Ghiandole extraparietali, intraparietali, intraepiteliali, esoepiteliali

MEDICINA ONLINE CLASSIFICAZIONE GHIANDOLE ESOCRINE ENDOCRINE ANFICRINE ORMONI SECRETO SIEROSE MUCOSE MISTE MEROCRINE APOCRINE OLOCRINE ECCRINE PARIETALI TUBULARI GLOMERULARI SEMPLICI COMPOSTE ACINOSE ALVEOLARI.jpg

Classificazione della ghiandole esocrine

Le ghiandole presenti nel nostro corpo sono un insieme organizzato di cellule che compongono un tessuto epiteliale specializzato nel produrre e secernere una o più particolari sostanze, fra le quali diversi tipi di proteine, enzimi, lipidi, polisaccaridi e ormoni. Le ghiandole esocrine sono un tipo particolare di ghiandola che – al contrario delle ghiandole endocrine – riversano il loro secreto sulla superficie esterna del corpo (ad esempio le ghiandole sudoripare, ghiandole sebacee) oppure in una cavità comunicante con l’esterno (ad esempio il pancreas esocrino che riversa il suo secreto nel tubo digerente. Le ghiandole esocrine possiedono uno o più dotti escretori con la funzione di riversare il secreto a destinazione, ed una serie di adenomeri.

Le ghiandole esocrine – in base al numero di cellule che le costituiscono – sono classificate in:

  • ghiandole unicellulari: sono le ghiandole composte da una sola cellula, nell’uomo l’unica rappresentante di questa categoria è la ghiandola caliciforme mucipara, a secrezione mucosa, localizzata nell’epitelio mucoso delle vie respiratorie, nello stomaco e nell’intestino;
  • ghiandole pluricellulari: sono le ghiandole composte da più cellule, nella categoria rientra la quasi totalità di quelle presenti nell’uomo.

A loro volta le ghiandole pluricellulari – a seconda che rimangano o no nella parete del viscere da cui hanno origine – sono distinte in

  • ghiandole extraparietali: sono quelle ghiandole pluricellulari che non rimangono nella parete del viscere da cui originano (fegato, pancreas, ghiandole salivari);
  • ghiandole intraparietali: sono quelle ghiandole pluricellulari che rimangono nella parete del viscere da cui originano.

Le ghiandole pluricellulari intraparietali possono trovarsi in diverse posizioni rispetto all’epitelio di rivestimento da cui derivano, in tal caso sono ulteriormente classificabili in:

  • Ghiandole intraepiteliali: se rimangono nell’epitelio di rivestimento da cui hanno origine. Nell’uomo sono rare, ad esempio: ghiandole di Cowper dell’uretra;
  • Ghiandole esoepiteliali: se non rimangono nell’epitelio di rivestimento da cui traggono origine. In tal caso, se si approfondano nella tonaca propria (tonaca mucosa) sono dette coriali, se si approfondano sino alla tonaca sottomucosa, sono dette sottomucose.

Leggi anche:

Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o unisciti al nostro gruppo Facebook o ancora seguici su Twitter, su Instagram, su YouTube, su LinkedIn, su Reddit, su Tumblr e su Pinterest, grazie!

Differenza tra ghiandole merocrine, apocrine, olocrine, eccrine

MEDICINA ONLINE CLASSIFICAZIONE GHIANDOLE ESOCRINE ENDOCRINE ANFICRINE ORMONI SECRETO SIEROSE MUCOSE MISTE MEROCRINE APOCRINE OLOCRINE ECCRINE PARIETALI TUBULARI GLOMERULARI SEMPLICI COMPOSTE ACINOSE ALVEOLARI.jpg

Classificazione della ghiandole esocrine

Le ghiandole presenti nel nostro corpo sono un insieme organizzato di cellule che compongono un tessuto epiteliale specializzato nel produrre e secernere una o più particolari sostanze, fra le quali diversi tipi di proteine, enzimi, lipidi, polisaccaridi e ormoni. Le ghiandole esocrine sono un tipo particolare di ghiandola che – al contrario delle ghiandole endocrine – riversano il loro secreto sulla superficie esterna del corpo (ad esempio le ghiandole sudoripare, ghiandole sebacee) oppure in una cavità comunicante con l’esterno (ad esempio il pancreas esocrino che riversa il suo secreto nel tubo digerente. In base alle modalità di secrezione, le ghiandole esocrine sono distinguibili in:

  • ghiandole merocrine: nelle quali il secreto viene inglobato in vescicole di secrezione che si accumulano presso la membrana plasmatica, dopodiché le membrane della vescicola e della membrana plasmatica si fondono, rilasciando il secreto all’esterno per esocitosi (ghiandole piramidali del pancreas esocrino);
  • ghiandole apocrine: nelle quali il secreto viene eliminato assieme ad una parte del citoplasma apicale (ghiandola mammaria);
  • ghiandole olocrine: nelle quali il secreto viene eliminato assieme all’intera cellula (ghiandola sebacea);
  • ghiandole eccrine: nelle quali il secreto viene eliminato da pompe proteiche sulla membrana plasmatica e non si accumula nella cellula.

Leggi anche:

Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o unisciti al nostro gruppo Facebook o ancora seguici su Twitter, su Instagram, su YouTube, su LinkedIn, su Tumblr e su Pinterest, grazie!

Piattole: cosa sono, si vedono, quanto durano, come eliminarle?

