Disfunzione erettile: terapia con farmaco iniettato nel pene, durata erezione, effetti collaterali

MEDICINA ONLINE TRATTAMENTO TERAPIE DISFUNZIONE ERETTILE FARMACOTERAPIA INTRACAVERNOSA INIEZIONE NEL PENE SESSO EREZIONE DOLORE COLLATERALI COME FARLA.jpgUno dei possibili trattamenti mediamente invasivi della disfunzione erettile (DE, quella che una volta veniva chiamata impotenza) è la “farmacoterapia intracavernosa”, che consiste nell’iniettare all’interno dei corpi cavernosi del pene sostanze farmacologiche ad azione vasodilatatrice che inducono l’erezione. Attualmente il farmaco più utilizzato per la farmacoterapia intracavernosa è rappresentato dalla prostaglandina E1 (PGE1), che – rispetto agli altri farmaci – presenta una maggiore efficacia con una minore incidenza di effetti collaterali. Se la risposta del paziente ad uno di questi singoli farmaci è insufficiente è possibile ricorrere all’associazione di due (bimix: papaverina e fentolamina) o tre farmaci (trimix: papaverina-PGE1-fentolamina). L’iniezione va eseguita, dopo aver scoperto il prepuzio, tenendo il pene per il glande, e iniettando la soluzione a livello delle pareti laterali dei corpi cavernosi, tenendo l’ago perpendicolare alla cute, ed evitando di iniettare il farmaco nelle vene sottocutanee più grandi. Dopo circa 10 minuti dall’iniezione, il paziente sviluppa un’erezione. Prima di avviare il paziente alla farmacoterapia intracavernosa è indispensabile definire la dose adatta alla situazione del singolo soggetto. Di solito si ritiene opportuno iniziare con un dosaggio di 5-10 μg di PGE1 e, in caso di risposta insoddisfacente, aumentare il dosaggio di 5 μg per volta, fino al raggiungimento di una dose massima di 40 μg. In caso di insuccesso a questo dosaggio massimo, è indicata l’associazione di PGE1 con papaverina o con fentolamina. L’efficacia della farmacoterapia intracavernosa con PGE1 si aggira intorno al 75%. Il 5% – 25% dei pazienti sottoposti a questo tipo di trattamento è in grado di
recuperare una funzione erettile spontanea.

Indicazioni

Attualmente la farmacoterapia intracavernosa è una terapia di seconda linea essendo mediamente invasiva e trova indicazione nel trattamento dei pazienti con deficit erettile medio-grave, che non rispondono ai trattamenti di prima linea (farmacoterapia orale).

Durata delle erezioni

La durata delle erezioni indotte mediante farmacoterapia intracavernosa è compresa tra 15 minuti e 2-3 ore e, a differenza delle erezioni fisiologiche, esse non scompaiono dopo l’orgasmo.

Effetti collaterali

Gli effetti collaterali di questo trattamento sono rappresentati da:

  • Erezioni prolungate. Se l’erezione presenta una durata superiore a 4 ore, il paziente deve immediatamente recarsi dal medico, perché possano essere attuati tutti i presidi per il trattamento di queste forme di priapismo a basso flusso. Esse si verificano in circa 1’1-2 dei pazienti trattati con PGEl e nel 5 dei casi trattati con papaverina.
  • Dolore penieno. te una complicanza associata all’iniezione di PGE1, e si manifesta nel 31 dei pazienti.
  • Ecchimosi. Alcuni pazienti riferiscono la comparsa di ecchimosi nella sede delle iniezioni; l’incidenza di questo effetto collaterale è comunque minima, e non controindica la farmacoiniezione nei pazienti che assumono anticoagulanti.
  • Ipotensione. Si determina per il passaggio in circolo di queste sostanze con attività vasodilatatorie, e si manifesta con lievi e transitori episodi ipotensivi, che si accompagnano a sensazione di stordimento.
  • Fibrosi dei corpi cavernosi. Rappresenta una complicanza a lungo termine correlata alla farmacoterapia intracavernosa. Si può manifestare con la comparsa di una lesione nodulare a livello del pene, o con una curvatura dell’asse del pene, spesso per il coincidente sviluppo di una malattia di La Peyronie. Il rischio di fibrosi sembra essere correlato al numero di iniezioni eseguite, pertanto è consigliabile che il paziente non pratichi più di tre iniezioni per settimana.

Controindicazioni

La controindicazione principale  all’iniezione intracavernosa è rappresentata nell’uso in pazienti con rischio di sviluppare priapismo, quali i pazienti affetti da anemia falciforme, mieloma multiplo e leucemia.

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