca di farci atterrare di piedi, cosa che – anziché ucciderci rapidamente – ci lascerebbe vivi e con dolorosi traumi multipli.

Importante precisazione che sembrerebbe banale ma non è così scontata in questo pazzo mondo: questo articolo NON VUOLE ovviamente istigare in nessun modo i lettori al suicidio o all’omicidio.

Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo

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