MEDICINA ONLINE PTHIRUS PUBIS PIATTOLA PIDOCCHIO DEL PUBE PUBE CIGLIA SOPRACCIGLIA PARASSITA PIDOCCHI PARASSITI ACETO QUANTO DURA INFEZIONE RAGNO PELLE ROSSORE PELI CAPELLI PRODOTTI ELIMINARE SESSO PARTNER eyelash-lice.jpg

Una piattola sulle ciglia

Il Pthirus pubis, comunemente chiamata piattola o pidocchio del pube, è un insetto parassita che da adulto è lungo circa 2/3 millimetri e che si insedia in diverse zone pelose del corpo umano, prima fra tutte l’area genitale, con l’esclusione solo dei capelli. L’infezione è possibile sia in adulti che nei bambini. Per la trasmissione delle piattole occorre un contatto fisico assai ravvicinato, come per esempio un rapporto sessuale con una persona infetta (da questo punto di vista l’infezione è una malattia a trasmissione sessuale); il contagio è però possibile anche tramite l’uso di oggetti contaminati, come vestiti e biancheria intima. I segni caratteristici provocati dalla pediculosi pubica si manifestano a livello cutaneo e consistono in: prurito, irritazione e comparsa di piccole macchie solitamente scure giallo/marroni e bluastre, solitamente visibili tra i peli. Diagnosticare un’infestazione da piattole è abbastanza semplice (a patto che sia sintomatica): al medico, infatti, basta usare una lente d’ingrandimento per osservare le zone pruriginose ed in caso di numerosi parassiti adulti, non serve neanche la lente visto che sono ben visibili ad occhio nudo, anche ai non addetti ai lavori. La terapia disinfestante richiede l’uso di prodotti insetticidi, in forma di creme, lozioni o shampoo.

Leggi anche: Prurito a scroto, testicoli e ano: cause e rimedi naturali

Cosa sono le piattole?

Le piattole sono degli insetti parassiti che si annidano nelle aree genitali e in altre zone pelose del corpo umano, eccetto i capelli. Misurano circa 2 o 3 millimetri di lunghezza da adulte. La forma del corpo è arrotondata, con sei zampe uncinate, testa ovaloide con due grandi antenne laterali e corpo munito di escrescenze pelose. Il colore è variabile da biancastro, quasi vetrificato, fino a giallo, rosso e marrone.

Come si trasmettono le piattole?

La trasmissione delle piattole tra le persone, avviene in seguito a un contatto fisico ravvicinato con un individuo infetto o con un oggetto contaminato. La contaminazione (o infestazione) da piattole è considerata un’infezione di tipo parassitario esclusiva dell’uomo.

Leggi anche: Perché viene la forfora? Cure mediche, rimedi casalinghi e prevenzione

Di cosa si nutrono le piattole?

Le piattole si nutrono del sangue della persona infettata. L’estrazione di sangue avviene tramite una piccola puntura a livello cutaneo.

Quali parti del corpo sono colonizzate dalle piattole?

Le piattole possono annidarsi in qualsiasi area del corpo ricoperta di peli, eccetto la testa. Generalmente, si stabiliscono nelle aree genitali, ma, in alcuni frangenti, è possibile rintracciarle anche nelle ascelle, nelle gambe, sul torace, sulla schiena, sull’addome, tra la barba e i baffi e, infine, perfino nelle ciglia e nelle sopracciglia.

Leggi anche: Perché vengono i pidocchi, come riconoscerli ed eliminarli

Cause di infezione di Pthirus pubis

Come già anticipato, la presenza delle piattole è determinata dal contatto fisico ravvicinato (ad esempio un rapporto sessuale) con un individuo infetto o con un oggetto contaminato (vestiti, lenzuola, asciugamani…). Anche provare un vestito in un negozio di abbigliamento può, seppur raramente, dare avvio ad una colonia di parassiti. L’estrema vicinanza è una condizione imprescindibile per la contaminazione, in quanto il passaggio dei pidocchi del pube da individuo a individuo (o da oggetto a individuo) avviene solo tramite strisciamento. Le piattole, infatti, contrariamente alle credenze popolari, non possono né saltare né volare. Il contatto fisico non deve necessariamente durare molto tempo: basta anche un breve strisciamento per permettere ad una singola piattola di spostarsi tra una persona all’altra e dare avvio ad una nuova colonia.

Fattori di rischio

Alcuni comportamenti possono aumentare il rischio di sviluppare una infezione da piattole, ad esempio:

  • uso di lenzuola, asciugamani, indumenti intimi, sex toys, vestiti di altre persone e/o non ben puliti;
  • scarsa igiene intima;
  • frequentare ambienti dove sono presenti molti individui che si spogliano ed è possibile un contatto ravvicinato accidentale (spogliatoi, piscine, palestre, idromassaggi, letti di alberghi, bagni pubblici, docce…)
  • elevato numero di rapporti sessuali con partner sconosciuti e/o dotati di scarsa igiene intima.

Leggi anche: Vivono, mangiano e fanno sesso sulla nostra faccia. Uno studio dimostra che quasi tutti li abbiamo: di cosa si tratta?

Come avviene la riproduzione delle piattole?

Le piattole sono insetti, pertanto, per riprodursi, depongono delle uova di piccolissime dimensioni. Al momento della deposizione, le uova sono contenute in piccole sacche, capaci di rimanere saldamente incollate ai peli sparsi per il corpo. Le sacche sono marroni all’esterno e bianche all’interno.

Piattole: ciclo vitale ed incubazione

Quando infestano una persona, le piattole vivono da uno a tre mesi. In questo arco di tempo, le femmine presenti depongono anche 300 uova (chiamate lèndini), le quali schiudono nel giro di 6-10 giorni circa. La nuova generazione di piattole, per maturare e potersi riprodurre a sua volta, ha bisogno di circa 2-3 settimane. Le lendini sono attaccate ai peli dalla genitrice mediante la saliva che contiene composti cheratinici, pertanto la lendine è resistente sia all’acqua che alle spazzole, ma non all’acido acetico diluito e caldo. Dalle lendini si formano, dopo tre cicli evolutivi della durata di una o due settimane, i parassiti adulti.

