Deficit di attenzione: quando un bambino è iperattivo, che fare?

MEDICINA ONLINE ADH DEFICIT ATTENZIONEBIMBO IPERATTIVO SVEZZAMENTO LATTE ARTIFICIALE ALLATTAMENTO SENO BAMBINO NEWBORN BABY NEONATO LATTANTE PARLARE BENE PRIMA PAROLA SCALCIARE  PARLARE MASCHIO FEMMINA.jpg“Non si ferma mai un minuto. Non posso togliergli gli occhi di dosso senza che combini guai. Tocca tutto quanto mettendo sottosopra la casa. Corre e si arrampica dappertutto e quando gli parlo mi sembra di parlare al muro, proprio non ascolta. Le maestre si lamentano in continuazione per il suo comportamento e quasi ogni giorno torna da scuola con una nota sul quaderno. Non so proprio come comportarmi, ho provato con le buone e con la cattive. Non ne posso proprio più”.

La madre in questione ha trascorso anni veramente difficili prima che il problema del bambino venisse chiaramente identificato. Una volta bambini come quello sopra descritto erano etichettati come “caratteriali”, oppure come affetti da “disarmonia evolutiva”. Nel nostro Paese siamo arrivati con un certo ritardo a capire che tali problematiche vanno inquadrate secondo un’ottica ben diversa. L’espressione “bambino iperattivo” è ultimamente diventata sempre più di uso comune. Ma quando possiamo dire che un bambino è veramente iperattivo e quando invece si tratta di un bambino solo vivace, disobbediente o semplicemente maleducato? La linea di demarcazione non sempre è ben delineata ed occorre il parere di un esperto per poter identificare quando il comportamento del bambino è veramente problematico. I termini più usati per identificare quei bambini il cui comportamento è eccezionalmente iperattivo sono quello di sindrome ipercinetica oppure di disturbo da deficit d’attenzione e iperattività. In realtà alcuni psicologi ritengono che non sia sempre corretto parlare di “disturbo” riferendosi a tali problematiche. Molti tra i soggetti identificati come iperattivi presentano infatti numerose caratteristiche positive oltre all’iperattività. Spesso sono ben dotati dal punto di vista intellettivo, sono molto intuitivi e abbastanza creativi. Di solito però l’ambiente circostante (la famiglia, la scuola, il gruppo dei coetanei) non è pronto ad accogliere individui che presentano tali caratteristiche di iperattività e impulsività. Il disturbo si crea spesso dall’incontro-scontro tra un bambino che assume determinate modalità di comportamento e un ambiente impreparato a reagire nel modo più adatto.

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E’ un bambino “cattivo”?

Frequentemente i familiari e gli insegnanti si preoccupano perché il bambino sembra non ubbidire mai quando gli si chiede di fare qualcosa e si trovano senza voce a forza di urlare di non fare questo o quello. Alcuni genitori sperano che col tempo le cose si sistemino da sole, con la crescita del figlio. Purtroppo invece ciò non accade, anzi spesso si arriva ad un deterioramento della relazione tra genitori e bambino e questo è uno dei motivi per cui risulta opportuno ricorrere quanto prima alla consulenza di un esperto per evitare anni di tensione e di stress.

I bambini diagnosticati come iperattivi presentano un livello di attività diversa da quella dei bambini semplicemente molto vivaci. La differenza principale sta nella capacità di attenzione e concentrazione. La maggior parte dei bambini veramente iperattivi sono affetti da turbe dell’attenzione. Ciò significa che la loro capacità di applicarsi ad un dato compito è minore rispetto a quella della maggior parte dei bambini della stessa età. La loro limitata capacità di prestare attenzione li porta ad essere particolarmente impulsivi e incontrollati. Si tratta di bambini estremamente irrequieti che passano da un’occupazione all’altra e non riescono mai a concentrarsi abbastanza per divertirsi con un gioco o portare a termine un compito, per quanto semplice possa essere. A scuola le maestre si lamentano del fatto che non solo non stanno mai fermi, ma spesso non portano a termine i vari esercizi, dimenticano il materiale necessario e soprattutto appaiono sempre distratti. Non è comunque questione di “cattiveria” o di mancanza di volontà. Questi bambini trovano veramente molto difficile esercitare un controllo consapevole sul proprio comportamento.

Circa quattro o cinque bambini su cento presentano tali difficoltà e tra questi circa un terzo va incontro a notevoli problemi scolastici a causa della limitata capacità a prestare attenzione. Alcuni di essi sono particolarmente a rischio di sviluppare seri problemi di comportamento e disadattamento sociale durante l’adolescenza.

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Di chi è la “colpa”?

Un’altra domanda che molti genitori si pongono è se il comportamento iperattivo del bambino sia dovuto ad errori che essi hanno commesso e se c’è qualcosa di sbagliato nel modo in cui lo stanno educando. Rispetto alle cause dell’iperattività è stato ormai dimostrato che esiste sia una predisposizione ereditaria, sia un anomalo funzionamento del sistema nervoso centrale. Nella maggior parte dei casi, quando un bambino è iperattivo c’è qualcun altro in famiglia (ad esempio, uno dei genitori o uno zio) che da piccolo presentava caratteristiche simili anche se magari in modo meno accentuato. La causa dell’iperattività non è da cercare nel modo in cui i genitori hanno educato il figlio, anche se va precisato che alcuni errori educativi possono peggiorare notevolmente la situazione. Tra i fattori aggravanti possiamo citare la mancanza di autocontrollo del genitore (con tendenza ad urlare o a dare sberle), una scarsa coerenza e un clima familiare caratterizzato da tensioni, stress e mancanza di rispetto tra genitori.

