Minor rischio di depressione post partum con nascite in inverno e primavera

MEDICINA ONLINE PARTO DEPRESSIONE POST PARTUM BABY BLUE NEWBORN GRAVIDANZA INCINTA ACQUA LATTE MATERNO SENO MAMMA FIGLIO BAMBINO BIMBO NEONATO PERICOLOSO BAMBINA IN TERAPIA INTENSIVA BIRTH WATER PICTURE WALLPAPER PICS HD.jpgMese del parto, durata della gravidanza e anestesia influiscono sul rischio di avere la depressione post partum. Le probabilità di soffrirne sono minori infatti per le donne che partoriscono in inverno o primavera, che arrivano alla fine della durata prevista della gravidanza e se gli viene somministrata l’anestesia, come l’epidurale, durante il travaglio. Lo suggerisce uno studio del Brigham & Women’s Hospital di Boston presentato al Congresso in corso della Società americana di anestesiologia. In particolare, in inverno e primavera si attiverebbe nella madre un meccanismo protettivo per il piacere di fare attività dentro casa con il proprio piccolo. Quando invece non si riceve l’analgesia, spiegano i ricercatori, c’è il rischio di vivere un travaglio traumatico, oppure, ipotizzano, è possibile che chi rifiuta l’anestesia abbia delle caratteristiche personali che la rendono più vulnerabile a questo tipo di disturbo.

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Il rischio di depressione post partum è inoltre più alto per chi ha un maggior indice di massa corporea, che può influire sull’aspetto e l’atteggiamento dopo il parto, mentre è minore per le donne di razza caucasica, forse per fattori socioeconomici. Infine, se il bimbo non nasce prematuro, la madre è meno stressata mentalmente al parto. “Volevamo vedere se c’erano alcuni fattori che possono influire sul rischio di sviluppare la depressione post partum e possono quindi essere prevenuti”, commenta Jie Zhou, coordinatore dello studio. Almeno il 10% delle donne soffre di ansia e problemi depressivi dopo il parto. I sintomi sono tristezza, irrequietezza, agitazione, minore concentrazione. Nello studio sono stati analizzati i dati medici di oltre 20mila donne che avevano partorito tra giugno 2015 e agosto 2017 nell’ospedale: di queste, 817, pari al 4,1%, avevano sofferto di depressione post partum.

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Classificazione e stadiazione delle fasi del tumore alla mammella

MEDICINA ONLINE LABORATORIO BLOOD TEST EXAM ESAME DEL SANGUE FECI URINE GLICEMIA ANALISI GLOBULI ROSSI BIANCHI PIATRINE VALORI ERITROCITI ANEMIA TUMORE CANCRO LEUCEMIA FERRO FALCIFORME MIn caso di tumore maligno alla mammella, esistono vari sistemi di classificazione, i quali sono molto importanti perché influenzano molto il trattamento, la prognosi e la mortalità. Una descrizione ottimale di una neoplasia alla mammella deve includere tutti questi fattori:

  • Istopatologia Il cancro alla mammella in primo luogo è solitamente classificato per il suo aspetto istologico. La maggior parte dei tumori alla mammella sono derivati dall’epitelio di rivestimento dei dotti galattofori o dei lobuli e questi tumori sono classificati rispettivamente come duttali o lobulari. Per carcinoma in situ si intende la crescita di cellule cancerose o precancerose di basso grado all’interno di un compartimento tissutale particolare, come il dotto mammario, senza che vi sia una invasione dei tessuti circostanti. Al contrario, il carcinoma invasivo non si limita al compartimento tissutale iniziale.
  • Grado. Questa classificazione confronta l’aspetto delle cellule tumorali della mammella con il tessuto mammario normale. Le cellule normali in un organo come la mammella si differenziano, il che significa che esse assumono forme e forme specifiche a seconda della loro funzione che rivestono nell’organo. Le cellule tumorali perdono tale differenziazione. Nel tumore, le cellule che normalmente si dovrebbero schierare in modo ordinato per formare i condotti del latte, diventano disorganizzate. La divisione cellulare diventa incontrollata. I nuclei delle cellule perdono di uniformità. I patologi descrivono le cellule come ben differenziate (basso grado), moderatamente differenziate (grado intermedio) e scarsamente differenziati (alto grado), a seconda di come le cellule perdono progressivamente le caratteristiche proprie delle cellule normali. Tumori scarsamente differenziati hanno una prognosi peggiore.
  • Stadio. La stadiazione del cancro della mammella utilizza il classificazione TNM che si basa sulle dimensioni del tumore (T), sulla sua diffusione ai linfonodi (N) ascellari e se vi è la presenza di metastasi (M), cioè la sua diffusione ad una parte più lontana del corpo. Una dimensione più grande del tumore, la diffusione linfonodale e la presenza di metastasi, comporta un punteggio TNM elevato e una prognosi peggiore.

