La visita neurochirurgica rappresenta uno degli atti più complessi della medicina specialistica, perché si colloca all’incrocio tra clinica neurologica avanzata, interpretazione neuroradiologica, valutazione del rischio chirurgico e decisione terapeutica ad alta responsabilità. Il suo obiettivo non è semplicemente identificare una lesione o stabilire un’indicazione operatoria, ma comprendere come una patologia del sistema nervoso interferisca con la funzione, con la prognosi e con la qualità di vita del paziente, e come sia possibile modificarne il decorso nel modo più sicuro ed efficace.
Nel tempo, la figura del neurochirurgo si è trasformata da “chirurgo del cervello” a specialista del sistema nervoso nel suo insieme, chiamato a gestire patologie centrali, spinali e periferiche in un’ottica sempre più integrata. La visita diventa quindi il momento in cui si sintetizzano informazioni cliniche, strumentali e biologiche, costruendo una visione globale del caso.
Una visita neurochirurgica ben condotta riduce l’inappropriatezza chirurgica, limita il ricorso a esami inutili e previene ritardi che possono tradursi in danno neurologico irreversibile: in questo senso, la visita ha un valore che va oltre il singolo paziente, incidendo sull’efficienza del sistema sanitario e della società in generale.
Dal punto di vista etico, la visita è anche il luogo in cui il medico affronta il tema del limite. Non tutto ciò che è tecnicamente possibile è clinicamente opportuno, e il neurochirurgo deve saper riconoscere quando il miglior intervento è l’astensione, l’osservazione o la palliazione. Questa consapevolezza rende la visita un atto di responsabilità professionale prima ancora che tecnica.
Il primo vero atto neurochirurgico non è l’incisione, ma il ragionamento clinico che nasce dalla visita: una valutazione accurata consente di selezionare i pazienti giusti, al momento giusto, per il trattamento giusto, in modo da evitare al paziente rischi inutili. La vera competenza neurochirurgica non si misura solo in sala operatoria, ma nella capacità di prendere decisioni corrette durante la visita, integrando scienza, esperienza e giudizio clinico.
Il neurochirurgo esperto non è infine soltanto maestro delle neuroscienze, della semeiotica, dell’anatomia, della decisione rapida e dell’atto chirurgico, ma anche un professionista dotato di tatto ed umanità, dal momento che tratta giornalmente patologie che sono in grado di rivoluzionare completamente la vita di una persona e della sua famiglia.
Come si svolge la visita? Come spesso avviene in medicina, anche la visita neurochirurgica conosce alcuni momenti fondamentali, come anamnesi, esame obiettivo ed esami strumentali (come RM, TC ed EMG).
Anamnesi e raccolta della documentazione
L’anamnesi in neurochirurgia non è una semplice raccolta di sintomi, ma un processo di ricostruzione della storia naturale della malattia. Ogni dettaglio su modalità d’esordio, andamento temporale, fattori precipitanti e progressione può orientare verso diagnosi profondamente diverse. Un dolore lombare acuto post-sforzo con irradiazione radicolare suggerisce un’ernia discale, mentre una lombalgia ingravescente notturna in un paziente oncologico impone di escludere una metastasi vertebrale.
Particolare attenzione va posta ai sintomi bandiera rossa, come deficit motori progressivi, disturbi sfinterici, alterazioni dello stato di coscienza, crisi epilettiche di nuova insorgenza e cefalea con caratteristiche atipiche. Riconoscere precocemente questi segni può cambiare radicalmente la prognosi.
La raccolta anamnestica deve includere comorbilità cardiovascolari, respiratorie e metaboliche, uso di farmaci che influenzano l’emostasi, precedenti interventi sul sistema nervoso e storia familiare di patologie neurologiche. Il rischio chirurgico non è mai astratto, ma calato nel profilo biologico del singolo paziente.
La documentazione clinica deve essere analizzata in modo critico. Referti radiologici, spesso sintetici, non sostituiscono la visione diretta delle immagini. Il neurochirurgo deve verificare personalmente morfologia, estensione, effetto massa e rapporti anatomici della lesione, perché da questi dipendono accesso chirurgico, fattibilità e rischio di deficit.
In questa fase è essenziale anche chiarire aspettative, timori e motivazioni del paziente. Comprendere cosa il paziente si aspetta dalla visita è parte integrante dell’atto clinico, perché consente di modulare informazione e proposta terapeutica in modo realistico.
Esame obiettivo neurologico e localizzazione anatomo-funzionale
L’esame obiettivo è – a mio avviso – il cuore nella visita neurochirurgica ed ha un valore che va oltre la semplice descrizione del deficit: esso consente di localizzare la lesione lungo l’asse neuroanatomico, distinguendo patologie corticali, sottocorticali, troncoencefaliche, midollari o radicolari. Il vero neurochirurgo deve conoscere la semeiotica neurochirurgica, meglio di quanto conosce sé stesso!