Cosa fare?

Per prima cosa quando si sospetta che sussista un problema di iperattività il bambino va sottoposto ad un’accurata valutazione psicologica. I normali test d’intelligenza non sono sufficienti e la semplice interpretazione dei disegni del bambino non è certo uno strumento diagnostico adeguato. Sono necessari complessi test neuropsicologici adatti ad indagare sulle cosiddette “funzioni esecutive”, cioè sul funzionamento del bambino al livello di attenzione, memoria, riflessività, pianificazione, integrazione percettiva.

Un errore da evitare assolutamente è quello di “sedare” il bambino ricorrendo a qualche tranquillante, per quanto blando possa essere. E’ stato dimostrato che la somministrazione di tranquillanti peggiora la condizione del bambino iperattivo, rendendo il suo comportamento ancora più incontrollato e disorganizzato.

In realtà non esiste una cura per l’iperattività, ma esistono efficaci tecniche comportamentali che possono migliorare notevolmentela situazione del bambino in famiglia e a scuola.

E’ necessario quindi che genitori ed insegnanti si avvalgano di una consulenza psicologica sistematica per apprendere i metodi da applicare, tenendo comunque presente che per poter conseguire risultati concreti sono indispensabili costanza e sistematicità nell’uso di tali procedure. Per quanto riguarda l’intervento sul bambino, le psicoterapia di impostazione psicodinamica risultano scarsamente utili, mentre sembra dare buoni risultati una terapia comportamentale attraverso cui il bambino possa apprendere come lavorare sulle proprie emozioni e come mettere in pratica strategie di autocontrollo.

Anche ricorrendo a questi metodi i risultati non saranno certo immediati e a volte si avrà l’impressione di non approdare a niente. Ma se si persevera e se si riesce a mantenere un buon rapporto di collaborazione tra la famiglia e la scuola, si potrà ottenere un graduale e sostanziale miglioramento del bambino. Questo non significherà la scomparsa definitiva di tutti i comportamenti problematici, ma è senza dubbio una condizione di maggior benessere per il bambino e per coloro che gli sono attorno.

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INDICAZIONI PER I GENITORI DI BAMBINI CHE PRESENTANO IPERATTIVITA’

  • Cercate il più possibile di mantenere la calma. Un bambino iperattivo può far sentire impotente e frustrato anche il più disponibile dei genitori, ma di solito arrabbiarsi non fa che peggiorare la situazione.
  • Organizzate il più possibile la giornata con routine fisse. Stabilite in anticipo l’orario per i compiti, la TV, il gioco e le varie attività. Il bambino iperattivo ha bisogno di situazioni ben strutturate. Non modificate la routine stabilita senza prima avvisare vostro figlio.
  • Adottate due o tre regole ben precise per indicare quello che vi aspettate dal bambino in certe situazioni. Scrivete tali regole e stabilite in anticipo anche le conseguenze cui il bambino andrà incontro per ogni infrazione.
  • Date al bambino la possibilità di muoversi liberamente in un spazio sufficiente in diversi momenti della giornata.
  • Limitate i rimproveri all’essenziale ed aumentate gli incoraggiamenti per i comportamenti desiderabili. Inoltre evitate di dire al bambino che cosa non deve fare, piuttosto ditegli che cosa desiderate che faccia e spiegategli perché.
  • Quando fate qualche richiesta al bambino o gli date alcune istruzioni, siate molto chiari. Non date mai più di una o due istruzioni per volta. Chiedete al bambino di ripetere quello che gli avete spiegato prima che inizi a fare qualcosa.
  • Limitate l’esposizione del bambino alla TV e ai videogiochi (anche senza eliminarli del tutto). Abituatelo ad usare il computer piuttosto che la Play Station.
  • Fornite a vostro figlio esperienze positive di socializzazione in un ambiente in cui possa più facilmente essere accettato e interagire con altri bambini divertendosi.
  • Come genitori cercate di ricavare alcuni momenti di “tregua”, in modo che quando il bambino è impegnato fuori casa o è affidato a qualcun altro possiate dedicare un po’ di tempo a voi stessi. Ne avete bisogno.

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A che età i bambini imparano a scrivere?

MEDICINA ONLINE SCRITTURA DISGRAFIA DISORTOGRAFIA TEST RIMEDI COME RICONOSCERLA SCUOLA ELEMENTARI BIMBI BAMBINI SCRIVERE DISEGNO PEDIATRIA MATITA PENNA ESEMPIDi solito l’età in cui i bambini mostrano interesse verso le lettere è tra i 4 e 5 anni. Se prima di quest’età il bambino non è interessato alla scrittura non è sbagliato forzarlo, bensì è importante cominciare tutta una serie di attività: giochi per favorire la motricità fine, attività grafiche con colori e pittura, ecc… per preparare il bambino alla fase successiva che sarà caratterizzata dal pregrafismo.

