Dipendenza dal lavoro (workaholic): cause e come guarire

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma SEMPR STANCO SENZA ENERGIA LAVORO RIMEDI Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari Ano PeneLa sindrome da dipendenza dal lavoro o sindrome da workaholism (traducibile con “ubriacatura da lavoro”) è un comportamento patologico caratterizzato da una dedizione al lavoro di tipo ossessivo-compulsivo. Il lettore potrebbe quindi pensare che un comune “stacanovista”, che lavora molte ore al giorno, sia necessariamente affetto da dipendenza dal lavoro, ma ciò non è necessariamente vero. Come spesso accade nelle patologie di interesse psichiatrico, un comportamento è ritenuto generalmente normale fino a quando tale comportamento non va ad intaccare la sfera dei rapporti sociali, famigliari e professionali. Uno stacanovista può essere considerato “dipendente dal lavoro” quando il suo comportamento ossessivo compulsivo va effettivamente ad interferire coi suoi rapporti sociali e famigliari: nel workaholic capita frequentemente che i rapporti con il/la coniuge ed i figli si deteriorino proprio per colpa del suo eccessivo lavoro, che inevitabilmente ruba tempo ed energie alla famiglia, oltre a determinare spesso delle vere e proprie patologie organiche nel paziente, come ad esempio danni agli occhi per una eccessiva esposizione cronica a videoterminali, se non addirittura il decesso.
Il primo caso noto di morte da troppo lavoro si ebbe nel 1969 in Giappone, paese dove ancora oggi lo stress legato all’eccessivo lavoro è un problema di rilevanza nazionale, ma è solo nella seconda metà degli anni ’70 che le società si resero conto dei danni provocati dalla dipendenza dal lavoro e del fatto che in questa categoria di persone era necessario un intervento medico.

Una patologia che si mimetizza

Lavorare assiduamente regala al soggetto elevate quantità di autostima, sotto forma di un neurotrasmettitore chiamato “dopamina“, una vera e propria droga endogena del piacere. Ogni ora in più di lavoro svolto ed ogni promozione, guadagno economico in più e obiettivo aziendale raggiunto, regalano al lavoratore maggiori dosi di questo neurotrasmettitore e quindi di piacere. Lavorare diventa quindi una vera e propria tossicodipendenza da dopamina, al pari della masturbazione compulsiva, della dipendenza da internet, da gioco d’azzardo, da shopping online o da cocaina ed altre droghe. A differenza delle droghe però, che portano a comportamenti ostracizzati dalla società, l’ubriaco di lavoro è invece non solo accettato dalla società, ma anzi ben voluto e spinto ancor più a comportamenti ossessivi per raggiungere traguardi economici sempre più elevati e che non bastano mai. Una volta che il cervello si abitua ad alte dosi di dopamina, ne vuole sempre più e quando non ha la sua dose giornaliera, la persona sente i sintomi dell’astinenza: per tale motivo per un workaholic, un giorno senza poter lavorare diventa motivo di ansia e nervosismo, in un vero e proprio craving da lavoro.

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Dualismo lavoro/famiglia

La società, gli amici, l’ambiente di lavoro ed il consenso che il workaholic si costruisce giorno per giorno lo fanno quindi apprezzare così tanto dai colleghi di lavoro, che quando torna a casa il lavoratore non riesce per nulla a comprendere il motivo per cui invece la famiglia si lamenta. È questo il classico segno di riconoscimento del workaholic: il dualismo tra consenso esterno e notevole risentimento dei familiari. L’ubriaco di lavoro anzi si chiede come sia possibile che la sua famiglia non gli sia riconoscente di tutti i soldi che lui porta a casa solo per loro. Lui pensa “io lavoro tanto per loro, perché non mi sono riconoscente?”. Ma fa un piccolo errore: lui pensa di lavorare tanto per la famiglia, ma non si rende conto di lavorare tanto solo per sé stesso e per la dose di dopamina che riceve ed a cui si è assuefatto.