Il Pthirus pubis attraversa tre stadi vitali:

  • Lendine: si schiude dopo una settimana dalla deposizione
  • Ninfa: già simile all’adulto, è comunque più piccola. Si nutre già di sangue, molto avidamente. Prima di trasformarsi in insetto adulto, vive in questo stadio per una settimana.
  • Adulto: la forma è simile a quella di un granchio (nei paesi anglosassoni è infatti chiamata crab) e vive per circa due settimane sull’ospite, riproducendosi e nutrendosi.

Leggi anche: Indossi sempre lo stesso pigiama? Ecco quali sono i rischi per la tua salute

Piattole: quanto durano?

In assenza di prodotti specifici, una colonia di piattole può sopravvivere virtualmente per tutta la vita, grazie alla grande capacità delle femmine di deporre le lendini. Se invece viene usato un prodotto specifico antiparassitario, si rasa la zona e quelle limitrofe, e si lavano ad alte temperature gli oggetti contaminati, l’infezione viene debellata solitamente in 7/10 giorni, con ampie variazioni in base a quanto è ampia la zona colpita ed al numero di esemplari presenti.

Sintomi e complicanze

I sintomi e i segni della contaminazione da piattole compaiono a distanza di qualche settimana dall’infezione (o infestazione) e solitamente consistono in:

  • prurito in corrispondenza delle aree infestate dal parassita;
  • infiammazione e irritazione in corrispondenza delle aree infestate, conseguenti al frequente grattamento;
  • lesioni da grattamento: il grattamento frequente può portare a piccole lesioni sanguinanti della pelle;
  • presenza di polvere nera all’interno della biancheria intima;
  • presenza di piccoli puntini neri sulla pelle, che corrisponde alle feci del parassita, sparpagliate sulla pelle;
  • macchie cutanee (spot) di colore blu, nelle zone dove si annidano le piattole: tali segni sono gli esiti delle punture. I punti più interessati sono: l’interno della coscia e la parte più bassa dell’addome;
  • piccole macchie di sangue sulla pelle, subito dopo le punture del parassita;
  • macchie cutanee biancastre o scure/marroni di circa due millimetri, ferme o mobili: corrispondono al parassita vero e proprio. Tali macchie possono avere colore variabile, dal giallo al grigio, passando per il beige, il marrone, il rosso; in alcuni casi possono apparire biancastre, quasi trasparenti e “vetrificate”.

Talvolta, specie nelle fasi iniziali dell’infezione, può capitare che le piattole siano asintomatiche o quasi, nel senso che non comportano la comparsa di alcuna manifestazione evidente, o lo fanno in maniera minima.

Piattole e prurito intenso

Il prurito è l’espressione più caratteristica dell’infestazione da piattole. Interessa le zone contaminate dal parassita e, di solito, è molto intenso. La comparsa del prurito non è quasi mai immediata, ma avviene dopo diverse settimane dalla contaminazione. Diversamente da ciò che si potrebbe pensare, la sensazione pruriginosa non è dovuta alle punture, ma a una reazione allergica alla saliva delle piattole. Il prurito va peggiorando di notte, in quanto è in questo momento della giornata che i pidocchi del pube sono maggiormente attivi. Il prurito può diventare intenso fino a determinare lesioni da grattamento cronico, inoltre si può lievemente attenuare grazie alla detersione della zona interessata, senza però scomparire mai del tutto.

Leggi anche: Scabbia su pelle e cuoio capelluto: sintomi, cause e cure

Piattole: quando andare dal medico?

Se i sopraccitati segni delle piattole sono evidenti, è bene contattare immediatamente il proprio medico di base o un dermatologo.

Le piattole si vedono ad occhio nudo?

Le piattole adulte arrivano a misurare anche 3 millimetri e tendono ad avere colore scuro quindi si, si riescono a vedere facilmente anche ad occhio nudo, anche senza essere medico, specie se sono situati su una pelle chiara e con pochi peli.

Leggi anche: Parassiti e vermi nelle feci: sintomi e come eliminarli con farmaci e rimedi naturali

Diagnosi

Se l’infestazione è sintomatica, diagnosticare le piattole può essere semplice e immediato; viceversa, può divenire problematico quando la contaminazione è asintomatica. Per individuare la presenza dei parassiti e delle loro uova, è richiesto un esame obiettivo. Durante tale esame, il medico utilizza una lente d’ingrandimento per scandagliare tutte le parti del corpo in cui potrebbero risiedere le piattole e/o le loro uova. Le piattole si riconoscono, innanzitutto, per la colorazione, che è giallo-grigiastra o rosso scuro, e secondariamente per i segni delle punture, che possono essere blu (se di qualche giorno) o color sangue (se recenti). Anche le uova si riconoscono per il colore: sono marroni, quando ancora devono schiudersi, e bianche, quando sono schiuse.

Controllo del partner

In presenza di un’infestazione da piattole, per il medico è importante capire le cause d’origine del disturbo, perché, se questo è conseguente a un rapporto sessuale, servono ulteriori esami d’approfondimento finalizzati alla ricerca delle infezioni sessualmente trasmissibili (IST). La presenza di un’IST, in aggiunta ai pidocchi del pube, richiede controllo e terapia adeguati non solo per il paziente, ma anche – se possibile – del partner che, probabilmente, sarà anch’esso infestato.

Continua la lettura con:

Leggi anche:

Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, segui la nostra pagina Facebook o unisciti al nostro gruppo Facebook o ancora seguici su Twitter, su Instagram, su Mastodon, su YouTube, su LinkedIn, su Tumblr e su Pinterest, grazie!

