Disturbo evitante e dipendente di personalità: psicoterapia, farmaci

MEDICINA ONLINE FOLLA SOLI SOLITUDINE TRISTE SERATA USCITA AMICI VITA AMORE TRISTEZZA DISCOTECA SABATO SERA DEPRESSIONE lonely girl alone in the crowd alone solitude loneliness2I disturbi della personalità un insieme di diversi modelli abituali di esperienza o di comportamento che si discostano notevolmente dal contesto sociale e culturale a cui l’individuo appartiene e sono caratterizzati da persistenti schemi di pensiero, percezione, reazione e da modi di relazionarsi che provocano nel soggetto notevole sofferenza e/o compromettono le sue capacità funzionali. I disturbi di personalità sono un gruppo di dieci disturbi raccolti in tre gruppi (chiamati anche “cluster”) in base ad analogie descrittive. Il disturbo evitante di personalità ed il disturbo dipendente di personalità sono inclusi nel gruppo C (cluster C) che racchiude tre disturbi di personalità caratterizzati da una bassa autostima e/o forte ansia e per i qual le persone appaiono spesso ansiose o paurose.

  • disturbo evitante di personalità: chi ne soffre tende a evitare in modo assoluto le situazioni sociali per la paura dei giudizi negativi degli altri, presentando quindi una marcata timidezza;
  • disturbo dipendente di personalità: chi ne soffre presenta un marcato bisogno di essere accudito e seguito da parte degli altri, delegando quindi tutte le proprie decisioni;
  • disturbo ossessivo compulsivo di personalità: chi ne soffre presenta una marcata tendenza al perfezionismo e alla precisione, una forte preoccupazione per l’ordine per il controllo di ciò che accade.

Disturbo evitante di personalità

Il nucleo centrale del disturbo evitante è la sensazione dolorosa di non riuscire a condividere l’esperienza con gli altri. Il paziente desidera delle relazioni interpersonali ma ne è anche spaventato, quindi evita le relazioni e le occasioni sociali poiché teme l’umiliazione connessa con il fallimento ed il dolore collegato con il rifiuto. I comportamenti del paziente sono caratterizzati da inibizione sociale, sentimenti di inadeguatezza, estrema sensibilità a valutazioni negative nei propri confronti e la tendenza a evitare qualsiasi occasione che possa condurre ad interazione sociale. Il paziente spesso si considera socialmente e professionalmente incapaci o non attraenti a livello personale ed evitano le interazioni sociali per timore di essere ridicolizzati, umiliati oppure oggetti di antipatie. Nonostante le difficoltà e le forti inibizioni, chi ha questo disturbo vorrebbe avere rapporti sociali; a differenza di altri disturbi di personalità in cui la persona evita l’interazione ma allo stesso tempo non ne è interessata. In parole semplici: il paziente evita gli altri non perché voglia davvero evitarli, ma solo perché ha paura ad interagire con loro. Spesso questi soggetti sono stati rifiutati da uno o entrambi i genitori, oppure sono stati rigettati dal gruppo dei pari. Le persone affette da disturbo evitante della personalità sono preoccupate dei propri deficit e formano relazioni con gli altri solo se sono assolutamente convinti che non saranno respinti. La perdita e il rigetto sono così dolorosi che queste persone sceglieranno di restare sole piuttosto che rischiare di tentare di mettersi in relazione con gli altri. Questo disturbo a lungo andare tende a causare stress, depressione e ansia. Il disturbo evitante di personalità viene diagnosticato all’inizio dell’età adulta ma solitamente i sintomi esistono dall’infanzia o dall’adolescenza, tuttavia in queste età una certa paura dell’esposizione verso gli altri potrebbe essere normale, quindi si aspetta l’età adulta per la diagnosi. Il soggetto può soffrire anche di sindrome da abbandono.

Le modalità terapeutiche comportamentali utilizzano tecniche di social skills training per incoraggiare l’esposizione del paziente alle situazioni temute e per incrementare le abilità sociali e migliorare l’autostima.

La psicoterapia psicodinamica si muove lungo un continuum supportivo-espressivo. Gli elementi supportivi si concentrano sulla valutazione empatica dell’imbarazzo e dell’umiliazione associati all’esporsi alle situazioni temute. Gli elementi espressivi esplorano le cause della vergogna e il loro nesso con le esperienze infantili.

