Cinesica, espressione del volto, sguardo, gestualità e postura in psicologia

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Non servono le parole per comunicare disappunto: basta il corpo

Ve ne sia o meno consapevolezza da parte dei partecipanti a un’interazione, questi praticano costantemente un esercizio di interpretazione sugli elementi della comunicazione non verbale. Fin dall’inizio della propria vita, ognuno è abituato a leggere nell’atteggiamento di chi gli sta intorno i segni di una certa disposizione nei suoi confronti, interpretandoli secondo le più diverse modalità: la minaccia, l’amore, l’affetto, la paura. Tuttavia queste interpretazioni, pur dotate di una certezza soggettiva sulla base della quale accordiamo il nostro conseguente comportamento, sono piuttosto opinabili, per quanto frequenti. In effetti, manca una vera e propria chiave di accesso con cui decodificare gli aspetti della comunicazione non verbale, sebbene vi siano alcune discipline, come la cinesica (affrontata in questo articolo) e la prossemica, che hanno elaborato sistemi di interpretazione dei gesti e dei segni non verbali della comunicazione.

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Cos’è la cinesica?

La cinesica, dal greco kinesis, “movimento”, è per definizione la disciplina che studia i movimenti e i gesti delle persone al fine di coglierne il significato comunicativo. Si divide in due linee di lettura, che riflettono due diverse concezioni del corpo: la prima è costituita dalla fisiognomica, cioè la disciplina che si propone di dedurre i tratti del carattere e della personalità degli uomini dal loro aspetto esteriore, e in particolare dalle fattezze e dalle espressioni del volto. Questa tradizione di studi ha raccolto, nei secoli, i contributi di materie come l’antropologia, la psicologia, la psichiatria e la criminologia, ma non può dirsi una vera e propria scienza, quanto una disciplina parascientifica, sostenuta anche da una certa convinzione popolare per la quale, come sappiamo, «gli occhi sono lo specchio dell’anima». n secondo orientamento della cinesica, basato soprattutto sulla cultura popolare, analizza quali sono i simboli convenzionali che si possono indagare in un corpo umano in una certa civiltà, cercando di collegarli a precisi significati. Anche il linguaggio cinetico, come quello verbale, si articola in segni organizzati sulla base di norme socialmente condivise, sebbene sia assai meno formale e rigoroso della sintassi che governa la lingua. Si deve lasciare un certo spazio all’interpretazione, che come tale  è sempre arbitraria e opinabile. La cinesica si fonda su un principio preciso: il corpo non è neutro, ma segue anch’esso il primo assioma di Watzlawick, secondo cui è impossibile non comunicare. Ciascuna espressione e ciascun gesto possiedono un significato preciso, magari inconscio, e possono dunque essere fatti oggetto di analisi, come le
altre sfere dell’agire umano .

L’espressione del volto e lo sguardo

Nella comunicazione non verbale il volto ricopre un ruolo fondamentale, e non solo perché è la parte del corpo più in evidenza. In base a norme socialmente codificate e a precisi fattori cognitivi, il volto è in grado di mettere in luce emozioni, rivelare atteggiamenti, manifestare aspetti della personalità, senza contare che è abituale, tra le persone, guardarsi nel volto quando si parla e non certo il corpo, fatto quest’ultimo spesso considerato altamente maleducato, ad esempio quando – durante una conversazione – l’uomo guarda il seno dell’interlocutrice anziché avere gli occhi sul suo volto.
La parte più espressiva del volto è certamente lo sguardo. Dalla dilatazione in-
volontaria delle pupille, all’orientamento degli occhi in situazioni di interazione
sociale, alla forte caratterizzazione che le sopracciglia possono fornire agli occhi, lo sguardo invia continuamente segnali precisi verso l’esterno. Pensiamo, per esempio, al ruolo fondamentale che esso assume durante la conversazione: i soggetti si guardano per raccogliere informazioni o per inviarne, per scambiarsi i turni di parola, per registrare i reciproci feedback, per sostenere, insomma, il dialogo. A volte quando ci fanno una domanda, ci basta uno sguardo per rispondere. Ad esempio se qualcuno ci chiede se una certa persona la troviamo bella, ci basta spalancare gli occhi e tirare lievemente indietro la testa per farci capire dall’interlocutore.
Mantenere lo sguardo durante la conversazione, invia continuamente segnali di interesse; se uno degli interlocutori smette di mandare questi importanti segnali interattivi, mettendosi ad esempio all’improvviso a fissare il soffitto, provoca disagio nell’altro, il quale percepisce la disattenzione del suo interlocutore e, in alcuni casi, può risentirsi per la sua mancanza di educazione.
Lo sguardo non è “neutro”, perché già il fatto in sé di guardare una persona è convenzionalmente considerato segnale di interesse. Per questo, sebbene il contatto di sguardi sia piacevole, oltre certi limiti esso diventa fastidioso. Sentirsi addosso lo sguardo prolungato di un estraneo, per esempio, ci crea imbarazzo o addirittura spavento, proprio perché pensiamo (o ci hanno insegnato a pensare) che dietro a uno
sguardo si cela sempre un pensiero o un’intenzione. Ovviamente tutto cambia se la persona che ci guarda ripetutamente, ci interessa: a quel punto lo guardo può essere un forte segnale di complicità ed invia un forte significato sessuale.
Lo sguardo è strettamente legato a due elementi: il contesto e le caratteristiche biologiche e cognitive dell’individuo. Si è dimostrato, per esempio, che le donne fanno un uso più massiccio degli sguardi rispetto agli uomini, specie mentre parlano (gli uomini, al contrario, mentre ascoltano) e soprattutto se l’interlocutore è persona gradita.

