Sindrome di Stoccolma: psicologia, in amore, casi, cura e film in cui è presente

MEDICINA ONLINE Stockholm Syndrome SINDROME DI STOCCOLMA PICTURE PICS WALLPAPER IMAGE PHOTO IMMAGINI PSICOLOGIA ARRESTO PSICHATRIA RAPITO RAPITORE LADRO BANCA ARRESTO POLIZIA CARABINIERI PISTOLA ARMA PROIETTILE BANCA PAURA.jpgLa “Sindrome di Stoccolma” in psichiatria descrive uno un particolare stato di dipendenza psicologico-affettiva che si manifesta in alcuni casi in vittime di episodi di violenza fisica, verbale o psicologica. Chi è affetto dalla Sindrome di Stoccolma, durante i maltrattamenti avvenuti durante ad esempio un rapimento, prova un paradossale sentimento positivo nei confronti del proprio aggressore che può spingersi fino all’amore e alla totale sottomissione volontaria, instaurando in questo modo una sorta di alleanza e solidarietà tra vittima e carnefice. Non è raro ad esempio che persone tenute in ostaggio da un rapinatore, manifestino – durante le indagini della polizia – una chiara volontà di difesa verso quest’ultimo, arrivando perfino a fornire improbabili alibi e scusanti per la sua condotta oggettivamente anti-sociale. Proprio questo paradosso psicologico prende il nome di “Sindrome di Stoccolma”, una reazione emotiva automatica, sviluppata a livello inconscio, al trauma creatosi con l’essere “vittima”. Dalla banca dati dell’FBI statunitense risulta che circa l’8% degli ostaggi ha manifestato sintomi della sindrome di Stoccolma. E’ interessante inoltre notare che anche le donne che subiscono stalking possono soffrire di tale sindrome.

Sindrome di Stoccolma in amore ed in famiglia

Se siete interessati alla Sindrome di Stoccolma che si verifica in alcuni rapporti, vi consiglio di leggere i seguenti articoli:

Anche nel rapporto genitori – figli si può notare questa sindrome, se il papà o la mamma maltratta il bambino può nascere una continua ricerca di amore e attenzione da parte del bimbo, a tal proposito puoi trovare interessanti i seguenti articoli:

Sintomi della sindrome di Stoccolma

I sintomi tipici di un soggetto che ha sviluppato la Sindrome di Stoccolma, sono:

  • la vittima ha sentimenti di amicizia o addirittura amore nei confronti del rapitore;
  • la vittima ha paura delle forze dell’ordine, delle squadre di salvataggio o di chiunque cerchia di separarla dal rapitore;
  • la vittima crede nei motivi del rapitore e li sostiene;
  • la vittima prova sentimenti di colpa e rimorso per essere rilasciati mentre il rapitore è in carcere;
  • la vittima, di fronte alla polizia, arriva a mentire pur di fornire improbabili alibi al rapitore;
  • la vittima non accetta di avere alcuna patologia e non accetta una terapia di aiuto.

Basi psicologiche per la comprensione della Sindrome di Stoccolma

La teoria di Sigmund Freud vede la personalità come concepita in tre maggiori sistemi:

  • Es (pulsioni libidiche inconsce) è l’espressione della spinta emotiva e istintiva dell’uomo che non tiene conto della realtà e della moralità. È insita in tale concetto la spinta verso la conservazione, o la distruzione (pulsioni di vita e pulsioni di morte).
  • Io ovvero il fattore di personalità. Nella persona “ben regolata”, l’Io controlla e governa l’Es, e mantiene i rapporti con il mondo esterno nell’interesse della personalità, nel suo insieme, e delle esigenze della stessa a lungo termine.
  • Super-io è la coscienza che detta all’Io i consigli per soddisfare le richieste dell’Es. Si sviluppa, di solito, grazie all’acquisizione di “ideali” e “proibizioni”, genetici o formatisi nelle fasi dell’infanzia.

