Tronco cerebrale (mesencefalo, ponte e bulbo) anatomia e funzioni in sintesi

MEDICINA ONLINE SISTEMA NERVOSO ANATOMIA FUNZIONI CERVELLO CENTRALE PERIFERICO SIMPATICO PARASIMPATICO MIDOLLO SPINALE TRONCO ENCEFALICO CEREBRALE MESENCEFALO PONTE BULBO MIDOLLO ALLUNGATO.jpgIl tronco encefalico (anche chiamato “tronco cerebrale”) è una parte del sistema nervoso centrale (SNC) o – più precisamente – dell’encefalo costituita dal mesencefalo e dal romboencefalo. Il romboencefalo è a sua volta diviso in due parti:

  • metencefalo: composto da ponte di Varolio (o più semplicemente “ponte”) e cervelletto;
  • mielencefalo: composto dal midollo allungato (o “bulbo”).

Il tronco encefalico viene quindi ad essere formato da 3 segmenti che sono, dall’alto verso il basso:

  • mesencefalo (a sua volta diviso in tetto e tegmento);
  • ponte di Varolio (o ponte);
  • midollo allungato (o “bulbo”).

Il cervelletto, pur facendo parte del romboencefalo assieme al ponte, non è invece considerato parte del tronco encefalico. Più in basso il tronco encefalico, nella sua parte più inferiore (il midollo allungato) si continua col midollo spinale che, al contrario di quello che abbiamo visto fino ad ora, non è più considerato “encefalo” (ricordiamo infatti che l’encefalo si compone di cervello propriamente detto, cervelletto e tronco encefalico).

Funzioni del tronco encefalico

Il tronco encefalico è costituito da strutture molto complesse, deputate a svolgere innumerevoli funzioni e a regolarne tante altre, tutte fondamentali per la sopravvivenza dell’organismo, è infatti sede:

  • dei riflessi e del controllo di molti visceri;
  • dei centri che regolano il respiro da cui partono i segnali che garantiscono gli automatismi respiratori;
  • dei centri che regolano la temperatura corporea partono i segnali che mantengono costante la temperatura in modo da permettere tutti i processi biologici e chimici indispensabili per la vita;
  • dei centri che regolano la circolazione sanguigna.

Se questi centri vengono direttamente danneggiati – ad esempio nei traumi che coinvolgono la testa e la colonna vertebrale cervicale, volgarmente chiamati “rottura del collo” – le conseguenze sono sempre di estrema gravità al punto di condurre il paziente alla morte cerebrale o, nel caso in cui la lesione intervenga poco più in basso, a livello del midollo spinale, determinare tetraplegia e dipendenza da un respiratore automatico come accaduto ad esempio al famoso attore Christopher Reeve. Nel tronco encefalico la sostanza bianca e la sostanza grigia non si distinguono facilmente. Soprattutto nel ponte e nel bulbo le fibre formano la sostanza reticolare, dove si trovano i centri che regolano il ritmo sonno/veglia, la circolazione sanguigna e la respirazione.

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Sezioni del tronco encefalico

Mesencefalo

Il mesencefalo è la porzione più alta e breve del tronco encefalico essendo lunga in media 2 cm, è diviso in “tetto” e “tegmento” ed è contenuto come il resto del tronco encefalico nella fossa cranica posteriore. Nel mesencefalo vengono convenzionalmente distinte due parti, i peduncoli cerebrali, laterali e il tetto del mesencefalo tra essi compreso. I peduncoli cerebrali sono ulteriormente divisi dalla sostanza nera in una parte anteriore detta piede e in una parte posteriore detta parte tegmentale. A dividere tra loro i peduncoli si trova la fossa interpeduncolare, all’interno della quale scorre liquido cerebrospinale. Il nervo oculomotore esce tra i peduncoli, e quello trocleare è visibile arrotolato attorno l’esterno dei peduncoli. Il tetto del mesencefalo è invece diviso nei collicoli inferiori e superiori che insieme sono chiamati corpi o tubercoli quadrigemini e dall’area pretettale. Essi aiutano a decussare diverse fibre del nervo ottico, e a causa della loro sistemazione controlaterale si forma il chiasma ottico. Comunque alcune fibre mostrano una disposizione anche ipsilaterale, cioè corrono parallele sullo stesso lato senza decussare. Il tubercolo superiore è coinvolto nei movimenti saccadici dell’occhio, mentre quello inferiore è un punto di sinapsi per le informazioni sonore. Il nervo trocleare esce dalla superficie posteriore del mesencefalo, sotto al tubercolo inferiore. Anteriormente al tetto del mesencefalo decorre lo stretto canale detto acquedotto di Silvio, continuazione antero-superiore del quarto ventricolo, circondato dalla sostanza grigia periacqueduttale. Inferiormente al mesencefalo vi è il ponte.

Funzioni del mesencefalo e nervi cranici

Il mesencefalo è attraversato per tutta la sua lunghezza dalle fibre ascendenti e discendenti di numerose vie di collegamento tra centri nervosi superiori e inferiori. Esso inoltre è sede di nuclei motori e centro di regolazione e di integrazione di diverse funzioni nervose. I tubercoli quadrigemini anteriori appartengono alle vie ottiche e costituiscono centri di numerosi riflessi visivi (riflessi pupillari alla luce, riflessi motori a stimoli luminosi o visivi ecc.). Analoga funzione di centri riflessi hanno i tubercoli quadrigemini posteriori, che invece appartengono alle vie uditive. Nella profondità del mesencefalo sono contenuti i nuclei motori di alcuni nervi cranici: il nervo oculomotore comune (III paio) e il nervo trocleare (IV paio). Altre due formazioni di sostanza grigia sono invece centri del sistema motorio extrapiramidale: sono il nucleo rosso (così denominato perché in sezione presenta un colorito rosso bruno pallido) e la sostanza nera di Sommering, formazione allungata situata dorsalmente ai fasci di fibre dei peduncoli cerebrali formata da cellule nervose ricche di melanina.La sostanza grigia che circonda l’acquedotto di Silvio svolge probabilmente un ruolo nella percezione del dolore e quindi nella regolazione del tono affettivo tale attività si esplica forse tramite la liberazione di particolari mediatori chimici di natura polipeptidica detti encefaline ed endorfine, i quali hanno azione analgesica. Le cellule nervose disperse tra i fasci di fibre nella porzione centromediale del mesencefalo costituiscono la formazione reticolare, che si continua nel ponte e nel bulbo essa è collegata con molte altre parti del sistema nervoso centrale e costituisce un importante sistema di integrazione in grado di modulare i messaggi sensoriali, di regolare l’attività motoria dei centri spinali, il tono posturale e diverse funzioni vegetative, di controllare l’attività elettrica corticale e il ritmo sonno-veglia.

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Ponte di Varolio (o “ponte”)

Il ponte è una grossa protuberanza del tronco cerebrale, che costituisce parte del pavimento del quarto ventricolo cerebrale, e posteriormente si unisce con il cervelletto tramite il peduncolo cerebellare medio. Insieme al cervelletto, il ponte forma il metencefalo, ma è importante ricordare che il cervelletto NON fa parte del tronco encefalico. Il ponte di Varolio è convesso in senso trasversale e poco convesso in senso longitudinale. Il suo peso, variabile in base alla mole del cervelletto, è in media pari a 18 g, è alto 27 mm e largo 38 mm. Il suo nome deriva dal fatto che i peduncoli cerebrali, continuandosi verso il basso, vengono ricoperti ventralmente da una massa di fibre nervose trasversali provenienti dal cervelletto che attraversano come un ponte la linea mediana. Il ponte è situato tra il mesencefalo (posto più in alto, da cui è separato dal solco ponto-mesencefalico) e il bulbo (posto più in basso, da cui è separato dal solco bulbo-pontino).

Funzioni del ponte

Le funzioni del ponte sono molto importanti sia per attività accessorie di minore importanza, sia per il mantenimento vitale dell’organismo. Nel piede trovano posto i nuclei pontini, formanti le vie corticopontine che, a loro volta, innervano il cervelletto nelle vie pontocerebellari. I nuclei pontini, inoltre, sono connessi ad altri centri nervosi, anche a livello del bulbo. Il ponte ha un ruolo attivo nel mantenimento dello sguardo su una posizione fissa anche al variare dell’inclinazione del cranio. Questa particolarità deriva dalla presenza di tre fasci, chiamati longitudinale e mediale, tettospinale e tegmentale che controllano la muscolatura oculare modulando i dovuti aggiustamenti quando il soggetto muove tridimensionalmente il cranio. Un altro, importante, compito del ponte è relativo al controllo della respirazione; l’organo accoglie, difatti, dei centri nervosi che modulano la respirazione.

Nervi emergenti del ponte

Dal ponte emergono quattro paia di nervi cranici:

  • V nervo (trigemino);
  • VI nervo (abducente);
  • VII nervo (faciale).

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Bulbo (o “midollo allungato”)

Il midollo allungato o bulbo corrisponde al mielencefalo ed è la parte più inferiore dell’intero tronco cerebrale, rappresentando il confine tra encefalo e midollo spinale, che gli fa seguito in basso attraverso il canale vertebrale. A livello del bulbo si incrociano le vie piramidali. Contiene centri per la regolazione delle funzioni viscerali respirazione, pressione sanguigna.

Porzione media del bulbo

In sezione la forma della porzione media del bulbo ricorda quella di una farfalla a causa della comparsa posteriormente della cavità nota come quarto ventricolo e per l’approfondirsi dei solchi antero-laterali a causa della comparsa dell’oliva. Il cordone anteriore della sostanza bianca è ancora una volta costituito quasi esclusivamente dalle piramidi che contengono il fascio corticospinale che decussa a livello del bulbo inferiore. Anteriormente a esse si possono distinguere i piccoli nuclei arcuati e le fibre arciformi esterne. Posteriormente a esse vi è il lemnisco mediale, originatosi dalle fibre arciformi interne, assoni di neuroni del nucleo cuneato e del nucleo gracile. Lateralmente al lemnisco mediale vi è il nucleo olivare accessorio mediale, dalla forma ondulata. Posteriormente al lemnisco mediale decorre il fascicolo longitudinale mediale e posteriormente a questo il fascio tettospinale. I nuclei dei nervi cranici sono spostati posteriormente dal lemnisco mediale e si dispongono anteriormente al margine del quarto ventricolo che costituisce la caratteristica più posteriore di questo livello del bulbo ed è triangolare in sezione, con la base posteriore e l’apice anteriore. Sulla parete posteriore del quarto ventricolo vi sono i plessi corioidei. Sul margine anteriore del quarto ventricolo, in direzione mediolaterale si trovano il nucleo del nervo ipoglosso, che invia le sue fibre antero-lateralmente, separando le piramidi dall’oliva, il nucleo motore dorsale del vago, che a sua volta invia le sue fibre antero-lateralmente separando l’oliva dal tratto spinale e dal nucleo del trigemino, e infine, il più laterale, è il nucleo del tratto solitario con il tratto solitario stesso. Tra le radicole dei nervi ipoglosso e vago compare il nucleo olivare inferiore, dalla forma convoluta, con l’ilo rivolto postero-medialmente, supero-medialmente a esso compare anche il nucleo olivare accessorio superiore mentre superiormente permangono il nucleo ambiguo e più lateralmente il fascio spinotalamico e il fascio spinoreticolare. Superiormente alle fibre in uscita dal bulbo del nervo vago si trova il tratto spinale del nervo trigemino con il suo nucleo, lateralmente a esso il peduncolo cerebellare inferiore e superiormente il nucleo cuneato (mediale) e il nucleo cuneato accessorio (laterale). Dal nucleo cuneato accessorio hanno origine le fibre ascendenti che costituiscono il fascio cuneocerebellare che si portano all’interno del peduncolo cerebellare inferiore.

Porzione superiore del bulbo

La porzione superiore del bulbo in sezione ha una forma a farfalla ancora più accentuata rispetto alla porzione media, dal momento che il quarto ventricolo si allarga, estendendo quindi la porzione posteriore (che si sposta lateralmente da ambo le parti) che risulta doppiamente larga rispetto alla anteriore. La parte anteriore a questo livello è formata al centro dalle piramidi che contengono il fascio corticospinale e tutt’attorno alle piramidi numerosi nuclei arcuati, dei nuclei pontini ectopici. Postero-lateralmente alle piramidi si trova il nucleo olivare inferiore dell’oliva e lateralmente a questo decorre il fascio spinotalamico insieme al fascio spinoreticolare. Posteriormente alle piramidi vi sono i nuclei del rafe fiancheggiati da ambo le parti dal lemnisco mediale anteriormente e dal fascicolo longitudinale mediale posteriormente. Posteriormente al nucleo olivare inferiore vi è il fascio tegmentale centrale.

Postero-lateralmente a questo il tratto spinale del trigemino e il nucleo spinale del trigemino. Lateralmente al tratto spinale del trigemino compare il nucleo cocleare anteriore, che riceve fibre dal nervo statoacustico (VIII). A questo livello esce anche il nervo glossofaringeo (IX), anteriormente allo statoacustico. Posteriormente al nucleo cocleare anteriore, tondeggiante, vi è l’arcuato nucleo cocleare dorsale, che segue il margine postero-laterale del bulbo; tra i due è compreso il peduncolo cerebellare inferiore. La formazione reticolare riempie gli spazi centrali del bulbo, appena lateralmente al fascicolo longitudinale mediale, ai nuclei del rafe e al lemnisco mediale. Anteriormente alla parete anteriore del quarto ventricolo compaiono, in direzione medio-laterale, il nucleo vestibolare laterale (di Deiters) e il nucleo vestibolare inferiore. Il nucleo vestibolare laterale è l’origine del tratto vestibolo spinale laterale.

Funzioni del bulbo

Dal bulbo passano le informazioni inerenti al gusto, al tatto e principalmente all’udito. Vi hanno sede i centri bulbari della respirazione, bersaglio di svariate sostanze quali l’eroina e numerosi farmaci come gli antidepressivi, i sonniferi e i tranquillanti che inibiscono i centri respiratori. Presenta al suo interno anche il centro vasomotore responsabile principale del controllo del tono muscolare dei vasi, della frequenza cardiaca, del volume-sistole e quindi della pressione sanguigna. Il midollo allungato, assieme al ponte di Varolio controlla il pH del sangue. Nel caso in cui questo dovesse diventare troppo basso (a causa dell’eccessiva formazione di acido carbonico, dovuta al legame tra anidride carbonica e acqua) queste due regioni del cervello inviano uno stimolo di contrazione ai muscoli intercostali e al diaframma.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Differenza tra proencefalo, mesencefalo, romboencefalo, telencefalo, diencefalo

MEDICINA ONLINE SISTEMA NERVOSO ANATOMIA DIENCEFALO MESENCEFALO ROMBOENCEFALO TELE CERVELLO CENTRALE PERIFERICO SIMPATICO PARASIMPATICO MIDOLLO SPINALE TRONCO ENCEFALICO CEREBRALE MESENCL’anatomia macroscopica del sistema nervoso può essere a volte difficile da capire, specie per i giovani studenti che tendono a fare confusione tra vari termini che si somigliano tra loro. Cerchiamo oggi di fare chiarezza con uno schema sintetico e di facile comprensione.

Il sistema nervoso umano è diviso in due parti fondamentali:

  • il sistema nervoso centrale (SNC);
  • il sistema nervoso periferico (SNP) diviso in sistema motorio e sensoriale, quest’ultimo suddiviso a sua volta in somatico e autonomo (l’autonomo ancora diviso in sistema simpatico e sistema parasimpatico).

Il sistema nervoso centrale è a sua volta diviso in due parti fondamentali:

  • l’encefalo posto nella scatola cranica;
  • il midollo spinale situato nel canale vertebrale.

L’encefalo è virtualmente diviso dal midollo spinale tramite un piano convenzionale passante subito sotto la decussazione delle piramidi. Molti usano le parole “encefalo” e “cervello” come sinonimi, ma ciò è un errore, in quanto il cervello propriamente detto è solo una parte dell’encefalo. L’encefalo (anche chiamato “proencefalo”, “prosencefalo” o “cerebro”) è infatti costituito da tre parti fondamentali:

  • cervello: a sua volta diviso in telencefalo e diencefalo;
  • tronco encefalico: costituito da mesencefalo e romboencefalo;
  • cervelletto.

Il tronco encefalico (anche chiamato “tronco cerebrale”) è quindi quella parte dell’encefalo costituita dal mesencefalo e dal romboencefalo. Il romboencefalo è a sua volta diviso in due parti:

  • metencefalo: composto da ponte di Varolio (o più semplicemente “ponte”) e cervelletto;
  • mielencefalo: composto dal midollo allungato (o “bulbo”).

Il tronco encefalico viene quindi ad essere formato da 3 segmenti che sono, dall’alto verso il basso:

  • mesencefalo (a sua volta diviso in tetto e tegmento);
  • ponte di Varolio (o ponte);
  • midollo allungato (o “bulbo”).

Il cervelletto, pur facendo parte del romboencefalo assieme al ponte, non è invece considerato parte del tronco encefalico.

Più in basso il tronco encefalico, nella sua parte più inferiore (il midollo allungato) si continua col midollo spinale che, al contrario di quello che abbiamo visto fino ad ora, non è “encefalo”.

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Differenza tra metencefalo e mielencefalo

MEDICINA ONLINE SISTEMA NERVOSO ANATOMIA DIENCEFALO MESENCEFALO ROMBOENCEFALO TELE CERVELLO CENTRALE PERIFERICO SIMPATICO PARASIMPATICO MIDOLLO SPINALE TRONCO ENCEFALICO CEREBRALE MESENCEFALO PONTE BULBO MIDOLLO ALLUNGATOCerchiamo di capire oggi la differenza anatomica tra metencefalo e mielencefalo, dal momento che vengono spesso confusi dai nostri studenti. Cominciamo dal principio: il sistema nervoso centrale dell’uomo è diviso in due parti fondamentali:

  • l’encefalo posto nella scatola cranica;
  • il midollo spinale situato nel canale vertebrale.

L’encefalo (anche chiamato “proencefalo”, “prosencefalo” o “cerebro”) è costituito da tre parti fondamentali:

  • cervello: a sua volta diviso in telencefalo e diencefalo;
  • tronco encefalico: costituito da mesencefalo e romboencefalo;
  • cervelletto.

Il tronco encefalico è quindi quella parte dell’encefalo costituita dal mesencefalo e dal romboencefalo. Il romboencefalo è a sua volta diviso in due parti:

  • metencefalo: composto da ponte di Varolio (o più semplicemente “ponte”) e cervelletto;
  • mielencefalo: composto dal midollo allungato (o “bulbo”).

Il tronco encefalico viene quindi ad essere formato da 3 segmenti che sono, dall’alto verso il basso:

  • mesencefalo (a sua volta diviso in tetto e tegmento);
  • ponte di Varolio (o ponte);
  • midollo allungato (o “bulbo”).

Il cervelletto, pur facendo parte del romboencefalo assieme al ponte, non è invece considerato parte del tronco encefalico.

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Cranio e base cranica: ossa, anatomia e funzioni

MEDICINA ONLINE CRANIO OSSA VISTA ANTERIORE POSTERIORE VOLTA BASE CRANICA BASICRANIO IPOTALAMO IPOFISI SCHELETRO ENCEFALO NERVI SISTEMA NERVOSO ASSILE APPENDICOLARE TESCHIO SFENOIDE ETMOIDE  MANDIBOLA ATM BONE.jpgIl cranio è una struttura scheletrica, a componente cartilaginea ed ossea, presente nella testa dell’essere umano e dei vertebrati in generale. Il cranio ha un duplice, importantissimo, scopo, che è quello di:

  • contenere l’encefalo, varie ghiandole (ipotalamo, ipofisi…), gli organi di senso (occhi e porzione media ed interna dell’orecchio) e le strutture anatomiche collegate ad esse (nervi e vasi sanguigni e linfatici);
  • offrire protezione dagli urti alle delicate strutture appena elencate.

