Giappone: Hikikomori non denuncia la morte del padre

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Welcome to the NHK, anime tratto dal romanzo scritto da Tatsuhiko Takimoto, che ha come protagonista un Hikikomori

Di solito, quando una persona a noi cara ci lascia, dobbiamo affrontare le responsabilità che questo comporta. Comunque, un uomo di Osaka è noto per aver lasciato il cadavere di suo padre in casa, continuando a viverci come se niente fosse per due settimane, senza denunciare l’accaduto alle autorità. L’uomo ha riferito alla polizia che non poteva contattare nessuno riguardo la morte di suo padre, perché è un hikikomori.

Il 12 dicembre la polizia ha ricevuto una chiamata dal distretto di Asahi ad Osaka. Il 34enne disoccupato che viveva nel monolocale ha detto “Mio padre è morto.” L’uomo e suo padre hanno vissuto assieme a causa della salute cagionevole dell’uomo. Secondo delle investigazioni, la polizia locale ha trovato il cadavere del padre 68enne (il signor Nakao) sdraiato su un futon. Il corpo del padre non mostrava alcun segno di ferite esterne. L’hikikomori ha spiegato che il primo dicembre, aveva notato che suo padre non si era ancora svegliato, e poi che aveva smesso di respirare. Ha spiegato “Non ho denunciato la cosa alla polizia perché sono un hikikomori.” Piuttosto che contattare il mondo esterno, l’uomo ha preferito continuare a vivere col corpo in decomposizione di suo padre in un monolocale per quasi due settimane. Le autorità stanno investigando sulla causa della morte e hanno dato il via a misure precauzionali nei confronti dell’uomo accusato di abbandono di cadavere.

Per chi non è al corrente di questa piaga sociale tipicamente giapponese (ma sempre più diffusa anche nel resto del mondo), gli hikikomori (引きこもり) sono individui che si ritirano dalla società e da qualsiasi interazione con il prossimo per lunghissimi periodi di tempo. In molti casi, questa gente smette di uscire di casa, di lavorare o di sentire qualsiasi amico. Spesso si tratta di uomini di ceto sociale medio sui trent’anni che si affidano al supporto dei genitori, anche perché senza il loro aiuto finanziario l’hikikomori non potrebbe sostenere il suo stile di vita, visto che l’impossibilità di uscire di casa gli preclude non solo i rapporti sociali reali, ma anche la maggioranza dei lavori. In italiano si potrebbe definire costoro degli eremiti o degli auto-reclusi, con la differenza che un eremita sceglie di isolarsi, mentre l’hikikomori – pur se apparentemente scelga di restare chiuso in casa – cronicamente arriva un punto in cui la fobia sociale gli impedisce di uscire.

In Giappone purtroppo c’è un’alta concentrazione di questa condizione, con migliaia di persone che non riescono a trovare un lavoro o a proseguire i durissimi studi universitari giapponesi e si chiudono in se stessi. Un rapporto del governo giapponese attestava nel 2010 cl’esistenza di 700.000 hikikomori in Giappone e 1,55 milioni di persone sulla soglia di diventare hikikomori. Sembra che tutto questo nasca da una società rigida e dalla pressione culturale tipica delle scuole e dell’industria giapponese. Ad esempio, essere bocciato ad un esame di ammissione potrebbe essere una delle cause scatenanti, dal momento che solo studiare in una università prestigiosa assicura un buon lavoro ed uno status sociale adeguato ed i genitori investono molto nei propri figli in tal senso: non riuscire ad entrare in una di queste università, fallendo il durissimo test di ingresso, rappresenta motivo di vergogna e spinge all’isolamento individui molto giovani.

Il delicato argomento di questa piaga sociale viene trattato nell’anime Welcome to the N.H.K. (da cui è tratta la foto in alto) con una chiave a tratti ironica e demenziale, mentre per altri versi terribile e drammatica.

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