Le tappe principali sono:

  • Stadio 0 è una condizione pre-cancerosa o marcatore, o il carcinoma duttale in situ o carcinoma lobulare in situ.
  • Fasi 1-3 sono all’interno della mammella o linfonodi regionali.
  • Fase 4 è il cancro ‘metastatico’ che ha una prognosi meno favorevole.

Se disponibili, gli studi di imaging biomedico possono essere utilizzati come parte del processo diagnostico nei casi selezionati per la ricerca di metastasi. Tuttavia, nei casi di tumore mammario con basso rischio di metastasi, i rischi associati alle scansioni PET, TAC o scintigrafia ossea, superano i possibili vantaggi, in quanto queste procedure espongono il paziente ad una notevole quantità di radiazioni ionizzanti potenzialmente pericolose.

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T
Dimensioni del tumore
T0 Nessun tumore rilevabile
Tis Carcinoma in situ, non invasivo
T1 fino a 2 cm
T1mic Microinvasione fino a 0,1 cm
T1a >0,1 cm ma ≤ 0,5 cm
T1b > 0,5 cm fino a 1 cm
T1c > 1 cm fino a 2 cm
T2 > 2 cm fino a 5 cm
T3 > di 5 cm
T4 Qualsiasi dimensione con estensione alla parete toracica o alla pelle
N
Coinvolgimento linfonodale
N0 Nessuno
N1 1–3 nell’ascella
N2 4–9 nell’ascella
N3 10 o più nell’ascella o
al di sotto/sopra della clavicola
M
Presenza di metastasi
M0 Non rilevabili
M1 Rilevabili (più frequentemente a polmone, fegato e ossa)

Stato dei recettori

Le cellule del cancro alla mammella possiedono dei recettori sulla loro superficie, nel loro citoplasma e nel nucleo. Alcuni messaggeri chimici, come gli ormoni si legano ai recettori e questo provoca variazioni nella cellula. Le cellule del cancro al mammella possono avere o non avere tre recettori importanti: il recettore dell’estrogeno (ER), il recettore del progesterone (PR), e l’HER2/neu. Le cellule tumorali ER+ (cioè le cellule tumorali che hanno recettori per gli estrogeni) dipendono dagli estrogeni per la loro crescita; questo implica che esse possono essere colpite con farmaci che bloccano gli effetti degli estrogeni (ad esempio il tamoxifene) e generalmente la malattia ha una prognosi migliore. Senza trattamento, i tumori mammari HER2+ sono generalmente più aggressivi di quelli HER2-[87][88], tuttavia le cellule tumorali HER2 + rispondono ai farmaci, come l’anticorpo monoclonale trastuzumab (in combinazione con la chemioterapiaconvenzionale), e ciò ha migliorato in modo significativo la prognosi.[89] Le cellule prive di questi tre recettori vengono chiamate triplo-negative, anche se spesso esprimono recettori per altri ormoni, come il recettore degli androgeni e il recettore della prolattina.

Test del DNA

Il test del DNA può essere di vario tipo, tra cui quello a microarray, e ha come obbiettivo il confronto tra le cellule normali a le cellule del carcinoma. Le specifiche modifiche, in un particolare per il cancro al mammella, possono essere usate per classificare il tumore in diversi modi e possono aiutare nella scelta del trattamento più efficace.

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Neonata gravissima in terapia intensiva dopo parto in acqua

MEDICINA ONLINE PARTO GRAVIDANZA INCINTA  IN ACQUA PERICOLOSO BAMBINA IN TERAPIA INTENSIVA parto_humanizado_mitos_e_verdades BIRTH WATER PICTURE WALLPAPER PICS HD.jpgPartorire in acqua può essere pericoloso, come affermato dai ricercatori canadesi della Western University di London, Ontario, che hanno descritto sul Canadian Medical Association Journal il caso di una bimba finita in terapia intensiva con un’infezione  dopo la nascita. La bimba è stata partorita in una vasca idromassaggio che era stata riempita tre giorni prima sotto la supervisione di un’ostetrica.

