Differenza tra parto naturale, indotto e pilotato

MEDICINA ONLINE PARTO GRAVIDANZA NATURALE CESAREO DIFFERENZE CHIRURGIA FOTO WALLPAPER PICTURE UTERO CHIRURGO OPERAZIONE RISCHI VANTAGGI VANTAGGI ALLATTAMENTO MADRE FIGLIO NEONATO MORTAìIl parto naturale è quello che avviene spontaneamente: inizia in modo del tutto naturale, senza dover ricorrere a farmaci, tuttavia ciò non si verifica sempre. Ci sono delle condizioni in cui l’induzione al travaglio è inevitabile, cioè in tutti quei casi in cui ci sia un pericolo per la salute della madre o del bambino, risolvibile con l’espletamento del parto.

Parto indotto
Il parto indotto si verifica quando il medico somministrano dei farmaci specifici per avviare il travaglio: questi farmaci stimolano in modo artificiale le contrazioni. Se si ricorre al parto indotto la mamma e il bambino vanno monitorate in modo costante, anche la somministrazione dei farmaci verrà fatto sotto stretto controllo da parte dei medici. In caso di parto indotto si usa farmaci a base di prostaglandine, che sono delle sostanze naturali prodotte dall’organismo, ma che la donna non riesce a produrre e quindi il travaglio non parte, la prostaglandine si somministra sotto forma di gel o candelette che si introducono nella vagina ogni 6 o 12 ore circa 2/3 volte. Il loro compito è ammorbidire il collo dell’utero in modo che si dilati dando il via alle contrazioni.

Parto pilotato
Si parla di parto pilotato quando il travaglio è già iniziato ma le contrazioni sono deboli e non costanti e di conseguenza non vi è un’adatta dilatazione della cervice uterina, in questo caso il ginecologo può prendere la decisione di pilotare il parto somministrando dei farmaci specifici che permettono di regolare le contrazioni e il travaglio. Si ricorre al parto pilotato solo se il travaglio è già iniziato naturalmente ma essendo le contrazioni deboli c’è bisogno di un aiuto per diminuire i tempi. In caso di parto pilotato si utilizza l’ossitocina, un ormone prodotto dall’ipofisi che serve per provocare le contrazioni. Viene somministrata per via endovenosa con delle flebo. In entrambi i casi è importante che la mamma e il bambino siano tenuti sotto stretta osservazione, monitorando la pressione e la frequenza cardiaca, viene tenuto sotto controllo anche il liquido amniotico in caso abbia tracce di sangue o di meconio.

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Samuel Alexander Armas: la mano della speranza

MEDICINA ONLINE Samuel Alexander Armas la mano della speranza HAND OF OPE PIC PHOTO FOTO PICTURE.jpgLo statunitense Samuel Alexander Armas, nato il 2 dicembre 1999 a Villa Rica, Georgia (Stati Uniti), è diventato famoso prima ancora di venire al mondo, protagonista di un evento straordinario del quale lui non può ricordare assolutamente nulla. Il suo nome è sconosciuto a molti, ma la foto che ritrae la sua piccola manina mentre stringeva il dito del chirurgo che gli stava salvando la vita a sole 21 settimane di gestazione, ha fatto il giro del mondo attraverso internet. Quell’immagine è stata ribatezzata “Hand of Hope” (in italiano “La mano della speranza“), divenuta appunto un simbolo di speranza in tutto il mondo.

Una grave malformazione

La storia di Samuel inizia prima della sua nascita. Nel corso dei controlli effettuati durante la sua gravidanza, l’ostetrica Julie Armas, madre di Samuel, scopre che il feto è affetto da spina bifida, una grave malformazione della colonna vertebrale responsabile di disabilità motorie e funzionali che interessano soprattutto gli arti inferiori. Giunta alla 21° settimana di gestazione, la donna acconsentì a sottoporsi ad un intervento sì rivoluzionario ma molto rischioso: un chirurgo avrebbe corretto la spina bifida di Samuel Armas mentre era ancora nella pancia di sua madre.