I contatti con la realtà sono, pertanto, compiti dell’Io che risulta così, in una personalità sana, dinamico e pieno di risorse. Una di tali risorse, secondo Freud, è quella legata ai meccanismi di difesa da idee insopportabili o dolorose, o dagli effetti di queste. Quando l’individuo è minacciato, sarà dunque l’Io a dover affrontare la maggior quantità di stress onde consentire alla personalità di continuare a funzionare anche durante esperienze dolorose quale, ad esempio, quella di trovarsi nella condizione di ostaggio di un individuo armato; in un caso così tragico, l’ostaggio vuole sopravvivere e l’Io si pone, pertanto, alla ricerca dei mezzi per riuscirvi. Il meccanismo di difesa più frequentemente notato è quello della “regressione” ovvero il ritorno a un livello di maturità inferiore e meno aderente alla realtà comportamentale e di esperienza che si sta vivendo. Altro meccanismo difensivo è la “identificazione”, che permette all’Io di sfuggire all’ira e al danno potenziale che potrebbe essergli inflitto dal “nemico”. Entrambi tali meccanismi entrano in funzione nella “sindrome”: l’ostaggio si “identifica” nel carceriere per paura, e non certo per affetto, e “regredisce” a uno stadio infantile inferiore a quello di un bimbo di cinque anni. L’ostaggio si trova in una situazione di estrema dipendenza dal carceriere esattamente come il bambino dipendeva totalmente dalla figura paterna, o comunque genitoriale, che rappresentava controllo e sicurezza. Se alla “famiglia” sovrapponiamo il microcosmo “ostaggio-carceriere” è facile comprendere come la polizia che punta le armi, o comunque pone in essere azioni aggressive, verso il malvivente, di fatto le punta anche contro l’ostaggio che vede nel carceriere, armato, l’unico che possa concretamente difenderlo trasformandolo, perciò, in una sorta di “eroe positivo”. A ben guardare, tale azione offensiva è, in realtà, l’unico sistema di difesa che si propone e il rapinatore si trova, così, legato ad altri individui, in genere a lui sconosciuti, che finiranno per simpatizzare con lui e, in alcuni casi, addirittura a compenetrarsi nei suoi problemi, comprendendo e accettando le motivazioni che lo hanno spinto al gesto che ormai li lega e li pone dinanzi al pericolo, comune, della morte. Dall’altra parte le forze di polizia, il cui scopo precipuo è aiutare l’ostaggio, sono palesemente in difficoltà, incerti sul da farsi e sempre bisognevoli di ricorrere ad autorizzazioni sovraordinate per qualunque richiesta venga loro rivolta; ciò contribuisce a esaltare, agli occhi delle vittime, la figura del sequestratore che, invece, appare sicuro di sé, deciso, che dimostra di avere idee chiare che trasforma in condizioni precise e sa palesare minacce concrete.

Cause della sindrome di Stoccolma

Esistono quattro situazioni o condizioni di base che provocano lo sviluppo della Sindrome di Stoccolma:

1. Una minaccia, reale o percepita, per la propria sopravvivenza fisica o psicologica e la convinzione che il rapitore può essere pericoloso.
Egli può:

  • Convincere la vittima che solo con la cooperazione può tenere i propri famigliari al sicuro
  • Fare sottili minacce o raccontare storie di vendetta per ricordare alla vittima che la vendetta è possibile se cerca di scappare
  • Parlare di una storia di violenza (ad. esempio uno stupro) che porta la vittima a credere che potrebbe essere un bersaglio

2. Una piccola gentilezza da parte del rapitore alla vittima
In alcuni casi, dei piccoli gesti sono sufficienti alla vittima per cambiare idea sul rapitore. Ad esempio, i piccoli gesti possono essere permettere alla vittima di andare in bagno o darle cibo e acqua.
Altre volte, un biglietto d’auguri, un regalo (di solito dato dopo un periodo di abuso) o un trattamento speciale può essere visto come la prova che non è del tutto cattivo.

3. L’isolamento della vittima da altre prospettive
Le vittime pensano di essere continuamente osservate. Per la loro sopravvivenza iniziano ad assumere la prospettiva del rapitore. Questa tecnica di sopravvivenza può diventare così intensa che la vittima inizia a provare rabbia verso coloro che cercano di aiutarla.
Nei casi più gravi della Sindrome di Stoccolma la vittima può arrivare a credere che la situazione violenta sia tutta colpa sua.