Oltre alle due funzioni appena elencate, se ne aggiunge una terza che è la masticazione del cibo tramite la articolazione temporo mandibolare e la mandibola.

La grande rigidità ed inestendibilità del cranio, così importante per proteggere le strutture in esso contenute, rappresenta però un problema nel momento in cui all’interno del cranio vi sia una struttura anomala, come un tumore o una emorragia, che tende ad aumentare la pressione intracranica ed a comprimere l’encefalo, determinando potenzialmente grandi danni ai suoi delicati tessuti.

Assieme alla colonna vertebrale ed alle coste, il cranio forma lo scheletro assile, che viene distinto da quello appendicolare (ossa degli arti, cintura scapolare e cintura pelvica).

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Anatomia del cranio dell’essere umano

Il cranio è un complesso osseo presente nella testa dell’essere umano. Ha la funzione di proteggere il cervello, il cervelletto ed il tronco encefalico, che sono contenuti al suo interno, ma alloggia anche molti organi sensoriali, quali occhi e orecchie, il primo tratto del sistema digerente e di quello respiratorio. Se non si considera la mandibola è generalmente diviso nel neurocranio, che si trova nella volta cranica, dove sono contenute le strutture nervose della testa, e nello splancnocranio, che si trova al di sotto della fronte, dove si trovano molti altri organi, tra cui quelli sensoriali. È senza dubbio la struttura ossea più complessa del corpo umano, essendo formato da 22 ossa sia pari che impari, spesso con forma altamente irregolare e connesse fra loro con una certa variabilità. La maggior parte di queste ossa sono piatte, formate da due tavolati, uno esterno più spesso, ed uno interno meno spesso, e da uno strato centrale spugnoso a bassa densità, detto diploe cranica. Lo spessore delle ossa varia generalmente in base alla copertura muscolare, per cui saranno più sottili (e potenzialmente più soggette a fratture) quelle parti del cranio ricoperte da un numero di muscoli o da una massa muscolare maggiore rispetto a quelle relativamente esposte. Un esempio del primo tipo è l’osso temporale, del secondo l’osso occipitale. Le ossa del cranio sono interconnesse da articolazioni fibrose dette suture, che tendono a chiudersi con l’invecchiamento, ciascuna entro un range di tempo più o meno definito, anche se non mancano eccezioni. Sono fondamentali, poiché consentono la crescita delle ossa del cranio durante lo sviluppo, crescita che avviene dall’interno verso l’esterno. Le suture del cranio sono sempre più complesse man mano che si procede dall’interno all’esterno e se ne possono distinguere tre tipi in base alle forze agenti su di esse. Il primo tipo è costituito da ossa adiacenti dai margini regolari, il secondo da ossa smussate sovrapposte le une alle altre, il terzo tipo da suture complesse formate da ossa interdigitate tra loro. Non è un caso che le prime siano molto diffuse nelle parti interne del cranio e le interdigitate siano molto comuni sulla sua superficie. L’ossificazione delle ossa del cranio è spesso di tipo intermembranoso; anche in età adulta queste continuano ad essere sede di emopoiesi (anche se giocano un ruolo minoritario in confronto al midollo osseo e ad altre ossa). Le ossa della base cranica si formano mediante un processo di ossificazione endocondrale e le loro articolazioni sono sincondrosi, ma vi sono anche due articolazioni sinoviali, la temporomandibolare e l’occipitoatlantoidea.

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Cranio: vista anteriore

Visto anteriormente il cranio si presenta come un osso dalla forma ovoidale, più larga superiormente che inferiormente, con due profonde cavità quadrangolari, dette cavità orbitali, poste lateralmente ad un’apertura piriforme detta cavità nasale; si distinguono poi altre due cavità triangolari, dette cavità mandibolari, poste medialmente all’osso omonimo. La parte superiore del cranio è in gran parte formata dalla squama dell’osso frontale che costituisce la fronte e il tetto delle cavità orbitali.
Subito al di sopra di ciascuna orbita vi sono le arcate sopraccigliari, rilievi dell’osso frontale che seguono il margine delle orbite e sono più prominenti nel maschio; superiormente a queste vi sono invece due tuberosità, più sviluppate nei bambini e nelle femmine. Lungo le arcate sopraccigliari si trovano i due fori sopraorbitari, passaggi per il nervo sopraorbitario e i vasi sanguigni associati. Le arcate sopraccigliari convergono medialmente a formare un rilievo centrale detto glabella. Inferiormente a questa l’osso frontale scende sino a formare una depressione palpabile subito al di sopra del naso; qui si articola con l’osso nasale tramite la sutura frontonasale e con il processo frontale dell’osso mascellare tramite la sutura frontomascellare. Lateralmente a ciascuna arcata sopraccigliare il processo zigomatico dell’osso frontale si articola con il processo frontale dell’osso zigomatico mediante la sutura frontozigomatica che si trova approssimativamente nel terzo superiore dell’orbita, a livello della sutura frontomascellare. All’interno di ciascuna orbita si articola con l’osso sfenoide mediante la sutura sfenofrontale e medialmente all’orbita con l’osso lacrimale mediante la sutura frontolacrimale.

L’osso nasale è un piccolo osso pari, di forma vagamente quadrangolare, ma molto variabile da individuo a individuo. Si estende inferiormente sino al terzo inferiore delle cavità orbitali e si articola con l’osso frontale tramite la sutura frontonasale e con l’osso mascellare tramite la sutura nasomascellare. Le due ossa nasali si articolano tra loro mediante la sutura internasale, a decorso verticale lungo l’asse maggiore dell’osso. Il punto in cui la sutura internasale e la sutura frontonasale si incontrano è detto Nasion.

L’osso zigomatico è pari, costituisce la parete laterale di ciascuna orbita nei suoi due terzi inferiori (il terzo superiore è fornito dall’osso frontale) e la metà più laterale del pavimento (la metà mediale è data dall’osso mascellare). Superiormente, presso le arcate orbitali si articola con l’osso frontale mediante la sutura frontozigomatica, medialmente con l’osso mascellare mediante la sutura zigomaticomascellare, a decorso obliquo convergente verso il naso, ed infine all’interno di ciascuna orbita con la grande ala dello sfenoide mediante la sutura sfenozigomatica. Nell’osso zigomatico si distinguono due piccoli fori, posti circa 0,5 cm al di sotto del margine laterale dell’orbita, detti fori zigomatici.

L’osso mascellare è pari e simmetrico, costituisce la faccia, la mascella, parte del pavimento delle cavità orbitali e le pareti laterali ed inferiori della cavità nasale. Si articola lateralmente con l’osso zigomatico grazie alla sutura zigomaticomascellare, con l’altro osso mascellare mediante la sutura intermascellare – segmento verticale pressoché retto posto al di sotto della spina nasale anteriore –, con l’osso lacrimale e con la lamina papiracea dell’etmoide all’interno di ciascuna orbita. Circa 1 cm inferiormente a ciascuna orbita presenta due fori ben distinguibili detti fori infraorbitari che forniscono passaggio ai nervi e vasi infraorbitari. L’osso mascellare fornisce anche i processi alveolari per l’arcata dentaria superiore, per un totale di 15-16 processi. Nella sua porzione interna alle orbite presenta una lieve depressione detta solco infraorbitale.

L’osso lacrimale è piccolo e posto medialmente ed internamente a ciascuna orbita. Si articola superiormente con l’osso frontale mediante la sutura frontolacrimale e anteriormente con il mascellare, nonché posteriormente con la lamina papiracea dell’etmoide. Nella sua parte mediale forma il sacco lacrimale che alloggia le ghiandole lacrimali, nonché un foro che, comunicando con il canale nasolacrimale, sbocca nel meato inferiore della cavità nasale. L’osso sfenoide costituisce il fondo di ciascuna orbita, ed è divisibile da due fessure a forma di “V” in grande ala dello sfenoide, l’area compresa nella “V”, e in piccola ala dello sfenoide, l’area compresa tra il segmento minore della “V” e il foro ottico, attraverso cui passa il nervo ottico. Le due fessure sono dette rispettivamente fessura orbitaria superiore (la minore) e fessura orbitaria inferiore (la maggiore). La fessura orbitaria inferiore dà passaggio ai nervi mascellari e ai vasi ancillari.

Lo sfenoide articola superiormente con l’osso frontale mediante la sutura sfenofrontale, lateralmente con lo zigomatico con la sutura sfenozigomatica. L’osso etmoide è rappresentato da una porzione della sua lamina papiracea, posta internamente alle orbite tra l’osso lacrimale, il mascellare e il processo orbitale dell’osso palatino (pressoché indistinguibile, essendo molto piccolo e poco caratterizzato). La lamina papiracea, di forma quadrangolare, possiede superiormente due minuscoli fori, i fori etmoidali anteriore e posteriore.

All’interno della cavità nasale è possibile distinguere inferiormente una lamina ossea connessa con la spina nasale anteriore del mascellare; si tratta della porzione nasale del vomere. Essa si articola superiormente con la lamina perpendicolare dell’osso etmoide, che si piega a sua volta superiormente in una struttura che ricorda il pigreco, formando i due cornetti nasali medi. Al di sotto di questi è possibile distinguere le due conche nasali inferiori che si piegano medialmente ad uncino.

La mandibola si articola sinovialmente con l’osso temporale; vista anteriormente presenta due processi, i rami della mandibola, ed un corpo che medialmente si innalza in un rilievo detto protuberanza mentale, costituita da due tubercoli e facilmente palpabile. Lateralmente ai tubercoli sono presenti i fori mentali, attraverso cui passa il nervo mentale e i vasi ancillari. La mandibola forma anche l’arcata dentaria inferiore con i suoi processi alveolari. Posteriormente all’osso frontale è possibile distinguere anche parte della squama dell’osso temporale e dell’osso parietale, nonché una piccola porzione dello sfenoide.

Denti

Il cranio è formato anche da 30-32 denti, 15-16 per ciascuna arcata che si connettono superiormente con l’osso mascellare e inferiormente con la mandibola.

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Cranio: vista laterale

Visto lateralmente il cranio distinguibile in una porzione facciale, in una temporale ed in una occipitale, procedendo antero-posteriormente. Il corpo della mandibola si piega lateralmente a formare un angolo poco superiore a 90º nel maschio e ancora più ampio nella femmina (dove l’angolo mandibolare è più dolce), formando quindi il ramo della mandibola, che superiormente si biforca nel processo coronoideo che procede al di sotto dell’arcata zigomatica e nel processo condiloideo che si articola con l’osso temporale nella cavità glenoidea. La cavità formata dalle due biforcazioni della mandibola, dallo sfenoide e dall’arcata zigomatica è detta fossa infratemporale, ed è totalmente visibile solo rimuovendo la mandibola e l’arcata zigomatica.

  • L’osso zigomatico si articola presso l’arcata zigomatica con l’osso temporale mediante la sutura temporozigomatica, superiormente con l’osso frontale mediante la frontozigomatica.
  • L’osso frontale superiormente si estende al di sopra della fronte fino ad articolarsi con la grande squama dell’osso parietale mediante la sutura coronale, con lo sfenoide mediante la sfenofrontale. Dall’arcata sopraorbitaria si sollevano due linee in rilievo, dette linee temporali superiore ed inferiore, che distinguono un’ampia depressione ovoidale (con l’asse maggiore orizzontale) detta fossa temporale, occupata per lo più dalle squame del parietale e del temporale, che non dal frontale.
  • L’osso temporale si articola presso l’arcata zigomatica con l’osso zigomatico, con la mandibola mediante la sua cavità glenoidea. La squama del temporale è adesa allo sfenoide mediante la sutura sfenosquamosa, con l’osso parietale mediante la sutura squamosa e, posteriormente, dalla parte mastoidea, con l’osso occipitale mediante la sutura occipitomastoidea. Nell’osso temporale sono distinguibili accanto al processo condiloideo, la lamina timpanica e il meato acustico esterno, al di sotto di esso il processo stiloideo (una spina ossea), posteriormente e lateralmente ad entrambi il processo mastoideo; tutti si trovano inferiormente alla porzione temporale dell’arcata zigomatica. Posteriormente e superiormente al meato acustico esterno è possibile distinguere una depressione detta triangolo soprameatale.
  • La squama dell’osso parietale costituisce gran parte della volta cranica e della porzione superiore del neurocranio; la attraversano le linee temporali superiore ed inferiore, tra le quali vi è un rilievo detto eminenza parietale. Il suo punto più elevato è detto Vertex. Si articola posteriormente con l’occipitale mediante la sutura lambdoidea, che confluendo con la sutura occipitomastoidea e con la parietomastoidea, costituisce un punto detto Asterion. Le suture coronale, sfenofrontale, sfenosquamosa, e squamosa confluiscono ad “H” in un punto di repere detto Pterion.
  • L’osso occipitale costituisce l’occipite del cranio, si articola con l’osso temporale mediante la sutura occipitomastoidea e con il parietale mediante la sutura lambdoidea.

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Cranio: vista superiore

Visto superiormente il cranio ha la forma di un ovale con diametro maggiore in corrispondenza del polo occipitale. Si distinguono quattro ossa: le due parietali a sinistra e a destra, che occupano la maggior parte della volta cranica, l’osso frontale, posto anteriormente e l’occipitale, posteriormente.

  • L’osso frontale costituisce una porzione cupoliforme e si articola con le due ossa parietali mediante la sutura coronale che discende lateralmente al cranio. Le due ossa parietali sono unite tra loro dalla sutura sagittale, particolarmente irregolare e seghettata. Lateralmente e a 1 cm circa da questa, nel suo terzo posteriore, sono talvolta distinguibili i due piccoli fori parietali. Il punto di confluenza della sutura coronale con la sutura sagittale è detto Bregma, il punto più alto del parietale (posto lungo la sutura sagittale) è detto Vertex, infine, il punto in cui la sutura sagittale si articola con la lambdoidea (articolazione tra parietale ed occipitale) è chiamato Lambda.
  • L’osso occipitale forma la parte minore della superficie superiore del cranio e si articola solo con l’osso parietale. Il Bregma è il punto di repere della fontanella anteriore nel cranio neonatale, che ha forma romboidale, il Lambda della fontanella posteriore, di forma triangolare, così come lo Pterion (nel cranio visto lateralmente) della fontanella sfenoidale, e l’Asterion della fontanella mastoidea.

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Cranio: vista posteriore

La porzione posteriore del cranio è formata in gran parte dalle due ossa parietali, che costituiscono la sua porzione superiore, dall’osso occipitale, che costituisce la porzione inferiore, e in minor parte dalle due ossa temporali, in posizione laterale alle prime due.

Le due ossa parietali si articolano con la sutura sagittale che scende posteriormente sino ad articolarsi con l’osso occipitale, dando origine alla sutura lambdoidea, che ricorda nella forma la corrispondente lettera greca (lambda). Lungo la sutura lambdoidea non sono infrequenti piccoli isolotti ossei detti ossa wormiane o ossa suturali, di forma irregolare e di numero molto variabile, che non hanno particolare significato clinico.

L’osso occipitale ha forma vagamente triangolare se visto posteriormente, presenta inferiormente un rilievo orizzontale detto protuberanza occipitale esterna, compresa tra le linee nucali superiore ed inferiore. Dalla protuberanza occipitale esterna si stacca una bassa cresta verticale detta cresta occipitale esterna. Il punto di confluenza della cresta con la protuberanza è detto Inion. Talvolta l’occipitale è diviso in una porzione inferiore e in una superiore di forma romboidale, detta osso intraparietale e divisa dall’occipitale mediante le suture occipitali trasverse.

Lateralmente al temporale sono presenti i processi mastoidei delle due ossa temporali, che presentano due piccoli fori, detti fori mastoidei, e due incisure proprio alla base del cranio, dette incisure mastoidee. Si articola con l’occipitale mediante la sutura occipitomastoidea e con il parietale mediante la parietomastoidea.

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Cranio: vista inferiore (base cranica)

La parte inferiore del cranio è la superficie più complessa di questa struttura ossea e si estende dagli incisivi alla linea nucale superiore dell’osso occipitale. È formata dalle ossa mascellare, zigomatico, palatino, vomere, sfenoide, temporale ed occipitale. Convenzionalmente si è soliti dividere la base cranica in una parte anteriore, compresa tra incisivi e spina nasale posteriore, una parte media dalla spina nasale al margine del forame magno occipitale e in una posteriore, compresa tra il forame magno e la linea nucale superiore.

Parte anteriore della base cranica

La parte anteriore della base cranica è formata dal palato, dall’arcata dentaria superiore e dalla metà anteriore dell’arcata zigomatica. La parte inferiore dell’osso mascellare si articola lateralmente con l’osso zigomatico mediante la sutura zigomaticomascellare. Medialmente all’arcata dentaria superiore è compresa un’area semicircolare costituita dal palato duro, parte integrante dell’osso mascellare. Sulla sua superficie, dietro agli incisivi è possibile distinguere il foro incisivo, ma su tutta la superficie sono presenti piccoli fori che alloggiano in vivo le ghiandole salivari palatine minori. Il foro incisivo dà passaggio al nervo nasopalatino e ai vasi palatini maggiori. Il palato duro è attraversato dagli incisivi alla sutura palatina trasversa (con l’osso palatino) dalla sutura palatina mediana che congiunge le due ossa mascellari. Posteriormente al palato duro del mascellare, vi è l’osso palatino. Esso presenta lateralmente due fori grandi all’incirca quanto il foro incisivo, detti fori palatini maggiori e subito al di sotto di essi altri due fori palatini minori, molto meno distinguibili. La lamina orizzontale del palatino lateralmente protrude verso l’uncino pterigoideo mediante i processi piramidali, medialmente con la spina nasale posteriore, a forma di spatola. Il setto nasale, posto superiormente alla spina nasale posteriore, è formato dalla lamina perpendicolare dell’etmoide che si articola con il vomere. Esso delimita le due fosse nasali posteriori, dette coane, il cui pavimento è costituito dal vomere ed in cui è possibile distinguere i cornetti nasali medi costituiti dall’etmoide. Esse si pongono in mezzo allo sfenoide e lo dividono nelle porzioni sinistra e destra.

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Parte media della base cranica

La parte media della base cranica è occupata in buona parte dallo sfenoide, osso a forma di pipistrello posto dietro la mascella e lateralmente alle coane, dalla gran parte dell’osso temporale e dal tubercolo faringeo dell’osso occipitale. Proprio dietro alle coane è presente una piccola porzione in rilievo dell’occipitale, detta appunto tubercolo faringeo, che dà attacco al rafe faringeo e a parte del muscolo costrittore della faringe. Lateralmente ad esso vi sono due fori irregolari e ben distinguibili detti fori laceri, che dividono in parte il tubercolo faringeo dalle rocche petrose del temporale e dallo sfenoide. Lo sfenoide presenta due processi, detti processi pterigoidei, formati ciascuno da due lamine, una mediale che si ripiega superiormente fino a terminare accanto al processo piramidale dell’osso palatino con una spina uncinata detto uncino pterigoideo. Anteriormente la lamina mediale è fusa con quella laterale, che risale costituendo la parete laterale di una fossa, detta fossa pterigoidea. Lateralmente alle due fosse pterigoidee si trovano le grandi ali dello sfenoide che risalgono nella fessura infratemporale e si articolano con l’osso temporale mediante le suture sfenosquamose. Postero-lateralmente a alle fosse pterigoidee sono presenti i due fori ovali, che forniscono il passaggio per branche del nervo trigemino, nervo piccolo petroso, al ramo meningeo accessorio dell’arteria mascellare interna e ad una vena che collega il seno cavernoso al plesso venoso pterigoideo. Lateralmente al foro ovale vi sono i due piccoli fori spinosi, di forma circolare, che danno passaggio all’arteria meningea media e alla branca meningea ricorrente del nervo mandibolare. Al di sotto di essi vi sono le spine dello sfenoide. Talvolta tra il foro ovale e la fossa scafoidea si riscontra il foro di Vesalio. L’osso temporale protrude lateralmente nei due tubercoli articolari che vanno ad unirsi al processo temporale dell’osso zigomatico tramite la sutura temporozigomatica, poi si ripiegano indietro contribuendo al pavimento della cavità infratemporale. La restante parte del temporale è formata dalle rocche petrose, poste inferiormente al tubercolo articolare e inclinate in direzione postero-mediale, che alloggiano l’orecchio medio ed interno, e terminano postero-lateralmente ripiegandosi nei due processi mastoidei. La rocca petrosa contribuisce a formare il foro lacero, attraverso cui passano nervi e vasi sanguigni, presenta due notevoli canali, detti canale carotideo e canale giugulare, che fanno passare rispettivamente l’arteria carotide e la vena giugulare interna, nonché i nervi vago e glossofaringeo. Subito al di sotto del canale carotideo si può riscontrare il minuscolo canale mastoideo. Tra essi una spina ossea diretta antero-inferiormente detta processo stiloideo, lungo da qualche millimetro a più di 1 cm e dietro di questo un piccolo foro detto foro stilomastoideo. Lateralmente e superiormente ad esso si apre il meato acustico esterno. Tra la rocca petrosa e il processo mastoideo vi è un solco stretto e profondo detto incisura mastoidea.

Parte posteriore della base cranica

La parte posteriore è occupata quasi esclusivamente dall’osso occipitale che si articola con il temporale mediante la sutura occipitomastoidea. Presenta superiormente un grande foro di forma ovale, detto forame magno occipitale, che si apre nella fossa cranica posteriore. Lo attraversano il tronco encefalico, in particolare l’estremità inferiore del bulbo, le meningi, le arterie vertebrali, il nervo accessorio spinale, il legamento apicale del dente dell’epistrofeo e la membrana tettoria. Lateralmente ad esso vi sono i due condili occipitali, di forma ovale, che presentano due faccette articolari, anch’esse ovali, che si connettono con le faccette superiori delle masse laterali dell’atlante. Sono orientati obliquamente in direzione del tubercolo faringeo. Al di sotto di ciascuno di essi vi è il canale dell’ipoglosso in cui passa il nervo ipoglosso, alla branca meningea dell’arteria faringea ascendente e a una vena del plesso basilare. Subito dietro ogni condilo vi è una depressione chiamata fossetta condilare che accoglie il margine posteriore dell’atlante, nonché il foro condiloideo. Al di sotto del forame magno sale superiormente la cresta occipitale esterna che si connette alla protuberanza occipitale esterna compresa tra le linee nucali superiore ed inferiore.

Superficie interna della volta cranica

La superficie interna della volta cranica si presenta decisamente concava ed è formata dall’osso frontale, in gran parte dalle due ossa parietali e per una piccola parte dall’osso occipitale. Anteriormente è collocato l’osso frontale, percorso antero-posteriormente da un rilievo detto cresta frontale, che si allarga procedendo posteriormente e si biforca verso la metà del frontale, originando un solco mediano attraverso cui passa il seno sagittale superiore (solco del seno sagittale superiore). La cresta frontale prosegue dividendo le due ossa parietali e contenendo la sutura sagittale, per poi terminare nell’osso occipitale al di sotto del Lambda. Nella zona postero-laterale dell’osso frontale si distinguono lievi solchi originati dalla branca anteriore dell’arteria meningea media. L’osso frontale è diviso dalle due ossa parietali dalla sutura coronale. Le due ossa parietali si articolano tra loro mediante la sutura sagittale e presentano diversi solchi dall’andamento variabile originati dai rami parietali dell’arteria meningea media, oltre che numerose e piccole foveole che alloggiano le granulazioni aracnoidee e sono di norma più numerose in età avanzata. La sutura sagittale si divide nella lambdoidea, delimitando la porzione visibile dell’osso occipitale.

Superficie interna della base cranica

Si divide per convenzione la superficie interna della base cranica nelle fosse craniche anteriore, media e posteriore. La fossa cranica anteriore si trova più in alto rispetto alla media, a sua volta questa è superiore a quella posteriore.

Fossa cranica anteriore

La fossa cranica anteriore è compresa tra la cresta frontale dell’osso frontale e il giogo dello sfenoide. Lungo la linea mediana l’osso frontale dà origine ad uno stretto rilievo, la cresta frontale, che presenta al suo interno la piccola impronta del seno sagittale superiore (solco del seno sagittale superiore), meglio visibile sulla superficie interna della volta cranica. La cresta frontale si assottiglia terminando nel foro cieco, anteriormente alla lamina cribrosa dell’etmoide. Lateralmente ad essa decorrono i solchi dei vasi meningei anteriori che tendono a seguire la lamina cribrosa per poi curvare lateralmente nella zona anteriore dell’osso frontale. Oltre il foro cieco la cresta frontale si ripresenta con la crista galli dell’etmoide, di forma semicircolare; decisamente più alta rispetto alla cresta frontale, essa percorre la lunghezza della lamina cribrosa e termina anteriormente al giogo dello sfenoide. La lamina cribrosa dell’etmoide è invece una placca ossea che si inserisce nel frontale e viene così chiamata per la presenza di numerosi piccoli fori su tutta la sua superficie. I più importanti, escluso il foro cieco, sono la fessura nasale, di forma irregolare, che connette la lamina cribrosa con il tetto delle cavità nasali, i fori etmoidali anteriore (collocato poco sotto la fessura nasale) e posteriore (collocato all’angolo postero-laterale della lamina cribrosa), che la connettono con le cavità orbitali a livello della lamina papiracea. Il foro cieco fornisce il passaggio per una vena emissaria del seno sagittale superiore, il foro etmoidale anteriore per l’arteria e il nervo etmoidale anteriori, i fori secondari della lamina cribrosa per i rami del nervo olfattivo ed il foro etmoidale posteriore per l’arteria, la vena e il nervo etmoidale posteriori. Posteriormente alla lamina cribrosa si estende allo stesso livello il giogo dello sfenoide, che si prolunga lateralmente nelle piccole ali dello sfenoide.

Fossa cranica media

La fossa cranica media, più ampia della anteriore, è definita dalle piccole ali dello sfenoide e i processi clinoidei anteriormente, dall’apice della piramide dell’osso temporale e dal dorso della sella turcica posteriormente. Il giogo dello sfenoide, oltre a prolungarsi lateralmente nelle piccole ali dello sfenoide che si articolano con l’osso frontale mediante la sutura sfenofrontale, si continua posteriormente nei due processi clinoidei anteriori, inclinati postero-medialmente e dalla forma triangolare. Le piccole ali dello sfenoide sono legate al corpo dello sfenoide da un’ampia radice anteriore legata al giogo dello sfenoide e da una spessa radice posteriore che si continua, discendendo inferiormente, con il solco chiasmatico del corpo dello sfenoide. Le due radici sono separate dai due canali ottici che sbucano nella parete postero-mediale delle cavità orbitali; attraverso di essi passano i nervi ottici che si incrociano a livello del chiasma ottico, nonché l’arteria oftalmica. Posteriormente ad esso vi è la sella turcica (così chiamata perché ricorda una sella turca), formata da un tubercolo, da una fossa (fossa ipofisaria), in cui in vivo è alloggiata l’ipofisi, in un dorso della sella, rilievo che si pone di nuovo a livello del tubercolo ipofisario e da due processi clinoidei posteriori che si prolungano antero-lateralmente dal dorso della sella turcica. Lateralmente ed inferiormente alla sella turcica si stendono le grandi ali dello sfenoide di forma semilunare, le quali si articolano lateralmente con l’osso parietale e posteriormente con la squama dell’osso temporale, mediante le suture sfenosquamosa e sfenoparietale. Il margine della sutura sfenosquamosa è seguito dal solco dei rami frontali dei vasi meningei medi, che poi si ramifica lateralmente anche nel temporale e nel parietale. Lateralmente alla sella turcica si trova il foro rotondo, che fornisce il passaggio per il nervo mascellare, latero-inferiormente il foro ovale, attraverso cui passano il nervo mandibolare, il nervo piccolo petroso e l’arteria meningea accessoria e il foro spinoso, attraverso cui passano l’arteria e la vena meningea medie e il nervo spinoso (appartenente al nervo mandibolare). Si riscontra poi il foro del Vesalio (non sempre presente), mediale al foro ovale. Il foro lacero è posto alla giunzione tra sfenoide, temporale ed occipitale, latero-inferiormente al dorso della sella turcica; attraverso di esso non passano vasi sanguigni o nervi. Latero-inferiormente allo sfenoide si trova la squama dell’osso temporale, segnata dai solchi del nervo piccolo petroso e del nervo grande petroso, ed inferiormente dal rilievo detto eminenza arcuata, che costituisce la faccia anteriore della piramide dell’osso temporale. I due nervi petrosi sboccano dagli orifizi omonimi (orifizio del canale del nervo piccolo petroso e del nervo grande petroso), posti inferiormente al foro spinoso. Lateralmente alla squama del temporale vi è l’osso parietale, senza particolari caratteristiche anatomiche, se non la continuazione dei solchi dei vasi meningei medi (loro rami parietali).

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Fossa cranica posteriore

La fossa cranica posteriore è compresa tra l’apice della piramide del temporale e il margine posteriore dell’osso occipitale. È la fossa cranica più voluminosa. Posteriormente al dorso della sella turcica lo sfenoide discende inferiormente e si articola con l’osso occipitale nella porzione detta clivo e nella parte basilare. Dietro alla parte basilare dell’occipitale vi è il forame magno e lateralmente ad esso i solchi dei vasi meningei posteriori, mentre posteriormente si trova il solco del seno occipitale compreso tra le creste occipitali interne, che formano una “V” al cui interno è il solco. Le creste si fondono posteriormente nella protuberanza occipitale interna da cui si dipartono con due curve in direzione antero-laterale i solchi dei seni trasversi. L’osso temporale nella fossa cranica posteriore è rappresentato dalla faccia posteriore della sua piramide. Attraverso di essa sbocca il meato acustico interno e più lateralmente, se presente, il foro mastoideo. Lateralmente al forame magno si riscontra il canale dell’ipoglosso (vi passa il nervo ipoglosso) e latero-inferiormente il canale condiloideo attraversato da una vena emissaria fra il seno sigmoideo e le vene cervicali. Superiormente al canale condiloideo vi è il foro giugulare, che dà passaggio al seno petroso inferiore, al seno sigmoideo, all’arteria meningea posteriore e ai nervi glosso-faringeo, vago e accessorio. Lateralmente al foro giugulare è presente una stretta fessura, l’orifizio dell’acquedotto del vestibolo, che contiene un condotto endolinfatico.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Tetraplegia: significato, cause, cure e riabilitazione

MEDICINA ONLINE FISIOTERAPIA RIABILITAZIONE DISABILE SEDIA ROTELLE CERVELLO CRANIO EMORRAGIA CEREBRALE ISCHEMIA EMORRAGICA ICTUS PARAPLEGIA EMATOMA EMIPARESI EMIPLEGIA TETRAPARESI TETRAPLEGIA DECUBITO RECUPERO  PARALISI.jpgCon tetraplegia (anche chiamata quadriplegia) si intende una paralisi sia del torso che degli arti superiori ed inferiori, causato da svariate patologie e traumi, ad esempio in caso di incidenti stradali o sportivi. Anche una lesione cerebrale in età infantile precoce (paralisi cerebrale infantile) o in epoche successive della vita possono provocare una tetraplegia nel caso vengano danneggiate estesamente le aree encefaliche deputate al controllo della motilità volontaria. Questa grave patologia, che fa perdere forza e sensibilità alle parti colpite, viene provocata da lesioni o traumi del midollo spinale e delle arterie vertebrali , in modo particolare delle prime sette vertebre cervicali che sorreggono il cranio, identificate con le sigle C1- C2 – C3 – C4 – C5 – C6 – C7.

Cause di tetraplegia

La tetraplegia in genere è la conseguenza di un grave trauma avvenuto in questa particolare e delicata frazione della colonna vertebrale composta dalle vertebre sopra descritte. Il trauma più frequente è quello provocato da un incidente d’auto  e da cadute da motociclette e motorini ( il casco protegge la testa ma non quel tratto del collo). Può essere anche causato da un violento impatto da cadute accidentali, o da traumi derivati da attività sportive (equitazione, hockey, paracadutismo, tuffi ecc.) insomma in tutti quei casi per cui il midollo spinale viene coinvolto o danneggiato da lesioni in quel tratto di vertebre cervicali. Volendo calcolare percentualmente questi traumi:

  • il 45% derivano da incidenti d’auto o motociclette
  • il 21% da cadute
  • il 16% da atti violenti
  • il 13% da infortuni sportivi

Il deficit neurologico che ne consegue è la tetraplegia incompleta ( circa il 30% dei casi), la tetraplegia completa ( nel 26 % dei casi ), quindi la paraplegia incompleta (nel 20% dei casi). Quasi il 60% di questi devastanti infortuni riguarda giovani-adulti tra i 16 e i 30 anni, con tutte le conseguenze e i costi sociali che comportano patologie di questa gravità che prevedono la non autosufficienza per il resto della vita.

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Conseguenze della lesione

Volendo semplificare e rendere più chiare le conseguenze che derivano da traumi subiti dalle prime sette vertebre, possiamo dire che:

  • La lesione che colpisce le vertebre C1 e C2 è il trauma più grave che in genere provoca la morte o la dipendenza da ventilatore meccanico.
  • La lesione che dovesse colpire la vertebra C3 in genere provoca oltre alla probabile paralisi del tronco, la perdita della funzionalità del diaframma.
  • La lesione che dovesse colpire la vertebra C4,  può provocare la perdita della funzionalità delle spalle e del bicipite brachiale e difficoltà nella respirazione.
  • Un trauma alla vertebra C5 può provocare oltre alla probabile paralisi del tronco, l’incapacità del movimento dei bicipiti,delle spalle, dei polsi e delle mani.
  • Una lesione alla vertebra C6 può provocare, oltre alla perdita completa del movimento delle mani anche i movimenti del polso, la paralisi del tronco e degli arti inferiori.
  • Il trauma alla vertebra C7, generalmente provoca ,oltre alla possibile paralisi del tronco,  una limitazione al movimento degli arti superiori impedendo anche l’articolazione di mani e dita.

Il risultato finale purtroppo è quello che le persone che subiscono incidenti in queste prime sette vertebre, non sono più in grado di poter gestire la loro vita normale.  Tra le altre lesioni che possono colpire il midollo osseo di questo segmento di colonna vertebrale, e che possono provocare forme progressive di tetraplegia, vanno aggiunti anche alcuni tipi di tumori cerebrali, forme di necrosi del midollo, o poliomelite (fortunatamente pressoché scomparsa), oppure gravi forme di distrofia muscolare, o da sclerosi a placche in fase avanzata.

Diagnosi

La persona ferita e colpita da presunta tetraplegia va urgentemente ricoverata presso una struttura dotata di unità spinale. Un team specializzato provvederà ad effettuare  rapidamente approfonditi esami per individuare la collocazione della lesione e valutarne il grado di gravità attraverso test neurologici, TAC, analisi radiologiche con liquido di contrasto alle membrane delle meningi, oltre a stimolazioni magnetiche del cranio per valutare la funzionalità dei circuiti che riconducono al Sistema Nervoso Centale.

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Terapie e riabilitazione

Si può guarire da una tetraplegia? Purtroppo allo stato attuale delle ricerche e della conoscenza scientifica non esiste un intervento risolutivo per questa grave patologia. Le più recenti  e promettenti ricerche sono orientate verso terapie innovative che si basano sulla rigenerazione delle parti lese  del Sistema Neurologico Centrale con l’utilizzazione di cellule staminali. Solo ripristinando queste funzionalità sarà infatti possibile recuperare parte dei movimenti e della sensibilità. In attesa, le opzioni terapeutiche per le persone colpite da tetraplegia si basano in genere sulla somministrazione di corticosteroidi e medicinali per rilassare i muscoli ed alleviare il dolore. Oltre ad eventuali trazioni spinali e a sedute fisioterapiche e riabilitative, durante la riabilitazione non è escluso l’intervento chirurgico per rimuovere detriti ossei o liquidi che possano premere sul midollo spinale.

Le tecniche riabilitative più usate per tentare il recupero delle funzioni neurologiche sono:

  • Metodo Kabat;
  • Metodo Bobath;
  • Metodo Perfetti.

A queste si aggiungono:

  • Mobilizzazioni articolari;
  • Stretching;
  • Terapia respiratoria;
  • Trattamento di disturbi sfinterici;
  • Terapia occupazionale.

Complicazioni

La tetraplegia porta purtroppo con sé varie problematiche legate alla riduzione della mobilità, con diminuzione della qualità della vita del paziente. I pazienti necessitano di un’assistenza quotidiana in quanto quasi totalmente non-autosufficienti negli spostamenti, nell’alimentazione, nel vestirsi e nell’espletare i bisogni fisiologici. Inoltre varie complicanze rendono precaria la salute generale, esse sono generalmente:

  • lesioni da pressione;
  • trombosi;
  • polmonite;
  • danni mio-osteo-articolari: limitazioni articolari, retrazioni muscolo-tendinee;
  • complicanze psicologiche: disturbo post traumatico da stress, depressione, pensieri suicidari;
  • complicazioni nervose.

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Lo staff di Medicina OnLine

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Emiparesi destra, sinistra, facciale e neonatale: cause, sintomi e cure

MEDICINA ONLINE CERVELLO BRAIN TELENCEFALO MEMORIA EMOZIONI CARATTERE ORMONI EPILESSIA STRESS RABBIA PAURA FOBIA SONNAMBULO ATTACCHI PANICO ANSIA VERTIGINE IPPOCAMPO IPOCONDRIA PSICOLOGIA DEPRESSIONE TRISTE STANCHEZZA ROMBECon il termine emiparesi in medicina si indica una difficoltà motoria che interessa una parte laterale del corpo, caratterizzata da perdita parziale della funzione motoria di una metà del corpo, acuta, subacuta o cronica. Tra i tipi di emiparesi vi è quella facciale, che colpisce il viso. L’emiparesi può rivelarsi essere reversibile o meno in base alle cause specifiche che l’hanno provocata.

Cause

L’emiparesi è causata da lesioni del motoneurone superiore (nella corteccia cerebrale controlaterale), della sostanza bianca sottocorticale, della capsula interna, del tronco cerebrale.

L’emiparesi acuta è di solito causata da un’ischemia o da un’emorragia cerebrale, più raramente da sanguinamenti neoplastici o da trauma cranico.

L’emiparesi subacuta, che evolve nell’arco di giorni o settimane, è causata spesso da ematoma sottodurale, in maniera particolare in pazienti anziani e in quelli in trattamento anticoagulante. Ascessi cerebrali, infezioni micotiche e parassitarie, tumori cerebrali e linfomi in corso di AIDS sono cause altrettanto frequenti di emiparesi subacuta, che può cronicizzare se la malattia di base non viene trattata (farmacologicamente o chirurgicamente).

Malattie degenerative e malformazioni arterovenose a lenta espansione sono infine responsabili delle emiparesi croniche.

Le emiparesi infantili rappresentano le forme più attenuate delle paralisi cerebrali infantili e sono collegate a prematurità o ad asfissia perinatale e neonatale; spesso si fanno evidenti solo alcuni mesi dopo la nascita.

