Devianza, comportamento criminale e criminologia in psicologia da Lombroso ad oggi

MEDICINA ONLINE Stockholm Syndrome SINDROME DI STOCCOLMA PICTURE PICS WALLPAPER IMAGE PHOTO IMMAGINI PSICOLOGIA ARRESTO PSICHATRIA RAPITO RAPITORE LADRO BANCA ARRESTO POLIZIA CARABINIERI PISTOLA ARMA PROIETTILE BANCA PAURACon il termine “devianza” si indica un atto che devia, appunto, dalle regole sociali: tale concetto include comportamenti violenti, tossicomanie, comportamenti sessuali non convenzionali. Secondo il sociologo statunitense Robert Merton (1910 – 2003), si produce devianza quando c’è frattura tra mete culturali e norme istituzionali: chi è in svantaggio nel raggiungere mete culturali con mezzi istituzionali ricorre a metodi alternativi, definiti appunto “devianti”. Quando ciò conduce l’individuo a violare deliberatamente le leggi su cui si basa la comunità sociale in cui vive, il suo comportamento si definisce “criminale“.

Origini della criminologia

Lo studio scientifico del comportamento criminale iniziò soltanto quando la criminologia divenne scienza autonoma nel XIX secolo, servendosi dei metodi delle scienze naturali e sociali. Il compito della criminologia è studiare le relazioni tra la personalità del soggetto deviante e il comportamento criminale da lui manifestato.  Essa origina dall’antropologia dell’Ottocento, che concentrava i propri interessi sull’uomo considerato in ampi gruppi, come le cosiddette “razze” . Più tardi, gli studiosi si sono occupati del delinquente non solo dal punto di vista fisico, ma anche psichico e morale, con la scuola Positiva e il passaggio, grazie all’applicazione all’antropologia degli studi di psichiatria, all’antropologia criminale, disciplina che si occupa dei significati dell’atto criminoso e delle caratteristiche della personalità criminale. Uno dei più grandi studiosi della scuola Positiva fu Cesare Lombroso (1835-1909), Psichiatra, antropologo e criminologo, Lombroso compie studi di medicina sociale. Fautore della teoria della criminalità innata, ritiene che alienati e delinquenti presentino peculiarità anatomiche cerebrali riconoscibili. Lombroso propose un approccio naturalistico alla criminologia: egli considerava il delitto come un evento naturale e necessario, esattamente come la nascita e la morte. Le opere di Lombroso furono notevolmente influenzate da Charles Darwin (1809-1882) Naturalista, autore della teoria evoluzionistica e della selezione naturale, Darwin ha rivoluzionato le concezioni sull’origine della vita, influenzando enormemente tutti gli ambiti scientifici a lui successivi. I ragionamenti di Lombroso lo portarono a conclusioni radicali: il “criminale nato” sarebbe un soggetto che presenta caratteristiche primitive di un passato remoto, inerenti all’evoluzione biologica della razza. li criminale, dunque, come “selvaggio primitivo” rimasto a uno stadio precedente del processo evolutivo che ha portato all’uomo, e pertanto non in grado di comprendere il significato di leggi penali promulgate per individui a uno stadio di sviluppo più avanzato. A partire da queste basi teoriche, egli valutava il tipo di criminale osservando le caratteristiche somatiche del soggetto, soprattutto del viso. Lombroso spiegò, inoltre, la personalità del delinquente come un insieme di caratteristiche determinate a livello ereditario, considerando, di conseguenza, questi soggetti come vittime di un male trasmesso dagli antenati e sovente non manifestatosi per più generazioni. A poco a poco, Lombroso rivide le proprie tesi, accordando un posto importante alla casualità e riconoscendo che i fattori individuali non erano le uniche cause della condotta criminale.

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Lettura completa del reato

Attualmente le diverse discipline che ruotano attorno alla criminologia analizzano il comportamento deviante da prospettive e con metodologie decisamente diverse rispetto a quelle di Lombroso, che danno una visione del comportamento umano dal punto di vista:

  • medico psichiatrico;
  • medico legale;
  • sociologico;
  • biologico;
  • giuridico;
  • psicologico.