Diciamo che la maggior parte dei bambini è pronta ad imparare a scrivere le lettere in età prescolare e proprio attraverso la scrittura inizierà ad esprimere la propria creatività. La scrittura è quindi un processo che si apprende gradualmente attraverso varie abilità che il bambino acquisisce con il tempo. Il bambino, inoltre, sarà pronto ad imparare a scrivere quando avrà ben sviluppato la memoria visiva e le capacità percettive: la memoria visiva gli permetterà di ricordare modelli visivi, inizierà cioè a notare le lettere presenti attorno a lui, sulle pubblicità, per strada, etc; le abilità visivo-percettive aiuteranno il bambino a discriminare visivamente le lettere e a comprendere che ogni lettera ha una forma diversa.  In un primo momento, il piccolo imparerà a scrivere i vari segni soprattutto su imitazione sperimentando le varie lettere e poi in seguito comprenderà che ogni lettera ha un nome diverso. Una volta sperimentato tutto ciò saprà riconoscere le varie lettere dell’alfabeto e mostrerà interesse nello scrivere il proprio nome.

Alla domanda a che età il bambino impara a scrivere non c’è una risposta precisa che valga per tutti, anche se generalmente il bimbo impara a scrivere in modo relativamente fluente ad una età che oscilla tra i 5 ed i 7 anni.

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Quando il bambino inizia a sentire e vedere nella pancia della madre?

MEDICINA ONLINE VAGINA DONNA BACIO SESSULITA GRAVIDANZA INCINTA SESSO COPPIA AMORE TRISTE GAY OMOSESSUAANSIA DA PRESTAZIONE IMPOTENZA DISFUNZIONE ERETTILE FRIGIDA PAURA FOBIA TRADIMENTOGià nelle prime settimane gravidanza cominciano a svilupparsi gli organi di senso del bambino (o meglio del “feto”) – quelli per vista, udito, olfatto, gusto e tatto – anche se completeranno lo sviluppo e funzioneranno a pieno solo più avanti. Vediamo allora quando e come si sviluppano i vari organi di senso.

Il tatto

Dopo le 12 settimane il feto comincia a possedere i “sensori” per sentire le carezze dei genitori: il primo dei cinque sensi a svilupparsi è proprio il tatto; tuttavia perché le sollecitazioni tattili siano realmente percepite dal bambino, è necessario che maturino anche le vie nervose, che hanno il compito di trasportare gli stimoli al cervello: il loro sviluppo inizia sin dalle prime settimane, ma per la completa maturazione bisognerà aspettare la 30esima settimana, momento in cui il piccolo sarà capace di provare la sensazione tattile.

L’udito

Già a 30 settimane il feto può sentire la voce di mamma e papà. Le percezioni uditive vere e proprie sono legate allo sviluppo dell’orecchio medio, che inizia nel secondo mese di gravidanza ma giunge a maturazione solo nell’ottavo. Si può dire che l’udito del bambino sia quasi normale intorno alla 35ma settimana, ma già diverse settimane prima è in grado di reagire ad alcuni stimoli sonori come la voce della madre: sin da 28-30 settimane è importante cominciare a parlare al bambino, così ha tutto il tempo per memorizzare i suoni a lui cari e riconoscerli dopo la nascita; al tempo stesso, è bene evitare di esporre il feto a stimoli sonori troppo intensi, perché il piccolo ne sarebbe disturbato.

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Il gusto e l’olfatto

Le papille gustative sulla lingua cominciano a formarsi intorno alle 8 settimane, e continuano il loro sviluppo fino alla nascita. Anche i recettori dell’olfatto iniziano a svilupparsi presto, intorno alle 8-9 settimane, quando cominciano a formarsi i nervi e i bulbi olfattivi, tuttavia non sappiamo esattamente quando tutti questi recettori comincino effettivamente a funzionare, e quindi da che epoca precisa il bambino percepisca i sapori e gli odori, probabilmente tutto ciò avviene in qualche momento nel secondo trimestre. Quello che è sicuro è che il regime alimentare della mamma influisce sulla composizione del liquido amniotico, nel quale passano le molecole aromatiche dei cibi, di conseguenza inalando e deglutendo il liquido, un po’ per volta il feto impara a conoscere gli odori e i sapori della cultura alimentare materna, che dopo la nascita ritroverà nel latte prima e nei cibi che assumerà con lo svezzamento poi.

La vista

La vista è l’ultimo senso a svilupparsi: le palpebre infatti restano chiuse fino alla 26esima settimana, per consentire il corretto sviluppo della retina. Dopo quest’epoca, il feto riesce a percepire la luce che filtra attraverso il pancione, soprattutto se viene esposto a una fonte di luce intensa come quando si sta al sole con la pancia scoperta; in effetti, l’utero non è un ambiente buio come si potrebbe credere, ma attraverso la pelle la luce filtra, sia pure poco intensamente. Intorno alle 30 settimane, inoltre, le pupille sono in grado di restringersi o dilatarsi a seconda dell’intensità della luce, mentre se il pancione viene esposto ad un fascio luminoso, il bebè gira istintivamente la testa dall’altro lato e le pulsazioni cardiache tendono ad aumentare. La vista del bambino, insomma, si sviluppa già nel pancione, anche se ci vorrà ancora qualche mese dopo la nascita perché i centri nervosi dell’occhio giungano a maturazione e il piccolo riesca a mettere a fuoco perfettamente le immagini. Il bimbo con pochi giorni di vita è comunque in grado di riconoscere grossolanamente i contorni del volto della mamma a circa 20 centimetri di distanza, dato non casuale visto che 20 centimetri è proprio la distanza alla quale si trova mentre assume il latte dal seno materno.

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A che età i bambini imparano a leggere?