Sintomi

Uno dei principali sintomi di emiparesi è il segno di Babinski; molto semplicemente questo tipo di sintomo identifica una risposta innaturale agli stimoli ricevuti dalla pianta del piede. Tentando di essere più chiari è possibile riscontrare il segno di Babinski semplicemente stimolando la pianta del piede strofinando una punta smussata a partire dal tallone e risalendo (scorrendo lungo il lato esterno della pianta del piede) fino al primo metatarso.

L’emiparesi si esprime soggettivamente con un deficit della forza muscolare e, all’esame neurologico, si può evidenziare con la prova di Mingazzini: se il danno è corticale il paziente, invitato a sollevare gli arti (superiori o inferiori), abbassa lentamente l’arto paretico; nella prova di Barrè il paziente, prono con le gambe flesse ad angolo retto, abbassa la gamba paretica. L’emiparesi di origine corticale si può accompagnare a turbe sensitive, a disturbi del linguaggio e ad altri deficit corticali. L’emiparesi motoria pura del volto, del braccio o della gamba (o di entrambi gli arti) è dovuta a una piccola lesione della parte posteriore della capsula interna o del peduncolo cerebrale. Se la lesione si verifica a livello del bulbo, si osserva paresi nel territorio di uno o più nervi cranici associata ad emiparesi controlaterale degli arti.

Le emiparesi infantili, evidenti spesso solo alcuni mesi dopo la nascita, sono caratterizzate dall’atteggiamento in semiflessione degli arti dell’emisoma interessato, piedi in atteggiamento equino e appoggio sulle sole dita, predominanza precoce di un emisoma, spasticità.

Come si diagnostica l’emiparesi

Per quanto sia abbastanza semplice (per un medico esperto) riconoscere un problema di emiparesi dalla semplice osservazione dei sintomi (che sono abbastanza caratteristici come abbiamo avuto modo di vedere fino adesso) la vera difficoltà consiste nel riuscire a definire con la massima accuratezza possibile dove sia localizzato il trauma (a livello cerebrale) che ha prodotto l’emiparesi. Questo non sempre è possibile, tuttavia si riesce solitamente a risalire con una discreta approssimazione a questo tipo di informazione sulla base dell’anamnesi e di eventuali esami diagnostici (radiografici) che possono evidenziare eventuali lesioni a carico della corteccia cerebrale, della sostanza bianca o della capsula interna dell’emisfero cerebrale.

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Emiparesi: quando rivolgersi al medico

L’emiparesi è un disturbo che per la sua natura non viene mai trascurato dai pazienti nei quali immancabilmente suscita un certo panico; il punto non è tanto rivolgersi al medico dopo un problema di emiparesi, questo è un rischio che certamente i nostri lettori non corrono, quanto saper riconoscere per tempo i sintomi di quei disturbi che possono causare un problema di emiparesi al fine di poter intervenire con la massima tempestività. Più nello specifico sarebbe di fondamentale importanza che tutti imparassimo a riconoscere i sintomi dell’ictus (che come abbiamo detto è il disturbo che più tipicamente finisce col produrre emiparesi nei pazienti che ne sono colpiti)

Trattamento dell’emiparesi

Per poter trattare in maniera efficace un’emiparesi è necessario agire direttamente sulla lesione che l’ha prodotta; nonostante questo però, anche una volta curata la lesione, è necessario un percorso terapeutico per consentire al paziente di recuperare pienamente la propria capacità motoria. La rieducazione motoria è quindi la cura più efficace contro l’emiparesi così come l’ortofonia permette di recuperare i deficit linguistici che dovessero essere insorti a seguito di un’emiparesi. La terapia è riabilitativa (fisioterapica e psicomotoria).

Riabilitazione dell’emiparesi

Ai fini della riabilitazione post ictus, è importante distinguere l’emiparesi sinistra da quella destra per il semplice motivo che i due emisferi cerebrali presentano delle caratteristiche ed attitudini singolari, nonostante collaborino e partecipino alle funzioni vitali in modo intimo ed indissolubile. Come sappiamo in linea generale una lesione cerebrale comporta una alterazione dei processi cognitivi che partecipano al movimento. Mentre nello specifico possiamo individuare nei casi di emiparesi sinistra le seguenti alterazioni specifiche che potrebbero presentarsi in misura variabile che partecipano al deficit motorio e alla comparsa di spasticità:

  • Disturbi dell’attenzione
  • Disturbi della Percezione
  • Difficoltà di apprendimento
  • Alterata programmazione del movimento
  • Alterazione della linea mediana
  • Disturbi del comportamento
  • Alterata consapevolezza

Appare chiaro che tali alterazioni devono essere considerate nella fisioterapia dopo ictus, attraverso un approccio riabilitativo che sia in grado di migliorarle per poter incidere su quello che è il risultato finale del recupero del movimento del paziente con emiparesi sinistra. Una riabilitazione rivolta al solo rinforzo muscolare o alla stimolazioni dei riflessi non può che essere parziale di fronte alla reale necessità del paziente che in seguito ad ictus abbia sviluppato una emiparesi sinistra.
Per questo la scelta riabilitativa ad oggi più indicata è la riabilitazione neurocognitiva, in grado di coinvolgere i processi cognitivi che partecipano al movimento, attraverso esercizi costruiti sul singolo paziente e sulle sue specifiche caratteristiche.

Per approfondire:

DOTT. EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CHIRURGO DIRETTORE MEDICINA ONLINE PARALISI DI BELL EMIPARESI FACCIALE FACCIA VISO NERVO FACCIALE LESIONE RIABILITAZIONE LABBRA CASCANTI OCCHIO APERTO SI PUO CURARE TERAPIA DONNA

Paralisi di Bell (emiparesi facciale)

Cos’è l’emiparesi facciale?

Fin qui abbiamo provato a definire a livello generale cosa sia l’emiparesi, quali sono le sue cause, i sintomi e i trattamenti possibili contro questo disturbo; in questi ultimi paragrafi vogliamo provare a definire più nel dettaglio le varie forme di emiparesi possibili, a partire da quella più comune che è l’emiparesi facciale. Come il nome stesso suggerisce l’emiparesi facciale colpisce il viso (più precisamente il lato destro o sinistro del volto) ed è frequentemente causata da processi infiammatori a carico del nervo facciale (paralisi di Bell).

Per approfondire: Lesioni del nervo facciale: paralisi di Bell ed altre cause di paralisi

Cos’è l’emiparesi spastica?

A differenza dell’emiparesi facciale (in cui appunto la definizione è direttamente legata al particolare anatomico coinvolto, nello specifico quindi il viso) l’emiparesi si definisce spastica non per identificare quale parte del corpo sia coinvolta quanto per specificare la natura stessa della plegia. Tentando di essere più chiari il termine “spastica” identifica semplicemente la rigidità dei muscoli coinvolti dall’emiparesi; l’emiparesi spastica rappresenta quindi l’esatto contrario di quella flaccida in cui i muscoli coinvolti risultano essere deboli e “molli” mentre, come detto, al contrario, l’emiparesi spastica è caratterizzata dalla rigidità muscolare

Cos’è l’emiparesi atassica?

L’emiparesi atassica è caratterizzata da una paresi parziale di uno degli arti inferiori (con ridotta capacità motoria) cui si associa atassia (cioè mancata capacità di coordinare i movimenti) nell’arto superiore.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Emiplegia destra, sinistra, spastica, flaccida: significato e riabilitazione

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Emiplegia nel bambino

L’emiplegia nel bambino

Nei primi mesi di vita si evidenzia una asimmetria negli schemi motori del bambino; deambulazione in lieve ritardo poi vistosamente asimmetrica, difficoltà nell’uso della mano paretica nell’esecuzione di prassie fini e nella presa con forza. Nel caso di emiparesi destra è frequente il mancinismo vicariante e si possono associare problemi dello sviluppo linguistico. L’emiparesi spastica può essere la conseguenza di errori commessi in prossimità del parto dal ginecologo e/o dall’ostetrica e/o dal rianimatore e/o dal neonatologo. E’ di importanza cruciale che il medico effettui un monitoraggio molto accurato del bambino e della madre durante il parto, e che tratti correttamente i fattori di rischio come infezioni e complicazioni dovute alla mancanza di ossigeno. Se l’emiparesi spastica è stata causata da tali comportamenti negligenti, sia i medici che hanno prestato assistenza al parto che la struttura ospedaliera dovranno risarcire il conseguente danno (patrimoniale e non patrimoniale) subito dal bambino e dalla sua famiglia.

Fattori di rischio nell’emiplegia nel bambino

Tra i fattori di rischio di emiparesi e paralisi cerebrale evidenziati nella ricerca sono inclusi:

  • prima gravidanza;
  • bambino nato da mamma con una storia di preeclampsia o infertilità;
  • parto cesareo d’emergenza;
  • rottura prematura delle membrane;
  • secondo stadio del travaglio prolungato;
  • utilizzo della ventosa ostetrica.

Condizioni associate all’emiplegia nel bambino

I bambini affetti da emiplegia hanno i seguenti problemi:

  • compromissione delle capacità fino-motorie come scrivere od usare le forbici;
  • difficoltà a camminare e rimanere in equilibrio;
  • irrigidimento debolezza dei muscoli di un lato del corpo;
  • convulsioni;
  • difficoltà nel raggiungere tappe dello sviluppo quali rotolare, sedersi, strisciare e gattonare, ridere, afferrare un oggetto, voltarsi verso il luogo di provenienza di un rumore;
  • circa un quarto dei bambini con emiplegia spastica, secondo la Children’s Hemiplegia and Stroke Association, hanno un quoziente intellettivo inferiore al 70;
  • Inoltre, alcuni bambini con emiplegia spastica sviluppano un’anormale curvatura della spina dorsale. Ciò si verifica in conseguenza della tendenza del bambino a camminare con il tallone della gamba affetto da paralisi sollevato (dorsiflessione).

