Differenza tra afasia, disartria e aprassia

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L’afasia (dal greco ἀφασία “mutismo”; in inglese “aphasia”) è la perdita della capacità di comporre e/o comprendere normalmente il linguaggio, causata da lesioni di alcune aree cerebrali deputate alla sua elaborazione (aree di Broca e Wernicke, vedi immagine in alto). Disturbi del linguaggio causati da deficit sensoriali e/o intellettivi e da disturbi psichiatrici, non sono inclusi nelle afasie. In base all’area colpita dalla lesione (area di Broca o di Wernicke) l’afasia può essere distinta in due tipologie: afasia di Broca o di Wernicke.

I pazienti colpiti da afasia di Broca possono essere incapaci di comprendere o formulare frasi con una struttura grammaticale complessa: il loro linguaggio non è fluente ed appare disconnesso (afasia NON fluente). L’afasico non fluente ha un eloquio scarsamente produttivo; la sua produzione linguistica si limita a parole isolate o a frasi brevi (due o tre elementi) e dalla sintattica piuttosto semplice; i verbi utilizzati non sono molti e spesso non vengono nemmeno coniugati; lo stile risulta “telegrafico”; molto spesso vengono omessi dalla frase gli articoli, le preposizioni e i pronomi. La prosodia risulta anormale. In molti casi, la persona affetta da afasia non fluente si rende conto della situazione, delle sue difficoltà comunicative e si scoraggia, rinuncia all’eloquio oppure tenta di compensare il suo deficit utilizzando un linguaggio non verbale. Spesso sono presenti deficit articolatori.

I pazienti affetti dall’afasia di Wernicke (afasia fluente) hanno un linguaggio parlato scorrevole (fluente), ma il senso logico di ciò che dicono è mancante, come anche la comprensione del linguaggio appare compromessa. Il soggetto colpito da afasia fluente ha un eloquio che viene definito come “relativamente produttivo”, abbondante, e dispone di una prosodia (ritmo, accentazione e intonazione) relativamente nella norma; anche la produzione articolatoria risulta normale. Il linguaggio dell’afasico fluente, però, risulta a tratti piuttosto sconnesso; le frasi sono generalmente lunghe e non sono quasi mai sintatticamente corrette (si parla, infatti, di paragrammatismo); nei casi più gravi di afasia, l’eloquio non ha nessun significato. Un problema di non poco conto è che, molto spesso, la persona afasica non si rende conto di questo stato di cose, soprattutto nei casi in cui vi è un grosso problema di decodificazione uditiva.

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Disartria

La “disartria” (dal latino scientifico dys “diminuito, disfunzionale ” e arthria “articolazione vocale”; in inglese “dysarthria”) è un disturbo motorio del linguaggio che deriva da una lesione di tipo neurologico che coinvolge la componente motoria del linguaggio ed è caratterizzata da una scarsa capacità di articolazione dei fonemi, con comprensione normale del linguaggio scritto e orale. La disartria è uno dei sintomi dell’atassia. Mentre nell’afasia il danno è nelle aree di elaborazione/comprensione del linguaggio (Broca e Wernicke) site nel cervello, nella disartria la lesione è in una delle varie strutture anatomiche che permettono di parlare, come ad esempio alcuni muscoli della testa e del collo.

Disartria e afasia di Broca

Come abbiamo visto, i pazienti colpiti da afasia di Broca hanno un linguaggio non fluente e disconnesso; l’eloquio è scarsamente produttivo; la sua produzione linguistica si limita a parole isolate o a frasi brevissime. La disartria si differenzia dai disturbi fonetici dell’afasia di Broca in quanto i difetti di articolazione sono presenti sempre, e non riguardano solo i suoni linguistici. In parole semplici un paziente con afasia di Broca non riesce a parlare bene ma riesce ad emettere normalmente suoni non linguistici, mentre uno con disartria non riesce a parlare bene e neanche ad emettere suoni non linguistici. E’ facile intuire il motivo: nell’afasia di Broca è danneggiata l’area di Broca che riguarda solo il linguaggio, mentre nella disartria sono alterate le strutture anatomiche che permettono l’articolazione non solo delle parole, ma dei suoni in generale. Sia nella disartria che nell’afasia di Broca il paziente si rende conto di avere una patologia.

Leggi anche: Area di Broca: funzioni ed afasia di Broca

Disartria o afasia di Wernicke

Come abbiamo visto precedentemente nei pazienti affetti dall’afasia di Wernicke il linguaggio parlato è scorrevole (fluente, al contrario dell’afasia di Broca, in cui non è fluente), ma il senso logico di ciò che dice è mancante, come anche la comprensione del linguaggio appare compromessa, inoltre il paziente non si rende conto di soffrire di afasia di Wernicke. La disartria differisce dall’afasia di Wernicke in quanto mentre nell’afasia di Wernicke il linguaggio è fluente ma con contenuto che appare illogico ed il soggetto non comprende il linguaggio, al contrario nel paziente con disartria il soggetto comprende il linguaggio e vorrebbe esprimere dei contenuti logici, ma non ci riesce perché ha problemi nell’articolare i fonemi. E’ facile intuire il motivo: nell’afasia di Wernicke è danneggiata l’area di Wernicke che riguarda solo l’elaborazione mentale/comprensione del linguaggio, mentre le strutture anatomiche che permettono l’articolazione sono normali (mentre sono danneggiate nella disartria). Altra differenza: nella disartria il paziente si rende conto di avere una patologia, mentre nell’afasia di Wenicke generalmente il paziente ne è ignaro.