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma LEGGERE MALE FIGLIO SVILUPPO CERVELLO Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari Ano PeneGià intorno ai 4-5 anni, alcuni bambini sembrano molto attratti dalle ‘letterine’ dell’alfabeto, le guardano con interesse (nei libri, per strada, sui cartelli, ovunque) e cercano di scrivere qualcosa. Tale interesse del bimbo rientra nel suo più ampio percorso di esplorazione e scoperta del mondo intorno a lui. Non a caso, nei primi 7 anni di vita, il bimbo impara soprattutto per ‘imitazione ed esempio’. La crescita, però, non è un insieme di tappe identiche per ogni bambino: questo è un punto fondamentale su cui tutti gli esperti sono concordi. Quindi, è normale che ci sia chi mostri la voglia di leggere e scrivere molto prima del debutto alla primaria e chi no. Un bimbo solitamente inizia ad imparare a leggere in modo fluente mediamente ad una età di circa 6/7 anni.

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Quando il bambino inizia dire le prime parole? Come aiutarlo a parlare?

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma SINDROME DI ASPERGER BAMBINI ADULTI SINTOMI CURE Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie CapillariCi sono alcune tappe base di sviluppo del linguaggio bimbi, che sono le seguenti:

  • a 6 mesi di età , il bambino sa ripetere suoni come  “la, la”, “ba , ba” o ” da, da ” (tale emissione di suoni prende il nome onomatopeico di “lallazione”;
  • entro i 12 mesi (primo anno di età) il bambino sa dire alcune parole semplici;
  • all’età di 18 mesi (un anno e mezzo di vita) il bambino sa pronunciare numerose parole;
  • entro i 2 anni il bambino inizia a mettere insieme le parole in modo da esprimere un senso compiuto, spesso legato all’alimentazione, ad esempio ” basta pappa”, “acqua mamma”, “ancora latte”;
  • entro  i 3 anni , il bambino sa parlare usando 2-3 frasi alla volta.

Tali limiti temporali sono però assolutamente variabili: ogni bambino ha tempi diversi che non necessariamente indicano una patologia.

Come fanno i bambini ad imparare a parlare?

I bambini imparano a parlare guardando, ascoltando e rispondendo alle persone che li circondano.Sono attorniati da mille stimoli e assorbono informazioni in ogni istante. Nei primi mesi, il bambino ascolta la  voce della mamma e del papà o comunque delle persone che vivono attorno a lui quotidianamente, e cerca di ripetere gli stessi suoni che emettono gli adulti. Quando voi gli rispondete  e cercate di “conversare” con lui, il bambino  di conseguenza si sentirà ulteriormente incoraggiato e stimolato a continuare nei suoi esperimenti comunicativi. E così mano a mano che cresce imparerà nuovi suoni, nuove sillabe e parole.

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Quando un bambino non parla: cosa può impedire a mio figlio di imparare a parlare?

Ci sono diverse situazioni che possono causare un ritardo nel parlare. Ad esempio:

  • problemi di udito;
  • problemi con il movimento della lingua;
  • problemi al palato o alle corde vocali;
  • problemi relativi alla zona cerebrale deputata al linguaggio.

Il modo migliore per aiutare il bambino che presenta un ritardo nel linguaggio è quello capire precocemente quale potrebbe essere l’eventuale problema ed affrontarlo. Con la maggioranza delle patologie, un trattamento precoce determina buone probabilità che la capacità linguistica del vostro bambino possa migliorare e/o risolversi.

Cosa fare se mio figlio non sta parlando nei tempi previsti?

I tempi di apprendimento del linguaggio sono estremamente variabili, tuttavia, se pensate che il vostro bambino abbia qualche problema di linguaggio parlatene con il pediatra di fiducia, che eventualmente potrà inviarvi da uno specialista per una consulenza.

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Come posso aiutare il mio bambino ad imparare a parlare?

Innanzitutto parlate con lui, fin da quando è nel pancione. Dalla nascita continuate a farlo, parlategli, raccontategli storie, cantate con lui delle canzoni. Tutto questo aiuterà il vostro bimbo ad imparare ad emettere suoni e a comunicare. Rispondete con parole ai suoni del vostro bambino. Se per esempio il bambino vi indica una banana e dice  “ee – ee” voi rispondetegli con un  “Vuoi mangiare la banana?”. In questo modo inzierà ad associare il nome e il suono corretto alle cose. Altri consigli sono:

  • Insieme alla voce usate anche segnali con la mano e gesti per aiutarlo a capire cosa state dicendo.
  • Parlate con il vostro bambino per tutta la giornata. Mentre siete in passeggiata ad esempio o mentre fate la spesa con lui: date sempre uno nome alle cose e descrivete quello che state facendo.
  • Rispondete sempre alle domande del vostro bambino perché per lui ricevere delle risposte è importantissimo.
  • Non fate l’errore di parlare con il linguaggio dei bambini (il cosiddetto “bimbese“), ma usate sempre e solo parole reali.
  • Leggetegli delle fiabe, ogni giorno a partire dai 6 mesi di età, ma anche da prima se volete.
  • Ascoltare i grandi che leggono ad alta voce, aiuta il bambino ad imparare i suoni. La lettura può anche aiutare a capire la lingua e imparare nuove parole.
  • Scegliete libri con grandi immagini con colori vivaci e con storie semplici. vanno benissimo anche testi che contengono numeri, le lettere dell’alfabeto, forme e rime.
  • Per coinvolgere di più il vostro bambino  indicate le immagini e date il nome alle cose raffigurate, e poi  chiedete al bambino di indicare gli oggetti rappresentati nella pagina. Mano a mano che cresce potete fargli domande sulla storia. Questa interazione  stimola il bambino all’apprendimento. Non dimenticate mai di incoraggiarlo e di trasmettergli fiducia in quello che fa o impara a fare.