4. Incapacità percepita o reale di fuggire dalla situazione
La vittima può avere obblighi finanziari, debiti o instabilità al punto che non può sopravvivere da sola.
Il rapitore può usare minacce, come prendere i bambini, denunciare la vittima in pubblico, suicidarsi o prevedere una vita di molestie per la vittima.

Reazioni allo stress

L’ostaggio reagisce in vari modi all’estremo stato di stress cui è sottoposto, in base a vari fattori individuale. Una delle reazioni più diffuse emotivamente efficace, è la “negazione”: per sopravvivere la mente reagisce tentando di negare quanto sta avvenendo, come avviene anche nelle 7 fasi del lutto, a tal proposito leggi: Sto per morire: le 7 fasi di elaborazione del dolore e della morte

Altra reazione tipica possibile è la perdita di sensi (indipendente dalla volontà cosciente) o il sonno. Solo dopo qualche tempo l’ostaggio comincia a rendersi conto, ad accettare e a temere la propria situazione, ma trova un’altra valvola di sicurezza nel pensare che non tutto è perduto poiché presto interverrà la polizia per salvarlo. La certezza di una salvezza “garantita” dall’Autorità, aiuta l’ostaggio nella propria difesa mentale, ma più passa il tempo senza che accada nulla -e in casi simili è facile perdere la cognizione del trascorrere dei minuti e delle ore-, più l’ostaggio, automaticamente, tende inconsciamente a rinnegare l’autorità costituita che è diventata per lui, di fatto, una incognita. Logica conseguenza è l’inizio del processo di immedesimazione, o di “identificazione”, con il carceriere. Nel contempo aumenta sempre più il timore di una conclusione tragica e tutti gli ostaggi sottoposti a interviste psichiatriche a seguito di esperienze del genere, hanno dichiarato di aver “approfittato” dell’occasione per fare un resoconto della propria vita; tutti hanno giurato a sé stessi di cambiarla in meglio una volta terminata la brutta avventura, quasi che quest’ultima costituisse lo spartiacque tra la “vecchia” vita e una “rinascita” a vita nuova, completamente avulsa e indipendentemente dalla precedente.

Leggi anche:

Le fasi dello sviluppo della Sindrome di Stoccolma

Tentando una schematizzazione, potremmo individuare la sequenza degli stati emotivi di un ostaggio come segue:

  1. incredulità ai fatti che si svolgono di fronte ai propri occhi;
  2. illusione di ottenere presto la liberazione;
  3. delusione per la mancata, immediata, liberazione da parte dell’autorità;
  4. impegno in lavoro fisico o mentale;
  5. rassegna del proprio passato.

Quando comincino a manifestarsi, nell’ostaggio, le fasi di cui sopra, e quanto esse durino, non è possibile stabilirlo poiché molti altri fattori e incognite entrano in gioco nel formarsi della successiva “Sindrome”, e il tempo è solo uno dei fattori giacché il suo trascorrere può creare sì, legami positivi, ma anche negativi, a seconda dei rapporti interpersonali che, fin dal primo momento, si instaurano tra l’ostaggio e il suo sequestratore. Fino a questo punto, tuttavia, la “Sindrome di Stoccolma” non si può ancora dire scattata. Nelle fasi iniziali di studio della “sindrome”, dopo l’episodio di Stoccolma, si ritenne che il tempo, da solo, fosse fattore determinante per la sua insorgenza, ma successivi casi con ostaggi dimostrarono il contrario. Nella stragrande maggioranza dei casi, la prima esperienza che accomuna tutti coloro che cadono sotto l’”effetto della sindrome”, è il contatto positivo con il carceriere. Tale contatto non deriva tanto dal comportamento materiale del carceriere, bensì da ciò che questi potrebbe fare e NON fa (percosse, violenza carnale, maltrattamenti in genere, ecc.). E tuttavia, alcuni ostaggi feriti dai propri carcerieri, hanno ugualmente sperimentato lo stato di “sindrome” poiché si sono convinti che le violenze patite, le ferite riportate, si erano rese necessarie per tenere sotto controllo la situazione o, ancor più, erano giustificate da una loro reazione o resistenza.

Il rapinatore si “umanizza”

Un’altra esperienza che accomuna gli ostaggi è l’immedesimazione nelle qualità umane dimostrate dal carceriere, anche quando queste siano state di breve durata. Nei casi di rapina con ostaggi, in definitiva, se è vero che il rapinatore armato si trova “in trappola” e si ritiene “vittima” della polizia, è altrettanto vero che anche l’ostaggio tende a condividere tale atteggiamento. Quando il rapinatore viene sorpreso dalla polizia ed è “costretto” a prendere ostaggi, il suo problema è chiaro: fuggire vivo e, possibilmente, con i soldi. L’ostaggio si trova nella stessa identica posizione: vuole uscire vivo; il suo carceriere certo glielo consentirebbe, ma è la polizia a impedirlo. Il rapinatore si “umanizza”, perciò, agli occhi dell’ostaggio, è diventato “persona”, con problemi identici ai propri. L’insistenza della polizia nel richiedere al bandito di arrendersi, non fa altro che prolungare la prigionia e allontana la speranza di riguadagnare la libertà senza danni fisici. Matura così, nella mente dell’ostaggio, il convincimento che: “se la polizia va via, anch’io me ne vado; se la polizia lascia andare il bandito, anch’io sarò libero!”. Comincia così la “Sindrome di Stoccolma” e, d’altro canto, il legame positivo, l’“umanizzazione” e il “rendersi persona”, che è alla base della sindrome, si può manifestare non solo nell’ostaggio, ma anche nel carceriere.

L’ostaggio come “uomo”

Ciò che è importante, nella difesa dell’ego dell’ostaggio, nel tentativo di liberarlo con il minimo danno, è creare un rapporto positivo tra il sequestratore e la vittima talché da “oggetto” si trasformi in “essere umano”. Quando ostaggio e rapitore si trovano all’interno di uno stesso locale, magari angusto, sia esso il caveau di una banca, o la fusoliera di un aereo, una casa, una grotta, un treno, o altro ancora, si sviluppa un rapporto di “convivenza” che favorisce, e accelera, il reciproco processo di “umanizzazione”. In tal senso, quanto più il carceriere riesce a compenetrarsi nei problemi dell’ostaggio, o viceversa, tanto più aumenteranno le possibilità di sopravvivenza.

Leggi anche:

Quando termina la Sindrome di Stoccolma?

Molti sequestrati, che hanno provato la “sindrome”, hanno dichiarato di soffrire di incubi ripetitivi in cui i loro sequestratori, fuggiti o comunque liberi, ripetevano i fatti precedenti, ma questo non sempre corrispondeva a una diminuzione del legame positivo che si era instaurato a suo tempo. Alcune vittime di sequestri, che provarono la “sindrome”, a distanza di anni sono ancora ostili alla polizia. Le vittime della rapina alla Kreditbank di Stoccolma per lunghissimi anni si sono recate a far visita ai propri carcerieri, e una di esse ha sposato Olofsson. Altre vittime hanno cominciato a raccogliere fondi per aiutare i propri ex-carcerieri e molte si sono rifiutate di deporre in tribunale contro i sequestratori, o anche solo di parlare con i poliziotti che avevano proceduto all’arresto.

Cura della Sindrome di Stoccolma

Il ritorno alla vita di tutti i giorni dopo un periodo di prigionia più o meno lungo può essere assolutamente impegnativo per il prigioniero, in alcuni casi estremamente difficile. Essere separato dal rapitore, per la vittima che soffre della Sindrome di Stoccolma, può essere straziante: anche se il prigioniero non ha più le “catene”, si sente ancora emotivamente legato al rapitore e dipendente da esso. Il miglior trattamento per una vittima con la sindrome di Stoccolma è una psicoterapia gestita da professionisti altamente specializzati nella cura della dipendenza affettiva, inoltre risulta vitale – se possibile – l’amore ed il supporto della famiglia. Si può guarire dalla Sindrome di Stoccolma, ma in certi casi servono molti anni. In alcuni casi è utile anche affiancare alla psicoterapia, una terapia farmacologica che deve essere attentamente impostata dallo psichiatra.