Prurito a scroto, testicoli e ano: cause e rimedi naturali

MEDICINA ONLINE TESTICULAR TESTICOLI PENE PROSTATA SEX SESSO GLANDE SEMEN SPERMA BIANCO GIALLO ROSSO MARRONE LIQUIDO TRASPARENTE EIACULAZIONE EREZIONE IMPOTENZA DISFUNZIONE ERETTILE VIAGIl prurito allo scroto, spesso che si estende in tutto il perineo fino all’ano o alla base del pene, è un sintomo piuttosto comune ed è la principale Continua a leggere

Radicali liberi e invecchiamento: come combatterli con gli antiossidanti

MEDICINA ONLINE OCCHI COSA SONO LE OCCHIAIE PERCHE VENGONO CURO CURA TERAPIA TRATTAMENTO EYES TRUCOS DE BELLEZA BELLEZZA VISO DONNA RIMEDI NATURALI CHIRURGIA MEDICINA ESTETICA PELLE SCURA PANDA OCCHIO NERORughe, pelle rovinata, disturbi di vario genere: la colpa molto stesso è attribuita ai radicali liberi. Non tutti però sanno che cosa sono e perché sono accusati di tanti danni: cerchiamo allora di scoprirne di più, perché conoscerli meglio può aiutarci a combatterli con più convinzione ed efficacia.

Radicali liberi: cosa sono?

I radicali liberi sono una sorta di prodotto di scarto dell’attività del fisico, che si accumula all’interno delle cellule. La loro caratteristica principale sta nella loro struttura chimica: gli atomi di cui sono composti hanno un elettrone in meno negli orbitali più esterni. In pratica, hanno una carica elettrica negativa che non trova la propria controparte positiva e resta quindi “libera”, causando l’instabilità della molecola di cui fa parte. In pratica l’elettrone “spaiato” spinge la molecola a cercare l’equilibrio chimico legandosi ad altri elettroni o ad altre molecole vicine: se un atomo perde un elettrone perché gli è stato “rubato” dal vicino, cercherà a sua volta di riacquistarlo da un altro ancora. Questo genera altri composti instabili in un effetto a catena che può essere interrotto solo dall’azione degli antiossidanti, sostanze in grado di restituire l’elettrone mancante e di riportare l’equilibrio.

Leggi anche:

Da dove arrivano i radicali liberi e come fanno a formarsi?

I fattori che li favoriscono sono numerosi e diversi: tra questi lo stress emotivo e l’affaticamento eccessivo, la cattiva alimentazione, l’inquinamento ambientale, il fumo (anche quello passivo), l’assunzione di alcol, farmaci e droghe, alcune patologie infiammatorie, i raggi ultravioletti. La presenza di radicali liberi è, entro certi limiti, un fatto fisiologico: il nostro fisico li produce come residuo dell’attività respiratoria. La maggior parte dell’ossigeno che viene immesso nell’organismo serve per produrre energia, mentre la piccola quantità residua genera i radicali liberi. In condizioni normali, il fisico li utilizza per una serie di funzioni utili, legate soprattutto al sistema immunitario (ad esempio la distruzione di germi e batteri), mentre la quota in sovrappiù viene neutralizzata dagli antiossidanti. Quando però si verifica un accumulo di radicali liberi, a causa di stress emotivi, cattiva alimentazione o stili di vita scorretti, l’organismo non riesce a ricreare il necessario equilibrio e cominciano i guai.

Quali danni provocano i radicali liberi?

I danni prodotti dai radicali liberi sono a livello cellulare e non sono quindi immediatamente evidenti: il loro lavorio però è inesorabile e danneggia i mitocondri (gli organuli che presiedono la respirazione cellulare) e le membrane, fino a causare la morte della cellula. Particolarmente esposte sono le cellule dell’epidermide, fatto da cui deriva la comparsa di macchie e rughe sulla pelle. Lo stress ossidativo, conseguenza dell’accumulo di radicali liberi, oltre a causare un invecchiamento precoce dei tessuti, è anche responsabile della caduta dei capelli e, con l’andar del tempo e insieme ad altri fattori, anche di numerose patologie infiammatorie, cardiovascolari e degenerative.

Come combattere i radicali liberi?

Innanzi tutto con una vita sana, fatta di alimentazione bilanciata e di attività fisica commisurata alle nostre possibilità. Il corretto allenamento, infatti, contribuisce a ristabilire e a mantenere il giusto equilibrio tra radicali liberi e agenti antiossidanti, ma un’attività fisica troppo intensa causa stress all’organismo, aumenta il consumo di ossigeno e quindi l’accumulo di radicali liberi. Naturalmente occorre bandire il fumo e limitare al massimo il consumo di alcolici e superalcolici, che affaticano il fegato (e liberano altri radicali). Un valido aiuto può venire dall’alimentazione: importante bere molta acqua, inoltre meglio evitare una dieta troppo proteica e ricca di grassi polinsaturi, che affaticano reni e fegato. Sì invece ai cibi ricchi di acidi essenziali (Omerga 3 e Omega 6) come pesce azzurro, salmone, pesce spada, frutta secca (in particolare noci, pistacchi, mandorle), semi e olio di lino, verdure come spinaci, broccoli, lattuga e cavolo verde, soia e uova. E’ anche molto importante l’azione antiossidante delle vitamine, in particolare la A, la C, e la E. I cibi da preferire sono in questo caso la frutta e la verdura in generale, che contribuisce all’azione antiossidante con un buon apporto delle vitamine nominate sopra e di sali minerali, utili per prevenire le carenze di antiossidanti e per un corretto metabolismo. Nella dieta non devono mancare i frutti rossi, come mirtilli e uva nera per il loro apporto di antocianine, ed è ottimo anche il tè verde, ricco di flavonoidi. Tutte queste molecole sono in grado, ciascuna secondo un diverso meccanismo, di contrastare l’azione dei radicali liberi. Infine, in caso di necessità, gli antiossidanti si possono assumere anche sotto forma di integratori.

