Quando la mente protegge sé stessa: i meccanismi di difesa

MEDICINA ONLINE EMOZIONI PERSONALITA TRISTEZZA MENTE CERVELLO PSICOLOGIA PSICOTERAPIA PSICHIATRIA DIPENDENZE DISTURBO DI PERSONALITA MASCHERE IPOCRISIA NARCISISMO PENSIERI MORTE SOFFERENZA DEPRESSIONE ANSIA OSSESSIVO COMPULIo sospetto che molti di voi, sentendo parlare di meccanismi di difesa, pensino a qualche tipo di comportamento anormale o deviante, è quindi importante che comprendiate che il celebre neurologo, psicoanalista, filosofo austriaco, fondatore della psicoanalisi, Sigmund Freud (Freiberg, 6 maggio 1856 – Hampstead, 23 settembre 1939), non solo li ha concepiti come inconsci, ma del tutto normali. Il loro scopo principale è quello di fornirci una protezione contro l’ansia e poiché tutti, talvolta, ci sentiamo ansiosi, tutti utilizziamo
alcune forme di difesa. Supponiamo che io abbia mandato a una rivista specializzata un articolo che mi è stato rispedito con una lettera di rifiuto e che, per questo, mi senta ansiosa. Potrei cercare di affrontare la mia ansia in modo realistico esaminando con calma il mio articolo per vedere come potrei migliorarlo, facendo un altro studio per verificare le conclusioni a cui ero giunta, o qualcosa del genere, ma è molto probabile che non sia in grado di controllare tutta la mia ansia in questo modo e, quindi, farei ricorso (inconsciamente) a qualche meccanismo di difesa.

Distorsione della realtà

Tutti i meccanismi di difesa, in qualche misura, distorcono la realtà, ma differiscono per la quantità di distorsione che vi è implicata. Al limite estremo c’è la negazione, grazie alla quale potrei negare di aver mai proposto l’articolo o che sia mai stato rifiutato. Oppure potrei usare la distorsione, convincermi, cioè, che in realtà il mio articolo sia stato apprezzato, ma che non vi fosse spazio sufficiente sulla rivista. Ci sono anche meccanismi meno distorcenti, ad esempio la proiezione, con la quale trasferisco le mie emozioni su qualcun altro:«Quelle persone che hanno rifiutato questo articolo sono veramente stupide! Non sanno cosa stanno facendo». In questo modo, attribuisco agli
altri le qualità che temo siano vere per me, in questo caso la stupidità. Potrei anche rimuovere i miei sentimenti affermando che in realtà non m’importa niente che il mio articolo sia stato rifiutato, oppure potrei usare la razionalizzazione che mi permetterebbe di considerare, in termini emotivamente molto blandi, tutte le ragioni per cui il mio articolo è stato rifiutato. La razionalizzazione sembra piuttosto logica e aperta, come se non vi fosse implicato alcun tipo di difesa, ma ciò che è stato rimosso è l’emozione.

Un altro meccanismo di difesa, pressappoco equivalente alla distorsione, è la sostituzione. Se sono turbata per il rifiuto ma non posso dirigere la mia ansia sull’obiettivo appropriato – ad esempio sull’editore della rivista, la cui ostilità non posso permettermi – potrei spostare la mia emozione su quolcun altro, divenendo eccessivamente critica nei confronti di uno studente o inaspettatamente adirata con mio marito o allontanando dalle mie ginocchia il gatto che cerca attenzione.

Vi sono meccanismi di difesa meno distorcenti come la repressione, con la quale mi concedo di essere consapevole della mia angoscia, ma per il momento la tengo ancora lontana dicendo come Rossella O’Hara «Ci penserò domani». In questo modo allontano la mia angoscia, ma non così stabilmente nell’inconscio come avviene con la rimozione. Oppure avrei potuto prepararmi alla possibilità di un rifiuto con l’anticipazione facendo le prove di come mi sarei sentita o prevedendo in anticipo dove avrei mandato l’articolo se fosse stato rifiutato dalla prima rivista.

Non molto tempo fa mi è stato rammentato, in modo molto convincente, quanto possano essere potenti questi processi difensivi. Un giorno, a mezzogiorno, ricevetti una telefonata da un amico che m’informava della morte di un amico comune – un uomo che mi era molto caro. AI momento dissi tutte le frasi di circostanza poi, finito il mio pranzo, tornai al lavoro dove feci pressione su me stessa per finire in tempo. Quella sera, a cena, avevo la vaga sensazione di dover dire qualcosa d’importante a mio marito, ma non riuscivo a ricordare di cosa si trattasse. Dopo cena, andai ad una prova del coro ed ero insopportabilmente scontrosa e irritabile, ma non riuscivo a capire perché. Quando salii in macchina per andare a casa il ricordo della morte del mio amico tornò improvvisamente e scoppiai a piangere nel parcheggio. Questo è un perfetto esempio di rimozione. Non potevo affrontare la notizia nel momento in cui mi fu data, perciò la spinsi fuori dalla mia memoria conscia abbastanza a lungo da riuscire a passare la giornata. Potete ricordare esempi equivalenti nella vostra vita? Quando è stata l’ultima volta che vi è accaduto qualcosa di spiacevole? Come vi siete comportati? Tenete a mente che queste difese sono – salvo casi limite – assolutamente normali.

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