Cosa si prova a morire annegati, dissanguati, decapitati… seconda parte

MEDICINA ONLINE MORTE COSA SI PROVA A MORIRE TERMINALE DEAD DEATH CURE PALLIATIVE TERAPIA DEL DOLORE AEROPLANE TURBINE CHOCOLATE AIR BREATH ANNEGATO TURBINA AEREO PRECIPITA GRATTACIELO GQuesta è la seconda parte dell’articolo: Cosa si prova a morire annegati, dissanguati, decapitati… Morti diverse, sensazioni diverse

Cosa si prova a morire di fame?
Il nostro corpo può sorprendentemente resistere un tempo anche molto lungo senza assumere cibo – perfino per ben 60 giorni – ammettendo almeno di avere acqua a disposizione e limitando al massimo il dispendio calorico giornaliero, che deve ridursi praticamente al solo metabolismo basale con attività fisica nulla. Dopo una sola settimana, il nostro fegato inizierà a produrre delle tossine che, in grandi quantità, sono assolutamente dannose. Dopo un mese, avremo perso oltre il 20% del nostro peso iniziale. Il nostro corpo inizialmente brucerà carboidrati e grassi disponibili, preservando le proteine, dopodiché consumerà i nostri muscoli e gli organi per assorbire energia per la sopravvivenza. Il periodo necessario per morire di fame è strettamente legato, oltre allo stato di salute generale e l’età, soprattutto alle riserve di grasso del soggetto: un individuo in sovrappeso ha più chance di sopravvivenza rispetto ad un individuo sottopeso.  La morte avverrà probabilmente per insufficienza cardiaca dal momento che perfino il tessuto cardiaco verrà “digerito” dal corpo nell’estremo tentativo di disporre delle calorie necessarie per sopravvivere.

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Cosa si prova a morire decapitati?
In uno studio pubblicato nel gennaio 2011, i ricercatori della Radboud University Nijmegen, guidati da Anton Coenen, hanno rilevato un lampo di segnali elettrici che si verifica circa un minuto dopo la decapitazione (di ratti, in questo caso). Per il team questo segnale elettrico rappresenterebbe il gemito finale del cervello. Ma in quel minuto, i poveri ratti, erano coscienti?
Il prototipo della decapitazione è ovviamente la ghigliottina. Adottata ufficialmente dal governo francese nel 1792, è stata vista come una tecnica di esecuzione più umana rispetto alle altre (impiccagione o decapitazione con spada a due mani da esecuzione diffusa durante il Rinascimento). La morte per decapitazione è in effetti tra le morti scientificamente considerate meno dolorose e più rapide, sempre se il boia sia abile e sappia fare bene il suo lavoro. Se il taglio è completo e rapido (come avviene con una ghigliottina o con un colpo di scure ben affilata) il dolore dovrebbe essere minimo: i nervi che si trovano accanto alle vertebre vengono recisi impedendo che il segnale del dolore arrivi al cervello. Se il taglio avviene nello stile di un boia jihadista, con un coltello, la decapitazione avviene in modo più lento e molto più doloroso, stessa cosa avviene anche quando viene usata una scure poco affilata oppure se il boia non la sa ben maneggiare: sono quindi necessari più colpi per completare la decapitazione.
In ogni caso, anche dopo che il midollo spinale è stato reciso, la persona non perde la coscienza istantaneamente: è stato calcolato che ci vogliono alcuni secondi al cervello prima di consumare l’ossigeno presente nella testa al momento del taglio. In pratica la persona continua a vedere e sentire per alcuni secondi dopo che la sua testa è rotolata nel cesto. Alcuni rapporti storici macabri relativi alla Rivoluzione Francese, hanno citato movimenti degli occhi e della bocca anche fino a 30 secondi dopo che la lama ha colpito, anche se questi possono essere spiegati come contrazioni e riflessi post-mortem.

Giambattista Bugatti, detto Mastro Titta, è il boia più famoso della storia. Eseguì 516 condanne nella prima metà dell’800, tutte poi descritte nelle sue “Annotazioni”. Nel 1864, a 85 anni, fu messo a riposo da Pio IX con una pensione di 30 scudi. Prima di ogni esecuzione si confessava e faceva la comunione. Nessuno sapeva che lui era un boia: aveva un mestiere di copertura come verniciatore di ombrelli in vicolo del Campanile 4, una traversa di via della Conciliazione a Roma (la famosa strada che dal Lungotevere porta a piazza San Pietro).

