Insulina alta: cause, diabete, prediabete, valori normali e cure

MEDICINA ONLINE LABORATORIO BLOOD TEST EXAM ESAME DEL SANGUE ANALISI CLINICHE GLOBULI ROSSI BIANCHI PIATRINE VALORI ERITROCITI LEUCOCITI ANEMIA TUMORE CANCRO LEUCEMIA FERRO FALCIFORME MEDITERRANEA EL’insulina è un ormone peptidico dalle proprietà anaboliche, prodotto dalle cellule beta delle isole di Langerhans all’interno del pancreas; è formata da due catene unite da due ponti solfuro: catena A di 21 aminoacidi e catena B di 30 aminoacidi. La sua funzione più nota è quella di regolatore dei livelli di glucosio ematico riducendo la glicemia mediante l’attivazione di diversi processi metabolici e cellulari. Ha inoltre un essenziale ruolo nella proteosintesi (sintesi proteica) assieme ad altri ormoni che sinergicamente partecipano a tale processo, tra cui l’asse GH/IGF-1, e il testosterone. L’insulina è il principale ormone responsabile del fenomeno di ingrassamento (lipogenesi), cioè lo stoccaggio di lipidi all’interno del tessuto adiposo.

Valori normali di insulina a digiuno: da 5 a 25 micrU/ml.

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Funzioni dell’insulina

L’insulina stimola l’ingresso di glucosio nel citosol delle cellule di organi insulino-dipendenti legandosi ad un recettore esterno della membrana cellulare. Tale funzione è possibile grazie all’interazione dell’insulina col suo recettore presente sulla membrana cellulare, che promuove la fosforilazione su tre residui di tirosina del peptide IRS-1 situato nel citoplasma. Il peptide così fosforilato agevola la fosforilazione del glicerofosfolipide fosfatidilinositolo-4,5-bifosfato (PIP2), ad opera dell’enzima fosfatidilinositolo-3-chinasi (PI3K), in fosfatidilinositolo-3,4,5-trifosfato (PIP3), che attiva a sua volta la proteina insulino-sensibile PKB. La fosforilazione effettuata da PKB inattiva l’enzima glicogeno-sintasi-chinasi 3 (GSK3), responsabile dell’inattività della glicogeno-sintasi. Tale enzima, stimolato così dall’insulina, agevola la formazione e l’allungamento delle molecole di glicogeno nel fegato e nei muscoli scheletrici attraverso l’unione di monomeri di glucosio. Di pari passo disincentiva il processo di demolizione del glicogeno da parte della glicogeno fosforilasi, privandola di un gruppo fosfato tramite un enzima fosfatasi. La carenza di insulina, o la resistenza cellulare a questa, determina una carenza di glucosio-6-fosfato, necessario al processo intracellulare di glicolisi che sintetizza piruvato a partire dal glucosio. L’ossalacetato, insieme all’acetil-CoA, costituisce la base del ciclo di Krebs. L’eccesso di acetil-CoA, non più utilizzabile per la condensazione del citrato, è destinato alla via chetogenica per produrre energia liberando CoA-SH e corpi chetonici, responsabili della chetoacidosi diabetica.

I suoi ormoni antagonisti sono il cortisolo (ormone alla base dell’insulinoresistenza), l’adrenalina, il glucagone, l’aldosterone e il GH. Gli ormoni che invece migliorano la sua azione sono il testosterone, il fattore di crescita insulino-simile e, in minor misura gli estrogeni (stimolano la sintesi della proteina, la transcortina, che lega e inibisce il cortisolo).

Queste due catene derivano da un unico polipeptide da cui viene escisso il Peptide C, corto frammento proteico, apparentemente privo di funzioni fisiologiche che, in quanto secreto insieme all’insulina, è un utile indicatore della funzionalità insulare.

L’insulina ha anche altre funzioni non meno importanti, infatti stimola le mitosi, la crescita della massa muscolare ed ossea; contrariamente ad altri ormoni anabolizzanti, stimola anche la crescita della massa adiposa; aumenta il colesterolo LDL.

