Balbuzie e disfluenze: significato, cause, sintomi, rimedi

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medicina Chirurgia Estetica Benessere Dietologia Sessuologia Ecografie La sigaretta elettronica vietata ai minori e bandita dalle scuoleCon “balbuzie”, anche chiamata “disturbo della fluenza verbale”, ci si riferisce ad un disturbo del linguaggio caratterizzato da alterazioni del ritmo della parola, dette disfluenze, in cui il linguaggio diventa meno fluente e difficoltoso a causa di arresti, ripetizioni e/o prolungamenti involontari di un suono. La “balbuzie evolutiva” è la balbuzie che ha inizio quando un bambino sta imparando a parlare e trova il suo sviluppo quando il bambino arriva nell’età adulta. Altri disturbi della parola con sintomi somiglianti alla balbuzie sono il cluttering, la parola della parkinsoniano, il tremore essenziale, la disfonia spasmodica, il mutismo selettivo e l’ansia sociale. Questo disturbo è associato ad un impatto psicologico negativo sul bambini, che può portare il disfluente allo sviluppare stati d’ansia, fobie specifiche, forme di evitamento, forme di depressione e isolamento auto-imposto per evitare la derisione da parte degli altri, in relazione agli episodi traumatici vissuti.

Diffusione

La balbuzie interessa circa il 3% dei bambini in età prescolare, in prevalenza maschi, che sono colpiti 4 volte più delle femmine.

Etimologia

Il termine “balbuzie” deriva dal latino bàlbus, da cui balbùties, voce nata per armonia imitativa.

Tipologie

La balbuzie si può presentare in diverse forme:

  • forma tonica: arresto a inizio frase con allungamento della sillaba o del fonema difficile da pronunciare;
  • forma clonica: al posto del prolungamento si ha la ripetizione della sillaba;
  • forma mista: allungamento e ripetizione si sommano, fino a rendere quasi impossibile la comunicazione.

Sintomi e disfluenze

Prolungamenti e ripetizioni del parlato possono manifestarsi al di sotto dei quattro anni in modo fisiologico, se il bambino è però già in età prescolare e il disturbo persiste, è bene interpellare il medico: potrebbe trattarsi di balbuzie. Non conviene aspettare nella speranza che il disturbo si risolva da sé. Tra i sintomi più frequenti ci sono contrazioni anomale di vari gruppi muscolari, soprattutto quelli interessati alla fonazione. Queste contrazioni sono evidenziabili quando il bambino desidera o comincia a parlare e si riscontrano all’inizio della frase.
Le disfluenze sono prolungamenti o ripetizioni del parlato che non necessariamente sono indici di balbuzie. A volte il bambino di età inferiore a quattro anni parla, riesce a farsi capire, ma il suo discorso è inframmezzato da esitazioni, ripetizioni o prolungamenti di sillabe e di suoni. A questa età una forma di balbuzie fisiologica è del tutto normale: riguarda circa il 10% dei bimbi e di solito si risolve spontaneamente. Ciò che distingue le disfluenze del balbuziente dalle disfluenze fisiologiche del bambino non-balbuziente è un insieme di caratteristiche legato alla frequenza, alla collocazione e alla durata della disfluenza. In particolare, le ripetizioni e i prolungamenti di parti di parola sono molto più frequenti delle pause e delle revisioni di frase nel balbuziente, inoltre il bambino con balbuzie balbetta più spesso all’inizio della frase e la durata di ripetizioni e di prolungamenti è superiore alle due volte per ciascuna unità (es. “pa-pa-parola” invece di “pa-parola”).

  • Le ripetizioni si verificano quando un elemento del discorso, come un suono, una sillaba, una parola, o una frase è ripetuta e sono tipiche nei bambini che stanno incominciando a balbettare. Per esempio, “do-do-domani”.
  • prolungamenti che sono gli innaturali allungamenti di suoni, per esempio, “mmmmmerenda”. Anche i prolungamenti sono comuni nei bambini che incominciano a balbettare.
  • blocchi sono inappropriate cessazioni di suoni e del flusso dell’aria, spesso associati con il blocco della lingua (con ritardo aggiunto a un’involontaria ripetizione di ciò che si voleva dire), delle labbra e/o della piega vocale (corda vocale falsa). I blocchi spesso si sviluppano più tardi, e possono essere associati a tensione muscolare e sforzo.