Alla nascita pesava circa tre chili e mezzo ed è stata allattata senza problemi, ma dopo otto giorni è stata ricoverata con febbre alta, inappetenza e letargia, e lo stesso giorno è stata spostata in terapia intensiva a causa di una insufficienza multiorgano dovuta a sepsi. Dopo qualche giorno di antibiotici la bimba è migliorata, e i test hanno permesso di diagnosticare un’infezione da Legionella, un batterio tipico delle piscine che prolifera a temperature fra 20 e 42 gradi.

Gli autori dello studio: “Questo caso serve a sottolineare la possibilità di un effetto avverso potenzialmente letale del parto in acqua specialmente se si usano piscine riscaldate preriempite. Fattori come riempire la vasca giorni prima del parto, una inadeguata disinfezione, l’uso di fonti contaminate d’acqua, l’uso dell’idromassaggio e il riscaldamento dell’acqua contribuiscono ad aumentate il carico batterico della vasca dove avviene il parto”.

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Ematidrosi: la malattia che ti fa sudare sangue

MEDICINA ONLINE EMATOIDROSI SUDARE SANGUE SUDORE PORI PELLE SANGUINARE EMORRAGIA STUDIO LETTERATURA SCIENTIFICA hematohidrosis-describes-the-condition-in-which-blood-comes-out-of-unbroken-pores.jpegE’ una patologia molto rara tanto che è diventato famoso il caso di una donna di 21 anni di Firenze affetta da ematidrosi, una condizione rarissima che porta appunto a sudare sangue, soprattutto in caso di stress molto forti. La paziente fiorentina, la cui vicenda è descritta dai medici dell’Università di Firenze sul Canadian Medical Association Journal, è arrivata all’ospedale quando il sintomo si manifestava già da tre anni.

Roberto Maglie e Marzia Caproni del dipartimento di Dermatologia dell’Università di Firenze: “Non c’era nessuna causa scatenante visibile per il sanguinamento che poteva avvenire mentre la donna dormiva o durante l’attività fisica. La paziente ha dichiarato che il fenomeno era più intenso durante i periodi di maggior stress, con episodi di durata da uno a cinque minuti. La paziente è diventata socialmente isolata a causa dell’imbarazzo provocato dal sanguinamento ed ha riportato sintomi compatibili con un depressione maggiore e un disturbo da panico”.

L’ematoidrosi, (“hematohidrosis syndrome” in lingua inglese) è una condizione descritta raramente in letteratura; fra le cause ipotizzate ci sono problemi di coagulazione o una rottura dei vasi sanguigni che fa finire il sangue nei dotti del sudore. In questo caso alla donna sono stati prescritti degli psicofarmaci per i problemi di ansia e depressione e il propanololo, un medicinale contro l’ipertensione, che ha alleviato il problema principale senza però eliminarlo. Al caso la rivista dedica anche un editoriale di Jacalyn Duffin, esperta di storia della medicina dell’università dell’Ontario.

In letteratura medica moderna sono riportati pochi casi: 28 tra il 2004 e il 2017. Un caso, riguardante un uomo di 72 anni, è stato riportato nel 2009 dall’Indian Journal of Dermatology, che ne ha descritti altri due nel 2010 e nel 2013. Sempre nel 2013 il caso di una ragazza con questa condizione è stato invece descritto dalla rivista specializzata in ematologia Blood.

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Differenza tra capezzolo ed areola

MEDICINA ONLINE PETTO MAMMELLA FORMICOLIO CIRCOLAZIONE CANCRO TUMORE DONNA MORTALITA MORTE PROGNOSI CANCRO TUMORE SENO LINFATICI METASTASI LINFONODO SENTINELLA CARCINOMA DOTTI DUTTALE ANATOMIAIl capezzolo è la formazione anatomica presente sulla Continua a leggere

Gli atei sono intolleranti, immorali, depressi, dogmaticamente chiusi all’evidenza del soprannaturale?

MEDICINA ONLINE RELIGIONE ATEI AGNOSTICI ATEISM GIORDANO BRUNO ROGO DIVINITA ERETICO STREGA SOLE CIELO STELLE STATUE STORIA MORTE TORTURA CROCIATI GUERRE DI RELIGIONE CHIESA CATTOLICA ROMANA.jpgIl mondo è colmo di tecnologia, la scienza ha allungato le nostre vite e la nostra salute, il processo di secolarizzazione avanza senza sosta, eppure… gli atei nel “modernissimo” nuovo millennio, sono ancora altamente discriminati. Secondo un recente sondaggio di Newsweek solo il 37% degli americani eleggerebbero presidente qualcuno che si qualificasse ateo, un po’ quello che succede a Jodie Foster nel film Contact. Gli atei sono spesso immaginati come intolleranti, immorali, depressi, ciechi alla bellezza della natura e dogmaticamente chiusi all’evidenza del soprannaturale. Persino John Locke, uno dei grandi patriarchi dell’Illuminismo, credeva che l’ateismo «non dovesse affatto essere tollerato» perché «promesse, patti e giuramenti, che sono i legami delle società umane, non possono avere alcuna presa su un ateo». Ciò accadeva più di 300 anni fa. Ma, negli Stati Uniti attuali, poco sembra essere cambiato. Ben l’87% della popolazione afferma di “non aver mai dubitato” dell’esistenza di Dio; meno del 10% si qualifica atea e pare che la sua reputazione stia sempre più deteriorandosi. Visto che è noto che gli atei sono spesso tra gli individui più intelligenti e scientificamente preparati di una società, sembra importante ridimensionare i miti che impediscono loro di giocare un ruolo più importante nel nostro contesto nazionale.

1. Gli atei credono che la vita sia priva di significato

Al contrario, sono le persone religiose che spesso si preoccupano che la vita sia priva di significato e immaginano che possa essere solo redenta dalla promessa della felicità eterna oltre la tomba. In generale, gli atei sono piuttosto convinti che la vita sia preziosa. Si carica la vita di significato vivendola davvero e pienamente. Le nostre relazioni con coloro che amiamo sono ricche di significato adesso; non hanno bisogno di durare per sempre per diventare significative. Gli atei tendono a considerare questa paura di mancanza di senso… beh… priva di senso.

2. L’ateismo è responsabile dei i più grandi crimini della storia dell’uomo

Le persone di fede spesso affermano che i crimini di Hitler, Stalin, Mao e Pol Pot erano l’inevitabile prodotto della mancanza di fede. Il problema del fascismo e del comunismo, tuttavia, non risiede in una loro eccessiva critica della religione; semmai, è che sono troppo simili alle religioni stesse. Questi regimi sono profondamente dogmatici, e generalmente danno origine a culti della personalità che sono indistinguibili dai culti di venerazione di un qualsiasi eroe religioso. Auschwitz, i gulag e i campi di sterminio non sono esempi di ciò che accade quando gli esseri umani rigettano il dogma religioso; sono altresì effetti di dogmi politici, razziali e nazionalistici senza controllo. Non esiste società nella storia dell’uomo che abbia mai sofferto perché il suo popolo è divenuto troppo ragionevole, anzi, spesso è in nome delle religioni che si sono combattute le peggiori guerre e perpetrate le più drammatiche torture ed ingiustizie contro “eretici”, “streghe” e “uomini posseduti dal demonio”.

3. L’ateismo è dogmatico

Ebrei, cristiani e musulmani affermano che le loro scritture hanno una conoscenza dei bisogni dell’umanità talmente approfondita che potrebbero solo essere state scritte sotto la direzione di una divinità onnisciente. Un ateo è semplicemente una persona che ha preso in considerazione tale affermazione, ha letto i libri e ha trovato l’affermazione stessa ridicola. Non c’è bisogno di prendere tutto per fede, o essere in alternativa dogmatici, per rigettare credenze religiose ingiustificate. Come ha detto Stephen F. Roberts, «Io sostengo che siamo entrambi atei, solo che io credo in un dio di meno rispetto a voi. Quando capirete perché rifiutate tutti gli altri possibili dei, capirete anche perché io rifiuto il vostro».

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4. Gli atei pensano che ogni cosa nell’universo si origini per caso

Nessuno sa perché l’Universo si sia originato. In effetti, non è neppure del tutto scontato che si possa financo parlare coerentemente dell’“inizio” o della “creazione” dell’universo, dato che queste idee si richiamano al concetto di tempo, ed ecco che ci ritroviamo a parlare dell’origine dello stesso spazio-tempo. Il concetto che gli atei credano che tutto si sia creato per caso è anche utilizzato regolarmente come critica dell’evoluzione darwiniana. Come Richard Dawkins spiega nel suo splendido libro L’Illusione di Dio, ciò rappresenta un completo fraintendimento della teoria dell’evoluzione. Benché non sappiamo precisamente come la chimica primigenia terrestre abbia prodotto la biologia, sappiamo che la diversità e la complessità che vediamo nel mondo vivente non è un prodotto del puro caso. L’evoluzione è infatti una combinazione di mutazioni accidentali e di selezione naturale. Darwin coniò l’espressione “selezione naturale” per analogia con la “selezione artificiale” operata dagli allevatori di bestiame. In entrambi i casi, la selezione esercita un effetto espressamente non casuale sullo sviluppo di una qualsiasi specie.

5. L’ateismo non ha alcuna connessione con la scienza

Benché sia possibile essere uno scienziato e credere in Dio — come pare alcuni scienziati facciano — non v’è dubbio che l’avvicinamento al pensiero scientifico tenda a erodere, piuttosto che a supportare, la fede religiosa. Prendiamo come esempio la popolazione statunitense: la maggior parte delle inchieste mostra che circa il 90% della collettività crede in un Dio personale; tuttavia, il 93% dei membri dell’Accademia Nazionale delle Scienze non credono in Dio. Ciò suggerisce che poche forme di pensiero sono meno congeniali alla fede religiosa della scienza.

6. Gli atei sono arroganti

Quando gli scienziati non sanno qualcosa (come il perché dell’origine dell’universo, o come si siano formate le prime molecole auto-replicanti), lo ammettono. Nel campo scientifico è molto grave fingere di conoscere cose che in realtà non si sanno. Eppure lo stesso comportamento è la linfa delle religioni basate sulla fede. Un sesquipedale esempio d’ironia in materia religiosa è la frequenza con cui persone di fede si autocelebrano per la propria umiltà, mentre allo stesso tempo rivendicano conoscenze in tema di cosmologia, chimica e biologia che nessuno scienziato può vantare. Su materie quali la natura del cosmo e il nostro posto al suo interno, gli atei traggono generalmente le loro opinioni dalla scienza. Questa non è arroganza; è onestà intellettuale.

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7. Gli atei sono chiusi all’esperienza spirituale

Non v’è nulla che impedisca a un ateo di provare amore, estasi, senso di rapimento e soggezione; gli atei possono tenere in alta considerazione queste esperienze e cercarle con regolarità. Ciò che gli atei non sono propensi a fare è utilizzare tali esperienze come base di ingiustificate (e ingiustificabili) affermazioni sulla natura della realtà. Non v’è dubbio che alcuni cristiani abbiano migliorato la propria vita leggendo la Bibbia e pregando Gesù. Ma questo cosa dimostra? Solo che certe discipline e codici di condotta possono avere un effetto profondo sulla mente umana. Le esperienze positive dei cristiani suggeriscono che Gesù sia il solo salvatore dell’umanità? Neanche lontanamente, dato che gli induisti, i buddisti, i musulmani e persino gli atei fanno simili esperienze con regolarità. In realtà, nessun cristiano al mondo potrebbe affermare persino che Gesù portasse la barba, figuriamoci che fosse nato da una vergine o risorto dalla morte. Semplicemente, questo non è il tipo di affermazioni che l’esperienza spirituale può autenticare.

8. Gli atei credono che non ci sia niente al di là della vita umana e della comprensione umana

Gli atei possono tranquillamente ammettere i limiti della comprensione umana, molto più dei religiosi. È ovvio che non capiamo pienamente l’universo; ma è ancora più ovvio che una sua migliore comprensione non passa né per la Bibbia né per il Corano. Non sappiamo se esiste vita complessa da qualche altra parte nel cosmo, ma potrebbe esserci. Se c’è, tali esseri potrebbero anche aver compreso le leggi di natura di gran lunga meglio di noi. Gli atei sono aperti a tale eventualità. Possono anche ammettere che se extraterrestri intelligenti esistono, il contenuto della Bibbia e del Corano desterà in loro un’impressione persino minore di quella presente negli atei umani. Dal punto di vista degli atei, le religioni del mondo banalizzano completamente la bellezza reale e l’immensità dell’universo. Per fare una simile osservazione, non c’è bisogno di accettare alcunché sull’insufficienza delle evidenze.

9. Gli atei ignorano il fatto che la religione sia di estremo beneficio alla società

Coloro che enfatizzano i positivi effetti della religione paiono non capire che tali effetti non dimostrano la verità della dottrina religiosa. Questo è il motivo per cui abbiamo termini come “pensiero magico” e “autoinganno”. C’è profonda differenza tra illusione consolatoria e verità. In ogni caso, si può tranquillamente discutere dei “benefici” della religione: in gran parte dei casi pare che la religione dia ai cattivi buone ragioni per comportarsi bene, benché vi siano già di per sé molte buone ragioni per far ciò. Chiedetevi cosa sia più morale: aiutare i poveri sulla spinta della preoccupazione per la loro sofferenza, o farlo perché si pensa che il creatore dell’universo vi premi o vi punisca a seconda che lo facciate o no?

10. L’ateismo non dà alcuna base per la moralità

Se a qualcuno non è già chiaro di suo che la crudeltà è male, non lo scoprirà certo leggendo la Bibbia o il Corano, dato che questi libri sono pieni di celebrazioni di crudeltà, sia umana sia divina. Non traiamo la nostra moralità dalla religione. Decidiamo cosa sia buono nei testi sacri facendo ricorso a intuizioni morali che sono (entro certi limiti) insite in noi e che sono state affinate dal pensiero plurimillenario sulle basi e sulle prospettive di felicità per gli esseri umani. Abbiamo fatto considerevoli progressi etici nel tempo e non certo grazie a una lettura più attenta della Bibbia o del Corano. Entrambi i libri infatti sono indulgenti sulla schiavitù, e tuttavia ogni essere umano civilizzato riconosce che la schiavitù sia un’abominazione. Qualunque cosa ci sia di buono nelle scritture (come le regole auree) può essere ammirato per la sua saggezza etica senza bisogno di credere che ci sia stato offerto dal creatore dell’Universo.

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Compra sotto casa, rivende su Amazon: guadagna 200mila dollari al mese

MEDICINA ONLINE SOLDI FARE QUANTITA GRANDE BIG MONEY MAKE MAKING SOLDI VERI TRUE MONEY BANK BANCA GUADAGNARE STIPENDIO RICCO RICH RICCHEZZA DEBITI VITALIZIO MENSILE AFFITTOSu Amazon sembrerebbe che ormai si trovino le migliori occasioni in assoluto, ma è davvero così? Cosa succede quando invece è la cara vecchia vendita al dettaglio ad offrire il prezzo più basso? E’ su queste domande che Ryan Grant statunitense di 28 anni, ha sfruttato le opportunità, guadagnando migliaia di dollari. Il procedimento, grazie alla app per venditori di Amazon è molto semplice: basta scansionare il codice a barre di un prodotto di un negozio “reale” per capire il suo valore sull’e-commerce. Se il prezzo di un articolo esposto nel supermercato è molto più basso, finisce nel carrello di Grant, che poi si premurerà di rivenderlo online. Facile.

In una prima fase l’attività di vendita su Amazon era dedicata ai libri di testo universitari che Grant raccoglieva a prezzi ribassati organizzando appositi eventi. Poi l’idea di vendere anche altri prodotti, dai videogiochi alle maniglie per le porte. In breve tempo, Grant, oberato dagli ordini, si è affidato ad un servizio di impacchettamento offerto dalla stessa Amazon, che si occupa della spedizione dietro un compenso che, però, permette di ottimizzare i tempi di vendita e i volumi. Nel 2013 Grant inizia a guadagnare abbastanza da abbandonare il suo vecchio lavoro di contabile; tre mesi dopo il profitto mensile aveva già raggiunto i 9mila dollari su 25mila di vendite. Da lì in poi il fatturato avrebbe raggiunto i 200mila dollari mensili.

Ogni settimana l’attività di caccia all’offerta vincente nei negozi e nei supermercati occupa a Grant 30 ore di tempo. I beni che offrono i migliori margini, ha spiegato a Cnbc, sono quelli stagionali: ad esempio, comprare addobbi natalizi a Santo Stefano, per poi rivenderli nell’arco dell’anno. C’è sempre qualcuno che è disposto a comprare nelle stagioni meno prevedibili. Grant si dice convinto che la sua formula sia un business assolutamente replicabile, tanto che per promuovere il suo modello, suggerito a quanti siano insoddisfatti del proprio lavoro, ha aperto anche un blog.