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Quando il bambino inizia a mangiare da solo autonomamente?

MEDICINA ONLINE BIMBO SVEZZAMENTO LATTE ARTIFICIALE ALLATTAMENTO SENO BAMBINO NEWBORN BABY NEONATO LATTANTE GATTONARE CARPONARE CAMMINARE PARLARE BENE PRIMA PAROLA SCALCIARE PARLARE MASCHIO FEMMINA DIFFERENZA AIUTOMolti genitori, quando il loro bambino inizia a star seduto sul seggiolone e ad interessarsi alla manipolazione del cibo e agli oggetti ad esso collegati, si interrogano sul dubbio se esista o no un’età ideale in cui si debba o possa insegnare ad un bimbo a mangiare da solo. No, come per molte altre attività, vedi il camminare, molto dipende dai segnali che il bimbo stesso dà: è molto curioso nei confronti del cibo o lo accetta passivamente? Riesce ad afferrare bene le posate o i pezzetti piccoli di cibo usando ad esempio due dita a mo’ di pinza?

Svezzamento: dai sei mesi ad un anno di età circa

Fin dallo svezzamento è importante permettere al bambino di conoscere il cibo, sia assaggiandone molte varietà a piccoli bocconcini, ma permettendogli anche di manipolare il cibo, portarselo alla bocca da solo (e inevitabilmente combinando qualche disastro, questo mettetelo in conto). E’ normale a questa età portare tutto alla bocca e fare conoscenza di ogni oggetto, che sia o meno commestibile, mediante l’olfatto e il gusto. Ad un bimbo di sei mesi normalmente si permette di esplorare gli oggetti mettendoli in bocca, anzi gli si propongono dei giochi che servono proprio a questo, allo stesso modo, e a maggior ragione, non dobbiamo vietargli di farlo col cibo, portandolo alla bocca con le mani, pasticciandolo e sporcandosi. Facendo così, il bambino svilupperà un buon rapporto col cibo e col proprio corpo e imparerà ad assaggiare di tutto. Per quel che riguarda l‘uso delle posate nei bimbi piccoli, per far loro prendere confidenza, iniziate a dargli in mano un cucchiaino e poi verso l’anno una forchettina per bambini, magari mentre lo imboccate voi con un’altra. A 9 mesi il bambino sa tenere il biberon con le mani, portarlo alla bocca e toglierlo quando ha finito. Se gli viene dato un biscotto lo succhia con piacere ma si sporca parecchio. Quindi il primo consiglio quindi è quello di lasciare il bambino libero di mangiare con le mani, manipolare il cibo, annusarlo e portarlo alla bocca. Una serie di azioni che il bambino può fare sin da subito, sin dalle prime fasi dello svezzamento.
Poi si può offrire al bambino un cucchiaino morbido con il quale può provare a prendere il cibo e portarlo alla bocca.

Dai 12 ai 18 mesi

Verso l’anno ma anche un po’ più tardi se non lo vedete pronto, se il bambino è molto lento a mangiare e si distrae facilmente, potete lasciarlo fare da solo per la prima metà del pasto e imboccarlo successivamente. Sperticatevi in lodi e complimenti quando riesce a portare correttamente un boccone in bocca da solo. Verso i 18 mesi, il bambino, specie nei confronti della mamma, vorrà far da sé affermando la sua autonomia, spesso in malo modo, non per niente questa fase viene denominata quella dei “terribili 2 anni”.

Dai 18 ai 36 mesi

In questa stupenda fase (per quel che riguarda le scoperte) il bambino riconosce il proprio posto all’interno della famiglia, ne acquisisce le regole. Continua però la ricerca dell’autonomia, infatti vi accorgerete che vorrà fare “tutto da solo”. A due anni un bambino di solito mangia da solo, tiene il bicchiere con una sola mano e non si sporca quasi più. Ogni tanto può chiedere di essere imboccato, ma in realtà è più una coccola o una richiesta di attenzione che reale difficoltà. Verso i due anni e mezzo inizia ad utilizzare la forchetta ed infila correttamente i bocconi in bocca.

A tre anni ormai dovrebbe stare correttamente a tavola

Se ad esempio, pur conoscendo l’uso delle posate si ostina a mangiare con le mani, cercate di togliere questa “cattiva abitudine” con gentile fermezza, altrimenti continuerà perché è più comodo chissà per quanto.

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Quando iniziare lo svezzamento dopo latte artificiale e allattamento al seno

MEDICINA ONLINE BIMBO SVEZZAMENTO LATTE ARTIFICIALE ALLATTAMENTO SENO BAMBINO NEWBORN BABY NEONATO LATTANTE GATTONARE CARPONARE CAMMINARE PARLARE BENE PRIMA PAROLA SCALCIARE  PARLARE MASCHIO FEMMINA DIFFERENZA AIUTO.jpgCosa significa “svezzamento”?