Trattamento dell’emiplegia nel bambino

  • Fisioterapia e terapia occupazionale;
  • Supporti meccanici, come stampelle e sedia a rotelle;
  • Supporti per la comunicazione come computer o sintetizzatori vocali;
  • Logoterapia;
  • Terapia comportamentale;
  • Terapia familiare;
  • Farmaci volti alla riduzione degli episodi convulsivi e degli spasmi muscolari, antidolorifici;
  • Interventi chirurgici, come la rizotomia dorsale selettiva.

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Emiplegia nell’adulto

Cause di emiplegia nell’adulto

L’emiplegia nell’adulto può essere dovuta a lesione cerebrale da varie cause:

  • vascolare (ictus ischemico o emorragia cerebrale);
  • traumatiche;
  • tumorali;
  • degenerative;
  • infettive;
  • malformazioni.

Sintomi motori di emiplegia nell’adulto

I segni e sintomi si possono manifestare all’improvviso oppure in modo graduale. le fasi dello sviluppo dell’emiplegia sono sostanzialmente due:

  • fase acuta, in cui prevale una paralisi flaccida e dura mediamente dalle 2 alle 6 settimane. Nella paralisi flaccida si assiste alla perdita totale o parziale del tono dei tessuti unita a riflessi tendinei ridotti o assenti negli arti interessati
  • fase sub-acuta, in cui prevale la paralisi spastica e i segni vanno incontro a stabilizzazione. In questa fase si manifestano sincinesie o sinergie, reazioni associate ed è possibile un recupero motorio funzionale.

I segni secondari che caratterizzano l’emiplegia sono:

  • deficit di forza con problemi di reclutamento delle unità motorie;
  • spasticità con iperreflessia con compara di schemi patologici in genere estensori all’arto inferiore e flessorio all’arto superiore;
  • comparsa dei riflessi primitivi per mancata inibizione di questi (riflesso di Babinski, riflessi tonici del collo, estensione crociata…);
  • lentezza delle risposte muscolari dovuta ad una prevalenza delle fibre muscolari toniche rispetto a quelle fasiche.

Cos’è la spasticità?

Il progresso delle scienze neurocognitive permette di identificare all’interno del complesso fenomeno della spasticita, un insieme di fenomeni e di elementi patologici più facilmente trattabili attraverso l’esercizio terapeutico conoscitivo. In conclusione il fenomeno della spasticità è l’insieme dei seguenti componenti di motilità elementare:

  • reazione abnorme allo stiramento;
  • abnorme irradiazione;
  • deficit di reclutamento di unità motorie;
  • schemi elementari di movimento.

Comprendiamo questo elemento della spasticità attraverso un esempio. Sappiamo che quando picchiamo con un martelletto il nostro ginocchio, questo si muove per riflesso, questo avviene per lo stiramento “veloce” dei recettori muscolari e tendinei, ma nel soggetto emiplegico con spasticità è diverso: il riflesso da stiramento dei recettori, è abnorme ed avviene anche con stiramenti di lieve entità e “lenti”Se in seguito ad un trattamento riabilitativo inadeguato, la persona si trova con il braccio piegato al gomito e si prova ad estenderlo manualmente, si otterrà non altro che una risposta riflessa di ulteriore flessione. Nella valutazione del paziente emiplegico, il dato più rilevante da osservare, non è tanto l’entità della spasticità, ma la capacità del paziente di tenerla sotto controlloInfatti, se invece di estendere il gomito senza preparazione chiediamo al paziente di dirigere la sua attenzione sull’articolazione che verrà mossa, in questo caso il gomito, e lo si fa preparare al movimento, utilizzando anche il confronto con il gomito opposto, è possibile verificare una risposta diversa: il gomito infatti, mostrerà delle possibilità diverse di movimento.

Sintomi non motori di emiplegia nell’adulto

Le lesioni cerebrali raramente sono selettive del sistema motorio, nella maggior parte dei casi si associano a lesione di aree cerebrali con altre competenze:

  • sensitivi: vi è un’alterata sensibilità superficiale, discriminativa e profonda.
  • aumento della rigidità muscolare non solo dovuta alla risposta neurologica allo stiramento, ma anche all’accorciamento del muscolo e all’aumento della stifness passiva.
  • deficit delle funzioni corticali superiori (afasia, aprassia, neglect, anosognosia…)

L’emiplegia può produrre complicanze che esitano in un danno terziario, ad esempio:

  • come piaghe da decubito;
  • retrazioni muscolo-tendinee;
  • ipostenia muscolare.

Riabilitazione

La riabilitazione, secondo la letteratura medica, è importante, e consiste nel favorire il reclutamento dell’emilato leso in tutti i possibili schemi motori, mediante terapia psicomotoria, fisioterapia individuale e terapia occupazionale. La riabilitazione deve avere un’adeguata intensità e precocità ed è differente se l’emiplegia interessa il lato destro. Come già accennato, in seguito ad un ictus dell’emisfero sinistro, è possibile che oltre ai disturbi legati alla paresi del lato destro del corpo, ci siano disturbi del linguaggio e che in seguito ad un ictus dell’emisfero destro, ci siano deficit di attenzione come il neglect e disturbi della coscienza del proprio stato patologico come l’anosognosia: quindi non è corretto trattare allo stesso modo un paziente emiplegico destro ed un paziente emiplegico sinistro, perché gli ictus che li hanno determinati, hanno alterato i processi cognitivi in modo diverso.

La riabilitazione di una emiplegia è un cammino spesso lungo e tortuoso, composto da diversi fattori (emotivi, muscolari, neurologici…) quindi è importante affidarsi ad un team altamente specializzato, specie se il paziente è anziano, depresso e/o demotivato.

1) RIABILITAZIONE MOTIVAZIONALE

In principio si pensava che il movimento fosse solo il risultato della volontà di muoversi, a questo livello scientifico si basano tutte le tecniche riabilitative che usano la sola motivazione come strumento per il recupero. In realtà se dopo un ictus giustamente ci sono delle difficoltà nel camminare, sforzarsi a camminare il più possibile non farà recuperare il cammino, anzi verranno potenziati gli aspetti patologici come spasticità ed ipertono. Adesso crederai che questo modo di fare riabilitazione sia vecchio e non si faccia più, mi dispiace dirti che ti sbagli, tutt’oggi la riabilitazione motivazionale viene utilizzata. È chiaro che anche gli aspetti psicologici come volontà e motivazione siano importanti per costruire una condotta terapeutica, ma non si può basare il completo recupero dell’emiplegia solo sull’aspetto motivazionale.

2) RIABILITAZIONE MUSCOLARE

Risalgono alla metà dell’ottocento gli studi che mettevano il muscolo al centro del movimento, e fanno riferimento a questo periodo le tecniche riabilitative, che per recuperare il movimento in seguito ad un ictus cerebrale, propongono il rinforzo dei muscoli paralizzati. Gli studi sul movimento si sono evoluti, dalla sola motivazione del punto precedente e dalla sola capacità contrattili dei muscoli, sono stati fatti molti passi in avanti, rimane il fatto che la riabilitazione dell’emiplegia passa anche da un efficace rinforzo muscolare.

3) RIABILITAZIONE NEUROMOTORIA

La scienza riabilitativa, ha fatto un balzo in avanti quando anche ai riflessi venne affidata importanza per la costruzione del movimento, a questo periodo dell’evoluzione scientifica fanno capo tecniche riabilitative come Bobath, Kabat, e Vojta, secondo queste metodiche per recuperare il movimento bisogna passare per l’evocazione e l’inibizione di alcuni riflessi. Lo studio dei riflessi è stata una tappa fondamentale per la scienza riabilitativa ed ancora oggi in molti adottano ancora tali metodiche per il recupero dell’emiplegia.

4) RIABILITAZIONE NEUROCOGNITIVA

Negli ultimi decenni la tecnica per studiare il movimento si è nettamente evoluta, infatti gli studiosi del movimento sono stati in grado di studiare soggetti svegli, e si accorsero che il movimento non poteva essere studiato senza considerare tutti quei processi coscienti come:

  • attenzione;
  • memoria;
  • apprendimento;
  • percezione;
  • problem solving.

Da queste considerazioni e dalle successive che continuarono nella stessa direzione, nasce e si sviluppa la riabilitazione Neuocognitiva, conosciuta anche come Esercizio Terapeutico Conoscitivo (E.T.C) e metodo Perfetti. L’intuizione geniale che sta dietro a questo modo di fare riabilitazione è che il recupero del movimento passi necessariamente dal recupero dei processi cognitivi alterati dalla lesione cerebrale. Gli esercizi del metodo Perfetti inoltre tengono conto anche delle considerazioni scientifiche precedenti come motivazionereclutamento muscolare e riflessi.

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Differenza tra emiplegia destra e sinistra

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Nel caso di emiplegia (come nell’emiparesi), bisogna distinguere l’emiparesi destra da quella sinistra, sia perché i sintomi sono diversi, sia perché anche la riabilitazione dovrà essere diversa. Questo avviene principalmente perché gli emisferi destro e sinistro del cervello hanno funzioni diverse e specifiche quindi la lesione di un dato emisfero porterà a deficit specifici.

Quando parliamo di emiparesi destra ci riferiamo ad una paresi che investe la metà destra del corpo, determinata da lesione avvenuta ai danni dell’emisfero sinistro del cervello. Oltre al deficit motorio dell’emilato destro, in caso di danno all’emisfero sinistro, è possibile che si verifichino disturbi del linguaggio, a tal proposito, leggi:

Nell’emiparesi sinistra, la paresi è della metà parte sinistra del corpo mentre la lesione cerebrale ha coinvolto l’emisfero destro. In questo caso, oltre ai deficit motori dell’emilato sinistro, si possono verificare deficit di attenzione come il neglect e disturbi della coscienza del proprio stato patologico come l’anosognosia, a tal proposito leggi:

Da quanto detto appare chiaro che, in base alla localizzazione del danno, i sintomi dell’emiparesi possono essere diversi e quindi non è corretto trattare allo stesso modo un paziente emiplegico destro ed un paziente emiplegico sinistro, perché il danno nervoso ha alterato i processi cognitivi in modo diverso.

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