Consigli per parenti ed amici di chi soffre della Sindrome di Stoccolma

Ecco alcuni suggerimenti per amici e parenti dei pazienti con la sindrome di Stoccolma:

  • Ricordare alla persona amata che le sue decisioni sono pienamente sostenute e che la famiglia la ama, qualsiasi cosa succeda.
  • Ricordare che la persona amata ha dovuto affrontare un’ardua scelta: la famiglia o quella situazione. Poiché la famiglia era minacciata, la vittima ha imparato a scegliere il rapitore e ha ferito i sentimenti dei famigliari.
  • Più si mette la vittima sotto pressione, più difficile sarà per lei resistere.
  • Rimanere in contatto con la persona amata durante il recupero. Mantenere le comunicazioni il più possibile.

Casi famosi di Sindrome di Stocolma

  • Il caso più famoso, che ha dato il nome alla sindrome, è quello del rapinatore Jan-Erik Olsson, la sua storia la potete trovare qui: Sindrome di Stoccolma: perché si chiama così? Ecco l’origine del nome
  • Natascha Kampusch ha vissuto segregata col suo rapitore (Wolfgang Priklopil) dal marzo 1998 al 23 agosto 2006, giorno in cui è scappata. Ha testimoniato di avere avuto più volte la possibilità di scappare, ma ha preferito restare col rapitore. Il motivo della fuga, infatti, non è stato un desiderio di libertà, ma un litigio col rapitore stesso. Agli investigatori e agli psicologi che si prendono cura di lei ha testimoniato dicendo che non si sentiva privata di niente e che è dispiaciuta della morte del suo rapitore (che si è suicidato dopo che era scappata). La ragazza, però, intervistata dalla televisione austriaca il 6 settembre 2006, ha smentito le voci sulla sua presunta “sindrome di Stoccolma”, aggiungendo di non aver mai rinunciato alla fuga. Ha solo manifestato pietà per il rapitore suicida e per la sua famiglia. In seguito a questa intervista, che ha fatto il giro del mondo, il filosofo e psicoanalista italiano Umberto Galimberti, in un articolo apparso sulla prima pagina de La Repubblica del giorno dopo (“Una vita sospesa”), ha escluso che quello della ragazza austriaca sia un caso di “sindrome di Stoccolma”.
  • Jaycee Lee Dugard è stata rapita all’età di 11 anni ed è stata ostaggio per quasi 18 anni. Ha due figli con il suo rapitore e non ha mai tentato di fuggire. Anche lei ha mentito e ha cercato di difendere il rapitore quando è stata interrogata. Ha ammesso di avere un legame emotivo profondo con lui, ma dopo essersi riunita con la sua famiglia ed essersi trasferita, ha condannato le azioni del delinquente.
  • Shawn Hornbeck, 11 anni, sparito il 6 ottobre 2002 e ritrovato per puro caso nel gennaio del 2007, quando aveva ormai 15 anni, durante le ricerche di un altro ragazzino scomparso (Ben Ownby). Vissuto per 4 anni con il rapitore Michael Devlin (nel cui appartamento è stato trovato anche Ben Ownby), i vicini di casa affermano di averlo visto più volte giocare nel giardino da solo, con Michael o con alcuni amici, tanto che pensavano fossero “padre e figlio”. Shawn aveva anche un cellulare e navigava tranquillamente su internet: aveva visto in tv gli appelli dei genitori e aveva anche mandato alcune email al padre con scritto «Per quanto tempo pensate di cercare ancora vostro figlio?».

La Sindrome di Stoccolma nei film e nelle serie tv

Ecco una lista di film ed episodi di serie tv in cui si fa riferimento alla Sindrome di Stocolma (attenzione: in alcuni casi c’è possibilità di “spoiler“):