Un bimbo prende il nome di “lattante” nel periodo variabile che inizia col 29° giorno dopo il parto e termina  con lo “svezzamento“. Lo svezzamento (anche chiamato “divezzamento” o ancora “alimentazione complementare”) è il processo di sostituzione dell’alimentazione esclusiva a base di latte (allattamento naturale o artificiale) tipica delle prime fasi di vita, con quella caratterizzata dall’assunzione di altri liquidi e solidi. Lo svezzamento inizia in un tempo variabile che oscilla tra i 6 e gli 11 mesi di vita, sia in caso di bimbo allattato al seno che di bimbo allattato con latte artificiale. Se il bimbo è stato allattato al seno, il momento dello svezzamento rappresenta anche psicologicamente la fine del rapporto simbiotico tra mamma e neonato (tipico dei primi mesi di vita del bambino) ed è fondamentale lo sviluppo del rapporto madre/figlio e dell’identità stessa del bambino.

Quando iniziare lo svezzamento nei lattanti?

Non bisogna avere fretta di proporre nuovi alimentati, soprattutto ai bambini allattati al seno, che possono iniziare tranquillamente a variare la loro ‘dieta’ intorno a 6 mesi. Lasciatevi guidare dal bimbo nel decidere qual è il momento più adatto ad iniziare: saranno pronti quando sembreranno ancora affamati dopo un pasto di latte o quando la vista o l’odore di cibi diversi dal latte sembreranno scatenare il loro entusiasmo. Non forzate mai il bambino a mangiare controvoglia e non aspettatevi che le prime pappe vengano consumate interamente. Le prime volte il bimbo mangerà (e sputerà ovunque) pochissimi cucchiaini sia perché deve apprendere sapori nuovi, sia perché deve apprendere un nuovo metodo per alimentarsi passando dal succhiare al cucchiaio.

Come capire quando il lattante è pronto per lo svezzamento?

In genere sono 3 gli elementi da prendere in considerazione (oltre all’età del neonato) che ci possono far capire che il bambino è pronto ad affrontare la fase dello svezzamento:

  1. è in grado di stare seduto da solo;
  2. mostra interesse verso il cibo;
  3. ha raddoppiato il peso dalla nascita.

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Come iniziare lo svezzamento? Quali cibi scegliere e quali evitare?

Il brodo vegetale si prepara con verdure fresche di stagione o se preferite con verdure di coltivazioni biologiche: patate, carote, fagiolini, piselli, spinaci, sedano, carciofi, coste, bietole, zucchine, zucca e tutte le varietà di insalate.
Inizialmente potrete utilizzare solo alcuni tipi, generalmente patata, carota e zucchina, poi progressivamente aggiungere una verdura nuova tutte le settimane. Così facendo si abitua pian piano il bambino a nuovi sapori e si valuta se le novità sono ben tollerate (reazioni allergiche, variazioni nelle scariche intestinali, ecc.). Evitate cavoli, cavolfiori, verze, cipolle che hanno sapori e odori forti, e il pomodoro, uno degli alimenti più allergizzanti. Queste verdure vanno lavate e bollite per un’ora circa in ln litro di acqua non salata. Il brodo così preparato può essere conservato in frigorifero, ben tappato, per 1-2 giorni. Per le prime pappe si utilizza solo il brodo filtrato, scartando le verdure bollite. Nelle settimane successive le verdure utilizzate si passano (o si frullano) e se ne aggiungono 1-2 cucchiai al brodo. Non aggiungere sale, né dado.

Come preparare la prima pappa?

Ovviamente la pappa non è fatta solo di brodo, ecco come la preparerete:

  • 150 – 180 grammi di BRODO VEGETALE preparato come descritto sopra:
  • 3-4 cucchiai da cucina rasi di CREMA di RISO o MAIS-TAPIOCA o SOIA o MULTICEREALI o SEMOLINO;
  • 1 cucchiaino da caffè di PARMIGIANO ben stagionato;
  • 1 cucchiaino da caffè di OLIO D’OLIVA extra-vergine.

In caso di stitichezza e popò molto dura, non utilizzare la crema di riso e aumentare la quantità di zucchina; in caso di diarrea, utilizzare la crema di riso e aumentare la quantità di patata e carota. Dopo la prima settimana di solo brodo con cereali e una seconda di brodo + cereali + qualche cucchiaio di verdure lesse passate si può aggiungere 5 grammi (1/2 vasetto) di LIOFILIZZATO di CARNE BIANCA (agnello, coniglio, tacchino, pollo) o mezzo vasetto di omogeneizzato a discrezione del vostro pediatra

Una volta introdotta la pappa ecco come potete organizzare lo schema dei pastidel vostro bambino fino al sesto mese:

  • 4-5 pasti nella giornata dei quali 3-4 pasti di latte (materno o di proseguimento);
  • 1 pasto (di solito al mezzogiorno, ma senza che ciò costituisca un obbligo) con pappa.

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Schema temporale dello svezzamento

Quando introdurre gli alimenti più comuni:

Frutta:

  • Mela, pera, banana e prugna: da 4 mesi;
  • Limone: qualche goccia nella frutta dai 4 mesi;
  • Albicocche e pesche: dai 6 mesi;
  • Arance e mandarini: spremuti dall’8° mese;
  • Kiwi, fragola, uva, cachi, fichi, anguria, melone, castagne, noci, mandorle: dopo i 12 mesi.

Verdura:

  • Patata, carota, zucchina e zucca: dai 5 mesi;
  • Sedano, porro, cipolla, insalata, finocchi, cavolfiori e spinaci: dai 6 mesi;
  • Pomodoro: senza buccia, dai 10 mesi;
  • Melanzane e carciofi: dopo i 12 mesi.