La balbuzie è caratterizzata anche da sintomi che non sono legati alla produzione della parola: i comportamenti secondari. Essi includono gli atteggiamenti di fuga, in cui il balbuziente prova a interrompere un momento di balbuzie. Esempi possono essere movimenti fisici come l’improvvisa fuga dal contatto con gli occhi dell’interlocutore, il battito degli occhi, il picchiettio con le mani, i cosiddetti “starter” ovvero suoni o parole interposte, come “uhm”, “ah”, “cioè”, “tipo”. In molti casi questi stratagemmi funzionano in un primo tempo e, essendone rinforzati, diventando un’abitudine che è successivamente difficile da correggere.

Il balbuziente soffre anche spesso di disturbi legati al sonno, come l’insonnia cronica.

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Diagnosi

La consultazione di un centro ospedaliero per la cura dei disturbi del linguaggio aiuterà ad inquadrare ed affrontare un problema che non va sottovalutato in quanto può condizionare fortemente la vita di relazione. La balbuzie richiede una attenta valutazione che prevede il contributo di più figure professionali: il neurologo, il pediatra, lo psicologo e il logopedista. Si deve infatti considerare l’aspetto medico e neurologico per escludere l’eventuale presenza di problemi organici, ma anche tenere conto di quello emotivo – psicologico. Chi balbetta diventa spesso una persona chiusa, meno disponibile ai rapporti con gli altri e con un basso livello di autostima. La diagnosi viene effettuata dai 3 anni quando si osservano alterazioni della normale fluenza e della cadenza dell’eloquio, inappropriate per l’età e per le abilità linguistiche del bambino e persistenti nel tempo, tra cui:

  • ripetizioni di suoni o sillabe;
  • prolungamenti dei suoni delle consonanti o delle vocali;
  • interruzioni di parole;
  • blocchi udibili o silenti;
  • circonlocuzioni;
  • parole pronunciate con eccessiva tensione fisica;
  • ripetizione di intere parole monosillabiche.

Come viene effettuato il test?

Per effettuare la diagnosi è necessario svolgere un’accurata anamnesi in cui bisogna indagare possibili fattori eziopatogenetici, come la presenza di altri casi di balbuzie nei consanguinei, malattie neurologiche pregresse e traumi da parto. E’ inoltre necessario raccogliere informazioni sull’epoca di insorgenza della balbuzie, sui sintomi e sulla gravità del disturbo. Si esegue quindi un esame obiettivo, che consta in un’attenta analisi del linguaggio che tiene conto:

  • dell’aspetto articolatorio, attraverso l’analisi delle sillabe e delle consonanti più difficili da pronunciare;
  • della presenza di un linguaggio monotono, della frequenza delle parole nell’unità di tempo;
  • dei caratteri strutturali del linguaggio;
  • dei caratteri funzionali del linguaggio.

Positività del test

L’approccio multidisciplinare è il più corretto per la presa in carico di un bambino con balbuzie. Intorno al bambino va creato un ambiente di accoglimento e di accettazione in modo che non si senta mortificato e sminuito. Il logopedista svolgerà la riabilitazione con tecniche adeguate ed esercizi specifici a seconda delle manifestazioni del disturbo: ad esempio con difficoltà a iniziare a parlare, a completare la parola, o con produzione di clonie (contrazione spasmodica dei muscoli) talvolta associate a sincinesie (movimenti involontari) del volto.

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Terapie di modifica della balbuzie

L’obiettivo delle terapie di modifica della balbuzie non è quello di eliminare la disfluenza bensì quello di modificarla, in modo tale che l’atto del balbettare risulti più facile e meno faticoso. La base logica è la seguente: siccome la paura e l’ansia provocano il peggioramento della balbuzie, allora, se si balbettasse con più disinvoltura, con meno apprensione e con minor astensione dalle situazioni, la disfluenza diminuirebbe. L’approccio più largamente conosciuto è stato pubblicato nel 1973 da Charles Van Riper, approccio conosciuto anche come terapia di modifica del blocco. La terapia di modifica della balbuzie prevede quattro fasi:

  • Nella prima fase, chiamata identificazione, il balbuziente con l’aiuto di un professionista identifica i comportamenti principali e secondari, i sentimenti e gli atteggiamenti che caratterizzano il proprio disturbo.
  • Nella seconda fase, chiamata desensibilizzazione, il disfluente lavora per ridurre paura ed ansia attraverso la diminuzione dei comportamenti tipici del balbuziente, affrontando i suoni difficili da pronunciare, le parole, le situazioni “a rischio” e balbettando volontariamente (“balbuzie volontaria”).
  • Nella terza fase, chiamata modificazione, il balbuziente imparare a “balbettare con disinvoltura”. Ciò può essere fatto per mezzo di: “cancellazioni” (fermandosi ai blocchi, facendo piccole pause e dicendo la parola di nuovo), “uscite” dai blocchi a favore della parlata fluente, “azioni preparatorie” prevedendo le parole nelle quali si potrebbe balbettare e utilizzando su di esse la “balbuzie disinvolta”.
  • Nella quarta fase, chiamata stabilizzazione, il balbuziente prepara esercizi di prova, predispone le “azioni preparatorie” e le uscite automatiche dai blocchi e infine abbandona la propria convinzione di essere una persona che balbetta, considerando sé stesso un individuo che parla fluentemente nella maggior parte del tempo ma che occasionalmente balbetta moderatamente.

Come ci si deve comportare?

I genitori di un bambino con balbuzie possono fare molto per aiutare il proprio figlio. E’ importante accettare il bambino con il suo disturbo creandogli intorno un mondo accogliente dove il suo “problema” non venga sottolineato e ingigantito. E’ importante ascoltare il bambino quando parla, anche se si mette a balbettare, con attenzione e serenità, senza mostrare fretta, ansia, insofferenza; lasciare che concluda sempre il suo discorso, anche se richiede più tempo. E’ utile parlare molto al bambino, in modo rilassato e lento, ma senza scandire troppo le parole. Il bambino noterebbe la differenza di come ci si rivolge a lui e ingigantirebbe dentro di sé il suo problema. Infine è necessario valorizzare le altre qualità del bambino in modo da aumentare la sua autostima. Per esempio se ama disegnare è utile sottolineare questa sua capacità e aiutarlo a potenziarla. Ci sono al contrario comportamenti che i genitori di un bambino con balbuzie dovrebbero evitare.
In particolare, è consigliabile non anticipare il bambino quando parla, completando le parole o le frasi e non interromperlo dicendogli che si è già capito, cosa che potrebbe comportare per lui una mortificazione. Bisogna evitare che debba conquistarsi da solo il diritto di parlare, per esempio dovendo gridare per farsi ascoltare. E’ utile prendere l’abitudine di parlare uno alla volta. E’ importante non dare di propria iniziativa indicazioni su come parlare per risolvere la difficoltà del bambino e neppure promettergli premi se parla correttamente, ciò potrebbe soltanto aggravare il suo problema. Infine, quando parla è fondamentale non mortificarlo davanti agli altri, parenti e non parenti, assumendo un aria ansiosa o annoiata. Dimostrare invece interesse e piacere per quello che dice è indispensabile.

Si guarisce?

E’ possibile eliminare quasi completamente il disturbo, lasciando solo piccole tracce della balbuzie nel bambino, ma solo se i trattamenti sono effettuati in giovane età. Per quanto riguarda i balbuzienti adulti non esiste una cura specifica, anche se essi possono ottenere un recupero parziale della fluenza attraverso alcune terapie (meno efficaci rispetto a quelle fatte dai bambini).
Con un terapia efficace e tempestiva, la prognosi è buona tra i bambini in età prescolare: quasi il 70% dei balbuzienti in età prescolare recupera la fluenza in modo spontaneao nei primi due anni in cui il disturbo si è manifestato; circa il 75% dei bambini riacquista la fluenza della parola entro i primi anni dell’adolescenza. La prognosi è generalmente migliore nelle femmine che nei maschi.
Se invece la balbuzie diventa radicata e se il bambino sviluppa anche i comportamenti secondari, la prognosi è decisamente meno positiva: meno del 20% dei bambini guarisce spontaneamente entro cinque anni dalla manifestazione del disturbo.

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