  • In Un mondo perfetto di Clint Eastwood, l’evaso Butch Haynes (Kevin Costner) rapisce un bambino e fugge attraverso il Texas. Durante il loro viaggio il bimbo sviluppa un legame tipico della sindrome di Stoccolma.
  • Agente 007 – Il mondo non basta; James Bond (Pierce Brosnan) smaschera la bella Elektra King (Sophie Marceau) accusandola di essersi alleata con il “cattivo” di turno, Renard (Robert Carlyle), che l’aveva sequestrata tempo prima, avendo acquisito proprio la sindrome di Stoccolma.
  • Nel film Tom à la ferme di Xavier Dolan.
  • Nella puntata 4 della prima stagione di Hannibal.
  • Nel film La pelle che abito, di Pedro Almodóvar.
  • Dal tramonto all’alba.
  • Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto.
  • Ore contate (1989) con Jodie Foster e Dennis Hopper.
  • Nell’episodio 7 della terza serie del telefilm The Unit.
  • Nell’episodio 6 della prima serie del telefilm Lie to Me .
  • Nell’episodio 18 della terza serie del telefilm Criminal Minds dal titolo Vite Incrociate e nell’episodio 13 della quarta serie dal titolo Di Padre In Figlio.
  • Nell’episodio 9 della quinta serie del Dr. House – Medical Division.
  • Nelle tre serie di Law & Order.
  • Buffalo ’66.
  • Il negoziatore.
  • Sesso e fuga con l’ostaggio.
  • Matlock: The Kidnapping.
  • Quel pomeriggio di un giorno da cani.
  • Captain Phillips – Attacco in mare aperto.
  • Guerrilla: The Taking of Patty Hearst.
  • Six Feet Under, episodio 44 (That’s My Dog).
  • In Die Hard, un medico in una trasmissione televisiva descrive un fenomeno identico chiamato “Sindrome di Helsinki”.
  • In Viaggio senza ritorno del 1997 una coppia interpretata da Kevin Pollak e Kim Dickens è presa in ostaggio da Vincent Gallo e Kiefer Sutherland; l’uomo simpatizza con i propri rapitori.
  • Azione mutante, film di Alex de la Iglesia prodotto da Pedro Almodóvar. La sposa rapita Patricia Orujo si innamora del capo dei rapitori, Ramon Yarritu, il quale riconosce la sindrome di Stoccolma.
  • Nel film Taking 5-una band in ostaggio, uno dei rapitori accusa un ostaggio di essere sotto l’effetto della sindrome di Stoccolma.
  • Nell’episodio 14 della terza serie di Nip/Tuck dal titolo Cherry Peck.
  • In Il portiere di notte, film di Liliana Cavani, la protagonista instaura un rapporto ossessivo e indissolubile con l’uomo che la teneva prigioniera nel campo di concentramento durante la seconda guerra mondiale.
  • Nel film Cadillac Man – Mister Occasionissima del 1990, Robin Williams prende a cuore la situazione del malvivente (Tim Robbins).
  • Nel film D.e.b.s – Spie in minigonna la spia Amy si innamora della sua rapitrice Lucy Diamond e il sentimento viene ricambiato.
  • Nel film John Q, interpretato da Denzel Washington: le persone sequestrate da un padre che non può far trapiantare il cuore del figlio si schierano dalla parte del loro sequestratore e del suo dramma.
  • Nella prima serie di Close to Home, episodio 16 (Evasione).
  • Nella quarta serie Malcolm, episodio 18.
  • Nella serie televisiva NCIS si fa più volte riferimento alla Sindrome di Stocolma.
  • Nel film Lezioni di cioccolato, riferito al complesso nei confronti del datore di lavoro: un geometra sfruttatore e insensibile (2007).
  • Nel film Diario di una tata, riferito alla datrice di lavoro della tata (2007).
  • Nel film Légami! di Pedro Almodóvar.
  • Nel film Slevin – Patto criminale di Paul McGuigan, dove il piccolo Slevin diventa allievo del suo rapitore che avrebbe dovuto ucciderlo.
  • Nel film Spaghetti House di Giulio Paradisi in cui Nino Manfredi diventa amico del capo dei rapitori che hanno sequestrato lui e i suoi colleghi nel loro ristorante italiano.
  • Nell’episodio 2 della quarta serie di The Dead Zone dal titolo Il rapimento.
  • Nel film di Dusan Milic “Jagoda: Fragole al supermarket”, dove la commessa di un supermercato, Fragola, si innamora dell’uomo che la prende in ostaggio.
  • Nell’episodio 15 della tredicesima stagione de I Simpson, Homer si affeziona ai suoi rapitori brasiliani, tanto da creare un album con i momenti più divertenti del rapimento.