L’esistenza di tante e varie discipline anche molto diverse tra loro, rende necessaria un’integrazione della conoscenza scientifica, per consentire una lettura completa del reato. Si propende quindi per la prospettiva secondo cui il comportamento criminale e il crimine sono due fenomeni imprescindibili l’uno dall’altro. Ancora in evoluzione, la criminologia è comunque una scienza interdisciplinare e multidisciplinare, perché si occupa del fenomeno criminoso da più prospettive. Le norme giuridiche, norme di
condotta considerate rilevanti perché tassative, diventano importanti quando vengono violate. Sarebbe interessante se la criminologia, che si occupa solo di situazioni considerate problematiche, spiegasse anche perché un soggetto non commette un reato. A questo proposito, alcuni studiosi contemporanei allargano l’oggetto di studio, passando dal reato alle situazioni problematiche in generale. Secondo questi autori, la delinquenza non è limitata a un gruppo che la società individua e vuole punire. TI criminologo deve occuparsi di tutte le situazioni considerate a rischio, perché la delinquenza inizia con un comportamento disturbato che poi sfocerà in reato. Occorre quindi studiare il comportamento disfunzionale nei luoghi dove si sviluppa, rilevando le interazioni sociali dei soggetti. Per questi motivi, nel corso dello sviluppo della criminologia, il concetto di “personalità” viene temporaneamente accantonato e sostituito con quello di “identità sociale”, che mette in luce il rapporto tra l’individuo e l’ambiente. Altri studiosi contemporanei parlano di individualizzazione: anche se l’intervento della criminologia riguarda più individui, non viene annullata l’individualità del singolo soggetto. Il criminologo, quindi, si occupa di soggetti di cui non si occuperebbe se non si trovassero in situazioni definite “socialmente negative”. Proprio l’adozione di una prospettiva interdisciplinare ha fatto uscire la criminologia da un approccio esclusivamente psichiatrico, integrandola con le più moderne teorie psicosociali. Negli ultimi anni si è passati da una criminologia centrata sullo studio dell’origine della devianza, a una criminologia focalizzata sulla definizione del comportamento deviante. La criminologia è dunque una disciplina importante non solo per lo studio e la comprensione del crimine, ma soprattutto perché può fornire informazioni preziose per la sua riduzione e per il miglior funzionamento della giustizi, penale. Il reato, il reo e la vittima costituiscono un problema sociale di notevoli rilevanza.

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Le cause del comportamento criminale

La ricerca delle “radici del male” costituisce da sempre uno tra i più angosciosi  problemi umani, cui sono state dati mutevoli tentativi di risposta nella mitologia, nella religione, nella filosofia. Tuttora si scrive e si discute sui fattori della criminalità, problema rilevante dal punto di vista teorico e pratico: conoscendo i fattori criminogeni si possono studiare i rimedi per attenuarne gli effetti, cioè i delitti. Già al sorgere della crìmìnologìa si manifestarono i due indirizzi che contemplano un unico fattore di spiegazione del crimine, o prevalentemente individualistico o prevalentemente sociologico, e che da decenni contrassegnano lo sviluppo della disciplina. Essi si differenziarono in scuole frequentemente antagoniste: le une prendono come fondamento la costituzione biopsichica dell’individuo, le altre la realtà socioambientale:

  • indirizzo individualistico: le cause primarie o esclusive della criminalità sono da ricercarsi in fattori endogeni, cioè riconducibili all’interiorità del soggetto, incentra lo studio principalmente sulla personalità del singolo individuo delinquente;
  • indirizzo sociologico, o interazionista: muove dal postulato che il reato non sia un  fatto isolato, ma il prodotto dell’ambiente, e che le cause della criminalità vadano  pertanto cercate in fattori esogeni, esterni al soggetto: lo studio di essa è quindi  polarizzato sulla realtà socio-ambientale.

Secondo quest’ultimo indirizzo è soprattutto il contesto sociale a stabilire ciò che è sano e ciò che non lo è. E questo avviene anche al livello sociale più elementare, come il nucleo familiare: esso, infatti, è organizzato come una piccola società in cui gli individui interagiscono, sono poste le regole e assegnati i ruoli. Ogni sistema sociale è dato dall’interdipendenza dei vari ruoli, non solo degli individui, ma anche dei gruppi sociali. Il ruolo prevede codici interni di comportamento, in relazione ai quali si producono aspettative. La devianza si riferisce a comportamenti che si scostano dalle norme dominanti all’interno del gruppo, ma anche a violazioni delle aspettative: per questo motivo essa si lega in maniera rilevante ai ruoli sociali. Secondo gli studiosi interazionisti è importante, per comprendere le cause della devianza, analizzare la logica che presiede ai codici di comportamento: secondo la loro prospettiva, infatti, l’interesse del sistema è al di sopra di quello dei singoli componenti. Ciascuno di noi viene costretto ad assumere un ruolo che, se il gruppo sociale è ben equilibrato, potrà risultare soddisfacente per tutti i suoi componenti. Nella condizione inversa, invece, il gruppo assegnerà a uno o più dei suoi membri il ruolo di catalizzatore e rappresentante delle tensioni interne (teoria del capro espiatorio). Esiste infine un indirizzo di studi intermedio rispetto ai due precedenti, detto individualistico psicosociale, secondo il quale l’individuo è mosso da istanze sociali più che individuali ed è, secondariamente, influenzato e motivato dai rapporti interpersonali che si realizzano nel contesto sociale. Il comportamento deviante
sarebbe così espressione di un cessato processo di maturazione, che impedirebbe al soggetto di adattarsi all’ambiente sociale come previsto dalle regole che ogni realtà sociale adotta.

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Le teorie di Merton e di Parsons

Diverse teorie sociologiche sviluppate nel corso del XX secolo descrivono gli eventi specifici che caratterizzano la manifestazione del comportamento deviante; vediamo ora le più note. La teoria di Robert Merton afferma che la devianza è conseguenza della non integrazione tra la struttura culturale, che costituisce la meta da perseguire, e la “struttura sociale”, ovvero le possibilità reali di perseguirla. Per esempio, quando un individuo intende fare carriera rapidamente all’interno dell’azienda per cui lavora può scegliere di seguire tutte le tappe professionali, oppure di corrompere il proprio
superiore per affrettare i tempi. In quest’ultimo caso si produce devianza: vi è cioè una mancata integrazione fra la struttura culturale, ovvero fare carriera in tempi brevi, e le reali possibilità di perseguirla. Per questo motivo l’individuo sceglierebbe una strada alternativa a quella riconosciuta dalla struttura culturale. La teoria di Talcott Parsons, sociologo statunitense(1902-1979), afferma che il comportamento umano ha elementi di volontarietà, norme e valori introiettati, per cui il deviante può essere identificato con bisogni inadeguati o disturbati durante le fasi di formazione della personalità.  Quest’ultima teoria sposta l’attenzione dal problema di cambiare la società per renderla capace di soddisfare i singoli individui, a quello di motivarli ad adattarvisi, rispettandone le regole. Quindi la devianza comporta una mancanza di adattamento e di partecipazione alla realtà sociale, all’interno della quale le norme etiche e sociali non
possono essere messe in discussione. Se il soggetto non percepisce più la norma ed è estraniato rispetto a essa, si produce la devianza. Queste due teorie forniscono alcuni elementi importanti per la comprensione del comportamento deviante, ma nessuna delle due lo spiega interamente: la devianza, infatti, è il risultato di più fattori, alcuni ascrivibili alla singolarità dell’individuo, altri che lo riguardano come soggetto sociale.  Un atto può venire etichettato come antisociale, benché il soggetto non intenda agire in tale direzione.  Un altro atto, anomalo secondo i riferimenti di chi lo compie, può non assumere una connotazione antisociale, se la società stessa non lo interpreta né
classifica come tale. Uno specifico atto sociale può essere interpretato inoltre come legale o illegale a seconda della regione del mondo dove viene compiuto, oppure all’interno di una stessa regione ma in periodi storici diversi. Dunque, l’atto antisociale diventa tale solo nel momento del suo “etichettamento”. In questo senso la società possiede il grande potere di classificare certi comportamenti in senso antisociale o meno a seconda dell’influenza di variabili culturali, economiche, religiose, di classe e della conseguente attribuzione di valori morali ed etici.

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Prospettive di studio del comportamento criminale

Il comportamento criminale è stato analizzato secondo diverse prospettive, fra le quali le più importanti sono:

  • teorie innatiste: sono teorie come quella di Lombroso che, seppur siano oggi considerate del tutto superate, hanno dominato la scienza per parecchio tempo. Tali teorie sostengono che il comportamento criminale sia determinato da tendenze congenite, collegate a precise caratteristiche somatiche;
  • interpretazione psicanalitica: il comportamento criminale è frutto di un conflitto interiore non risolto, che coinvolge da un lato le norme sociali e culturali, dall’altro le pulsioni inconsce. Se utilizzata come terapia, la psicanalisi aiuta il soggetto nel raggiungimento di una maggiore consapevolezza rispetto a conflitti inconsci che possono favorire l’emergere del comportamento criminale
  • teorie comportamentiste: propongono modelli utili per spiegare almeno in parte il comportamento criminale, esso è visto come conseguenza di processi di condizionamento che l’ambiente sociale opera sugli individui, favorendo l’acquisizione di modelli adattivi non accettati da una parte della società e tuttavia mantenuti perché in qualche modo gratificanti;
  • ottica integrazionista: ritiene la personalità criminale il risultato di fattori biologici associati a particolari fattori psicologici, interagenti in un dato ambiente sociale. Per esempio, anomalie cerebrali, se presenti in particolari personalità e se stimolate da un ambiente disfunzionale, possono dare origine al comportamento deviante.

Cos’è la struttura sociale

In sociologia, l’espressione “struttura sociale” indica la trama di  relazioni fra le diverse componenti della realtà sociale (le posizioni sociali, i ruoli, le istituzioni, i gruppi, le classi ecc.), indipendentemente dai singoli soggetti coinvolti. In questa prospettiva, quindi, le strutture sociali costituiscono lo sfondo dato entro cui avvengono le azioni sociali. Nel XIX secolo Karl Marx si riferiva con il termine struttura all’insieme dei rapporti di produzione, che formano la base economica della società, su cui sorgono e da cui dipendono le altre “sovrastrutture”, come la  politica, la religione, la filosofia, il diritto, l’espressione artistica ecc. Nel XX secolo Talcott Parsons rielaborò il concetto, considerando la struttura come l’insieme delle relazioni di ruolo.

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