Acne: non tutti i batteri sono cattivi

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Medicina Chirurgia Estetica Benessere Dietologo Nutrizionista Roma Cellulite Sessuologia Ecografie Tabagismo Smettere di fumare Dimagrire Acne non tutti batteri sono cattiviSi chiama Propionibacterium acnes ed è considerato uno dei fattori scatenanti degli inestetismi cutanei che affliggono milioni di adolescenti, ma non solo. Si tratta di batteri che normalmente vivono sulla pelle di tutti noi eppure, se da un lato c’è chi per anni deve fronteggiare la comparsa di punti neri, brufoli, pus e cicatrici, dall’altro c’è chi ha la fortuna di avere a che fare solo sporadicamente con la comparsa di qualche foruncolo. Ricercatori dell’Università della California, della Washington University e del Los Angeles Biomedical Research Institute hanno scoperto perché non sempre i batteri dell’acne sono responsabili della malattia della pelle. Solo alcuni ceppi sono infatti “cattivi” e associati alla comparsa di brufoli e rossore. Altri invece sono “buoni” e hanno una funzione protettiva della nostra epidermide.

LO STUDIO

Il team di ricerca, raccogliendo campioni di batteri dai pori del naso di 49 pazienti affetti da acne e 52 persone con la pelle sana, ha identificato più di 11mila ceppi di P. Acnes. Tra questi hanno individuato 10 ceppi più comuni, rilevando una forte associazione tra due ceppi in particolare (RT4 e RT5) e l’acne e, al contrario, tra il ceppo RT6 e la pelle sana. «Abbiamo il sospetto che questo ceppo, comune nella pelle sana ma raramente presente in chi ha problemi di acne, contenga un meccanismo naturale di difesa che consente di riconoscere gli aggressori e distruggerli prima che possano infettare la cellula batterica. Mentre alcuni geni codificati in RT4 e RT5 possono aumentarne la virulenza» spiega il dermatologo Noah Craft, coautore dell’articolo pubblicato sul Journal of Investigative Dermatology. I ricercatori hanno riscontrato in pratica che non c’è alcuna differenza statisticamente significativa nella quantità di P. acnes quando si confrontano pazienti con acne e individui sani. Sono dunque le diverse caratteristiche genetiche dei ceppi batterici che vivono nei nostri pori a fare la differenza tra una pelle perfetta o piena di brufoli antiestetici.

L’ACNE

Al momento è riconosciuto che a innescare lo stato infiammatorio della pelle è una ipercolonizzazione dei follicoli pilosebacei da parte del batterio P. Acnes. Si formano cioè tappi di sebo che ostruiscono il condotto del follicolo e compaiono così arrossamenti, punti neri, foruncoli e pus. «Questo studio dimostra che la pelle dei soggetti predisposti all’acne costituisce un terreno adatto a ospitare i ceppi batterici più aggressivi» sottolinea Giuseppe Monfrecola, direttore della Scuola di Specializzazione in Dermatologia e Venereologia dell’Università Federico II di Napoli. Che aggiunge: «L’acne non è semplicemente un problema estetico ma una malattia della pelle. Multifattoriale. Diversi fattori, cioè, concorrono alla sua manifestazione: genetici, immunologici e ormonali». Può presentarsi in forme di diversa entità e gravità: dalla più semplice, con la presenza di punti neri (comedoni aperti) sulla fronte e sul naso, alla forma papulo-pustulosa, con rossore e i cosiddetti brufoli infiammati e pieni di pus su viso, torace, spalle e schiena, fino alla forma più grave con la formazione di noduli, cisti e cicatrici permanenti. Compare nell’adolescenza ma può protrarsi ben oltre i 30 anni. «In Italia – precisa il dermatologo – si stima che circa l’80 per cento della popolazione giovanile (12-30 anni) abbia problemi di acne, ciò significa oltre 2 milioni e mezzo di persone». Che, a causa dell’acne, possono vivere enormi disagi psicosociali: «Papule, pustole, noduli e cicatrici deteriorano infatti la qualità della vita: molto spesso infatti gli adolescenti non vogliono più frequentare i propri coetanei, si sentono inappropriati con l’altro sesso e vivono l’handicap di sentirsi osservati per il loro aspetto».

LA TERAPIA

Intervenire sull’acne è possibile: ma per avere dei riscontri efficaci sono necessari il supporto del medico e controlli dermatologici periodici. Anche perché non esiste la cura, ma tante cure, adeguate all’età e al sesso del paziente, al periodo dell’anno (alcuni farmaci infatti possono interferire con l’esposizione al sole e procurare reazioni fastidiose) e ai risultati di eventuali terapie precedenti. «Il trattamento deve essere dunque personalizzato e portato avanti per anni, perché non esistono soluzioni mordi e fuggi – precisa Monfrecola -. A seconda dei casi, si può ricorre a terapie topiche con creme a base di retinoidi, derivanti dalla vitamina A, che servono a creare un ricambio più attivo delle cellule dell’epidermide evitando la formazione dei comedoni oppure, in caso di acne papulo-pustolosa, creme o gel a base di benzoilperossido o antibiotici. In casi più gravi si possono prescrivere antibiotici orali (come tetraciclina, doxiciclina, minociclina e macrolidi) che, svolgendo anche un’azione antiinfiammatoria e non solo antibatterica, vengono quindi usati per spegnere l’infiammazione dei follicoli pilosebacei». Ora, secondo i ricercatori americani, si apre la strada allo sviluppo di nuovi approcci terapeutici mirati per il trattamento dell’acne, potenzialmente in grado di migliorare la diagnosi in base al microbioma dei pazienti, all’insieme cioè dei microrganismi presenti sulla superficie della cute. «Ci auguriamo – ribadisce Huiying Li, professore di farmacologia molecolare e medica all’Ucla – di poter applicare i nostri risultati per lo sviluppo di nuove strategie terapeutiche e consentire ai dermatologi di personalizzare il trattamento, partendo dal cocktail di batteri della pelle, unico per ogni paziente. Il nostro prossimo passo – aggiunge – sarà dunque quello di verificare se una crema probiotica potrà essere in grado di bloccare i batteri cattivi prevenendo la formazione dei brufoli».

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