  • Nella prima serie di “True Blood” (episodio 10), il rapporto tra Jason Stackhouse e il vampiro rapito è un tipico caso di Sindrome di Stoccolma, che viene anche citata.
  • Nella puntata 1×09 della serie Canadese Flashpoint (serie televisiva) dal titolo: La sindrome di Stoccolma.
  • Nell’anime Black Lagoon il protagonista Rokuro Okajima (Rock) decide senza alcuna costrizione di entrare a far parte del gruppo di mercenari dai quali è stato preso in ostaggio (nel primo episodio viene anche citata da Rock la sindrome stessa).
  • Nel film Jagoda: Fragole al supermarket, la protagonista Jagoda (Branka Katic) si innamora, poi ricambiata, dell’uomo che la tiene ostaggio nel supermarket in cui fa la commessa, ed arriva persino a collaborare con lui contro la polizia di sua iniziativa.
  • In una puntata di Un posto al sole, Ornella Bruni (Marina Giulia Cavalli) si innamora del suo rapitore Massimo Renna (Duccio Giordano).
  • Nel film “Il miele del diavolo” di Lucio Fulci la protagonista tiene in ostaggio il medico che non è riuscito a salvare la vita al suo fidanzato, finendo però con l’innamoramento dei due.
  • Versione comica del caso nel film Airheads-Una band da lanciare in cui una band heavy metal per far trasmettere il loro pezzo in una radio, sequestra tutti i lavoratori, che però si divertono tanto da voler, specie per uno di loro, rimanere oggetto del sequestro quando la polizia va a “trarlo in salvo”.
  • Nella serie televisiva X-Files, nell’episodio “Follia A Due” (diciannovesimo episodio della quinta serie), l’agente Mulder si riferisce alla sindrome di Stoccolma chiamandola “Sindrome di Helsinki”.
  • Nella serie cinematografica “Saw – L’enigmista”, Amanda prima rapita, e poi stretta da un legame con il rapitore dopo essere riuscita a sfuggire.
  • Nella decima puntata della quarta serie di Ghost Whisperer intitolata appunto ‘La sindrome di Stoccolma’, in cui una donna è costretta a lasciare la famiglia e vive per qualche anno con il suo rapitore.
  • Nel film “Garage Olimpo”.
  • In CentoVetrine, nelle puntate in onda nel 2010, la protagonista Cecilia Castelli (Linda Collini) si innamora dell’uomo che l’ha tenuta segregata assieme alla sorella Serena in uno chalet per settimane.
  • Nell’ultima puntata della stagione 6 di Desperate Housewives in cui Lynette Scavo prova affetto per il suo carceriere Eddie Orlofsky.
    nella 13ª stagione ep. 15 delle serie animata I Simpson uno dei rapitori di Homer dice riferendosi a Homer “ha la sindrome di Stoccolma, si identifica con i suoi rapitori”.
  • Nel dodicecismo episodio della settima serie del telefilm ‘Medium (serie televisiva)’, Joe, il marito di Allison, nomina la Sindrome di Stoccolma in relazione al sequestro subìto dalla moglie da parte di un uomo che la costringeva a sognare per conoscere la fine della moglie scomparsa.
  • Nell’ottavo episodio della prima serie del telefilm Rizzoli & Isles (intitolato ‘La Sindrome di Stoccolma’), una donna si innamora dell’assassino di suo marito.
  • Nel decimo episodio della quarta stagione di Ghost Whisperer.
  • Nella 7ª stagione della serie televisiva Dexter, Hannah McKay e Dexter si innamorano.
  • Nella telenovela venezuelana del 1984 dal titolo Leonela la protagonista si innamora dell’uomo che l’ha stuprata. La novela è basata su un fatto di cronaca vera.
  • Nella puntata 01×12 della serie televisiva ‘Once Upon A Time’. Bella, catturata da Tremotino, se ne innamora.
  • Sara Harvey, nella serie televisiva thriller Pretty Little Liars, dopo due anni di segregazione da Charlotte DiLaurentis, incomincia a sviluppare la Sindrome di Stoccolma; la sindrome viene nominata più volte all’interno della serie.

Leggi anche:

Lo Staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o unisciti al nostro gruppo Facebook o ancora seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Neurologia, psicopatologia e malattie della mente, Psicologia e pedagogia e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Sindrome di Stoccolma: psicologia, in amore, casi, cura e film in cui è presente

  1. Pingback: La Sindrome di Stoccolma | Profilicriminali

I commenti sono chiusi.