La valutazione dello stato mentale e delle funzioni superiori permette di identificare disturbi frontali, afasie, neglect e deficit mnesici, spesso sottostimati ma di enorme impatto prognostico. Un tumore frontale può dare segni sottili sul piano comportamentale prima ancora che motorio, e solo un esame attento li può cogliere.
L’esame dei nervi cranici esplora visione, motilità oculare, sensibilità facciale, funzione bulbare e uditiva, fornendo indizi fondamentali per la localizzazione. La forza muscolare va valutata in modo sistematico, utilizzando scale standardizzate, e correlata a eventuali segni piramidali. La presenza di iperreflessia, clono e Babinski orienta verso un interessamento centrale, mentre ipo-areflessia e atrofia suggeriscono un danno periferico.
La sensibilità, spesso trascurata, è invece cruciale per distinguere sindromi midollari, radicolari e polineuropatiche. La valutazione della marcia e dell’equilibrio permette di identificare atassia cerebellare, paraparesi spastica o claudicatio neurogena.
L’esame neurologico trasforma il sintomo soggettivo in un segno oggettivo, e il segno in un’ipotesi anatomo-funzionale, che guiderà tutto il percorso successivo. Anche nell’era dell’imaging, questo passaggio resta insostituibile.
Alcuni segni importanti nelle semeiotica neurologica e neurochirurgica, sono discussi nei seguenti articoli:
- Riflesso di Babinski positivo: sintomi, diagnosi, come evocarlo
- Segno di Babinski positivo nel neonato e nel bambino: che significa?
- Segno di Babinski nella sclerosi multipla e nella SLA
- Segno di Brudzinski positivo e negativo: semeiotica nella meningite
- Segno di Hoffman positivo in SLA e sclerosi multipla
- Segno di Kernig positivo e negativo: semeiotica nella meningite
- Segno di Lasègue positivo e negativo in semeiotica
- Segno di Wasserman (Lasègue inverso) positivo in semeiotica
- Segno di Binda: cos’è e come si esegue
- Segno di Amoss (o del tripode): cos’è e come si esegue
- Segno di Magnus-De Klein: cos’è e come si esegue
- Segni meningei e irritazione meningi in bambini ed adulti
- Test di Romberg: cos’è, a che serve, come si esegue
Integrazione degli esami strumentali
La fase diagnostica della visita neurochirurgica è caratterizzata dall’integrazione di dati clinici e strumentali. La risonanza magnetica è il pilastro della diagnosi in neurochirurgia, grazie alla capacità di definire struttura, estensione, caratteristiche di segnale e comportamento dopo contrasto delle lesioni occupanti spazio. Sequenze T1, T2, FLAIR, DWI e SWI forniscono informazioni complementari, mentre tecniche avanzate come perfusione e spettroscopia aiutano a distinguere tumori ad alto e basso grado, necrosi, infezione e demielinizzazione.
La TC encefalo e la TC massiccio facciale conservano un ruolo chiave nel trauma, nell’idrocefalo acuto, nelle emorragie e nello studio dell’osso. In ambito vascolare, angio-TC e angio-RM consentono una prima valutazione di aneurismi e malformazioni, spesso completata da angiografia digitale.
Nel rachide, l’integrazione tra RM e TC permette di valutare componenti molli e ossee, mentre le radiografie dinamiche evidenziano instabilità funzionali. L’EMG (elettromiografia) e gli studi di conduzione nervosa e di neurofisiologia sono fondamentali per distinguere radicolopatie, plessopatie e neuropatie periferiche, evitando indicazioni chirurgiche inappropriate.
Di seguito riporto sinteticamente una serie di test ed esami che potrebbero essere richiesti durante una visita neurochirurgica:
- analisi del sangue;
- esami di laboratorio atti ad individuare infezioni;
- risonanza magnetica (RM) con o senza contrasto;
- tomografia computerizzata (TC);
- tomografia ad emissione di positroni (PET);
- tomografia computerizzata a emissione di singolo fotone (SPECT);
- angiografia;
- radiografia;
- mielografia;
- stimolazione magnetica corticale;
- biopsia nervosa o muscolare;
- test neuropsicologici;
- analisi posturale;
- esame vestibolare;
- elettromiografia (EMG);
- elettroencefalogramma;
- esame del campo visivo;
- esame del fondo oculare;
- tomografia ottica computerizzata (OCT);
- potenziali evocati visivi;
- elettrooculografia (EOG);
- elettroretinografia (ERG);
- elettrocardiogramma a riposo e sotto sforzo;
- ecografia con colordoppler;
- rachicentesi (puntura lombare con esame del liquor).
Quando potrebbe essere utile una visita neurochirurgica?