Cereali:

  • Riso: in crema dai 5 mesi, in chicchi dagli 8 mesi;
  • Mais e tapioca: in crema dai 5 mesi;
  • Semolino: dai 6 mesi;
  • Crema multicereali: dai 6 mesi;
  • Pastina minuscola, tipo sabbiolina: dai 7 mesi;
  • Pastina piccola, tipo forellini micron: dagli 8 mesi;
  • Pastina media, tipo anellini, stelline o puntine: dai 10 mesi;
  • Orzo e Farro: dai 12 mesi.

Carne:

  • Coniglio, tacchino, pollo, vitello e manzo: liofilizzato dai 5 mesi, omogenizzato dai 6 mesi, lessato o cotto al vapore dai 9 mesi;
  • Prosciutto cotto senza polifosfati: dagli 8 mesi;
  • Maiale: dopo i 12 mesi.

Formaggi:

  • Parmigiano: dai 5 mesi;
  • Formaggio ipolipidico: dai 6 mesi;
  • Ricotta fresca: dai 7 mesi;
  • Bel paese, Caciotta, Fontina dolce, Caprino fresco e Crescenza: dagli 8 mesi.

Pesce:

  • Merluzzo, trota, sogliola, platessa, nasello e palombo: dagli 8 mesi;
  • Pesce spada e salmone: dai 9 mesi.

Altri alimenti:

  • Olio extra vergine di oliva: dai 5 mesi nella pappa;
  • Brodo vegetale: dai 5 mesi;
  • Yogurt intero: dai 7 mesi;
  • Brodo di carne: dagli 8 mesi;
  • Legumi: dagli 8 mesi;
  • Uovo: tuorlo sciolto nella pappa, dai 9 mesi; uovo intero dopo i 12 mesi;
  • Miele: dopo i 12 mesi.

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Svezzamento al 4 mese

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) consiglia l’allattamento esclusivo per i primi 6 mesi del neonato, ma ci sono ancora pediatri che fanno iniziare prima dei sei mesi lo svezzamento o motivi che possono spingere una mamma (o il medico) ad anticipare l’introduzione di nuovi cibi. In ogni caso parlatene sempre col pediatra, che vi saprà consigliare il modo giusto per dare inizio allo svezzamento. Molti pediatri dopo il compimento del quarto mese consigliano di iniziare ad introdurre la frutta, magari per uno spuntino a metà mattina o metà pomeriggio. In genere si comincia con la pera, che è uno dei frutti più digeribili e più adatti al delicato stomaco del neonato.

Svezzamento a 5 mesi

Se avete già iniziato lo svezzamento (anche solo con la frutta) nel quarto mese, potrete continuare così anche nel quindi mese del bebè o iniziare ad introdurre nuovi alimenti. Alcuni anticipano l’inizio dello svezzamento vero e proprio al compimento del quinto mese. C’è chi inizia con le pappe di latte e chi subito con il brodo vegetale. Dallo schema precedente potete vedere che sono molti gli alimenti che si possono introdurre dal quinto mese. Se non potete continuare l’allattamento esclusivo fino al sesto mese (che, ricordate, è sempre la scelta più consigliata), decidete insieme al pediatra una tabella da seguire per iniziare lo svezzamento, sempre cercando di rispettare le esigenze del bambino. Se invece state continuando ad allattare regolarmente, potrete continuare a farlo in maniera esclusiva fino al compimento del sesto mese.

Svezzamento a 6 mesi

I 6 mesi rappresentano uno spartiacque nell’alimentazione del bambino. Fino a questo momento i neonati hanno seguito una alimentazione a base di latte, mentre dopo il compimento dei 6 mesi si possono iniziare ad introdurre gli altri cibi. E’ per tutti arrivato il momento di far assaggiare al bambino nuovi alimenti, fargli scoprire nuovi sapori e nuove consistenze. Cercate anche di far toccare al bambino i nuovi cibi, in modo che possa imparare a conoscerli con tutti i sensi. Non c’è un solo metodo per svezzare i bambini, ma ce ne sono diversi (dallo svezzamento classico all’autosvezzamento). Parlatene col pediatra e decidete quale metodo volete seguire.

Svezzamento naturale (autosvezzamento)

Oltre al classico svezzamento, durante il quale i nuovi alimenti vengono introdotti un po’ alla volta, ultimamente si sta diffondendo anche un altro metodo per svezzare i neonati. Un metodo considerato sotto vari punti di vista più naturale:  l’autosvezzamento. In che consiste questo metodo? In pratica invece di introdurre gli alimenti poco alla volta, il bambino inizia da subito a mangiare tutto. Il piccolo siede a tavola (sul seggiolone) con i genitori e comincia ad assaggiare quello che mangiano i genitori. Ovviamente, se si sceglie l’autosvezzamento, è fondamentale che i genitori seguano una dieta sana ed equilibrata. Meglio evitare il sale (o comunque usarlo molto poco) e i cibi piccanti. In linea di massima, però, il bambino può assaggiare tutto quello che desidera e mangiare da subito insieme a mamma e papà.

