Aleshia Rogers, giovane madre di tre figli originaria di Lincoln, Nebraska (USA), visse nel 2020 un’esperienza drammatica che ha segnato profondamente la sua vita e quella della sua famiglia. Dopo un parto cesareo di emergenza, le venne prescritto ibuprofene come analgesico per il dolore postoperatorio, un farmaco antinfiammatorio (appartenente al gruppo dei FANS, antinfiammatori non steroidei) che aveva già utilizzato in passato senza particolari problemi, soprattutto per il trattamento dei crampi mestruali. Per alcune settimane la terapia sembrò procedere senza complicazioni, ma nel giro di pochi giorni iniziarono a comparire sintomi aspecifici che sarebbero stati i primi segnali di una reazione gravissima.
Evoluzione clinica rapidissima
La donna accusò inizialmente febbre, brividi, mal di gola e un’irritazione oculare. Ai primi accessi al pronto soccorso i medici formularono diagnosi relativamente comuni, come una congiuntivite o una possibile scarlattina, invitandola a proseguire con la terapia analgesica. L’evoluzione clinica fu però rapidissima: comparvero eruzioni cutanee estese, vescicole e un dolore intenso che resero Aleshia irriconoscibile nel giro di poche ore. Una nuova valutazione ospedaliera portò alla diagnosi di sindrome di Stevens-Johnson, poi evoluta nella sua forma più severa e con estensione maggiore delle lesioni: la necrolisi epidermica tossica.
In pochi giorni Aleshia perse fino al 95% della superficie cutanea, sviluppò sepsi e insufficienza multiorgano e venne ricoverata in terapia intensiva con una prognosi infausta.
Altissima mortalità
Le probabilità di sopravvivenza erano stimate tra il 5 e il 10 per cento. Per tentare di salvare la sua vita i medici decisero di indurre un coma farmacologico della durata di tre settimane, durante il quale vennero eseguiti numerosi interventi di innesto cutaneo e terapie avanzate di supporto. Anche gli occhi furono gravemente colpiti e richiesero un trapianto di membrana amniotica per tentare di preservare la funzionalità visiva.
Contro ogni previsione, Aleshia dopo circa un mese poté lasciare il reparto. La guarigione non fu completa: negli anni successivi dovette convivere con cicatrici, complicanze croniche e conseguenze a lungo termine sul piano fisico ed emotivo, che continuano ancora oggi. La giovane madre ha scelto di raccontare pubblicamente la propria storia, trasformandola in un messaggio di consapevolezza sui rischi, seppur rari, legati a farmaci di larghissimo impiego come appunto l’ibuprofene.
Sindrome di Stevens-Johnson e necrolisi epidermica tossica
Il caso di Aleshia Rogers richiama l’attenzione sulle reazioni avverse gravi in farmacologia, in particolare sulla sindrome di Stevens-Johnson e sulla necrolisi epidermica tossica, patologie rare ma potenzialmente letali in cui il sistema immunitario aggredisce la pelle e le mucose come se fossero tessuti estranei. Numerosi studi hanno documentato l’associazione con farmaci di uso comune, compresi alcuni antiepilettici, antibiotici e antinfiammatori non steroidei come l’ibuprofene. Sebbene la frequenza assoluta sia estremamente bassa, la severità del quadro clinico impone una vigilanza costante e una diagnosi precoce, che può fare la differenza tra la vita e la morte.
Oggi Aleshia vive con le conseguenze di quell’evento ma anche con la forza di una sopravvissuta. La sua vicenda non è soltanto un monito sui rischi della farmacoterapia, ma anche una testimonianza di speranza e coraggio di fronte a una delle condizioni più devastanti che la medicina conosca.
Altre storie simili
Esistono purtroppo altre storie simili a quella di Aleshia Rogers, legate a reazioni avverse gravi a farmaci comunemente usati. Tra i più noti:
- Karen Reddington-Brown – Regno Unito. Karen, una donna britannica di 36 anni, assunse un antibiotico della classe delle sulfonamidi per curare una semplice infezione urinaria. Dopo pochi giorni sviluppò una sindrome di Stevens-Johnson che progredì in necrolisi epidermica tossica. Nel giro di 48 ore la sua pelle iniziò a staccarsi e venne ricoverata in terapia intensiva. Nonostante settimane di cure intensive, Karen perse gran parte della vista ed ebbe cicatrici permanenti, diventando parzialmente disabile. La sua storia è stata raccontata dalla BBC come esempio del rischio, seppur rarissimo, di alcune terapie antibiotiche di routine.
- Casey Williams – USA. Una ragazza di 14 anni dell’Ohio assunse un farmaco anticonvulsivante, la lamotrigina, prescritto per un disturbo dell’umore. Dopo circa due settimane iniziò a presentare sintomi simil-influenzali seguiti da eruzioni cutanee estese. Nel giro di pochi giorni la diagnosi fu di SJS evoluta in TEN. Nonostante il ricovero immediato e terapie aggressive, la giovane morì per insufficienza multiorgano. Il suo caso è stato pubblicato su riviste mediche statunitensi ed è oggi citato come monito sulla necessità di monitorare con estrema attenzione i pazienti nelle prime settimane di terapia con lamotrigina.
- Michael Langford – Australia. Un uomo di 47 anni ricevette un trattamento con allopurinolo, farmaco comunemente prescritto per la gotta. Dopo alcuni giorni comparvero rash cutanei e febbre alta, rapidamente peggiorati in una forma di TEN. Michael fu ricoverato in terapia intensiva, ma sviluppò complicanze respiratorie e renali che portarono al decesso. Questo caso, pubblicato su The Medical Journal of Australia, ha contribuito a sensibilizzare i clinici sul rischio di SJS/TEN legato proprio all’allopurinolo, in particolare nei pazienti asiatici portatori dell’allele HLA-B*58:01, fortemente associato a questa reazione.
- Stephanie Smith – Regno Unito. La storia di Stephanie, nota ai media britannici, è particolarmente dolorosa. Dopo aver assunto un comune antibiotico a base di penicillina, la donna sviluppò una necrolisi epidermica tossica estesa. I medici furono costretti a indurle un coma farmacologico per diversi mesi. Alla dimissione, Stephanie aveva perso la capacità di vedere, parlare e muoversi autonomamente. La vicenda ha fatto scalpore perché la giovane era una studentessa universitaria in piena salute e la reazione avversa cambiò completamente il corso della sua vita.
- Mason Smoak – USA. Caso famoso negli Stati Uniti: Mason, un ragazzo di 18 anni, sviluppò la sindrome di Stevens–Johnson dopo l’assunzione di ibuprofene per una banale influenza. In meno di una settimana il quadro clinico degenerò, con perdita di gran parte della pelle, insufficienza respiratoria e complicanze oculari irreversibili. Dopo un lungo ricovero, Mason sopravvisse ma rimase cieco. La sua famiglia fondò una fondazione dedicata alla sensibilizzazione sulla SJS/TEN, oggi molto attiva nella divulgazione scientifica e nel sostegno ai pazienti.
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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine