Sindrome dei turnisti: l’orario di lavoro non rispetta il ritmo circadiano

MEDICINA ONLINE MEDICO CHIRURGO BURN OUT STRESS SONNO INSONNIA RITMO BIOLOGICO NOTTE SONNO VEGLIA TURNISTA TURNO SVEGLIO LAVORO STANCHEZZA.jpgLa sindrome dei turnisti appartiene al grande gruppo dei disordini del ritmo circadiano sonno-veglia ed è caratterizzata da disturbi della veglia, del sonno e delle funzioni viscero-vegetative in soggetti che svolgono turni di lavoro che non rispettano l’abituale ritmo circadiano di sonno-veglia e di altre funzioni dell’ organismo.

Soggetti colpiti

Sono colpiti in discreta percentuale lavoratori costretti ad eseguire turni di lavoro ad orario diverso nella settimana, compresa la notte (medici, infermieri, panettieri, piloti, vigilanti, agenti delle forze dell’ordine…). Sono incluse anche le persone che viaggiano in aeroplano per lavoro su percorsi transmeridiani con marcato salto di fusi orari. Nei turnisti assume importanza anche la rotazione dell’orario: quando si sposta nel senso del ritardo (mattino, pomeriggio, notte) la variazione è meglio tollerata rispetto all’opposto.

Sintomi e segni

La sintomatologia è costituita da sonnolenza, affaticamento e irritabilità nei periodi di veglia (ciò comporta minore efficienza e maggiore rischio di infortuni sul lavoro). Il sonno è interrotto da frequenti risvegli e in definitiva si realizza una condizione di privazione parziale di sonno nelle 24 ore. Nelle notti libere dal lavoro il soggetto, che cerca di ritrovare la comune abitudine al sonno, soffre invece di insonnia.

Evoluzione

La sindrome è tendenzialmente cronica con il persistere di un orario ruotante o invertito. È possibile che si instauri una sindrome da fase di sonno ritardata (DSPS). Si associano disturbi gastrointestinali che possono concretizzarsi in ulcera duodenale e disordini cardiaci che possono sfociare in coronaropatia; inoltre il tipo di orario lavorativo e l’irritabilità che ne consegue determinano anche rapporti familiari difficili che a loro volta peggiorano le condizioni psico-fisiche del paziente.

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Quadro polisonnografico

Registrazioni eseguite in soggetti sottoposti ad inversioni acute del ciclo sonno-veglia hanno dimostrato una riduzione della quantità di sonno, numerose interruzioni del sonno nell’ultimo terzo del periodo di sonno, più breve latenza della fase REM (mediamente inferiore a 60 min), aumento percentuale della SI e diminuzione di quelle S3-S4. Registrazioni eseguite per 24 ore in turnisti da lungo tempo soggetti ad orario sfalsato hanno dimostrato la persistenza di una più breve latenza della fase REM, di una riduzione della quantità totale di sonno nelle 24 ore, contro la scomparsa delle interruzioni del sonno e dell’incremento percentuale di SI e contro un incremento percentuale di S3-S4. L’interpretazione delle differenze tra quadro polisonnografico acuto e cronico non è univoca. Da alcuni è stata interpretata come effetto di un adattamento agli orari rotativi o invertiti, da altri come conseguenza di una cronica privazione di sonno dipendente dall’orario imposto e tale da stabilire l’orario di sonno in periodi non favorevoli al ciclo circadiano. La persistenza di una minore latenza della fase REM sembra in appoggio a questa seconda tesi.

Esami di laboratorio

Non sono riferite variazioni patologiche dei comuni parametri bioumorali, né alterazioni documentabili con esami strumentali, fatta eccezione per la polisonnografia. In esperimenti di isolamento temporale su volontari è stato osservato che in queste condizioni i periodi di sonno e di veglia sono più lunghi che
abitualmente, mentre il ritmo di increzione di cortisolo e la curva termica dell’organismo rimangono entro un ciclo di 25 ore.

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Fisiopatogenesi

La sonnolenza in veglia e l’insonnia nei periodi dedicati al sonno sono facilmente ascrivibili all’alterazione del ciclo fondamentale sonno-veglia che nella specie umana prevede un periodo di sonno durante la notte e un periodo di veglia diurno con un intervallo post-prandiale di sonnolenza o sonno (se le abitudini sociali
lo consentono). Oltre a queste osservazioni rimangono altri problemi aperti alla ricerca (reale ruolo patogenetico dell’inversione diurna del sonno, dello spostamento dei pasti e dell’abuso di caffè, alcol e nicotina).

Diagnosi differenziale

Conoscendo la condizione di lavoro con turni ruotanti o invertiti non esistono difficoltà a inquadrare la sindrome e a differenziarla da altri disordini del ciclo circadiano. Può sorgere qualche difficoltà nei casi che sconfinano nella DSPS o tali sono prima di iniziare il lavoro di turnista. Né si può escludere che uno di questi lavoratori soffra di altri disordini del sonno, dall’apnea del sonno alla narcolessia. Un’attenta analisi dei diari di sonno nelle 24 ore per periodi abbastanza lunghi serve quasi sempre a togliere ogni dubbio diagnostico.

Trattamento non farmacologico

La soluzione migliore della sindrome è rappresentata dall’abbandono del lavoro con turni invertiti o a rotazione. Se ciò non è possibile, la seconda opzione consiste nello
stabilire l’orario di sonno nel pomeriggio, se il turno di notte è costante. Ciò comunque non rappresenta una soluzione per le notti libere dal lavoro. In questi casi può essere utile organizzare il sonno in una fase di 2-3 ore al pomeriggio e di 5-6 ore di notte.

Trattamento farmacologico

L’impiego di un farmaco ipnotico prima del sonno diurno non è a lungo efficace. Se si è costretti a far uso di un ipnotico è consigliabile una benzodiazepina ad emivita breve o brevissima, in dosi basse per evitare l’incremento della sonnolenza nei periodi di veglia.

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