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Movimenti e gestualità nella comunicazione

La gestualità è un elemento imprescindibile e quasi innato della comunicazione non verbale. I bambini iniziano a gesticolare verso i nove mesi, indicando oggetti o imitando gli atti di mangiare o bere, mentre verso i cinque o sei anni sono già in grado di usare gesti più astratti. Quando non parlano la stessa lingua, a due persone basta spesso fare alcuni gesti per fare domande e rispondersi vicendevolmente, senza dire alcuna parola o al massimo abbinando gestualità e particolari suoni.
Per capire la varietà e le funzioni dei gesti, prendiamo in esame una importante classificazione proposta da alcuni studiosi americani, i quali l’hanno messa a punto per interpretare la comunicazione non verbale, utilizzando una griglia che individua le caratteristiche dei gesti all’interno di una situazione comunicativa. Essi sono suddivisi in:

  • emblemi: tutti i gesti che sostituiscono la comunicazione verbale, e che trovano
    un corrispettivo linguistico: per esempio il segno dell’ok o dell’autostop;
  • illustratori: i gesti che affiancano i discorsi con lo scopo di sottolineare, accentuare o spiegare meglio quanto si sta dicendo (quando, per esempio, descriviamo con le mani uno spazio o un volume, o indichiamo una persona);
  • indicatori dello stato affettivo: i gesti (istintivi o culturali) che accompagnano le espressioni del nostro volto quando manifestiamo un’emozione (per esempio, la mano che posiamo sul cuore quando prendiamo uno spavento);
  • regolatori dell’interazione: i gesti che “punteggiano” le nostre conversazioni, scandiscono i turni di parola, sincronizzano gli interventi, orientano l’andamento del dialogo (come la mano aperta che allunghiamo in avanti per indicare al nostro interlocutore l’intenzione di interromperlo per voler prendere la parola);
  • adattatori: i gesti non intenzionali, di solito appresi nell’infanzia, con cui regoliamo la posizione del nostro corpo rispetto a un’altra persona, a un oggetto o a noi stessi.

I gesti, come le lingue, non sono gli stessi in tutto il mondo. Alcuni sono universalmente condivisi (come l’indicare qualcuno), mentre altri assumono significati diversi nelle diverse culture. Ad esempio il gesto di negare scuotendo il capo a destra e sinistra è condiviso in tutta l’Europa settentrionale, mentre in Grecia e in Sicilia il “no” si indica con un rapido movimento verso l’alto del capo, mossa che nel resto d’Europa potrebbe essere scambiato per il “si”. Questo indica, ancora una volta, l’ambiguità sottesa a ogni forma di comunicazione. Altro esempio è il gesto dell’OK, cioè il gesto della mano che viene eseguito collegando il pollice e il dito indice a formare un cerchio, con il palmo della mani aperto e tenendo le altre dita dritte o rilassate: in molte parti del mondo, tra cui Europa e Stati Uniti, è sinonimo della parola OK, che indica approvazione, assenso, accordo o che tutto va bene. In altri contesti o culture, questo stesso gesto può avere significati o connotazioni diversi o addirittura opposti. Per esempio, negli stati di matrice e cultura araba, la Russia ed il Brasile, il gesto OK indica una grave offesa.

Postura e linguaggio non verbale

La postura è la disposizione spaziale che facciamo assumere al nostro corpo, cioè il modo in cui siamo in piedi, seduti o sdraiati. Essa dipende strettamente dalla cultura e dal contesto, che dettano norme e convenzioni precise. il repertorio di posizioni umane non è sterminato, e anzi può essere ricondotto essenzialmente a tre tipi:

  • posizione eretta;
  • posizione seduta (o rannicchiata o inginocchiata);
  • posizione sdraiata.

Anche la postura rappresenta un forte elemento comunicativo. Alzarsi in piedi quando entra in classe il preside o il giudice o in alcune fasi della messa cristiana in chiesa, per esempio, comunica deferenza. Lo stesso modo di stare in piedi o seduti rivela tratti della personalità o ruoli sociali assunti, come la maggiore o minore fiducia in se stessi o lo status sociale. Si è dimostrato, per esempio, che chi si trova in una posizione sociale più elevata tende a essere più rilassato e in posizione laterale, mentre chi è sottomesso ha una posa più rigida. Anche le differenze posturali cambiano da cultura a cultura (in ogni cultura esistono modi diversi di stare in piedi, seduti o sdraiati), ma esistono alcune regole universalmente condivise, come l’inchinarsi in segno di umiltà, gesto diffuso soprattutto in Oriente. Ci sono, inoltre, punti su cui gli psicologi e gli altri studiosi concordano, per esempio la maggiore o minore apertura del corpo e soprattutto di braccia o gambe: una grande apertura indica un atteggiamento positivo e accogliente, e viceversa. La postura deriva poi da condizionamenti e regole sociali, le quali in certe occasioni prescrivono posture specifiche: in chiesa durante la messa, come già prima ricordato, l’alternarsi di posture (in piedi, seduti, in ginocchio) è rigidamente convenzionale e scandisce i vari momenti rituali della cerimonia, dove le fasi più “importanti” sono svolte coi fedeli in piedi.

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