Jet lag e sindrome da salto di fusi orari: cause e terapie

MEDICINA ONLINE AEROPLANO AEREO FLY FLYING CINETOSI NUVOLE JET LAG ORA ORARIO VOLO NAVE MARE OCEANO VIAGGIO TRAVEL MAL AUTO AUTOMOBILE MALE NAUSEA VOMITO airplane CLOUDSLa sindrome da salto di fusi orari (o “sindrome da jet lag“, in inglese “jet lag syndrome“) appartiene al grande gruppo dei disordini del ritmo circadiano sonno-veglia e fa seguito a rapidi spostamenti con aeroplano in località con fuso orario marcatamente differente dal luogo di partenza. È caratterizzata da insonnia per minore durata del sonno, difficoltà ad iniziarlo e/o a mantenerlo, associata a difficoltà di concentrazione, affaticabilità, irritabilità e disordini viscero-vegetativi.

Soggetti colpiti

La sindrome interessa adulti predisposti dei due sessi; è più frequente sopra i 50 anni.

Sintomi e segni

I sintomi sono di durata e gravità proporzionale a:

  • numero di fusi che vengono saltati;
  • direzione del viaggio, verso est o viceversa;
  • orari di partenza e di arrivo.

Nella maggioranza dei casi la sindrome è di breve durata risolvendosi in 2-3 giorni dall’arrivo alla nuova destinazione, ma se il salto di fusi è stato cospicuo (8-12 ore)
può perdurare anche 7-10 giorni, specie se la direzione del volo è stata verso est. Capita spesso che la prima notte dopo il viaggio sia accompagnata da sonno buono, in rapporto alla privazione di sonno avvenuta sull’aereo, e la sindrome inizi in seconda giornata. La direzione del volo verso est (“allontanandosi dalla luce solare”) determina una sindrome più grave e più lunga. Mentre un salto di 6 ore verso ovest (“rincorrendo la luce solare”) può dar luogo a sonnolenza diurna con scarso disturbo del sonno notturno, un egual salto di fusi orari verso est determina al contrario marcata sonnolenza diurna, insonnia notturna e disordini gastroenterici più gravi e che durano più a lungo.
Insonnia, malessere diurno, irritabilità e diminuita efficienza tendono a divenire sindrome cronica nelle persone che per lavoro compiono frequenti spostamenti aerei in località con differente fuso orario. La sindrome in questi casi diviene del tutto simile a quella dei lavoratori turnisti con la quale ha anche in comune la patogenesi. Sembra che la sindrome da salto di fusi orari favorisca l’esplosione di
disordini affettivi acuti, più frequentemente di tipo ipomaniacale nei viaggiatori che hanno eseguito il percorso da est, di tipo depressivo se provenienti da ovest.

Quadro polisonnografico

Rispetto al quadro registrato nella sede del fuso orario abituale, quello ottenuto nei primi 2-3 episodi di sonno dopo l’arrivo nella nuova località mostra numerosi risvegli e una più alta percentuale di sonno SI. Le interruzioni del sonno avvengono con prevalenza nella seconda metà o nell’ultimo terzo dell’episodio di sonno. Ne consegue una riduzione del 10-15% dell’efficienza del sonno. Comunque deve essere tenuto presente che questi dati sono stati tratti da registrazioni in giovani volontari. Vi sono indicazioni sulla maggiore gravità e durata delle alterazioni polisonnografiche nei soggetti con età sopra i 50 anni. Da segnalare, infine, un andamento alternante delle notti che seguono il salto di fusi orari: la prima e la terza possono risultare normali, mentre la seconda, la quarta e la quinta possono presentare frequenti risvegli e una minore durata di sonno.

Esami di laboratorio

Non sono segnalate modificazioni bioumorali né altre alterazioni documentabili con esami strumentali.

Evoluzione

Nei viaggi occasionali la sindrome è transitoria e di breve durata. Nel caso di persone costrette da lavoro a frequenti spostamenti (personale di volo, diplomatici, uomini d’affari…) la sindrome è tendenzialmente cronica come quella dei lavoratori turnisti.

Fisiopatogenesi

Dopo un rapido spostamento transmeridiano il sistema circadiano endogeno rimane con gli orari stabiliti nell’usuale fuso orario. Per aggiustare questi orari con quelli della nuova località occorrono tempi discretamente lunghi. Si calcola che nei voli verso occidente con salti a fase ritardata il recupero avvenga in ragione di 90 minuti al giorno, mentre in quelli verso oriente si compie in ragione di 60 minuti. La sindrome che ne scaturisce richiede pertanto diversi giorni per risolversi e questo periodo è tanto più lungo quanto più ampio il salto dei fusi. La sintomatologia nelle 24 ore con tutta probabilità consegue:

  • a passaggi rapidi dalla veglia al bisogno di dormire (dato che le fasi di sonno non sono ancora aggiustate nell’orario);
  • a risvegli frequenti durante il sonno per lo stesso motivo;
  • a malessere fisico (disordini vegetativi) per l’asincronia e disarmonia tra orario di certe attività e quello del ritmo sonno-veglia.

Diagnosi differenziale

Data la coincidenza della sindrome con il viaggio transmeridiano e la sua transitorietà non esistono di solito problemi di diagnosi. Nel caso di spostamenti frequenti il problema è simile a quello dei lavoratori turnisti e quindi è inutile differenziarlo. L’abitudine all’alcol o all’uso di farmaci ipnotici rende il problema
diagnostico più difficile, così come l’insorgenza di sindromi psicopatologiche.

Terapia non farmacologica

Il trattamento prevede differenti strategie in rapporto alla durata della permanenza nella nuova località e al salto più o meno ampio di fusi orari. Se si prevede una permanenza lunga nella nuova località è consigliabile di aggiustare i propri orari
interni a quelli del nuovo fuso, operazione che richiederà più o meno giorni in rapporto al numero di fusi saltati. Se la permanenza è breve (meno di 7 giorni), se non vi sono impegni di orario inderogabili, conviene mantenere il ritmo circadiano consueto. Se questa soluzione non è possibile, conviene ricorrere ad una prevenzione alzandosi con ritardo di una o due ore al mattino un giorno o due prima di partire per viaggi verso ovest o andando a dormire e svegliandosi con anticipo di 1-2 ore da 1 a 3 giorni prima di un viaggio verso est. Sembra che l’esposizione alla luce nei periodi convenienti serva a facilitare gli aggiustamenti di orario che sono alla base della sindrome.

Terapia farmacologica

L’impiego di benzodiazepine a brevissima emivita, ad esempio il triazolam, è indicato per evitare i sintomi fastidiosi dell’insonnia. Sono raccomandate comunque dosi basse (0,25 mg per 3-4 notti) onde evitare fenomeni di sonnolenza diurna e fenomeni di rimbalzo alla sospensione, fenomeno che può verificarsi anche dopo brevi periodi di uso. Anche la melatonina può essere utile.

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