I migliori prodotti scelti per voi

Qui di seguito vi presentiamo una lista con i migliori prodotti, scelti dal nostro Staff di esperti, per contrastare i radicali liberi ed avere una pelle sempre giovane ed in salute:

Leggi anche:

Lo staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!

Quanto tempo impiegano le unghie di mani e piedi a crescere?

MEDICINA ONLINE UNGHIA UNGHIE SMALTO PRODOTTI MANO PIEDE CRESCITA MATERIALE RICRESCONO ONICOFAGIA MANGIARSI LE UNGHIE ASCIUGARE SMALTI LED NAIL ART PENNELLI FRESA ACETONE MANICURE PEDICURE BELLEZZA INTEGRATORI.jpgIl processo di crescita delle unghie delle mani e dei piedi in medicina prende il nome di onicogenesi ed inizia fin da prima della nostra nascita, più precisamente da quando eravamo un embrione di 10 settimane. Da quel momento in poi il processo di crescita delle unghie dura praticamente tutta la vita anche se la velocità di crescita varia in base a fattori individuali – come la presenza di eventuali patologie ed il tipo di alimentazione – ma soprattutto a seconda dell’età, essendo massima nella prima infanzia e diminuendo progressivamente negli anni.

Ritmo di crescita delle unghie delle mani in base all’età

Le unghie delle mani crescono con ritmo diverso in base all’età; le velocità di crescita in una persona sana, è:

  • prima infanzia: circa 4,5 millimetri al mese;
  • pubertà: circa 4 millimetri al mese;
  • giovane adulto: 3,5 millimetri al mese;
  • età adulta: 3 millimetri al mese;
  • terza età: 1,8 millimetri al mese.

Un’unghia umana di mano, di una persona adulta ed in buona salute, cresce in media 3 millimetri al mese, che corrispondono a:

  • 0,1 millimetri al giorno;
  • 0,7 mm alla settimana;
  • 365 millimetri (equivalenti a 3,65 centimetri) all’anno.

In media quindi un’unghia della mano si rinnova totalmente in un periodo che oscilla tra 4 e 6 mesi circa, con tempi che si accorciano nel caso dell’unghia del mignolo e si allungano nel caso dell’unghia del pollice.

Leggi anche: A che velocità crescono i capelli?

Ritmo di crescita delle unghie dei piedi in base all’età

Le unghie deli piedi, come quelle delle mani, crescono con ritmo diverso in base all’età:

  • prima infanzia: circa 1,5 millimetri al mese;
  • pubertà: circa 1,3 millimetri al mese;
  • giovane adulto: 1,1 millimetri al mese;
  • età adulta: 1 millimetro al mese;
  • terza età: 0,6 millimetri al mese.

Un’unghia umana di piede, di una persona adulta ed in buona salute, cresce in media 1 millimetro al mese, che circa corrispondono a:

  • 0,1 millimetri ogni 3 giorni;
  • 0,2 mm alla settimana;
  • 121 millimetri (equivalenti a 1,21 centimetri) all’anno.

Da quanto visto appare chiaro che le unghie dei piedi crescono più lentamente delle unghie delle mani: il loro tempo di crescita è di circa un terzo di quello delle mani. In media quindi un’unghia del piede si rinnova totalmente in un periodo che oscilla tra 12 e 18 mesi circa, con tempi che si accorciano nel caso dell’unghia del minolo (il mignolo del piede) e si allungano nel caso dell’unghia dell’alluce (il pollice del piede).

Leggi anche: Le tue unghie sono fragili? Rinforzale e falle crescere più velocemente con gli integratori giusti

Fattori che influenzano la velocità di ricrescita

Oltre all’età, esistono svariati fattori che influenzano l’onicogenesi, specie in modo negativo. Esempi di patologie e condizioni che rallentano la crescita delle unghie delle mani e dei piedi sono, ad esempio:

  • traumi ripetuti;
  • onicofagia cronica (mangiarsi le unghie);
  • infezioni;
  • carenze nutrizionali (vitamine e sali minerali);
  • fattori di origine congenita/ereditaria.

Leggi anche: L’alimentazione per avere unghie più forti e più belle: mai più unghie spezzate o che si sfaldano

I migliori prodotti per la cura delle unghie

Qui di seguito trovate una lista di prodotti di varie marche per la cura ed il benessere di mani e piedi, in grado di migliorare forza, salute e bellezza delle tue unghie e della tua pelle:

Leggi anche:

Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, segui la nostra pagina Facebook o unisciti al nostro gruppo Facebook o ancora seguici su Twitter, su Instagram, su Mastodon, su YouTube, su LinkedIn, su Tumblr e su Pinterest, grazie!

Onicofagia grave e gravissima: cause, conseguenze, rimedi e psicologia del mangiarsi le unghie

MEDICINA ONLINE ONICOFAGIA SIGNIFICATO GRAVE GRAVISSIMA MANGIARSI LE UNGHIE MANO MANI UNGHIA PIEDE PIEDI TAGLIARE CORTE MANICURE PEDICURE SMALTO INFEZIONEL’onicofagia è un disturbo compulsivo che porta il paziente a mangiare le proprie unghie e, nei casi più gravi, anche le pellicine e le cuticole circostanti, con conseguenze nocive sia a livello fisico che psicologico. Questa malsana abitudine di rosicchiare le estremità delle dita si manifesta soprattutto in periodi di nervosismo, noia e stress, e può rappresentare semplicemente un sintomo di ansia, ma anche di disagio profondo.

L’onicofago (cioè individuo affetto da onicofagia) adotta un comportamento compulsivo e ripetitivo nel mordere le cuticole e i tessuti intorno alla lamina ungueale: si tratta di un’attività inconscia compiuta dal soggetto, il quale, per la maggior parte del tempo, non si rende conto di quando le mani sono portate alla bocca e i denti cominciano a rosicchiare le unghie. La maggior parte delle persone trova in questa abitudine l’unico modo per calmare sé stessi. L’onicofagia è considerata un “disturbo del controllo degli impulsi” ed è solitamente classificata tra i disturbi comportamentali e delle emozioni che si presentano durante l’infanzia e l’adolescenza; se trascurata, l’onicofagia può protrarsi fino all’età adulta. Secondo la teoria freudiana, l’abitudine di mangiare le unghie è un sintomo di fissazione orale, in quanto si manifesta prevalentemente con un’ossessiva stimolazione della zona. Inoltre, portare qualcosa alla bocca richiama, a livello metaforico, l’esperienza del seno materno e l’onicofagia è utilizzata per ottenere lo stesso effetto calmante.

Leggi anche:

Cause del mangiarsi le unghie

All’origine del vizio di mangiarsi le unghie, spesso vi è una causa di natura psicologica: un ambiente familiare disturbato da litigi e incomprensioni, le aspettative eccessive dei genitori, la difficoltà a gestire la propria ansia ecc. L’onicofagia consente di contenere le reazioni a contrasti interpersonali e ai disagi soggettivi; tende a scomparire volontariamente quando viene meno la causa del malessere, tuttavia può riproporsi in successive situazioni di stress o ansia. Sebbene sembri un’abitudine innocua, l’onicofagia costituisce un atteggiamento tendenzialmente autolesionistico e per questo motivo, nei casi più gravi, è necessario l’aiuto di uno psicoterapeuta per individuare le cause che hanno indotto il disturbo. Qualora non si resistesse all’impulso di mangiarsi le unghie, è meglio capire cosa si nasconde dietro a questa abitudine e adottare repentinamente alcuni rimedi, per evitare conseguenze sulla salute.

Che cosa sono i “disturbi del controllo degli impulsi”?

I “disturbi del controllo degli impulsi” sono condizioni psichiche caratterizzate dall’incapacità di resistere alla tentazione incontrollabile di compiere un’azione o un gesto, di solito preceduta da un sentimento di progressiva tensione, agitazione ed eccitazione poco prima di mettere in atto l’impulso a livello comportamentale. Nel momento successivo all’azione impulsiva, il soggetto sperimenta piacere, sollievo, altre volte senso di colpa. Eventi e circostanze stressanti spesso possono aumentare la messa in atto di un’azione impulsiva potenzialmente dannosa (per sé o per gli altri). Tra i “disturbi del controllo degli impulsi” sono compresi: onicofagia, cleptomania, piromania e tricotillomania.

Chi è l’onicofago “tipo”

L’abitudine di mangiarsi le unghie colpisce bambini e adulti di ogni età.
Il disturbo è rilevabile nel 30% dei bambini tra i 7-10 anni e nel 45% degli adolescenti (da qui il titolo dell’articolo). La maggior parte delle persone smette di mangiarsi le unghie spontaneamente all’età di trent’anni, altri continuano anche successivamente, alcuni non abbandoneranno mai questa pratica. In genere, l’onicofagia non è limitata selettivamente ad una particolare unghia, ma è rivolta a tutte le dita delle mani, che sono morse allo stesso modo, risultando circa della medesima lunghezza. La diagnosi può essere ritardata, poiché i pazienti tendono a negare o a ignorare le conseguenze del disturbo.

In che cosa consiste l’onicofagia?

Si può considerare il fenomeno come un processo nel quale è possibile individuare due azioni ben distinte:

1) La fase preliminare che precede l’onicofagia vera e propria consiste nella dettagliata ispezione (visiva o attraverso il tatto) delle unghie e dei tessuti morbidi che le circondano, allo scopo di ricercare i possibili difetti da eliminare. Ogni irregolarità induce il soggetto a stuzzicare e mordicchiare l’area fino a rendere la pelle regolare: non è raro notare nelle persone con onicofagia l’abitudine di passare i polpastrelli sull’estremità delle dita.

2) La fase successiva coincide con il mordere ciò che si trova all’estremità delle dita: lamine delle unghie, cuticole, perionichio (pelle che circonda l’unghia a livello prossimale e laterale), iponchio (porzione di pelle sotto la lamina).

Leggi anche:

Quali sono le principali cause dell’onicofagia?

Conoscere le cause che scatenano questa cattiva abitudine è un aspetto fondamentale per superare il disturbo. I fattori principali che promuovono l’insorgenza dell’onicofagia sono di origine ambientale e/o biologica. Le motivazioni ricorrenti sono le seguenti:
 

  • Situazioni di stress e di ansia. In genere, si associa un soggetto onicofagico ad una persona in preda alla preoccupazione e al nervosismo, che scarica la tensione mordendosi le unghie. L’onicofagia, in questi casi, dà un senso di sollievo e di piacere momentanei, in quanto contribuisce a sfogare la carica emotiva.
    Durante l’infanzia, quest’abitudine insorge quando sussistono episodi di incomprensioni, eccessive aspettative o esiste il timore di perdere l’attenzione dei genitori. Il problema può anche essere determinato dalla ripetizione del gesto di portare le mani alla bocca, come avviene per la suzione del pollice.
  • Atteggiamenti autolesionistici. Alcuni studiosi individuano nell’onicofagia un’espressione di aggressività: molti soggetti timidi e remissivi esprimono la loro rabbia rivolgendola verso se stessi piuttosto che all’esterno. Inoltre, rosicchiare le unghie rappresenta un’espressione di tensione aggressiva, come mordere una matita o masticare continuamente un chewing gum, tutti atteggiamenti che possono scomparire se si riesce ad eliminare il disagio che li ha provocati.
  • Imitazione di altri membri della famiglia. Talvolta, i bambini imparano rosicchiare le unghie senza alcuna motivazione psicologica più profonda, imitando semplicemente i genitori.
  • Noia. La noia non determina certamente l’esordio del disturbo, ma per il soggetto che possiede tale abitudine può essere estremamente difficile controllare lo stimolo a mangiarsi le unghie anche nei momenti d’inattività. All’opposto della comune opinione, che vuole il mangiarsi le unghie come manifestazione tipica nei momenti di tensione estrema, è possibile osservare che l’onicofagia si presenta specialmente nei momenti di non azione delle mani: mentre si guarda la televisione, in treno o in macchina, durante eventi lunghi e noiosi, mentre si rimane in attesa al telefono… Spesso, è difficile cercare la vera ragione del proprio vizio, in quanto, a volte, la causa risale all’infanzia e l’onicofagia è semplicemente il risultato di una pessima abitudine protratta nel tempo.

Quali possono essere le conseguenze dell’onicofagia sulla salute?

L’onicofagia può causare dolore, sanguinamento e arrossamento del letto ungueale, oltre a indurre il danneggiamento dell’eponichio, la porzione di pelle posta alla base e ai lati dell’unghia (cuticola).
Quando le cuticole sono rimosse in modo improprio, possono rendere suscettibili ad infezioni batteriche o virali (esempio: onicomicosi, paronchia, patereccio ecc.). Inoltre, chi pratica l’onicofagia rischia di trasportare nella bocca i microrganismi che si depositano sotto le unghie. Un esempio d’infezione del tessuto periungueale è la paronichia, un tipo di patereccio superficiale, localizzato vicino a un’unghia, dovuto alla penetrazione di germi piogeni attraverso piccole lesioni. Anche la saliva può avere un ruolo nell’arrossamento e nell’infezione dell’area. L’onicofagia è correlata anche alla patologia dentale e può portare a lesioni gengivali, usura degli incisivi, riassorbimento radicolare apicale e malocclusione dei denti anteriori, oltre a facilitare la diffusione d’infezioni alla bocca (esempio: ossiuri o batteri dalla regione dell’ano). Al contrario, l’onicofagia praticata durante un’infezione da Herpes simplex virus (labiale) è in grado di sviluppare il giradito erpetico sulla falange del dito morso. Ultimo danno ai denti, non trascurabile, che può conseguire dall’abitudine di mangiarsi le unghie è la carie, poiché viene intaccata la sostanza adamantina. L’ingestione dei residui ungueali può provocare anche problemi allo stomaco.
Infine, la persistenza negli anni del disturbo può interferire con la normale crescita delle unghie e può comportare gravi deformazioni delle dita.
Dal punto di vista sociale, vedere una mano con le unghie consumate, può far pensare ad una persona timida, con scarsa autostima, che trova nella pratica del vizio un modo di gestire la rabbia. In altri casi, l’onicofagia serve a controllare stati di ansia o di forte noia.

Leggi anche:

Disturbi correlati all’onicofagia

L’onicofagia è correlata ad altri disturbi comportamentali ripetitivi:

1) Dermatillomania: disordine del controllo degli impulsi che induce il paziente a stuzzicarsi, strofinarsi, graffiarsi o incidersi la pelle del viso o del corpo, spesso nel tentativo di eliminare piccole irregolarità o imperfezioni cutanee reali o immaginarie (nota anche con il termine di “compulsive skin-picking”).

2) Dermatofagia: disturbo in cui un malato morde compulsivamente la sua pelle, di solito intorno alle unghie, con conseguente sanguinamento e decolorazione, dopo tempo prolungato.

3) Tricotillomania (o tricomania): abitudine, spesso accompagnata dall’urgenza, di tirarsi (e in alcuni casi, mangiare) le ciocche di capelli, ma nei casi più gravi anche ciglia, sopracciglia, peli della barba, peli pubici e altri peli del corpo.

Quali sono i rimedi disponibili per smettere di mangiarsi le unghie?

Diverse sono le misure di trattamento che possono aiutare a smettere di mangiarsi le unghie. Alcune persone possono risolvere il disturbo spontaneamente, per la paura di sviluppare infezioni o per la volontà di avere un aspetto più curato, mentre altri soggetti si concentrano sul cambiamento dei comportamenti. Come regola, nessun trattamento è necessario per i casi lievi di onicofagia.
Per le situazioni più gravi, il trattamento deve comportare la rimozione dei fattori emotivi che inducono l’abitudine (eccitazione, iperstimolazione, infelicità, ozio…).
Il trattamento più comune, economico e ampiamente disponibile, prevede l’applicazione di uno smalto di sapore amaro, che scoraggia l’abitudine di mangiarsi le unghie. Normalmente viene utilizzato un composto chimico denominato denatonio benzoato. Il gusto sgradevole ricorderà di fermarsi ogni volta che si portano le mani alla bocca.

Una varietà di opzioni comprende:

  • l’uso di un bendaggio occlusivo sulla punta delle dita;
  • portare dei guanti;
  • nel caso di un bambino, indossare un pigiama integrale che copra anche le unghie dei piedi;
  • mantenere le unghie tagliate in modo tale che gli angoli che sporgono o le cuticole non rappresentino una tentazione.

La cosmesi (trattamento di ricostruzione delle unghie) può aiutare a superare gli effetti sociali dell’onicofagia. Prendersi cura delle mani può aiutare a ridurre l’onicofagia e incoraggia a mantenere questa parte del corpo attraente: è possibile utilizzare smalti o sottoporsi a regolari manicure. Gli uomini possono indossare uno smalto chiaro. Anche applicare unghie artificiali può limitare il disturbo, oltre a proteggere la crescita di quelle naturali. Iniziare a praticare una costante attività sportiva può contribuire a scaricare rabbia e tensione, così come provare le tecniche di gestione dello stress.
Una valida alternativa per risolvere il problema dell’onicofagia consiste nel chiedere al paziente di masticare un chewingum senza zucchero oppure un bastoncino di liquirizia quando sente la necessità di mordere le unghie, oppure si trova in una condizione di particolare tensione. Questo rimedio consente di tenere la bocca occupata e rende l’abitudine difficile da praticare.

Terapia comportamentale

La terapia comportamentale è utile quando le misure più semplici non sono efficaci: l’obiettivo è di risolvere l’onicofagia ed eventualmente individuare un comportamento alternativo (ad esempio: ponendosi lo scopo di rendere nuovamente presentabili le proprie mani). Anche la terapia del controllo degli stimoli può rivelarsi utile per identificare e per controllare lo stimolo che scatena l’impulso di mangiarsi le unghie.

Terapia farmacologica

I trattamenti locali, come ad esempio l’applicazione sulle unghie di sostanze amare, possono avere un’efficacia variabile. L’onicofagia dimostra una risposta positiva alla terapia a base di farmaci antidepressivi, prescritti anche nella cura della tricotillomania e del disturbo ossessivo-compulsivo (OCD).
Un’altra opzione richiede l’uso della vitamina B inositolo, che riduce l’impulso di mordere le unghie e agisce sull’attività della serotonina, ormone che controlla umore e aggressività.

I migliori prodotti per la cura delle unghie

Qui di seguito trovate una lista di prodotti di varie marche per la cura ed il benessere di mani e piedi, in grado di migliorare forza, salute e bellezza delle tue unghie e della tua pelle. Noi NON sponsorizziamo né siamo legati ad alcuna azienda produttrice: per ogni tipologia di prodotto, il nostro Staff seleziona solo il prodotto migliore, a prescindere dalla marca. Ogni prodotto viene inoltre periodicamente aggiornato ed è caratterizzato dal miglior rapporto qualità prezzo e dalla maggior efficacia possibile, oltre ad essere stato selezionato e testato ripetutamente dal nostro Staff di esperte:

Leggi anche:

Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o unisciti al nostro gruppo Facebook o ancora seguici su Twitter, su Instagram, su Mastodon, su YouTube, su LinkedIn, su Tumblr e su Pinterest, grazie!

Ogni quanto fare l’esfoliazione di viso e corpo con lo scrub?

MEDICINA ONLINE SCRUB VISO CORPO FREQUENZA LAVARE LAVAGGIO PELLE DERMA VISO SKIN BAGNO FACCIA DONNA COSMETICI BICARBONATO ACQUA SAPONE DETERGENTE WOMAN YOUNG GIRL  EXFOLIATING HER FACE BODY.jpgLo scrub è un trattamento di bellezza davvero facile da fare e realizzare ed è molto amato da tutte le donne perché il suo scopo è quello di eliminare le cellule morte dalla pelle che tendono a rendere più spento e grigio l’incarnato.

Gli obiettivi principali dello scrub, sono:

  • eliminare lo strato superficiale della pelle, composto da cellule morte
  • eliminare eventuali impurità, come polvere o eccesso di sebo che si sono accumulati
  • evitare la formazione dei peli incarniti
  • stimolare la microcircolazione sanguigna e linfatica
  • contrastare l’invecchiamento cutaneo stimolando la rigenerazione di cellule nuove.

Lo scrub è un’arma di bellezza eccezionale, ma non bisogna abusarne: una esfoliazione troppo frequente non è mai un bene per la vostra pelle! Quindi, quanto tempo far passare tra un trattamento ed il successivo?

Scrub viso: ogni quanto farlo?

La frequenza dello scrub viso dipende da molti fattori, come:

  • tipologia di pelle (normale, grassa…);
  • tipologia di scrub (chimici, enzimatici, naturali, meccanici…);
  • modalità di esecuzione dello scrub (tipologia di massaggi e forza con il quale viene applicato);
  • presenza di eventuali patologie della pelle (acne, dermatiti…).

Con la maggioranza degli scrub attualmente in commercio, in caso di:

  • pelle normale: eseguire lo scrub 1 volta alla settimana;
  • pelle grassa/impura: eseguire lo scrub 2 volte a settimana, con ogni scrub eseguito ad almeno 3 giorni di distanza dal successivo (ad esempio il lunedì ed il giovedì);
  • pelle delicata/sensibile: eseguire lo scrub una volta ogni 10 giorni o, in caso di pelle particolarmente sensibile, anche una volta ogni 2 settimane, scegliendo prodotti adatti al vostro tipo di pelle;
  • pelle con patologie: non eseguire scrub prima di aver avuto il parere di un dermatologo, dopo visita “dal vivo”.

In caso di dubbio sul vostro tipo di pelle (grassa, normale, sensibile…) effettuare lo scrub una volta a settimana rappresenta sicuramente la scelta migliore, avendo cura di aumentare la frequenza tra uno scrub ed il successivo nel caso in cui il trattamento risulti troppo “invasivo”.

Scrub corpo: ogni quanto farlo?

Il momento migliore per applicare uno scrub al corpo è quello del bagno o della doccia: la pelle umida infatti rende lo scrub meno aggressivo che non su una pelle completamente asciutta. Dopo la normale pulizia con un sapone possibilmente a pH neutro, si può passare lo scrub con un guanto di crine, mediante dei movimenti decisi e circolari. La frequenza che raccomandiamo per la maggioranza dei pazienti è 2 volte al mese (in pratica alternando una settimana si ed una no) e comunque evitando sempre un intervallo minore di una settimana tra uno scrub corpo ed il successivo.

Leggi anche:

Lo staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!