Ipotesi del mondo giusto e colpevolizzazione della vittima: quando la colpa è del truffato e non del truffatore

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Con “ipotesi del mondo giusto” o “credenza in un mondo giusto” (in inglese ” just-world hypothesis or just-world fallacy“) in psicologia si indica un bias cognitivo discusso nei primi anni ’80 da Melvin J. Lerner, professore di psicologia sociale presso l’Università di Waterloo, che porta a pensare che le persone “meritino ciò che realmente ottengono”. Le persone che credono in questa teoria, che in realtà è basata su una chiara fallacia logica, pensano che il mondo sia un luogo dove esista una sorta di “giustizia naturale” o “karma” tale per cui le persone “buone” vengono ricompensate e le persone “cattive” vengono punite. Tale ipotesi è capace di dare origine a generalizzazioni molto “pericolose”, in particolare:

  • se una persona ha avuto tanta fortuna e successo nella vita, è perché è necessariamente una buona persona e la “giustizia” l’ha giustamente ricompensata;
  • se una persona ha avuto episodi sfortunati nella vita, è perché è necessariamente una cattiva persona e la “giustizia” l’ha giustamente punita.

Una delle più grandi fallacie determinate dall’ipotesi del mondo giusto, è la “colpevolizzazione delle vittime”.

Colpevolizzazione della vittima

Con “colpevolizzazione della vittima” (in inglese “victim blaming”) in psicologia si intende un particolare comportamento in cui si ritiene la vittima di un crimine o di altri episodi sfortunati, parzialmente o interamente responsabile di ciò che le è accaduto e spesso nell’indurre la vittima stessa ad autocolpevolizzarsi per aver in qualche modo “favorito” il crimine, se non addirittura averlo direttamente “provocato”. Questo tipo di comportamento, in alcuni casi plateale ed altri più sottile se non inconscio, può essere connesso con tre concetti fondamentali:

  • si deve conoscere e accettare una supposta natura umana “maligna” per definizione e quindi fisiologicamente tendente all’abuso, all’uso della violenza e all’atto criminale;
  • dal momento che la natura umana è maligna, non bisogna “giocare con la sorte”, rischiando comportamenti che porterebbero gli altri esseri umani ad essere più facilmente spinti a compiere atti criminali;
  • l’ipotesi del mondo giusto prima descritta: se ti è successo qualcosa di “brutto”, significa che in qualche modo te lo meritavi e la “giustizia” ti ha punito.

La tendenza dell’opinione pubblica (che grazie ai social può ormai discutere ed attaccare chiunque sulla “pubblica piazza”) ed in alcuni casi addirittura dei media, a rendere la vittima parzialmente o totalmente colpevole di ciò che di male le è accaduto, si riscontra con maggiore frequenza nei crimini a sfondo sessuale (dove in alcuni casi la vittima subisce anche una “vittimizzazione secondaria” da parte di istituzioni, media e social network come Facebook), ma anche in altre situazioni, come ad esempio nelle rapine o nelle truffe.
Gli abusi sessuali, secondo questo modo di pensare, sarebbero quindi provocati dalla vittima stessa, “colpevole” di aver “flirtato” con il violentatore o di essersi trovata nel “posto sbagliato al momento sbagliato”o ancora spesso di “aver indossato abiti troppo provocanti, che hanno giustamente provocato il violentatore”.
Una rapina, secondo questo modo di vedere le cose, potrebbe essere stata causata da comportamenti incauti da parte del rapinato: “Sei andato in giro di notte per una strada buia con un Rolex al polso e ti hanno rapinato, quindi te le sei cercata“. Una truffa sarebbe stata provocata dalla stupidità del truffato: “Ti hanno venduto un Rolex originale a 100 euro e ti hanno rifilato un falso: stupido tu che ti sei fatto fregare“. Le frasi qui descritte sono state prese da reali conversazioni su Facebook.
Queste tre situazioni (stupro, rapina e truffa), portano l’osservatore “colpevolizzante” a spostare, in parte o del tutto, la colpa dal colpevole sulla vittima, che diventa provocatrice, incauta o addirittura stupida, andando indirettamente a limitare la volontà individuale di chi ad esempio vuole comunque andare in giro “con una sexy minigonna” o “con un orologio costoso al polso la sera” o di “comprare un oggetto ad un prezzo molto più basso del solito”: “Questi comportamenti non li puoi avere, altrimenti se ti succede qualcosa di male, te la sei cercata”.

La colpevolizzazione della vittima interviene come reazione alle dissonanze cognitive che scaturiscono da condotte illecite o trasgressive dell’ordine sociale: questo particolare utilizzo la fa rientrare all’interno di quell’ampio gruppo di tecniche di neutralizzazione che vengono usate per attenuare (o addirittura annullare) il conflitto che le condotte trasgressive instaurano nei confronti di regole morali e della morale sociale e che puntano ala attenuazione (o addirittura all’esclusione) della responsabilità individuale nell’operato illecito.

Va da sé che il concetto di “colpevolizzazione della vittima” deve comunque essere dosato usando il buon senso evitando di cadere nel suo contrario, cioè la “deresponsabilizzazione totale della vittima” che ci potrebbe far pensare che qualsiasi nostro comportamento incauto non debba necessariamente causarci episodi sfortunati: se ad esempio andate in vacanza per un mese lasciando la porta di casa spalancata, statisticamente aumentano le possibilità che la vostra casa venga svaligiata e, qualora poi succeda veramente, lasciatemelo dire… in quel caso davvero “ve la siete cercata!”.

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