Una visita neurochirurgica è utile quando il paziente sospetta problemi al sistema nervoso di competenza neurochirurgica. I sintomi e i segni di una malattia del sistema nervoso sono molto diversi in base a sede di insorgenza e gravità della situazione. Parlando in generale, i sintomi tipici della maggioranza delle patologie di interesse neurochirurgico, sono:
- dolore (ad esempio a testa, collo, torace, schiena, zona lombare e/o arti superiori o inferiori, piedi o mani);
- senso di rigidità a collo, schiena, mani e/o arti superiori o inferiori;
- difficoltà nella concentrazione;
- perdita della memoria;
- confusione mentale (mancato orientamento nello spazio e/o nel tempo, incapacità nel riconoscere famigliari…);
- difficoltà nel parlare, nel dire frasi di senso compiuto e/o nel comprendere il linguaggio;
- spasmi muscolari;
- fascicolazioni muscolari;
- asterixis;
- attacchi epilettici di nuvoa insorgenza;
- perdita dei riflessi o della coordinazione muscolare;
- perdita di forza agli arti superiori e/o inferiori o perdita di forza nelle dita;
- alterazione dei riflessi osteo-tendinei;
- alterazioni motorie (ad esempio difficoltà a camminare, ad eseguire movimenti, a muovere gli occhi, a muovere la lingua…);
- paralisi parziale o totale degli arti superiori e/o inferiori oppure di un emisoma;
- alterazioni sensitive (ad esempio perdita della sensibilità cutanea, diminuzione o perdita della vista, emianopsia, diminuzione o perdita dell’udito, perdita dell’olfatto…);
- svenimenti frequenti;
- indolenzimento inspiegabile;
- sonnolenza persistente;
- mioclono;
- parestesie (formicoli, bruciore a mani e/o piedi, scosse elettriche…);
- intorpidimento al volto;
- instabilità della postura a volte con perdita di equilibrio;
- atrofia muscolare;
- disturbi urinari: ad esempio incontinenza urinaria e difficoltà alla minzione;
- disturbi intestinali: ad esempio incontinenza fecale e stipsi;
- disturbi sessuali: difficoltà a mantenere l’erezione e/o anorgasmia;
- sintomi influenzali come febbre, cefalea, nausea, vomito, stanchezza diffusa, perdita di appetito, malessere generale (soprattutto in caso di infiammazione/infezione del midollo spinale).
Come ci si prepara ad una visita neurochirurgica?
Salvo diversa indicazione medica, in genere per sottoporsi ad una visita neurochirurgica non è prevista alcuna norma di preparazione: il paziente dovrà presentarsi alla visita con la documentazione clinica già in possesso (ad esempio radiografie, RM, TC, EMG, EEG e altri esami recenti) e la lista dei farmaci che si assumono.
Quali patologie sono valutate in una visita neurochirurgica?
La varietà delle patologie affrontate in una visita neurochirurgica è decisamente molto ampia; ciò riflette la complessità del sistema nervoso. In ambito cranico, i tumori primitivi come gliomi, meningiomi e adenomi ipofisari si affiancano alle metastasi, con problematiche diverse in termini di crescita, infiltrazione e prognosi. Le patologie vascolari includono aneurismi, MAV (malformazioni artero-venose) e cavernomi, spesso scoperti incidentalmente ma potenzialmente gravati da rischio emorragico.
Le condizioni liquorali, come idrocefalo normoteso o ostruttivo, richiedono un inquadramento clinico-radiologico fine, perché una corretta indicazione può portare a miglioramenti funzionali significativi, mentre un errore espone a interventi inutili.
Nel rachide, ernie discali e stenosi rappresentano la casistica più frequente, ma non vanno dimenticate le patologie più complesse come tumori intradurali, mielopatie degenerative, infezioni e deformità. Il compito del neurochirurgo è distinguere il dolore meccanico benigno da quello che nasconde un danno neurologico in evoluzione.
I nervi periferici pongono problematiche diverse, dalle sindromi da intrappolamento alle lesioni traumatiche e ai tumori nervosi. Le patologie funzionali del dolore, come nevralgia del trigemino e dolore neuropatico refrattario, richiedono una valutazione accurata per identificare i candidati a procedure mirate. La visita neurochirurgica è in pratica un vero e proprio filtro che seleziona, tra questa vasta gamma, i pazienti che realmente beneficeranno di un intervento neurochirurgico e quelli che invece possono trarre vantaggio da altri tipi di terapie non chirurgiche, come farmaci e fisioterapia.