La foto durante l’intervento

L’intervento chirurgico fetale venne effettuato il 19 agosto del 1999 da un’equipe medica del Vanderbilt University Medical Center di Nashville, capitale dello Stato del Tennessee (Stati Uniti), diretta dal chirurgo Joseph Bruner. Durante l’intervento, la mano del feto si estese attraverso l’incisione chiruirgica ed afferrò il dito del chirurgo. Ad assistere all’intervento/evento in sala operatoria anche l’allora fotografo freelance Michael Clancy, che immortalò la foto che vedete in questo articolo, divenuta rapidamente famosa in tutto il mondo.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
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Dolori del parto: epidurale, controllo autonomo e medico

MEDICINA ONLINE PARTO GRAVIDANZA NATURALE CESAREO DIFFERENZE CHIRURGIA FOTO WALLPAPER PICTURE UTERO CHIRURGO OPERAZIONE RISCHI VANTAGGI VANTAGGI ALLATTAMENTO MADRE FIGLIO NEONATO MORTAìLa quantità di dolore sofferto durante il parto varia in maniera notevole da donna a donna. Per alcune il dolore è intenso e agonico, mentre altre provano poco o nessun dolore. Molti sono i fattori che influenzano la percezione del dolore: la paura (tocofobia), la quantità di parti precedenti, la presentazione del feto, alcune idee culturali sul parto, la posizione in cui si partorisce, il sostegno ricevuto durante il travaglio, i livelli di beta-endorfina e la soglia di dolore naturale peculiare della gestante. Le contrazioni uterine, sempre intense durante il parto, vengono percepite generalmente come dolorose, anche se il grado di dolore varia da donna a donna e ci sono addirittura alcune persone che trovano piacevoli queste sensazioni.

Controllo del dolore con strategie non mediche

Il corpo umano possiede dei sistemi per controllare il dolore del travaglio e del parto attraverso la secrezione di beta-endorfine. Come oppiace onaturale, prodotto dal cervello, la beta-endorfina ha proprietà simili alla petidina, alla morfina, e all’eroina, ed è stato dimostrato che agiscono sugli stessi recettori del cervello. Come l’ossitocina, la beta-endorfina è secreta dalla ghiandola pituitaria, e sono presenti alti livelli durante il sesso, la gravidanza, il parto, e l’allattamento. Questo ormone può indurre sensazioni di piacere ed euforia durante il parto.

Per alleviare le sensazioni dolorose del travaglio e del parto è possibile ricevere aiuto da una qualche preparazione psicologica, educazione, massaggio, ipnosi, terapia idrica in una vasca o doccia. Ad alcune donne piace avere qualcuno che le fornisca sostegno durante il travaglio ed il secondamento: spesso componenti di sesso femminile della famiglia come la madre, la sorella, una cara amica, il padre del bambino, un partner oppure un professionista addestrato (doula, levatrice, ostetrica). Alcune donne, avendone la possibilità, preferiscono partorire inginocchiate oppure sedute per poter spingere più efficacemente durante la seconda fase del parto, in modo che la gravità fornisca il suo aiuto favorendo la discesa del bambino attraverso il canale del parto.

Controllo medico del dolore da parto

Alcune partorienti credono che l’affidarsi ai farmaci analgesici sia innaturale, o si preoccupano che possa danneggiare il neonato in qualche modo, ma nonostante questo si preoccupano del travaglio del parto.

Il metodo adottato comunemente per il controllo medico del dolore da parto, che non presenta rischi per il nascituro, è la partoanalgesia o analgesia peridurale (chiamata anche epidurale), che agisce riducendo significativamente i dolori associati alle contrazioni e all’espulsione del feto.

La partoanalgesia si ottiene inserendo una piccola cannula pieghevole (o “cateterino”) negli spazi intervertebrali della porzione lombare della spina dorsale; questa metodica prevede l’utilizzo di aghi appositi e di una blanda anestesia locale che elimina il dolore durante la manovra. Una volta inserito, il cateterino viene lasciato in sede, consentendo al personale medico infermieristico di somministrare analgesici in base a necessità senza ripetere la manovra di inserimento.

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Differenza tra parto a termine, pretermine, abortivo e post-termine

MEDICINA ONLINE PARTO GRAVIDANZA NATURALE CESAREO DIFFERENZE CHIRURGIA FOTO WALLPAPER PICTURE UTERO CHIRURGO OPERAZIONE RISCHI VANTAGGI VANTAGGI ALLATTAMENTO MADRE FIGLIO NEONATO MORTAìE MORTA LIQUIDOIl parto viene distinto in base al momento della gestazione in cui si verifica, in base ad esso il parto può essere:

  • Abortivo: prima della 22ª settimana (per la legge italiana, il termine era 25 settimane + 5 giorni), momento in cui giunge a compimento la formazione della rètina (che è sostanza cerebrale), necessaria affinché lo stimolo luminoso attivi il cervello;
  • Pretermine: prima dell’inizio della 37ª settimana;
  • A termine: tra l’inizio della 37ª e la fine della 41ª settimana (41 + 6 giorni) cioè tra 259 e 294 giorni dall’ultima mestruazione;
  • Post-termine: dall’inizio della 42ª settimana.

In relazione alla gravidanza post-termine, nella pratica clinica, se le contrazioni non cominciano spontaneamente, l’induzione del parto viene proposta in genere già a partire da 41 settimane + 1 giorno. Questo perché numerosi studi hanno evidenziato un aumento della mortalità e morbilità neonatale dopo le 41 settimane. Il calcolo dell’epoca gestazionale va eseguito partendo dal 1º giorno dell’ultima mestruazione (a tale scopo risulta utile un regolo ostetrico) oppure con l’ausilio dell’ecografia mediante la misurazione della biometria fetale (I trimestre, Distanza vertice-sacro dell’embrione). Nella specie umana, inoltre, il neonato a termine è comunque caratterizzato da una condizione di notevole immaturità e dipendenza, con raggiungimento della maturità fisica solo dopo un periodo estremamente lungo.

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Differenza placenta bassa e previa: rischi e cosa evitare

MEDICINA ONLINE PARTO GRAVIDANZA NATURALE CESAREO DIFFERENZE CHIRURGIA FOTO WALLPAPER PICTURE UTERO CHIRURGO OPERAZIONE RISCHI VANTAGGI VANTAGGI ALLATTAMENTO MADRE FIGLIO NEONATO MORTAìE MORTA LIQUIDONormalmente, la placenta si inserisce sul fondo o sulle pareti laterali dell’organo, a una distanza sufficiente dall’orifizio uterino. In una gravidanza su 200, però, capita che sia inserita in modo anomalo nella parte più bassa dell’utero, troppo vicina alla cervice o addirittura sopra di essa: si parla allora di placenta previa. In questi casi ostruisce parzialmente o totalmente l’”uscita” del canale del parto. Ma l’anomalia non deve spaventare perché viene diagnosticata in tempo e non pregiudica il buon andamento dell’attesa. Sono però necessarie alcune attenzioni in più e, nella maggior parte dei casi, la nascita avviene con un cesareo.

La placenta previa viene anche spesso chiamata “placenta bassa“: i due termini sono sinonimi, cioè indicano la stessa identica cosa.

Diverse le cause possibili

La placenta previa è un’anomala inserzione della placenta stessa nell’ambito della superficie interna dell’utero. Immaginiamo l’utero come un bottiglione a testa ingiù, in cui la parte più grossa è il corpo dell’utero, mentre il collo della bottiglia corrisponde alla cervice uterina. La placenta può normalmente insediarsi su tutta la superficie del “bottiglione” – su uno dei lati, nel fondo (che è posto nella parte alta) – ma in una gravidanza su tre può capitare che inizialmente vada a collocarsi sul collo, la zona che, con il trascorrere dei mesi, andrà soggetta a contrazioni per prepararsi al travaglio e dalla quale passerà il bambino al momento della nascita. La maggior parte delle volte, man mano che l’utero cresce, la placenta si sposta verso l’alto e tutto si risolve da sé; nello 0,5-1% di questi casi, invece, resta bassa sino alla fine della gestazione. In sintesi, la placenta previa si presenta quando, subito dopo il concepimento, l’embrione si annida nell’utero materno in un punto del suo segmento inferiore: un fatto, dunque, imprevedibile e inevitabile. Ci sono però alcuni fattori che aumentano le probabilità che l’evenienza si verifichi: l’età materna avanzata, il numero di gravidanze precedenti, un pregresso cesareo, la presenza di fibromi, l’aver sofferto di endometriti e persino il fumo di sigaretta. Chi ha già avuto il problema ha inoltre maggiori possibilità di svilupparlo nuovamente: il rischio di recidiva varia infatti dal 4 all’8 per cento.

Una diagnosi fatta col tempo

È però importante ricordare che nei primi periodi dell’attesa un’inserzione placentare bassa è piuttosto comune e può interessare fino al 30 per cento delle donne. Nella maggior parte dei casi, nelle settimane successive la placenta migra e nel terzo trimestre risulta inserita correttamente. Per questo, se l’ecografia del secondo trimestre evidenzia quest’anomalia, è bene non preoccuparsi eccessivamente. La patologia si determina solo quando la placenta rimane nella stessa posizione nonostante l’evolversi della gravidanza.

Si può quindi parlare di placenta previa solo dopo la 28esima-30esima settimana, mentre nel periodo precedente è più corretto parlare di inserzione placentare bassa. Se la gravidanza prosegue bene, non sono necessari controlli continui, a meno che si evidenzi un ritardo di crescita intrauterino: a volte, la placenta previa non funziona come quella normale. In questo caso, le ecografie devono avere una cadenza più ravvicinata. Se, invece, dovesse verificarsi una perdita ematica vaginale, la futura mamma dovrà rivolgersi immediatamente al 118 o recarsi in ospedale.

Sintomi caratteristici

Se nei primi mesi di gravidanza avere una placenta con dislocazione bassa non causa alcun sintomo, con il trascorrere delle settimane potrebbe provocare qualche sanguinamento, dovuto a piccoli scollamenti di placenta, che in genere non creano problemi al proseguimento dell’attesa, anche se è sempre necessario  consultare sempre il ginecologo quando si verificano perdite ematiche. Le complicanze insorgono nel terzo trimestre, quando la crescita dell’utero e le prime contrazioni possono determinare una rottura dei vasi sanguigni che tengono unita la placenta a questa zona dell’utero e provocare sanguinamenti anche abbondanti, sia che la placenta copra solo una parte della cervice sia che la occluda totalmente. Il tessuto del segmento uterino inferiore, infatti, a differenza del resto dell’utero, non è costituito da fibre muscolari (quindi elastiche), ma prevalentemente da fibre di tessuto connettivo, sclerotico e anelastico,  e non ha, quindi, la capacità di contrarsi per arrestare l’emorragia, come fisiologicamente dovrebbe succedere.  Si determina così un circolo vizioso, perché il maggior sanguinamento a sua volta stimola l’emissione nel sangue di una sostanza, detta protrombina, che provoca contrazioni e di conseguenza può far aumentare l’emorragia.

In breve, nel terzo trimestre e durante il travaglio, il segmento uterino inferiore si espande. Il tessuto della placenta, però, non è elastico e non può adattarsi alle modificazioni dell’utero. Questo fa sì che si verifichi un distacco (scollamento) dell’area d’inserzione della placenta e che quindi si presenti un’emorragia vaginale.

In questo caso il sangue è rosso vivo e la futura mamma non accusa dolore. Generalmente, il primo episodio di sanguinamento si presenta nel terzo trimestre di gravidanza, fra la 28esima e la 34esima settimana di gestazione, ovvero quando si verifica la distensione del segmento uterino inferiore. È invece piuttosto raro che ci siano perdite prima di questo periodo e, se ciò accade, solitamente è perché la placenta è previa centrale. L’entità della perdita ematica è variabile, ma la prima emorragia vaginale non comporta generalmente un rischio immediato per la donna e spesso si risolve spontaneamente. A volte, però, gli episodi si ripetono e in alcuni casi ci possono essere emorragie consistenti.

Una diagnosi corretta della placenta previa

Come si affronta la gravidanza se la placenta è previa? Innanzitutto bisogna fare una corretta diagnosi. In base alle recenti linee guida proposte dal Royal College of Obstetricians and Gynaecologists (autorevole organo internazionale di riferimento della branca ostetrico-ginecologica), a 20 settimane, nel corso dell’ecografia morfologica, oltre a evidenziare tutti i parametri relativi al feto, si individuano i casi in cui la placenta ha una dislocazione bassa e quindi c’è il rischio – ma non ancora la certezza – che in futuro possa restare previa.

In caso di esito positivo, si adottano alcune precauzioni:

    • astenersi dai rapporti sessuali, che possono stimolare contrazioni del collo dell’utero;
    • durante la visita ginecologica si evita l’ispezione interna, sempre per non provocare stimolazioni uterine;
    • condurre una vita più riposata;
    • non percorrere lunghi tragitti in auto;
    • in vacanza, meglio scegliere località non troppo lontane da strutture sanitarie idonee a gestire eventuali imprevisti.

Intorno alla 26esima-30esima settimana, epoca in cui si può accertare se la placenta è rimasta previa o se è risalita, si ripete l’ecografia. Alla 35esima-36esima settimana si effettua l’ultima ecografia per fare la diagnosi definitiva, per stabilire il tipo di parto e per escludere che, oltre che previa, la placenta sia anche aderente (a seconda della posizione si definisce accreta, percreta o increta), ossia abbia messo radici nello spessore dell’utero. È un’evenienza rara, ma che può dare le complicanze più serie.

Strategie d’intervento

In ogni modo, la futura mamma deve recarsi subito in ospedale, dove il personale medico valuterà quali sono gli interventi necessari. Se la gravidanza non ha ancora raggiunto la 34esima settimana, la perdita ematica è contenuta e non vi è sofferenza fetale, il medico può decidere di attendere. In tal caso consiglia alla donna il riposo assoluto, anche a domicilio.

In alternativa, può proporre un ricovero per mantenere mamma e bambino sotto controllo, attraverso frequenti monitoraggi.
Soltanto nelle situazioni più gravi potrebbe servire ricorrere alle trasfusioni: se le perdite ematiche sono ripetute, la futura mamma corre il rischio di diventare anemica. Quando poi il sanguinamento è abbondante e non si arresta può essere indispensabile effettuare un cesareo d’urgenza.

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Se durante l’attesa non si presentassero particolari complicazioni?

Generalmente si evita un parto vaginale. La placenta previa è, infatti, un’indicazione per eseguire un cesareo elettivo. In ogni caso oggi, grazie alle moderne attrezzature presenti in ospedale e alla possibilità di eseguire l’intervento in completa sicurezza, i rischi per la salute della mamma e del bambino sono ridotti al minimo. 

Tre tipi diversi di placenta previa

La placenta previa può essere di tre tipi, distinti a seconda della distanza che intercorre fra il margine placentare inferiore e l’apertura del canale cervicale. Si parla di:

  • placenta previa centrale se ricopre l’orifizio uterino;
  • placenta previa marginale, nel caso in cui il margine placentare abbia una distanza inferiore a 2,5 cm dall’orifizio;
  • placenta previa laterale, quando è impiantata sul segmento uterino inferiore, ma dista almeno 2,5 cm dal collo dell’utero. Questa è la forma meno grave.

Qualche piccola attenzione

Quando viene diagnosticata la placenta previa è bene seguire alcune semplici regole. Vediamole insieme.

  1. È opportuno evitare gli sforzi fisici e, pur non essendo richiesto un riposo assoluto, è importante condurre una vita tranquilla che escluda ogni tipo di affaticamento.
  2. Si consiglia di astenersi dai rapporti sessuali.
  3. Meglio non intraprendere viaggi troppo lunghi e quindi faticosi,soprattutto all’estero o in località dove non è presente una struttura ospedaliera adeguata.
  4. Se compaiono perdite ematiche vaginali, bisogna recarsi subito in ospedale o allertare il 118.

Quando serve il ricovero

Una volta confermata la diagnosi di placenta previa, se l’ostruzione è solo parziale e, soprattutto, non si manifestano contrazioni precoci o sanguinamenti, la futura mamma può restare a casa, pur conducendo una vita più tranquilla ed evitando di allontanarsi troppo dalla struttura ospedaliera che la sta seguendo. Se, invece, si presentano emorragie, il ricovero è d’obbligo, specialmente allo scopo di scongiurare, ove possibile, un parto pretermine. Più precoci sono le emorragie, infatti, più c’è conflittualità sul timing del parto, perché bisogna bilanciare le condizioni di salute della futura mamma con il benessere e la maturità polmonare del feto. Per questo, se è necessario anticipare il parto, si somministrano alla gestante farmaci tocolitici per tentare di bloccare o ridurre le contrazioni uterine almeno per il tempo (non più di 48 ore) necessario per iniettare cortisonici che accelerano la maturità polmonare.

Parto naturale o cesareo?

Come avviene la nascita del bebè nei casi di placenta previa? Bisogna ricorrere per forza al bisturi o c’è la possibilità di mettere al mondo il bimbo per vie naturali? Se durante l’ecografia della 35esima-36esima settimana si evidenzia che la placenta è posta a una distanza superiore ai 2,5-3,0 cm dal collo dell’utero, è possibile tentare il parto per vie naturali, mentre se è inferiore a tali valori il cesareo è d’obbligo e viene programmato preferibilmente entro le 37 settimane, prima che comincino spontaneamente le contrazioni di travaglio, che potrebbero determinare un improvviso distacco di placenta. Con una placenta previa totale, inoltre, va messo in conto un 33% di probabilità che durante il cesareo si debba procedere anche all’isterectomia, cioè all’asportazione dell’utero; un’evenienza che è quasi inevitabile in caso di placenta aderente.

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Gravidanza e bambino podalico: manipolazione ed esercizi

MEDICINA ONLINE DONNA GRAVIDANZA INCINTA PANCIA ANATOMIA IMMAGINI FETO BAMBINO BIMBO POSIZIONE PODALICO ESERCIZI MANIPOLAZIONE GINECOLOGO OSTETRICO.jpgNell’ultimo trimestre il ginecologo verifica la posizione del bambino che idealmente dovrebbe aver assunto la cosiddetta posizione anteriore con la testa rivolta verso il basso vicino al canale del parto e il viso girato la schiena della mamma.
La maggior parte dei bambini assume questa posizione naturalmente intonro al sesto/settimo mese. Può succedere, però, che il bimbo non sia girato e si presenti, dunque, con i piedi o il sederino rivolti verso il canale del parto o che abbia assunto la cosiddetta posizione occipitale, con la testa in basso ma il visto girato verso l’addome della mamma. In questo ultimo caso, spesso succede che il bambino riesca a cambiare posizione durante il travaglio o, in fase espulsiva, geniceologo o ostetrica possono intervenire perché si volti.
Nel caso in cui, però, il bambino sia podalico la sola soluzione possibile per il parto è il cesareo. Come fare, dunque, per aiutare il feto a posizionarsi nel modo corretto?

MANIPOLAZIONE OSTETRICA
Le ostetriche o il ginecologo effettuano sulla pancia della mamma una sorta di massaggio che aiuta il bambino a cambiare posizione e, generalmente, a girarsi. Si tratta di una procedura abbastanza diffusa e spesso consigliata anche dai ginecologi che non comporta particolari rischi né per la mamma né per il bambino se non quello di essere inefficace.

ESERCIZI IN CASA

  • Posizion dei cuscini non troppo morbidi sotto al bacino in modo da sollevare la schiena di circa 30 cm. Piega le gambe e respira profondamente cercando di rilassarti. L’esercizio va ripetuto 3 volte al giorno per 10 minuti. Meglio eseguirlo a stomaco vuoto per evitare nausee.
  • Assumi la posizione del gatto inginocchiandoti a terra e appoggiando al suolo gli avambracci. Porta il mento verso il petto e il sedere verso l’alto. Questo permette di allargare la parte inferiore dell’utero consentendo al bimbo di girarsi. Ripeti l’esercizio  2 volte al giorno per 10 miniuti possibilmente a stomaco vuoto.
  • Siediti sul divano e porta le ginocchia al petto. Appoggia, quindi, i palmi delle mani a terra (chiedi a qualcuno che ti aiuti sostenendo le spalle) e porta il mento al petto. Esegui l’esercizio 3/4 volte al giorno per massimo 30 secondi.FA

FATTORI DI DISTRAZIONE
Talvolta per far girare il bambino è sufficiente fare degli impacchi freddi o molto caldi all’altezza del pube, avvicinare della musica o una torcia accesa in modo da attirare l’attenzione del bambino.

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Macrosomia, distocico, episiotomia, indice di Bishop… Il vocabolario del parto

MEDICINA ONLINE PARTO GRAVIDANZA BAMBINO PREGNANCY NEW BORN HI RES PICTURE WALLPAPER PANCIONE PANCIA MOTHER MAMMA MADRE CESAREO NATURALEDisimpegno, amnioressi, episiotomia, indice di Bishop: sono solo alcune delle espressioni impiegate in medicina per descrivere lo svolgimento del parto , ma possono risultare un po’ difficili ai “non addetti ai lavori”. E talvolta, per imbarazzo, si evita di chiedere spiegazioni. Per risolvere tutti i tuoi dubbi, ecco un piccolo glossario, che spiega in modo chiaro e semplice alcune delle parole-chiave legate alla nascita.

Amnioressi

E’ la rottura delle membrane, provocata artificialmente con l’aiuto di una piccola sonda, chiamata amniotomo. Viene di solito praticata durante il travaglio (sarebbe meglio non effettuarla prima che la dilatazione del collo dell’utero abbia raggiunto almeno 4-5 cm) per facilitare l’inizio della fase espulsiva.

Canale del parto

Comprende canale cervicale (ultima parte dell’utero) e vagina; è il “tragitto” che il piccolo percorre per nascere.

Disimpegno

Indica l’insieme dei movimenti che il bimbo compie nel corso del parto per permettere alla testa e alle spalle di uscire dall’ultimo tratto del canale del parto .

Episiotomia

Piccola incisione della vagina e della cute del perineo (fascia muscolare compresa tra la vagina e l’ano), che può essere praticata nelle ultime fasi del parto , per facilitare l’uscita del bimbo, evitando possibili lacerazioni spontanee dei tessuti. Viene praticata soprattutto se il bimbo è troppo grosso per poter uscire dalla vagina o se lo spazio disponibile è un po’ esiguo per il bambino. Viene eseguita in anestesia locale.

Episiorrafia

Si tratta dell’intervento di sutura che viene effettuato dall’ostetrico per ricucire il taglio provocato dall’episiotomia.

Impegno fetale

Movimento con cui il bimbo entra nel canale del parto per prepararsi all’espulsione dall’utero. La parte del feto che normalmente viene “impegnata” è la testa. Quando il feto si presenta di podice (piedi o sedere) oppure di spalla, si esegue il taglio cesareo.

Indice (o punteggio pelvico) di Bishop

Calcolo che permette di valutare se ci sono i presupposti per procedere alla stimolazione del parto . In particolare, si controllano le condizioni del collo dell’utero e i rapporti tra la testa del bambino e il canale del parto che dovrà attraversare.

Macrosomia

E’ una condizione che si verifica spesso nei figli di donne diabetiche. Non si tratta di una malattia e nemmeno di un’anomalia genetica, ma del semplice fatto che il neonato è un po’ più grande della media. In genere, si parla di macrosomia se il bambino pesa più di 4,5 chili al momento della nascita.

Manovra di Kristeller

In caso di parto spontaneo, l’ostetrica può aiutare la nascita mediante una spinta sul fondo dell’utero, che si effettua premendo l’addome della donna per favorire l’uscita del neonato. Questa manovra va però praticata soltanto nei casi in cui il bambino ha difficoltà a uscire dal canale del parto , e le spinte non dovrebbero essere più di tre, in modo da non arrecare danno né alla mamma (come la frattura di una costola) né al bambino (diminuizione improvvisa dell’ossigeno).

Ossitocina

E’ l’ormone che stimola la muscolatura dell’utero, aumentando l’intensità e la frequenza delle contrazioni. Per questo, spesso, durante il travaglio viene utilizzata una sostanza chimica simile per indurre l’utero a contrarsi maggiormente e accelerare, così, il parto .

Parto a termine

E’ il parto che si verifica tra la 37ª e la fine della 41ª settimana di gravidanza, cioè tra 259 e 294 giorni dall’ultima mestruazione.