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I famigliari e le conseguenze

Chi vive con un workaholic si sente impotente: competere con un’ossessione così forte è impossibile, anche perché il famigliare è realmente convinto di lavorare tanto per la propria famiglia quindi potrebbe vedere l’invito a lavorare di meno come un paradossale invito ad occuparsi meno della propria famiglia. Anzi paradossalmente il paziente, nel momento in cui i famigliari si lamentano con lui, potrebbe vedere l’occasione di lavorare ancor di più per poter portare a casa più soldi per la propria famiglia, in un circolo vizioso senza fine.
Il lavoro ha sul workaholic un effetto anestetizzante sia sulla sfera emotiva (che li rende distaccati e insensibili) sia sulla attività sessuale (che si riduce o si azzera addirittura). I segni esteriori di affetto, come il semplice salutarsi baciandosi, sono aborriti. Ciò accade perché altissimi livelli di dopamina sono mantenuti dal lavoro, fatto che determina una vera e propria insensibilità alle piccole grandi gioie della vita che rilasciano dosi di dopamina troppo piccole per la mente assuefatta del paziente.
Il sistema familiare è mantenuto fin tanto che i membri lo sopportano e sono costretti ad adattarsi per mantenere l’equilibrio. Per il workaholic la differenza tra ufficio e casa, intesa come differenza ambito lavorativo-ambito personale è andata perduta, e quindi troverà naturale continuare a lavorare in casa, a letto, nel week-end o in vacanza.

Diffusione

I settori colpiti sono la libera professione: artigiani, avvocati, commercialisti, medici, manager ed in generale tutti quei lavori che possono essere svolti a qualsiasi orario, anche da casa. Solitamente sono lavori in cui più il soggetto si impegna, più i traguardi economici e di status sono elevati. Raramente il fenomeno si manifesta nei dipendenti per almeno due motivi: perché è loro precluso il rientrare al lavoro dopo la timbratura e perché difficilmente lavorare molto di più tende a variare i risultati dell’azienda, fatto che solitamente tende nel tempo ad appianare verso il basso il livello dei dipendenti, al contrario dei lavoratori autonomi “costretti” a dover dare sempre il massimo per non soccombere di fronte ai competitor.

Il dipendente dal lavoro “tipico”

Ecco alcune caratteristiche tipiche del workaholic:

  • è più spesso uomo, tra i 30 ed i 45 anni, con istruzione medio/alta;
  • è incapace di rilassarsi: la sua mente è sempre alla ricerca di soluzioni per risolvere i problemi lavorativi. Spesso di notte sogna nuovi sistemi da applicare sul lavoro e se si sveglia e se li ricorda, li annota ed il giorno dopo prova a metterli in pratica;
  • passa il tempo libero, i week-end, le ferie in attività che possano avere una qualche relazione col lavoro;
  • è sempre sicuro di sé, invincibile, arido, concentrato sul successo professionale, spesso aggressivo ed egocentrico;
  • tende a voler avere tutto sotto il suo controllo;
  • non pone un confine tra la vita professionale e quella personale, familiare; perde il concetto di privacy;
  • dorme poco: secondo lui le sue forze lavorative sono inesauribili;
  • sente un forte disprezzo per chi frequenta concerti, teatri, pratica sport, in sintesi per coloro che spendono del tempo in attività “futili” e non produttive come il lavoro;
  • se compie attività “futili”, lo fa solo per un tornaconto professionale, ad esempio va a teatro solo per compiacere il capo appassionato di teatro, oppure va a fare shopping per comprare vestiti ed accessori che lo fanno apparire più professionale;
  • quando non lavora si sente inquieto e annoiato, sente di “perdere tempo prezioso”;
  • non pratica sport se non quelli connessi direttamente o indirettamente al suo lavoro: ad esempio un pugile professionista può allenarsi un numero troppo elevato di ore, oppure un manager può giocare a tennis col suo capo con l’obiettivo di fare carriera, o ancora lo stesso manager può fare palestra NON per “comuni” obiettivi salutistici ma solo per poter incrementare le performance lavorative;
  • tutte le sue azioni hanno come finalità il lavoro, l’aumentare la produttività o avere promozioni;
  • è molto rigido dal punto di vista comportamentale;
  • può sviluppare una dipendenza da internet se l’uso di quest’ultimo è strettamente correlato al suo lavoro.

Cause

Le cause non sono del tutto note, spesso il dipendente dal lavoro sviluppa questo lato ossessivo compulsivo in risposta ad una ansia che deriva da scarsa autostima o da fatti traumatici avvenuti in giovane età.