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Bambino di 14 mesi non cammina ancora: cosa fare? I consigli delle mamme

MEDICINA ONLINE VAGINA DONNA BACIO SESSULITA GRAVIDANZA INCINTA PARTO NATURALE CESAREO SESSO COPPIA AMORE TRISTE GAY OMOSESSUAANSIA DA PRESTAZIONE IMPOTENZA DISFUNZIONE ERETTILE FRIGIDA PAURA FOBIA TRADIMENTO RAPPORTO AMIQuasi tutti i genitori, specie se alle prese con il primo figlio, sono preoccupatissimi di vedere il proprio bambino gattonare ancora superati i 12 mesi di vita. In realtà è assolutamente normale che ogni bambino, maschio o femmina, impari a camminare con tempi estremamente variabili ed è molto probabile – se anche i genitori da piccoli hanno iniziato a camminare “tardi” – che muova i primi passi anche oltre l’anno di vita. In ogni caso un “limite” temporale, oltre il caso è effettivamente importante interessarsi al problema, è 18 mesi: non camminare superato l’anno e mezza di vita necessita di attenzione da parte del pediatra. Se a 14 mesi il bimbo non è ancora capace di muovere i passi, non ci si deve quindi preoccupare, bensì ci si può ingegnare per trovare dei sistemi che possano aiutarlo.

Cosa devono fare i genitori: creare gli spazi adatti

Per agevolare il bimbo è importante creare degli spazi in cui il bambino possa fare “i primi esperimenti” di passeggiata, lasciandogli un ambiente spazioso e senza oggetti pericolosi su cui inciampare. Bisogna eliminare dalla sua altezza tutti gli oggetti fragili o pericolosi, via i soprammobili dai ripiani più bassi, coprire gli spigoli con paraspigoli, le prese elettriche con copripresa, chiudere i detersivi negli armadietti, togliere i tappeti che potrebbero farlo inciampare: ormai tutti gli spazi di casa devono essere letteralmente tutti su misura per lui. Attenzione infine ai lembi delle tovaglie, che potrebbe facilmente trascinarsi giù nel tentativo di trovare un appiglio, gettandosi addosso pericolosissimi piatti, bicchieri e posate.

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Cosa devono fare i genitori: assecondarlo e complimentarsi

Per i genitori è importante assecondarlo: il bambino fa ciò che si sente di fare e non va forzato. Per questo motivo non deve essere il genitore a metterlo in piedi, per poi cercare di lasciarlo da solo: il bambino deve raggiungere autonomamente la stazione eretta, perché solo allora vuol dire che si sente fisicamente e psicologicamente pronto per stare in piedi e muovere i suoi primi passi. Una volta che è in piedi, possiamo allungargli un dito a cui lui si aggrapperà con la manina, se vorrà farlo. Ai genitori rimane l’importantissimo compito di incoraggiarlo e complimentarsi con lui per i traguardi raggiunti: il bimbo avrà un incentivo a continuare a sperimentare i movimenti delle gambe ed esercitarsi.

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I consigli delle mamme

Di seguito vi riportiamo dei consigli di alcune mamme trovati in rete, consigli che troviamo effettivamente validi e condivisibili:

1. Ogni bimbo ha i suoi tempi

La mia a 10 mesi ha cominciato ad arrampicarsi alle sedie, al passeggino, alle mie gambe e solo dopo qualche settimana si è ‘mollata’. Io la lasciavo fare, ma soprattutto lasciavo che facesse da sola, perché se le dai la manina si abitua e si sente insicura: ogni progresso deve raggiungerlo con le sue forze. Il secondo invece ha camminato a 15 mesi, a dimostrazione che ogni bimbo ha i suoi tempi. (Elisabetta).

2. Quando si solleva da solo sulle sue gambe, vuol dire che è pronto

Non devi essere tu a metterla in piedi per poi tentare di lasciarla sola, ma deve essere lei a sollevarsi sulle sue gambe, perché solo allora vuol dire che è pronta. La pediatra mi ha anche raccomandato di non tenerla per mano, perché si rischiano strattonamenti che possono esser dannosi: basterà un solo dito per darle quel minimo di sicurezza che le occorre. (Carla).

3. Meglio non preoccuparsi e non aver fretta, ma sorridere al bimbo e incoraggiarlo quando prova a camminare

Per mia figlia è stato di grande aiuto il box. La mettevo scalza, lei un po’ per volta cercava di raggiungere le maniglie ed era una meraviglia vedere come si sforzava per sollevarsi. Naturalmente io ero lì a sorriderle ed incoraggiarla! Comunque non aver fretta e non preoccuparti: quando inizierà a camminare rimpiangerai questi tempi perché non riuscirai nemmeno a lavarti il viso! (Angela)

4. Un metodo divertente ed efficace per invitare il bimbo a camminare

Prova questo metodo: la fai appoggiare con le manine al letto o al divano e ti metti poco distante da lei, magari con un giochino che le piace, e la inviti a raggiungerti. All’inizio devi starle quasi attaccata, poi un po’ per volta ti allontani in modo che debba muovere qualche passetto in più. Con mio figlio ha funzionato! (Barbara).

5. Meglio riorganizzare gli spazi di casa per essere più sicuri

Un consiglio: prima ancora che si metta ‘in marcia’, riorganizza gli spazi in casa: io ho eliminato tutti i soprammobili fragili o pericolosi posti alla sua altezza, ho messo i copripresa alle prese elettriche ed ho coperto gli spigoli dei tavoli con i paraspigoli. E uso tovaglie corte, perché potrebbe usarle come appiglio e trascinarsi giù piatti e bicchieri!!! (Antonella).

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