Di seguito riporto sinteticamente una serie di patologie e condizioni che – direttamente o indirettamente – possono spingere il paziente ad eseguire una visita neurochirurgica:
- tumori del sistema nervoso (ad esempio tumori cerebrali, tra cui glioblastomi, astrocitomi, oligodendrogliomi, meningiomi, adenomi ipofisari e neurinomi);
- malattie cerebrovascolari (ad esempio attacco ischemico transitorio (TIA) o l’ictus cerebrale;
- qualsiasi trauma che comprometta, direttamente o indirettamente, il sistema nervoso a qualsiasi livello;
- emorragie cerebrali (ad esempio emorragia subaracnoidea o ematoma subdurale);
- mielopatie (come ematomielia; mielite trasversa; stenosi spinale dovuta a spondilosi cervicale o spondilosi lombare, artrite reumatoide o ernia del disco; siringomielia da malformazione di Chiari; tumori vertebromidollari );
- disturbi del linguaggio (ad esempio afasia di Broca e di Wernicke);
- patologie da aumento della pressione intracranica;
- patologie che portano a paralisi parziale o completa (emiplegia, emiparesi, diplegia, paraplegia, tetraplegia);
- sindrome frontale;
- varie encefalopatie (ad esempio encefalopatia da malattia epatica);
- patologie di ipotalamo e/o ipofisi;
- paralisi periferica del nervo faciale;
- amaurosi fugace (cecità transitoria);
- disturbi del movimento;
- disturbi del sonno (ad esempio insonnia);
- cefalee e altre forme di mal di testa, soprattutto se improvvise e intense;
- varie forme di epilessia;
- infezioni del sistema nervoso (ad esempio encefalite, meningite ed ascessi cerebrali);
- miastenia gravis;
- sindrome da fatica cronica;
- sindrome delle fascicolazioni benigne e da crampi;
- demenze;
- atrofia muscolare spinale;
- parestesie;
- macrocefalo;
- idrocefalo;
- meningocele;
- encefalocele;
- atassia;
- aprassia;
- disartria;
- stato vegetativo, stato di minima coscienza e coma.
Alcune delle patologie e condizioni che ho elencato sono primariamente di competenza del neurologo, ma la consulenza del neurochirurgo potrebbe essere richiesta in determinati casi.
Processo decisionale e indicazione terapeutica
La decisione terapeutica è il punto di arrivo della visita: essa nasce dall’incontro tra gravità dei sintomi, rischio evolutivo della patologia, possibilità tecniche dell’intervento e profilo biologico del paziente. In molti casi la scelta non è binaria, ma si colloca su uno spettro che va dall’osservazione attiva alla chirurgia immediata.
Il concetto di appropriatezza è centrale. Un’ernia discale con dolore isolato e senza ulteriori sintomi o segni, può essere trattata conservativamente, mentre la stessa ernia con deficit motorio progressivo o altri sintomi e segni gravi (ad esempio una gamba che viene avvertita come paralizzata o l’incontinenza degli sfinteri) richiede indicazione chirurgica, in alcuni casi anche urgente, per eliminare il rischio di danni midollari permanenti. Un piccolo meningioma asintomatico può essere seguito nel tempo, mentre uno con edema e segni focali richiede intervento.
Come avviene sempre in medicina, l’indicazione chirurgica deve essere motivata da un beneficio atteso chiaro e misurabile, che superi il rischio intrinseco dell’atto. Questo richiede esperienza, conoscenza della letteratura e (nel privato) onestà intellettuale, in modo che il medico sia in grado di bilanciare rischi e benefici di un intervento neurochirurgico.
Durante la visita, il neurochirurgo deve spiegare obiettivi realistici, probabilità di successo e possibili complicanze, senza creare false aspettative. Il consenso informato è parte integrante del processo decisionale, e la sua qualità dipende dalla capacità di comunicare in modo chiaro ma scientificamente corretto.
In molti casi, la scelta migliore è il monitoraggio. Decidere di non operare è spesso la decisione più difficile, ma anche la più corretta.
Follow-up, monitoraggio e gestione nel tempo
La visita neurochirurgica si inserisce in un percorso longitudinale. Nei pazienti operati, il follow-up serve a valutare recupero neurologico, controllo radiologico e gestione delle complicanze. Nei pazienti in osservazione, è fondamentale definire tempi, modalità e criteri di rivalutazione, per intercettare precocemente segni di progressione.
Il follow-up non è solo tecnico, ma anche funzionale. La valutazione del ritorno alle attività quotidiane, del dolore residuo e dell’impatto sulla qualità di vita consente di misurare il reale successo del trattamento, oltre i parametri radiologici.
La collaborazione con neurologi, fisiatri, oncologi e terapisti del dolore è essenziale per una gestione integrata. La neurochirurgia moderna è inevitabilmente multidisciplinare, e la visita è spesso il punto di coordinamento di questo percorso.
Un follow-up ben strutturato riduce recidive tardive, complicanze non riconosciute e accessi impropri in urgenza. La continuità assistenziale è parte del risultato terapeutico.
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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine