Morto Fabrizio Frizzi: ecco le cause del decesso

MEDICINA ONLINE FABRIZIO FRIZZI MORTO PERCHE CAUSE DECESSO EMORRAGIA CEREBRALE ISCHEMIA ICTUS DIFFERENZE CAUSA SANGUE SANT'ANDREA ROMA OSPEDALE TV TELEVISIONE EREDITA SCOMMETTIAMO CHE MISS ITALIA.jpgIl celebre conduttore Fabrizio Frizzi, 60 anni compiuti lo scorso 5 febbraio, è morto nella notte tra il 25 ed il 26 marzo all’ospedale Sant’Andrea di Roma. A dare l’annuncio è la sua famiglia in una nota: “Grazie Fabrizio per tutto l’amore che ci hai donato”. Il 23 ottobre dello scorso anno Fabrizio Frizzi era stato colto da una Continua a leggere

Astori, l’autopsia: “Morto per bradiaritmia, cuore rallentato fino a fermarsi”

MEDICINA DAVIDE ASTORI CALCIATORE MORTE CAPITANO DIFENSORE FIORENTINA ROMA CAGLIARI UDINE ALBERGO CUORE BRADIARITMIA RISULTATO AUTOPSIA IMPROVVISA ANEURISMA CAUSE DELLA MORTE SINTOMI EDEMA POLMONARE ARRESTO CARDIACO INFARTO.jpg“In base alle evidenze dell’esame autoptico effettuato in data 6 marzo 2018 sul cadavere di Astori Davide Giacomo, in riferimento alla causa di morte, la si può indicare come causa di morte cardiaca, senza evidenze macroscopiche, verosimilmente su base bradiaritmica, con spiccata Continua a leggere

Il tacchino induttivista di Bertrand Russell e il metodo scientifico

MEDICINA ONLINE TACCHINO RINGRAZIAMENTO RUSSEL INDUTTIVISTA NATURA ANIMALI UCCELLI.jpgBertrand Arthur William Russell (nato a Trellech il 18 maggio 1872 e deceduto ad 87 anni a Penrhyndeudraeth, il 2 febbraio 1970) è stato un filosofo, logico, matematico ed attivista gallese; famoso ed autorevole esponente del Continua a leggere

Wilm Hosenfeld, il nazista che salvò gli ebrei

MEDICINA ONLINE SECONDA GUERRA MONDIALE OLOCAUSTO NAZISTI GIORNATA DELLA MEMORIA Wilm Hosenfeld UFFICIALE CAPITANO Władysław Szpilman IL PIANISTA PIANIST Roman Polanski.jpgWilm Hosenfeld era un capitano delle forze armate tedesche durante la seconda guerra mondiale. Il suo compito era scovare ed uccidere gli ebrei, come i suoi compagni d’armi, ma per lui questa era solo un’apparenza.

Un insegnante delle elementari

Hosenfeld, che aveva già fatto la Prima Guerra Mondiale, era nella vita civile un insegnante delle elementari considerato da tutti generoso, gentile, tenero coi suoi alunni, affettuoso e materno con i bambini in difficoltà. All’inizio della Seconda Guerra Mondiale, di nascosto dagli stessi membri dell’esercito tedesco, compì atti di reale eroismo. In Polonia si sa che salvò un ragazzino dalla fucilazione certa, rischiando la fucilazione a sua volta nel farlo; poi salvò la vita ad un giovane ebreo, Leon Warm, fuggito dal treno dei deportati, assumendolo sotto falso nome al proprio servizio. Era anche noto tra i civili di come lui avesse anche comperato di propria tasca scarpe e cibo per i bambini polacchi. All’inizio dell’occupazione tedesca, Hosenfeld, pregato dalla moglie di Stanislaw Cieciora, soldato polacco fatto prigioniero, lo aveva fatto liberare in segreto ed era diventato amico di questa famiglia, che frequentò a lungo. Salvò anche un prete loro parente, impegnato nella resistenza polacca, e così un loro conoscente, il signor Koschel. E tutto questo lo fece mettendo più volte a rischio la sua stessa vita ed in modo disinteressato.

La cattura e la morte

Catturato il 17 gennaio 1945 dai soldati sovietici a Błonie, non lontano da Varsavia, Hosenfeld fu condannato a 25 anni di lavori forzati per crimini di guerra semplicemente sulla base della sua unità militare d’appartenenza. Nonostante vari ebrei polacchi firmassero petizioni in suo favore, i sovietici continuarono a ritenerlo responsabile di crimini di guerra. Morì il mattino del 13 agosto 1952 per rottura dell’aorta toracica mentre era sottoposto a tortura in un campo di lavoro presso Stalingrado. Durante la prigionia russa, Hosenfeld prima di morire scrisse alla moglie un elenco di ebrei e di polacchi da lui salvati; il quarto nome era quello di un certo Władysław Szpilman.

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Władysław Szpilman

Szpilman non era una “persona qualunque”: all’epoca era un pianista polacco famosissimo per la sua enorme capacità tecnica con lo strumento e per le sue doti interpretative. Quando scoppiò la Seconda Guerra Mondiale la sua carriera si interruppe e dovette nascondersi a lungo dai nazisti, spostandosi in vari rifugi fino al giorno in cui venne trovato dal capitano Hosenfeld che a quel punto avrebbe dovuto catturarlo e farlo fucilare, ma così non andò. Il capitano non solo gli salvò la vita, ma insegnò anzi a Szpilman come meglio nascondersi, gli portò cibo, coperte e vestiti. Gli raccontò di come si vergognava di essere tedesco. Szpilman lo definì in seguito testualmente “l’unico essere umano con indosso l’uniforme tedesca che io abbia mai conosciuto”.  La storia del grande pianista polacco è stata raccontata dal commovente film del 2002 “Il pianistadi Roman Polanski con Adrien Brody, in cui alla fine si fa anche menzione proprio del capitano tedesco Hosenfeld.

Il tentativo di aiuto

Alla fine della guerra Szpilman tentò, nel 1950, di aiutare Hosenfeld, quando seppe che si trovava prigioniero dei sovietici. Si umiliò ad elemosinare l’intervento di Jakob Berman, potente e odiato capo della polizia comunista polacca, al quale raccontò come il capitano tedesco aveva salvato la vita di moltissime persone. Berman effettivamente si attivò, ma gli dovette rispondere che i sovietici non volevano liberarlo e l’eroico capitano morì in carcere. Nel 1995 il nome di Wilm Hosenfeld non compariva ancora nel Viale dei Giusti, a Gerusalemme. Wolf Biermann, cantautore e poeta tedesco, augurò pubblicamente che a piantarlo fosse proprio Władysław Szpilman, il quale però morì nel 2001, all’età di novant’anni, senza averlo piantato. Il figlio di Szpilman, Andrzej, ha successivamente chiesto a lungo che lo Yad Vashem annoverasse Hosenfeld come Giusto tra le nazioni, cosa poi avvenuta nel dicembre del 2008.

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Il diario di Hosenfeld

Durante la sua prigionia il capitano Hosenfeld scrisse una serie di memorie, in parte citate anche nel romanzo autobiografico “Il pianista” (Śmierć miasta) di Władysław Szpilman stesso (da cui è tratto anche il film di Polanski). Alcune frasi tratte dalle memorie di Hosenfeld sono decisamente dure con sé stesso e con l’intera Germania:

“Ora noi abbiamo sulla coscienza sanguinosi crimini a causa delle orribili ingiustizie commesse nell’assassinare i cittadini ebrei” […] “Come siamo codardi a pensare innanzitutto a noi stessi e a permettere che ciò accada. Dovremmo essere puniti per questo” […] “Noi permettiamo che vengano commessi simili crimini, rendendocene complici” […] “Il nazismo è un’onta che non potrà mai essere cancellata, è una maledizione dalla quale non ci libereremo mai. Non meritiamo alcuna pietà. Siamo tutti colpevoli. Provo vergogna ad andare in città. Qualsiasi polacco ha il diritto di sputarci addosso. Ogni giorno che passa mi sento peggio” […] “Perché Dio non interviene?” […] “Quando i nazisti sono saliti al potere non abbiamo fatto nulla per fermarli. Abbiamo tradito i nostri ideali e ora noi tutti dobbiamo accettarne le conseguenze”.

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Diversa ma non inferiore: l’incredibile storia di Temple Grandin

MEDICINA ONLINE Mary Temple Grandin (born August 29, 1947) is an American professor of animal science at Colorado State University Temple Grandin is a 2010 movie biopic directed by Mick Jackson and starring Claire Danes.jpgMary Temple Grandin, o semplicemente Temple Grandin, nacque a Boston, il 29 agosto 1947 in un periodo in cui l’autismo era una patologia ancora ben poco conosciuta, dal punto di vista medico.  Essendole stato diagnosticato un danno cerebrale all’età di due anni, fu ospitata in una scuola materna strutturata per tali casi, dove a suo dire fu seguita da buoni insegnanti. Parecchi anni più tardi fu accertata come autistica (formalmente la diagnosi era di Sindrome di Asperger, versione meno grave dello spettro autistico).

Il successo negli studi

Nonostante le enormi difficoltà ad integrarsi con gli altri per via dei suoi comportamenti ritenuti bizzarri dai compagni, che non perdevano occasione per prenderla in giro, Temple negli anni riuscì ad ottenere grandi risultati negli studi, anche grazie alla sua geniale capacità di memorizzare ed elaborare le informazioni visive. Conseguì una laurea di primo livello in psicologia al Franklin Pierce College (1970), successivamente si laureò in zoologia all’Università Statale dell’Arizona nel 1975, e completò poi il dottorato di ricerca in zoologia presso l’Università dell’Illinois nel 1989. Grandin iniziò ad essere conosciuta dopo che il grande neurologo scrittore Oliver Sacks (l’autore del famosissimo “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”) la descrisse nel suo racconto Un antropologo su Marte, il cui titolo riprende la definizione della stessa Grandin circa il suo modo di sentire le persone neurotipiche. Il libro di Sacks lo potete trovare qui: http://amzn.to/2mBwUsj
Diventando sempre più famosa negli anni, Grandin è stata ospite dei più importanti programmi televisivi nazionali ed ha scritto articoli per riviste come Time, People, e Forbes, e quotidiani come il New York Times, oltre ad articoli tecnici su riviste specializzate nell’allevamento di bestiame, specie sul comportamento dei vitelli. Attualmente è una professoressa associata di zoologia della Colorado State University ed è molto nota anche per la sua attività di progettista di attrezzature per il bestiame.

Il mondo di Temple

La Grandin ha più volte raccontato alla stampa di essere ipersensibile ai rumori e ad altri stimoli sensoriali e di provare il bisogno di trasformare ogni cosa in immagini visive. Secondo Temple il suo successo nel lavoro di progettista dipende proprio dalla sua condizione di autistica. È a partire da tale condizione infatti che riesce a soffermarsi su dettagli minutissimi ed è in grado di utilizzare la memoria visuale come fosse un supporto audiovisivo, sperimentando mentalmente le diverse soluzioni da adottare. In tal modo riesce a prevedere anche le sensazione che proveranno gli animali sui quali verrà utilizzata l’attrezzatura.

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L’impegno sociale

Grazie alla popolarità che il suo caso ha destato prima negli USA e successivamente in tutto il mondo, la Temple ha contribuito ad accendere i riflettori su alcune patologie precedentemente messe in secondo piano dalla comunità scientifica, dando una speranza ai milioni di bambini autistici o con Sindrome di Asperger. Sulla base della sua personale esperienza ha invocato l’intervento ed il supporto di insegnamenti che possano risolvere le problematiche dei bambini autistici, combattendo comportamenti inadatti per altri più adeguati. Il suo merito principale è stato quello di presentare il punto di vista delle persone autistiche, contribuendo in tal modo all’affinamento di metodologie di intervento più adatte a supportare le persone colpite da questa sindrome. Grandin è inoltre un’importante attivista sia del movimento in tutela dei diritti degli animali che del movimento dei diritti delle persone autistiche dai quali a sua volta è frequentemente citata.

La macchina degli abbracci

Tuttora la Grandin assume antidepressivi e utilizza una speciale apparecchiatura (hug machine) da lei ideata all’età di 18 anni: si tratta della cosiddetta “macchina degli abbracci” che l’ha resa famosa. L’idea le venne osservando l’effetto calmante, sugli animali in procinto di essere visitati o vaccinati dal veterinario, di un’arla di travaglio, nel quale l’animale non riusciva a girarsi, sperimentò uno strumento analogo sui bambini autistici, scoprendo che, in quella condizione, il bambino si lasciava abbracciare: per questo la chiamò la macchina degli abbracci. La storia di questa donna fuori dall’ordinario è narrata nel film del 2010 “Temple Grandin – Una donna straordinaria” diretto da Mick Jackson, in cui Temple è interpretata dall’attrice Claire Danes, da cui è tratta la famosa frase “diversa, ma non inferiore“. Se la storia che vi ho raccontato vi ha emozionati, non rimarrete delusi da questo bellissimo film.

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Christopher Reeve, l’incidente e quelle dita che si muovevano

MEDICINA ONLINE SUPERMAN DC MARVEL EROE HERO SUPEREROE SUPERHERO INCIDENTE CAVALLO HORSE Christopher D'Olier Reeve WALLPAPER ACTOR ATTORE STORIA VERTEBRE TETRAPLEGIA PARALISI CINEMA FILM MOVIE.jpgChristopher D’Olier Reeve, più conosciuto come Christopher Reeve o ancor più conosciuto come… Superman. Reeve è infatti famoso per aver interpretato nel corso degli anni ottanta il personaggio di Superman, eroe dei fumetti e icona della cultura pop statunitense, in ben quattro film a partire dal primo del 1978, diretto da Richard Donner e interpretato anche da Marlon Brando e Gene Hackman: film considerato un vero e proprio cult dagli appassionati di fantascienza di tutto il mondo.

L’incidente a cavallo

Nato a New York il 25 settembre 1952, l’uomo d’acciaio sembrava destinato ad una carriera sfavillante nel mondo del cinema, anche grazie alla bellezza del suo fisico che si innalzava a ben 193 cm di altezza per un peso di quasi 100 kg di muscoli ben allenati. Poi la tragedia: a 42 anni, il 27 maggio 1995, cadde da cavallo nel corso di una gara equestre a Charlottesville, nel parco Commonwealth a Culpeper, in Virginia. Christopher Reeve riportò lo spostamento traumatico di due vertebre cervicali, con seguente interessamento e lesione del midollo spinale: un trauma che quasi sempre conduce al decesso del paziente, ma non di Christopher. Come conseguenza del trauma subìto, Reeve restò vivo, ma riportò una paralisi permanente dal collo in giù (tetraplegia), perdendo l’uso di tutti gli arti ed anche la capacità di respirare autonomamente.

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Lo sconforto

Christopher Reeve subito dopo l’incidente lottò tra la vita e la morte, ma, quando si stabilizzò e tornò cosciente, presa coscienza dell’immobilità e dell’impossibilità totale di recupero funzionale, il suo primo desiderio fu di suicidarsi. All’ospedale, per aiutarlo emotivamente, si recò l’amico Robin Williams travestito da chirurgo, per farlo tornare a sorridere e fargli riacquistare la voglia di vivere, ma Reeve era sempre più depresso ed intenzionato all’eutanasia: proprio lui, così atletico ed appassionato di sport, emblema dell’uomo d’acciaio, era costretto per sempre all’immobilità. Fu la moglie di Reeve a salvargli la vita. Dana Morosini Reeve gli chiese infatti di fare con lei un patto per amore suo e dei loro figli: darle due anni di tempo durante i quali lei avrebbe fatto qualsiasi cosa per rendergli la vita il più possibile confortevole e vivibile e – solo al termine dei due anni – decidere se optare o meno l’eutanasia. Christopher accettò e tutti sappiamo che, alla fine di quel patto, decise che la sua esistenza poteva e doveva avere un senso: sentiva forte il dovere di donare motivazione a chi era nelle stesse sue condizioni e di aiutare e spingere la ricerca scientifica nella giusta direzione.

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La fondazione Christopher Reeve

Quanto accadde in seguito è di pubblico dominio per la risonanza internazionale delle straordinarie iniziative per la ricerca, l’assistenza ed i sussidi alle persone con infermità neurologiche da parte della Christopher Reeve Paralysis Foundation (CRPF), del Christopher and Dana Reeve Paralysis Resource Center e della National Organization on Disability, di cui l’ex-attore divenne vice-presidente. Trovata una ragione di vita nell’impegno civile a favore dei disabili e nel sostegno economico al progresso scientifico, l’ex-superman cinematografico divenne un testimonial straordinario per la ricerca scientifica, dettando innumerevoli discorsi per convegni, interventi parlamentari, trasmissioni televisive, e vari libri fra cui un’intensa, coraggiosa e commuovente autobiografia chiamata “Still Me” (che significa “Ancora me”) scritta nel 1998, che potete trovare a questo link: http://amzn.to/2D9rf7N

E’ importante però ricordare che l’impegno umanitario di Reeve NON fu conseguenza del suo incidente, ma – già ben PRIMA della tragica caduta da cavallo – l’attore aveva sfruttato la sua fama mondiale per sostenere battaglie a favore della pace: ad esempio nel 1987 si recò nel Cile di Pinochet per manifestare contro l’imprigionamento degli scrittori e intellettuali cileni.

MEDICINA ONLINE Christopher Reeve, l'incidente e quelle dita che si muovevano MIT BOSTON CELLULE STAMINALI RICERCA UNIVERSITA.jpg

Reeve al Massachusetts Institute of Technology nel 2003

Quelle dita che si muovevano…

Quando nel 2000, a cinque anni di distanza dall’incidente, Christopher Reeve cominciò incredibilmente a muovere le dita della mano, non più solo per un riflesso locale ma anche per intenzione volontaria, fu lui a chiedere di essere studiato sperando in possibilità future per la ricerca e la terapia, come lui stesso scrive in Nothing Is Impossibile, pubblicato nel 2002, che potete trovare qui: http://amzn.to/2DaAwMW

Il fenomeno del movimento volontario delle dita in paziente tetraplegico, mai descritto prima in quelle condizioni, fu attribuito in via ipotetica ad uno stimolo alla neurogenesi (cioè alla nuova crescita nervosa) indotto dalla fisioterapia passiva cui era sottoposto quotidianamente. John McDonald, che seguiva Reeve per conto della CRPF, per cercare di accertare ipotetici fenomeni riparativi nel midollo spinale chiese la collaborazione del prof. Maurizio Corbetta, neurologo illustre formatosi a Milano e divenuto il maggiore esperto di risonanza magnetica nucleare (RMN) del sistema nervoso presso la Washington University. Corbetta era così scettico sulla possibilità di movimento di Reeve che, prima di verificarlo personalmente, non voleva neppure sottoporlo all’esame RMN. Proprio il medico italiano, professore di neurologia ed anatomia a St. Louis, è ancora oggi il miglior testimone della straordinaria voglia di vivere che animava l’ex-attore americano e che è stata motivo di incoraggiamento e speranza per tante persone affette da infermità motorie.

Un esempio per tutti noi

Come tutti sappiamo, nonostante la strenua resistenza, Reeve morì a New York, il 10 ottobre 2004 a 52 anni, mentre era ricoverato al Norther Westchester Medical Center di New York a causa di un attacco cardiaco complicato da una grave infezione provocata dalle piaghe da decubito di cui, nonostante la mobilizzazione giornaliera, purtroppo soffriva. Dal suo incidente fino al giorno della sua morte passò nove anni costretto su una sedia a rotelle e collegato a un respiratore artificiale, tuttavia la sua voglia di vivere ha vinto e la sua storia è ancora oggi un esempio ed una motivazione formidabile per tutti noi.

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Io sono il padrone del mio destino: io sono il capitano della mia anima

NELSON MEDICINA ONLINE INVICTUS MANDELA William Ernest Henley apartheid prison.jpgInvictus

Dal profondo della notte che mi avvolge,
Buia come un abisso che va da un polo all’altro, 
Ringrazio gli dei qualunque essi siano
Per la mia indomabile anima.

Nella feroce morsa delle circostanze
Non mi sono tirato indietro né ho gridato.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
Il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo di collera e di lacrime
Incombe solo l’Orrore delle ombre,
Eppure la minaccia degli anni
Mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

Invictus è una poesia scritta nel 1888 dal poeta inglese William Ernest Henley, diventata famosa soprattutto perché, per il messaggio di coraggio nelle difficoltà che trasmette, era usata da Nelson Mandela per alleviare i 27 anni della sua prigionia causati dalla sua opera di pieno riconoscimento dei diritti civili degli appartenenti ai gruppi etnici non bianchi durante l’apartheid. Per tale motivo questa poesia è anche citata nel gran film “Invictus – L’invincibile” del 2009, diretto da Clint Eastwood con Morgan Freeman nella parte di “Madiba” e Matt Damon.

L’autore della poesia, ebbe una vita sfortunata: all’età di 12 anni rimase vittima del Morbo di Pott, una grave forma di tubercolosi ossea. Nonostante ciò, riuscì a continuare i suoi studi ed a tentare una carriera giornalistica a Londra che però fu interrotta continuamente dalla grave patologia. All’età di 25 anni la malattia lo costrinse all’amputazione di una gamba per sopravvivere, ma Henley non si scoraggiò e continuò a vivere per circa 30 anni con una protesi artificiale, fino alla sua morte, avvenuta l’11 luglio del 1903 ad appena 53 anni.  La poesia Invictus fu scritta proprio sul letto dell’ospedale, quando aveva 26 anni e la gamba gli era da poco stata amputata.

Qualunque sia la battaglia che stai combattendo: non smettere di lottare. Mai.

Altre frasi, aforismi e racconti:

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Bruce McCandless: il primo uomo a “camminare” nello spazio

MEDICINA ONLINE SPAZIO Bruce McCandless PRIMO ASTRONAUTA PASSEGGIATA WALK SPAZIO STS-41 MMU ASTRONAUTA ASTRONOMIA.jpgBruce McCandless II, nato a Boston l’8 giugno 1937, è un ingegnere, pilota ed astronauta statunitense. Si rese protagonista di una delle più celebri “passeggiate” della storia dell’astronomia mondiale.

Carriera

Nel 1958 raggiunse il titolo di bachelor presso l’Accademia della marina americana, la United States Naval Academy, seguito dal master in ingegneria elettronica conseguito presso la prestigiosa Stanford University nel 1965. Nel 1987 gli venne conferita una laurea di amministrazione economica dell’Università di Houston – University of Houston-Clear Lake. McCandless concluse lo studio con il secondo miglior punteggio su 899 cadetti dell’Accademia della marina. Svolse il suo addestramento da pilota presso il Naval Aviation Training Command stazionato presso le basi di Pensacola in Florida ed a Kingsville in Texas. Durante il suo servizio in marina divenne esperto pilota per molte tipologie di aerei e raggiunse oltre 5.200 ore di volo di cui 5.000 su aerei jet.

NASA

Nel 1966 McCandless fu uno dei 19 astronauti scelti dalla NASA. Nel 1969 fu il radiofonista che comunicava con gli astronauti della missione Apollo 11 (quella che ha portato l’uomo sulla Luna per la prima volta) e fece parte dell’equipaggio di supporto della missione Apollo 14. In seguito venne nominato a far parte dell’equipaggio di riserva (nel ruolo di pilota del modulo di comando) per la prima missione equipaggiata della stazione spaziale Skylab: la missione Skylab 2. Collaborò allo sviluppo della M-509 un congegno per eseguire manovre da parte degli astronauti nello spazio sperimentato durante il programma dello Skylab. Particolare attenzione comunque dedicò allo sviluppo della Manned Maneuvering Unit (MMU) in uso durante le EVA (attività extraveicolari, cioè al di fuori del veicolo spaziale) dello Shuttle, uno speciale “zaino” che permetteva propulsione, e quindi possibilità di spostamento, nello spazio, senza cavi che ancorassero l’astronauta al veicolo spaziale.

MEDICINA ONLINE SPAZIO Bruce McCandless PRIMO ASTRONAUTA PASSEGGIATA WALK SPAZIO STS-41 MMU ASTRONAUTA ASTRONOMIA.jpg

L’impresa che entrò nella storia

McCandless divenne famoso proprio grazie alla Manned Maneuvering Unit: durante il suo primo volo nello spazio (durante la missione STS-41-B iniziata il 3 febbraio 1984) fu il primo uomo della storia a compiere una attività extraveicolare in completa libertà, cioè senza rimanere agganciato al veicolo spaziale mediante qualche sistema di sicurezza. In quest’attività ogni spostamento gli fu possibile grazie alla propulsione della MMU. Questa “passeggiata” fu resa famosa da alcuni scatti, che potete vedere in questo articolo, davvero impressionanti, specie quella che mostra l’astronauta da solo, circondato dallo spazio.

McCandless raggiunse nella sua carriera ben 312 ore di volo nello spazio, di cui 4 ore di volo con la MMU. McCandless, ora in pensione, è stato pluridecorato con numerose onorificenze nel campo militare e civile ed è attualmente membro di importanti associazioni americane.

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