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Cosa si prova a morire colpiti da un fulmine o da scarica elettrica?
Gli uomini sono colpiti dai fulmini quattro volte più che le donne (80% contro il 20%), sembra che ciò sia dovuto sia alle proprietà elettriche del testosterone (ormone maschile), sia al fatto che gli uomini svolgono maggiori attività all’aperto, spesso maneggiando oggetti metallici. La maggior parte delle volte la corrente del fulmine non passa attraverso il corpo, ma sulla sua superficie, causando un dolore acutissimo, lasciando spesso bruciature sulla pelle e strappando i vestiti. È per questo che spesso gli esseri umani sopravvivono alla fulminazione (solo circa il 25% delle persone colpite da un fulmine muore). Il pericolo mortale si ha quando l’elettricità scorre all’interno del corpo. In questo caso è importante il punto in cui la persona viene colpita (testa, braccio, gamba) e la modalità (direttamente o indirettamente). Quando il corpo è colpito da fulmine o forte scarica elettrica si verifica perdita di coscienza e la morte avviene generalmente per arresto cardiaco o per paralisi respiratoria, in tempi rapidi. Il soggetto prova un dolore acuto ma molto rapido.
Se la persona sopravvive, soffrirà di vari problemi temporanei e permanenti. Difficoltà nel movimento degli arti (generalmente temporanee), danni al cervello ed al sistema nervoso centrale, disturbi della vista e dell’udito, ustioni dal primo al terzo grado (soprattutto sul punto di entrata e di uscita del fulmine, tipicamente nella testa, nel collo e nelle spalle). La pressione arteriosa potrebbe essere aumentata e potrebbero verificarsi delle alterazioni all’elettrocardiogramma. Dopo essere colpiti da fulmine o forte scosse, si possono verificare cadute e quindi fratture in particolare craniche, della colonna vertebrale e degli arti. Dopo essere sopravvissuti ad un fulmine, o ad un altro tipo di trauma elencato in questo articolo, con molta probabilità si verifica il Disturbo post traumatico da stress.

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Cosa si prova a morire bruciati vivi?
Se morire annegati è considerata una morte dolorosa, probabilmente morire avvolti dalle fiamme lo è anche più, forse quella più dolorosa in assoluto. Le ustioni, localizzate in una parte del corpo o estese a tutto il corpo, provocano un dolore terribile, lancinante. La persona inizialmente tende a dimenarsi, nell’infruttuoso tentativo di liberarsi dalle fiamme; “fortunatamente” lo shock tende a far perdere coscienza abbastanza presto allo sfortunato. Successivamente a fermare il cuore nella maggior parte dei casi, non è il fuoco in sé, sono invece i gas tossici liberati dalle fiamme, come l’ossido di carbonio e anidride carbonica. Chi sopravvive ad un incendio ed ha una alta percentuale del proprio corpo con ustioni di secondo e terzo grado, ha davanti a se un lungo periodo di riabilitazione purtroppo molto dolorosa.

La morte non è quasi mai istantanea
E’ interessante notare come tutti gli studi in merito dimostrino che – malgrado migliaia di anni di sforzi da parte dei boia di tutto il mondo – sia quasi impossibile ottenere una morte istantanea e indolore: né la vecchia corda, né le più moderne sedie elettriche o iniezioni letali sembrano poter garantire questo risultato. Uno dei modi più “sicuri” in questo senso, è gettarsi nel vuoto: bisogna però accertarsi di buttarsi da un’altezza di almeno 145 metri, necessaria per raggiungere la velocità di 200 chilometri l’ora, e ricordarsi di cadere al suolo con la testa in avanti, contrariamente all’istinto che cerca di farci atterrare di piedi, cosa che – anziché ucciderci rapidamente – ci lascerebbe vivi e con dolorosi traumi multipli.

Importante precisazione che sembrerebbe banale ma non è così scontata in questo pazzo mondo: questo articolo NON VUOLE ovviamente istigare in nessun modo i lettori al suicidio o all’omicidio.

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