Il trattamento farmacologico viene usato in determinate fasi del trattamento e in combinazione con altri interventi, per gestire aspetti sintomatici come ansia e depressione: in questo caso i farmaci più spesso usati sono gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI). I farmaci antipsicotici sono usati in caso di eventuali sintomi produttivi.

Disturbo dipendente di personalità

Chi soffre di questo disturbo (in passato noto anche come disturbo da personalità astenica) non è in grado di prendere una decisione in autonomia; è insolitamente sottomesso; ha sempre bisogno di rassicurazioni; non funziona bene se qualcuno non si prenda cura di lui. La personalità del paziente è caratterizzata da una pervasiva dipendenza psicologica da altre persone, da cui si ricerca protezione o approvazione: a lungo termine il paziente dipenderà dagli altri per soddisfare i propri bisogni emotivi e fisici. In alcuni casi vi è la necessità continua di sviluppare e mantenere rapporti sociali con alcune persone di riferimento, nonché della necessità di rendersi indispensabili per le persone più care, questo per evitare un possibile abbandono da parte loro: sia l’indipendenza che l’abbandono sono visti con forte ansia da parte del paziente. Anche un futile segno di allontanamento può essere percepito come “enorme” e generare ansia: la persona si adopera iperbolicamente per diventare indispensabile per l’altro, o dipendente da esso in modo tale da poter scongiurare tale pericolo, sperimentando talvolta fasi ossessivo-compulsive di ricerca di certezze, sicurezze e conforto da parte di altre persone (normalmente familiari e/o amici in generale). Il soggetto, che può mostrare tratti di immaturità psicoaffettiva in presenza però di normale sviluppo mentale, può aver avuto da giovane o da bambino anche una malattia o una disabilità, per cui si sente insicuro e vorrebbe rivivere il periodo in cui era oggetto di cure assidue. In alcuni casi può verificarsi, a tal proposito, una sindrome di Münchhausen.

Il soggetto può avere altri disturbi, tra cui disturbo evitante di personalità per il timore e l’ansia sociale, disturbo borderline di personalità per la personalità abbandonica, disturbo schizotipico o schizoide per l’isolamento sociale extrafamigliare. Il soggetto può soffrire anche di sindrome da abbandono.

La prospettiva psicodinamica utilizza il concetto di conflitto inconscio per comprendere l’eziologia e le dinamiche dei disturbi di personalità; tale concetto è particolarmente utilizzato nella comprensione delle dinamiche dipendenti. Secondo questo approccio teorico, infatti, durante la fanciullezza e l’adolescenza, il contesto sociale e familiare pone il soggetto in una prospettiva ambivalente, con richieste che rinforzano l’autonomia in un contesto di dipendenza (conflitto). Questo conflitto, se mantenuto inconscio, può generare delle difficoltà. Il trattamento di orientamento psicodinamico consiste, quindi, nel portare a livello conscio tale conflitto, nell’esaminarlo criticamente e nel condurre il paziente a sviluppare un certo grado di accettazione della dinamica che ha istaurato la dipendenza. Il primo obiettivo di tale prospettiva terapeutica è, dunque, l’insight (in questo caso intesi come una migliore comprensione di sé).

Secondo la prospettiva comportamentista, invece, la persona sviluppa una serie di comportamenti volti a ottenere aiuto e sostegno da parte degli altri che vengono acquisiti e mantenuti attraverso una combinazione di processi di condizionamento e apprendimento. Il focus della terapia è, quindi, rivolto all’interruzione di tali processi, al fine di ridurre le dinamiche di dipendenza.

È importante sottolineare che questo tipo di paziente potrebbe facilmente vedere la dipendenza dal terapeuta come una meta, invece di considerarla come mezzo per raggiungere una meta. Dopo un breve periodo di terapia, questi pazienti, infatti, possono dimenticare la natura della sofferenza che li ha condotti in terapia ed il loro unico scopo diventa il mantenimento del proprio attaccamento al terapeuta.

Il trattamento farmacologico viene usato in determinate fasi del trattamento e in combinazione con altri interventi, per gestire aspetti sintomatici come ansia e depressione: in questo caso i farmaci più spesso usati sono gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI). I farmaci antipsicotici sono usati in caso di eventuali sintomi produttivi.

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