La bimba col cappotto rosso di “Schindler’s List” e la promessa infranta con Spielberg

medicina online oliwia dabrowska red coat girl before after now schindlers list steven spielberg liam neeson ben kingsley ralph fiennes ebrei nazismo olocausto seconda guerra mondialeNel 1993 usciva nelle sale di tutto il mondo “Schindler’s List“, il celebre capolavoro di Steven Spielberg e vincitore di sette premi Oscar tra cui miglior film e regia, basato sulla storia vera di Oskar Schindler, l’imprenditore tedesco che salvò oltre mille ebrei dai campi di sterminio. Nel film comparivano grandi attori, come Liam Neeson, Ben Kingsley e Ralph Fiennes. Una delle scene simbolo del film è quella con la bambina col cappotto rosso (in inglese chiamata “red coat girl“) che vagava da sola per strada, tra caos, prigionieri e militari armati. Immagine – la sua – candida ed innocente che contrastava sia con quello che le accadeva attorno, sia con le immagini in bianco e nero della pellicola visto che, assieme al colore della fiamma di alcune candele (visibili all’inizio e verso la fine del film), il rosso del suo cappotto era in pratica l’unico colore visibile nell’intero lungometraggio, escludendo anche la breve parte finale, ambientata nel 1993. Grazie alla potenza evocativa del contrasto tra innocenza della bimba ed atrocità della situazione, e grazie all’effetto Von Restorff (cioè la tendenza del nostro cervello a memorizzare ciò che è inconsueto e si distingue rispetto all’ambiente circostante), quella bambina rimarrà per sempre scolpita nella memoria di chiunque veda il film.

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Quella bimba oggi ha 29 anni, è nata a Cracovia (Polonia) e si chiama Oliwia Dabrowska.

La bimba col cappotto rosso

La bimba col cappotto rosso compare durante la terribile scena della liquidazione del ghetto di Cracovia, in cui Oskar Schindler (Liam Neeson) si ritrova davanti all’orribile spettacolo della deportazione ebraica, vedendo la bimba che cammina lentamente, in silenzio, senza genitori, apparentemente senza meta, tra prigionieri, uomini giustiziati per strada, soldati e mitragliatrici. È da quel momento – sottolineato dallo sguardo profondo di Neeson – che il personaggio di Schindler si accorge veramente delle atrocità inaudite che stanno accadendo intorno a lui e decide di fare tutto il possibile per salvare il maggior numero di ebrei dallo sterminio: è un momento molto toccante del film ed un vero snodo cardine della storia. Al termine della scena prima descritta, vediamo la bambina allontanarsi dalla fila dei prigionieri, entrando nel portone di un palazzo per poi salire le scale e nascondersi sotto il letto di un appartamento, dove aspetta impaurita il suo destino stringendo le proprie manine sulle orecchie. Il suo cappotto non è più raffigurato col rosso.

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Ogni spettatore, in quel momento, spera che la bimba si sia quindi salvata dai nazisti. Speranza vana: in una straziante scena successiva del film, durante la riesumazione delle vittime, la ritroviamo senza vita ed ammassata su un carriola piena di corpi destinati alle fiamme, dalle fattezze irriconoscibili. Capiamo che si tratta della stessa bimba solo per un particolare: il colore rosso acceso del suo cappottino.

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Il motivo alla base della scelta di inserire questo particolare nel film è stato spesso interpretato come un omaggio ad Akira Kurosawa che aveva già usato questo stesso espediente in Anatomia di un rapimento, film uscito trent’anni prima, ma fu lo stesso Spielberg a spiegare che quello fu un messaggio di denuncia nei confronti di tutti quelli che si erano resi perfettamente conto di ciò che stesse accadendo a causa del nazismo, ma che non fecero nulla per intervenire:

«Era lampante, come una bambina con un cappotto rosso che cammina per la strada, ma nessuno pensò di bombardare le linee ferroviarie tedesche. Nulla fu fatto per fermare l’annientamento degli ebrei europei. Quindi questo è il mio messaggio nel lasciare quel particolare del film a colori»

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La promessa infranta con Spielberg

La Dabrowska all’epoca aveva circa 3 anni ed era ben poco consapevole di entrare nella storia del cinema. In una recente intervista al Times, la bambina ormai diventata donna adulta ha rivelato di essere stata segnata e traumatizzata da quel ruolo. L’attrice aveva promesso a Spielberg che non avrebbe guardato la pellicola fino a quando non avrebbe compiuto 18 anni, invece lo ha fatto quando ne aveva appena 11 e la reazione fu sconvolgente:

«Non capivo tanto all’epoca, ma ero sicura che non l’avrei mai più rivisto in vita mia. Mi vergognavo di essere nel film ed ero arrabbiatissima con mia mamma e mio padre quando dissero a tutti che la bambina nel film ero io. Quelli che lo avevano saputo dicevano che ero stata brava, ma cominciavano a farmi domande sull’Olocausto a cui non sapevo rispondere»

Questo accadeva quando l’attrice aveva 11 anni ma appena compiuti i 18, la Dabrowska ha rivisto il film una seconda volta e – con la maggiore maturità e consapevolezza acquisite con gli anni e gli studi scolastici – si è resa conto di aver preso parte a qualcosa di eccezionale e di cui poteva essere veramente orgogliosa per tutta la vita e confermò:

«Spielberg aveva ragione, per poter apprezzare il film dovevo crescere e maturare»

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La nuova vita

Dopo Schindler’s List la Dabrowska ha preso parte ad un altro film, decisamente molto meno noto, intitolato “Gry uliczne“, di Krzystof Krauze, uscito nel 1996 solo in Polonia, Ungheria e Lituania. Successivamente ha deciso di non dedicarsi più al cinema ed è tornata a Cracovia per dedicarsi esclusivamente agli studi universitari e diventare bibliotecaria: ora lavora part-time in una libreria della sua città. Ma per tutti resterà per sempre la bambina col cappotto rosso.

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