Conseguenze nella coppia

Quando uno dei due partner sviluppa la sindrome da workaholism se non si interviene prontamente, interrompendo tale stato patologico, la coppia è destinata a morire. Il workaholic tende a comportarsi in modo autoritario in famiglia e percepisce il coniuge come un estraneo, un accessorio, ne consegue un serio deterioramento della sfera affettiva che induce aridità, apatia, cinismo e indifferenza tra i coniugi.

Conseguenze coi figli

Una volta individuato, un workaholic va considerato tutto il nucleo famigliare in co-dipendenza. Mentre il coniuge ha la possibilità di separarsi o divorziare, come statisticamente avviene, i figli sono costretti a vivere fino alla maggiore età la situazione stressogena di un genitore workaholic. Danneggiati da esso, vengono definiti “co-dipendenti” e si sviluppano differenti situazioni:

  • CO-D di tipo A – il figlio/a non si accorge del disturbo del genitore e lo vive come normalità;
  • CO-D di tipo B – il figlio/a se ne accorge sin dall’infanzia e adotta comportamenti adattativi tra i più svariati; in questo caso la presenza del workaholic costringe il figlio/a “sano” ad un riadattamento dinamico in termini di tempo, di restringimento dell’investimento socio-relazionale, di spesa economica e soprattutto di investimento di energia mentale, con una generale maggior presa di responsabilità da parte di questo. Adotta un progressivo congelamento dei sentimenti per garantirsi la sopravvivenza nel medio-lungo termine.

Il workaholic tende a dimenticare, ignorare o minimizzare importanti ricorrenze familiari come i compleanni dei figli.

Approccio psicoterapico

La dipendenza dal lavoro può avere diverse gravità. Se la situazione non è particolarmente grave, come in tutti i disturbi ossessivi compulsivi, il primo intervento proposto al paziente è quasi sempre un intervento comportamentale teso al graduale decondizionamento dalle abitudini ossessivo-compulsive acquisite, partendo da quelle che lo coinvolgono in modo più lieve e che interferiscono meno con le attività quotidiane. Ottenuti i primi miglioramenti, si passa ad analizzare e rimuovere i comportamenti più invasivi e disturbanti, seguendo una logica graduale, fino alla completa risoluzione del disturbo. Nella maggior parte dei casi, il trattamento è effettuato a livello ambulatoriale, con sedute periodiche individuali o di gruppo, o in regime di day hospital.

Terapia farmacologica del Disturbo ossessivo-compulsivo

Se il disturbo ossessivo-compulsivo è presente da diverso tempo o molto radicato per riuscire a ottenere un miglioramento significativo, è necessario intraprendere un trattamento farmacologico con antidepressivi, in grado di correggere la riduzione dei livelli cerebrali di serotonina. I composti più indicati a questo scopo sono gli inibitori del riassorbimento della serotonina (SSRI) e della noradrenalina (SNRI). Si tratta di farmaci sicuri, efficaci e ben tollerati che nel disturbo ossessivo-compulsivo riescono a determinare un buon miglioramento dei sintomi dopo circa 2-4 settimane di assunzione regolare. In alcuni casi, in relazione alle caratteristiche del singolo paziente e delle manifestazioni specifiche del disturbo, il medico potrà proporre, in associazione agli antidepressivi, anche farmaci di altro tipo, come per esempio antipsicotici. Qualunque sia la terapia individuata, per ottenerne i massimi benefici è importante seguire attentamente le indicazioni del medico rispetto a dosaggi e tempi di assunzione, senza interrompere il trattamento farmacologico non appena ci si sente meglio.

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Cosa può fare la famiglia?

La famiglia può fare molto per agevolare il percorso psicoterapeutico e/o farmacologici del paziente, assicurando un ambiente domestico capace di supportare e promuovere il recupero del dipendente dal lavoro e cercando di ristabilire relazioni interpersonali positive. Tuttavia, in alcuni casi il clima familiare è talmente destabilizzato da arrivare a compromettere seriamente la possibilità di ottenere benefici dalle cure proposte. Quando ciò si verifica, di norma il medico consiglia di estendere l’intervento psicoterapico all’intera famiglia o di prevedere l’allontanamento temporaneo del paziente dall’ambiente abituale. Nei casi più gravi, può essere necessario il ricovero ospedaliero.

 

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