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Insulino-resistenza
Con insulinoresistenza si intende la bassa sensibilità delle cellule all’azione dell’insulina, che può portare a diabete mellito di tipo 2. Le cause possono essere ormonali (le più comuni), genetiche, o farmacologiche.

Cause ormonali

L’insulina è un ormone polipeptidico indispensabile per l’assorbimento del glucosio all’interno delle cellule. Essa si lega a un recettore proteico che si trova nella membrana cellulare. Questo legame causa a sua volta tutta una serie di eventi metabolici (una via di trasduzione del segnale) che da ultimo, attraverso le proteine IRS, causa l’ingresso del glucosio all’interno della cellula. Va detto che molti ormoni (cortisolo e glucocorticoidi in primis, ma anche GH, glucagone, adrenalina) antagonizzano l’azione insulinica, poiché se questa non fosse limitata si andrebbe incontro a un eccessivo assorbimento cellulare di glucosio, con conseguente ipoglicemia e morte (come accade, ad esempio, nei casi più gravi della malattia di Addison). Questi ormoni agiscono antagonizzando l’azione dell’insulina in vari modi: ad esempio, i glucocorticoidi diminuiscono l’affinità dei recettori insulinici con l’insulina stessa, abbassando quindi la capacità legante dell’insulina con il suo recettore; inoltre, inibendo la sintesi della proteina IRS-I, l’ormone GHdiminuisce il numero dei recettori insulinici. L’equilibrio di queste sostanze è indispensabile per una corretta azione insulinica. Tuttavia, quando gli ormoni che antagonizzano l’insulina sono in eccesso (come nel caso di malattie endocrine quali la sindrome di Cushing, l’acromegalia, glucagonoma, feocromocitoma), si instaura l’insulinoresistenza. Va detto che sempre più scienziati credono che la sindrome metabolica (e quindi l’insulinoresistenza) sia un sintomo della sindrome di Cushing clinica o sublinica. È stato inoltre osservato che bassi livelli di testosterone (ipoandrogenismo) e IGF-I possono aggravare l’insulinoresistenza, in quanto questa sostanza diminuisce a sua volta l’azione diabetizzante del cortisolo.

Cause genetiche

Esistono forme di insulinoresistenza causate da mutazioni genetiche del recettore insulinico (come nel caso di gravi malattie pediatriche come il leprecaunismo e la sindrome di Rabson-Mendenhall, caratterizzate da un’elevata resistenza all’insulina) o delle proteine coinvolte nella via di trasduzione del segnale dell’insulina. La gravità di questi difetti genetici può variare, andando dall’iperinsulinemia alla modesta iperglicemia, fino all’insulinoresistenza estrema.

Cause farmacologiche

L’uso prolungato di corticosteroidi (ormoni appartenenti alla famiglia dei glucocorticoidi) e di GH può indurre insulinoresistenza.

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Prediabete (alterata glicemia a digiuno o ridotta tolleranza glicidica)

Per prediabete si intende una situazione clinica, spesso sottovalutata, che precede il diabete di tipo 2: nel prediabete la glicemia (il livello di glucosio ne sangue) è maggiore del normale (iperglicemia), ma non è così alta da indicare un’effettiva presenza di malattia diabetica.

Ad oggi le ultime linee guida invitano ad usare il termine intolleranza glucidica, anzichè prediabete, per sottolineare l’idea che la situazione possa essere ancora reversibile e che, una corretta impostazione dello stile di vita risulti in grado di rallentare l’esordio della malattia conclamata se non, addirittura, evitarla.

In media infatti, la comparsa della patologia vera e propria compare in un lasso di tempo che può andare dai tre ai dieci anni, in relazione sia a fattori congeniti che anche all’effettivo atteggiamento del paziente ovvero al suo stile di vita

Molto importante è il rapporto tra la malattia diabetica, anche in questa fase preliminare, e le patologie cardiovascolari: se infatti chi soffre di diabete ha un rischio di soffrire di patologie cardiovascolari da doppio a quadruplo rispetto alle persone sane, nel caso di prediabete il rischio risulta comunque una volta e mezza maggiore rispetto a chi ha una glicemia normale.

I danni a lungo termine, soprattutto al cuore e al sistema circolatorio, si avviano infatti già in questa fase in modo subdolo e silenzioso.

Il reale problema è però costituito dal fatto che il pre-diabete è una patologia silente: il paziente può non essere consapevole di esserne affetto in quanto non manifesta in realtà alcun sintomo.

La conseguenza è rappresentata dal fatto che spesso si interviene pertanto sul paziente esclusivamente nella fase conclamata della malattia diabetica, quando invece una precoce strategia attuata nel prediabete potrebbe essere in grado di garantire buoni risultati nella prevenzione o nel ritardare la comparsa della patologia stessa e, soprattutto, delle sue complicanze.

La valutazione da parte del Medico di Medicina Generale sul rischio che un paziente possa presentare una situazione clinica di prediabete deve tener conto di numerosi fattori, sia di carattere anamnestico, ovvero relativi alla storia clinica del paziente, sia obiettivi, ovvero valutabili da segni ed accertamenti clinici.

Di particolare importanza è infatti la verifica di alcuni dati che emergono dalla conoscenza complessiva dello stato di salute del paziente, garantita dal rapporto continuativo con il proprio Medico di Medicina Generale:

  • se il paziente abbia un’età superiore ai 45 anni
  • se appartenga ad un gruppo etnico a rischio per quanto riguarda il pre-diabete.
  • se sia in sovrappeso,
  • se faccia attività fisica,
  • se abbia o meno un genitore, un fratello o una sorella che soffre di diabete,
  • se abbia avuto un figlio che al momento della nascita pesava più di 4 chilogrammi oppure abbia sofferto di diabete gestazionale in corso di gravidanza
  • se soffra di ipertensione o altre patologie vascolari concomitanti,
  • se presenti un tasso di colesterolo HDL basso (pari o inferiore a 35 mg/dl) o i trigliceridi alti (pari o superiori a 250 mg/dl)
  • se sia affetta da una sindrome dell’ovaio policistico, nel caso infatti di donne con sindrome dell’ovaio policistico è stato riscontrato un aumentato rischio di diabete.
  • se siano presenti dei disturbi del sonno. Diversi studi recenti hanno collegato la mancanza di sonno o il troppo sonno ad un aumentato rischio di resistenza all’insulina. Le ricerche suggeriscono che le persone che dormono regolarmente meno di sei ore o più di nove ore a notte hanno un aumentato rischio di prediabete. Anche nel caso di età inferiore ai 45 anni, qualora il Medico riscontrasse dei fattori di rischio, è comunque importante valutare periodicamente la situazione del paziente in relazione alla possibile condizione clinica di prediabete.

Gli esami più importanti per la verifica dell’eventuale presenza di una tale condizione clinica sono costituiti da:

  • L’esame della glicemia a digiuno. Si basa sulla valutazione della glicemia dopo una notte intera di digiuno. Il Medico diagnostica intolleranza glucidica se il valore della glicemia a digiuno è compreso tra 100 e 125 mg/dl, valore sopra la norma ma non sufficientemente alto da essere definito come diabete. Valori invece della glicemia a digiuno pari o superiori ai 126 mg/dl sono indicativi di malattia diabetica in atto.
  • Il test orale di tolleranza al glucosio (curva da carico) si basa invece su due rilevazioni della glicemia: dopo un digiuno protratto per tutta la notte e dopo due ore dall’assunzione di un liquido dolcifìcato, somministrato dal medico o dal personale del laboratorio. Sono valori indicativi di prediabete se, due ore dopo aver bevuto il liquido, la glicemia è compresa tra 140 e 199 mg/dl.

Questi valori della gli cernia sono infatti sopra la norma, ma non sufficientemente alti da essere definiti come diabete: nel caso invece in cui fossero pari o superiori ai 200 mg/dl si potrebbe già diagnosticare una malattia diabetica in atto.

In relazione ai riscontri verificati con questi due accertamenti clinici è possibile addirittura differenziare, nel contesto del prediabete, due quadri clinici:

  • L’alterata glicemia a digiuno o IFG (acronimo di Irnpaired Fasting Glycaemia) è una condizione in cui i livelli di glucosio nel sangue, rilevati con l’esame della glicemia a digiuno, superano per eccesso il limite di normalità pur rimanendo al di sotto dei valori che sanciscono lo stato diabetico.
  • l’alterata tolleranza al glucosio o IGT (acronimo di Impaired Glycaemia Tollerance), la cui diagnosi viene posta in caso di alterazione del test della curva da carico. Tale condizione presenta un maggior rischio di evoluzione in diabete conclamato rispetto all’IFG .

Spesso comunque le due situazioni cliniche possono coesistere con evidente maggior rischio ai fini prognostici.

Nel caso risulti effettivamente verificata una o entrambe delle situazioni cliniche di prediabete, diviene di assoluta importanza per il paziente attenersi alle indicazioni poste dal proprio Medico, in quanto la vera terapia è costituita dalla modifica dello stile di vita del paziente stesso.

Infatti per riuscire a riportare la glicemia a valori normali è necessario diminuire le calorie e la quantità di grassi saturi e carboidrati, in particolare di quelli semplici (dolci, bevande zuccherate, succhi di frutta industriali, merendine, cioccolatini nella dieta) e, soprattutto, aumentare l’attività fisica, ottenendo un’effettiva diminuzione del peso corporeo.

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Spesso semplici accorgimenti dietetici risultano di notevole efficacia nell’ottenere questo risultato :

  • Diminuire le porzioni a cui si è abituati,
  • Quando si mangia fuori, ordinare la porzione più piccola oppure condividere l’antipasto,
  • Scegliere l’ acqua o le bevande ipocaloriche, anziché le bevande normali o i succhi di frutta,
  • Scegliere le versioni light degli alimenti preferiti.
  • Controllare le etichette per vedere se le calorie diminuiscono proporzionalmente,
  • Cuocere al forno, alla griglia o al vapore: usare padelle e pentole antiaderenti,
  • Mangiare più verdure e più alimenti integrali.

Anche l’aumento dell’attività fisica può risultare molto semplice con alcuni atteggiamenti limitati:

  • Salire le scale anziché prendere l’ascensore,
  • Parcheggiare l’automobile non proprio vicino al luogo in cui ci si debba recare,
  • Trovare un’ attività fisica che piaccia e soddisfi, come ad esempio il giardinaggio o il ciclismo
  • Abituarsi a fare una passeggiata al giorno, fino a raggiungere mezz’ora di passeggiata veloce 5 giorni a settimana. In alternativa, suddividete i 30 minuti in due o tre passeggiate di durata inferiore,
  • Provare a fare un allenamento per la forza, sollevando pesi leggeri diverse volte al giorno.

Ad oggi infatti non è stato approvato alcun farmaco per la cura del prediabete, mentre è assolutamente verificato che la perdita di peso, conseguente ad un più corretto atteggiamento dietetico e all’aumento di esercizio fisico, sono assolutamente efficaci nella prevenzione e nel trattamento di questa condizione clinica, al punto che, la sola perdita del 5-10 per cento del peso corporeo e un’attività fisica di intensità moderata per mezz’ora al giorno, è in grado di prevenire o ritardare il decorso del diabete di tipo 2 fino al 58 per cento dei casi.

Di particolare importanza risulta pertanto, anche in tale situazione, un rapporto costante e fiduciario con il proprio Medico di Medicina Generale, per una valutazione efficace di strategie preventive allo scopo di ridurre il rischio dell’insorgenza di malattie croniche, soprattutto quando semplici accorgimenti ed interventi possano essere fondamentali per migliorare decisamente la propria qualità di vita.

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