Leggi anche: Area di Wernicke: funzioni ed afasia di Wernicke

Semplificando

Semplificando i concetti fin qui espressi, la differenza fra disartria e afasia è sostanzialmente questa:

  • il disartrico saprebbe parlare (nella sua testa il linguaggio è ideato), ma non può perché non riesce ad articolare i fonemi (danno motorio);
  • l’afasico invece potrebbe parlare (perché può articolare i fonemi), ma non sa come farlo (danno cerebrale).

Disartria o anartria

Quando la disartria progredisce o si presenta come una totale perdita della capacità di linguaggio spesso ci si riferisce ad essa con il termine di anartria. Con anartria ci si riferisce anche alla condizione in cui il paziente non riesce a parlare, ma riesce bene ad aprire e chiudere la bocca e non ha problemi di protrusione e retrazione linguale, mentre nel paziente con disartria è invece presente anche l’aprassia bucco-facciale: il paziente non riesce ad eseguire movimenti indicativi con bocca, faringe, lingua o muscoli del collo.

Aprassia

Con “aprassia” (in inglese “apraxia”),  in medicina ci si riferisce a un disturbo neuro-psicologico acquisito del movimento volontario caratterizzato dalla perdita degli schemi appresi del movimento, in assenza di segni di lesione del motoneurone superiore o inferiore, di atassia o di disturbi extrapiramidali. Esistono molti tipi diversi di aprassia (aprassia motoria, ideomotoria, acrocinetica, della marcia, costruttiva…) e uno di questi tipi è l’aprassia verbale in cui il paziente in riesce a coordinare i movimenti della bocca, quindi ha difficoltà nella fonazione, cioè nell’articolare correttamente le parole, inoltre nell’aprassia la persona non riconosce ed identifica le parole “giuste” per spiegarsi, pertanto le sostituisce all’interno del discorso senza rendersene conto: ciò può rendere il discorso difficilmente comprensibile. L’aprassico generalmente ha quindi una difficoltà nell’emettere le parole e/o tende ad usare le parole in modo non corretto, ad esempio sostituendole tra loro in una frase e quasi sempre senza rendersi conto dell’errore e del fatto di avere una patologiaPer approfondire: Aprassia ideazionale, ideomotoria e melocinetica: sintomi, diagnosi, cure

Atassia

L’atassia (dal greco ataxiā, “disordine”; in inglese “ataxia”) consiste nella progressiva perdita della coordinazione muscolare che quindi rende difficoltosa l’esecuzione di alcuni movimenti volontari. Uno dei sintomi di atassia è la disartria: il paziente ha difficoltà a parlare correttamente (vedi paragrafi precedenti). Per approfondire: Perdita della coordinazione muscolare: l’atassia

Disprassia

La disprassia (dal greco πράσσω “fare”, preceduto da “dis-” che indica mancata capacità di”; in inglese “dyspraxia”) è un disturbo che comporta difficoltà nel compiere gesti coordinati e diretti a un determinato fine. Tra i vari sintomi, la disprassia può determinare anche problemi nel linguaggio, che appaiono visibili nei primi anni di vita scolastica del bimbo. La disprassia è inclusa nel gruppo dei disturbi della Coordinazione Motoria DCD (acronimo di “developmental coordination disorder); può essere determinata da un danno cerebrale acquisito (ad esempio in seguito a trauma o ictus) o congenita (già presente alla nascita) se determinata da mutazioni a carico del gene FOXP2. In alcuni casi i soggetti disprassici hanno un ritardo del normale sviluppo neurologico e/o problemi motori che determinano difficoltà di organizzazione spazio-temporale e difficoltà nel compiere movimenti consequenziali, come ad esempio il vestirsi seguendo un ordine logico (prima la biancheria, poi la maglia, poi la giacca). Il soggetto disprassico ha anche spesso una diminuzione della sensibilità tattile. Dal punto di vista linguistico i pazienti con disprassia trovano difficoltà a mettere in ordine le varie fasi di un racconto e a trovare i termini adatti, poiché perdono facilmente memoria dei passaggi necessari alla sua comprensione. Si presentano spesso associati problemi di manualità fine, evidenti durante l’apprendimento di una corretta grafia, oppure complicanze che riguardano il movimento oculare, come ad esempio la difficoltà nel seguire le righe di un quaderno mentre si legge. Per approfondire: Disprassia a scuola: sintomi, esercizi, si guarisce?

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