La memoria prodigiosa dei gran maestri di scacchi: come fanno ad averla?

MEDICINA ONLINE DIFFERENZA TATTICA STRATEGIA SPORT GUERRA BATTAGLIA GIOCO TEORIA DEI GIOCHI CHESS SCACCHI PEZZI GIOCHI DA TAVOLA COMPETIZIONE TZU ARTE LIBRO TECNICA OBIETTIVO SUCCESSO STEP VITTORIA STORIAIl gioco degli scacchi rappresenta un esempio significativo di come funziona il cervello umano. Numerosi studi di neuropsicologia, condotti utilizzando tecniche che visualizzano quelle parti del cervello che sono più attive in una particolare situazione (come la PETI), indicano che gli scacchi «mettono in gioco» entrambi gli emisferi: un giocatore esperto, infatti, deve utilizzare tanto l’emisfero sinistro, specializzato nei processi logico-sequenziali, nel linguaggio e nell’astrazione, quanto il destro, coinvolto nei problemi di tipo spazio-temporale, nell’orientamento, nella memoria visuo-spaziale, nelle visioni d’insieme ecc. La «ginnastica mentale» degli scacchi raggiunge però livelli molto elevati nei giocatori professionisti che sono tali in quanto dimostrano una memoria eccezionale che consente loro di ricordare migliaia di partite e giocate precedenti: la loro mente è una sorta di archivio cui ricorrono per programmare le mosse e per visualizzare le conseguenze di una particolare strategia rispetto ad un’altra. Per avere un’idea delle capacità della memoria dei gran maestri di scacchi basterà pensare che uno dei più noti scacchisti della storia, il tedesco Emanuel  Lasker, era in grado di giocare cinque partite allo stesso tempo, mentre il russo Alexander Alekhin nel 1925 giocò simultaneamente, e con un altro campione, su ben 28 scacchiere vincendo 22 partite.

Alekhin giocava bendato per dimostrare le capacità della sua memoria, in effetti notevoli. Ancor più spettacolari furono le prestazioni di Harry Pillsbury che all’inizio del Novecento riusciva a giocare (bendato) su dodici scacchiere mentre allo stesso tempo, sempre bendato, giocava a dama su sei scacchiere e, ad occhi aperti, giocava a whist,
un gioco di carte allora di gran moda. Pillsbury, per dare dimostrazione delle proprie capacità mnemoniche, aggiungeva un ulteriore exploit: prima delle partite (a scacchi-dama-whist) memorizzava 30 parole insolite e difficili e, alla fine, le ripeteva senza
errori anche in ordine inverso. I gran maestri contemporanei, come Gary Kasparov, che è oggi il numero uno con un punteggio di 2815 contro il punteggio di 2720 di Lasker, retrocesso ad «appena» il decimo posto nelle classifiche, si allenano prima delle partite sia dal punto di vista fisico sia da quello psichico o meglio cerebrale. Gli allenamenti di tipo fisico sono comprensibili perché gli scacchi, giocati a livello competitivo, implicano un notevole investimento emotivo, sono stressanti e richiedono una buona efficienza psicofisica che consenta un controllo della propria «macchina» corporea, cervello compreso. Basti pensare che ad un famoso incontro tra Kasparov e Karpov, durato
diversi mesi, quest’ultimo ha perduto quasi 15 chili di peso cosicché alla fine le sue scadenti condizioni psicofisiche hanno precipitato la sua sconfitta. Kasparov, invece, si allenava intensamente con lo stesso preparatore che segue Sergey Bubka, il famosissimo recordman del salto con l’asta, sottoponendosi a lunghi esercizi di ginnastica aerobica che servono anche a mantenere ben irrorato il suo cervello. La preparazione psicofisica dei campioni di scacchi rassomiglia a quella degli atleti anche dal punto di vista dietetico: ad esempio, ingeriscono zuccheri e farinacei per assicurare al cervello risorse energetiche in quanto esso può aver bisogno, nei momenti di massimo impegno, di quasi la metà del fabbisogno energetico di tutto l’organismo.

Tutte queste forme di preparazione si risolvono in un miglioramento aspecifico del funzionamento cerebrale e quindi mentale: infatti, un cervello ben irrorato e ben nutrito funziona meglio. Ma è possibile modificare specificamente la qualità del funzionamento cerebrale? Ricerche condotte di recente su alcuni campioni di scacchi, tra cui l’inglese Dominic O’Brien, indica- no che alcune persone sono in grado di «spegnere»
o «accendere» alcune funzioni cerebrali attraverso modifiche dell’ attività elettrica del cervello. O’Brien, probabilmente, è il caso più indicativo anche perché la sua memoria è veramente prodigiosa, al punto che è ufficialmente «campione mondiale di memoria» e
ha vinto una Mind Sports Olympiad, le Olimpiadi della mente che si tengono in
estate a Londra. Il campione in carica, tanto per fare un esempio, può memorizzare nello spazio di meno di 33 secondi la sequenza delle 56 carte da gioco che formano un mazzo associando rapidamente ogni numero e segno (cuori, denari ecc.) al nome ed alle caratteristiche di persone a lui note. Dopo dieci minuti di riposo O’Brien può ripetere la prova con un’altra sequenza.

La caratteristica principale del cervello di questo e di altri campioni della memoria è che essi sono in grado di ridurre l’attività cerebrale a un livello simile a quello di una persona che si trova nello stato di dormiveglia o di sonno. Nello stato di veglia il nostro cervello è caratterizzato da onde elettriche ritmiche che spaziano tra i 12 e i 14 hertz (o cicli per secondo). Questo ritmo, rilevabile attraverso l’elettroencefalogramma, scende a circa 8-10 hertz negli stati di riposo ad occhi chiusi per arrivare a 5-7 hertz negli stati di dormiveglia-sonno. Il cervello di O’Brien lavora al meglio quando egli «stacca la spina», riuscendo così a inibire quell’attività cerebrale a 12-14 hertz in cui il cervello è vigile ma anche turbato da altre sensazioni, percezioni e pensieri che possono disturbare e deconcentrare gli «atleti mentali». Insomma, lo studio del cervello degli scacchisti
e dei campioni di memoria indica che in molti casi si può raggiungere una notevole concentrazione mentale riducendo, anziché aumentando, il ritmo del cervello: quando questo è rapido, la corteccia è pronta a rispondere a una moltitudine di stimoli e a portare avanti diverse attività mentali, mentre una riduzione del ritmo può favorire un’attività mentale selettiva e intensa, come indicano anche gli studi condotti sul cervello degli astronauti mentre eseguono compiti complessi.

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