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Parto distocico

Così si definisce la nascita che non si svolge in maniera naturale e che, per essere portata a termine, richiede l’intervento dell’ostetrico, che utilizza forcipe e ventosa oppure effettua il cesareo. Le cause possono essere diverse: difficoltà dell’utero a contrarsi (distocia dinamica) o disturbi dovuti alla dilatazione del canale cervicale (distocia meccanica), una conformazione del bacino che rende difficile la fuoriuscita del bimbo oppure anomalie nella presentazione o posizione del piccolo, o, ancora, un suo peso eccessivo.

Parto eutocico

E’ la nascita che si svolge per le vie naturali e che non richiede alcun intervento ostetrico. Il termine eutocico è usato anche come sinonimo di parto spontaneo (indica, cioè, l’evento che inizia in modo del tutto naturale, senza dover ricorrere a farmaci).

Partogramma

Scheda simile a un grafico, compilata nel corso del parto per registrarne gli avvenimenti più importanti. Permette di avere una visione complessiva dell’evoluzione del travaglio e di capire se tutto procede nel modo migliore.
Fra le annotazioni principali:

  • rottura spontanea o provocata delle membrane,
  • esito delle registrazioni dell’attività cardiaca del feto,
  • caratteristiche del liquido amniotico,
  • impiego di farmaci, come l’ossitocina o antidolorifici,
  • ricorso a tecniche di anestesia,
  • progressione della dilatazione del collo dell’utero.

Parto indotto

Avviene quando, in assenza totale di contrazioni, il travaglio viene provocato artificialmente con l’uso di farmaci. Questi vengono somministrati per fleboclisi (ossitocina) oppure introdotti in vagina con gel (prostaglandine) e provocano le contrazioni. Talvolta è sufficiente la semplice rottura artificiale delle membrane (amnioressi).
Le cause più frequenti sono:

  • diabete, ipertensione o altre malattie che possono provocare alterazioni alla placenta,
  • un’eccessiva riduzione del liquido amniotico rilevata prima della fine della gravidanza,
  • il bimbo troppo grosso (feto detto “macrosomico”),
  • il travaglio che non inizia in modo spontaneo, anche se è già avvenuta la rottura delle acque,
  • la gravidanza che si protrae oltre il termine (fine della 41ª settimana).

Parto operativo

Viene definito in questo modo il parto che avviene grazie a un intervento chirurgico (cesareo) o con strumenti (forcipe e ventosa) usati per favorire la nascita del bambino.

Parto pilotato

Un parto viene pilotato quando il travaglio comincia spontaneamente ma, poi, le contrazioni sono troppo deboli oppure non si susseguono in modo regolare. Vengono allora somministrati farmaci, come l’ossitocina, che stimolano la muscolatura dell’utero e abbreviano i tempi della nascita. È un metodo consigliato quando il travaglio si prolunga e la donna non ha più la forza sufficiente per assecondare le spinte.

Rottura delle membrane

Lacerazione del sacco amniotico, che comporta la fuoriuscita di liquido amniotico in vagina. La donna che sta per partorire, infatti, avverte improvvisamente una sensazione di bagnato, provocata dalla perdita di liquido chiaro e inodore. Se si verifica prima dell’inizio del travaglio viene definita “prematura”, perché avviene prima delle contrazioni.

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Differenza tra presentazione cefalica, podalica e trasversale nel parto

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Ci sono molti tipi di presentazione podalica, ma il più comune è quello in cui le natiche del bambino vengono espulse per prime e le gambe sono piegate sotto il corpo del bambino, con le ginocchia piegate e i piedi vicino alle natiche (full or breech). Simile al caso sopra citato è quello in cui le gambe del bambino sono stese e vicine alle sue orecchie, mentre in altri casi una o entrambe le gambe stese si presentano per prime.

Un raro caso di presentazione è quella trasversale. Qui il bambino giace di fianco all’interno dell’utero e una mano o un gomito sono entrati per primi nel canale del parto. Anche se spesso i bambini che si presentano trasversalmente possono cambiare posizione, ciò non si verifica sempre, e in tal caso un parto cesareo diventa necessario.

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