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Tumore al seno: stadiazione, prognosi e sopravvivenza

MEDICINA ONLINE MAMMELLA SENO PETTO DONNA QUADRANTI Q1 Q2 Q3 Q4 FEMMINA FEMMINILE MASCHILE CAPEZZOLO AREOLA MUSCOLI PETTORALI CASSA TORACICA DOTTI GALATTOFORI INTROFLESSO PAGET TESSUTO ADIPOSO ECOGRAFIA MAMMOGRAFIAIn tutto il mondo, il tumore alla mammella rappresenta il tipo principale di neoplasia nelle donne ed oltre il 25% di tutti i casi di tumore. La prognosi per il tumore alla mammella varia a seconda del tipo, dell’estensione della malattia, e dell’età del paziente.

In caso di tumore maligno alla mammella, la prognosi viene formulata sulla probabilità di sopravvivenza senza progressione (PFS) o di sopravvivenza senza malattia (DFS). Queste previsioni si basano su serie storiche statistiche di casi con classificazione simile. Tuttavia la prognosi rimane una stima, in quanto ogni paziente avrà una storia a sé e le classificazioni non sempre sono precise. La sopravvivenza è solitamente espressa come un numero medio di mesi (o anni) in cui il 50% dei pazienti sopravvive o la percentuale di pazienti che sono vivi dopo 1, 5, 15, e 20 anni.

I tassi di sopravvivenza nel mondo sviluppato sono alti, con valori stimati che variano tra l’80% e il 90% di sopravvivenza della paziente a 5 anni dalla diagnosi. Nei paesi in via di sviluppo questi valori sono invece molto più bassi. L’ampia variabilità dipende ovviamente sia dalle condizioni generali di salute della paziente, ma anche e soprattutto dallo stadio del tumore: tumori piccoli, diagnosticati precocemente, ben delimitati e senza metastasi a distanza, hanno prognosi migliore di tumori non circoscritti e metastatizzati. A tal proposito ricordiamo che il tumore del seno viene classificato in cinque stadi:

  • Stadio 0: è chiamato anche carcinoma in situ. Può essere di due tipi:
    • Carcinoma lobulare in situ: non è un tumore aggressivo ma può rappresentare un fattore di rischio per la formazione successiva di una lesione maligna.
    • Carcinoma duttale in situ (DCIS): colpisce le cellule dei dotti e aumenta il rischio di avere un cancro nello stesso seno. È considerato una forma precancerosa più che un vero e proprio tumore. Nella maggior parte dei casi, infatti, non si evolve verso un cancro vero e proprio ma regredisce spontaneamente per azione dei meccanismi di difesa dell’organismo (in primo luogo l’azione del sistema immunitario).
  • Stadio I: è un cancro in fase iniziale, con meno di 2 cm di diametro e senza coinvolgimento dei linfonodi.
  • Stadio II: è un cancro in fase iniziale di meno di 2 cm di diametro che però ha già coinvolto i linfonodi sotto l’ascella; oppure è un tumore di più di 2 cm di diametro senza coinvolgimento dei linfonodi.
  • Stadio III: è un tumore localmente avanzato, di dimensioni variabili, ma che ha coinvolto già anche i linfonodi sotto l’ascella, oppure che coinvolge i tessuti vicini al seno (per esempio la pelle).
  • Stadio IV: è un cancro già metastatizzato che ha coinvolto altri organi al di fuori del seno.

Se il tumore viene identificato allo stadio 0, la sopravvivenza a cinque anni nelle donne trattate è del 98%, anche se le ricadute variano tra il 9 e il 30% dei casi, a seconda della terapia effettuata.

Se i linfonodi sono positivi, cioè contengono cellule tumorali, la sopravvivenza a cinque anni è del 75%.

Nel cancro metastatizzato, cioè quello che ha già colpito altri organi al di fuori del seno (in genere i polmoni, il fegato e le ossa), la sopravvivenza media delle pazienti curate con chemioterapia è di due anni, ma ciò significa che vi sono casi in cui la sopravvivenza è molto più lunga, anche fino a dieci anni.

La prognosi è molto importante non solo per prevedere la sopravvivenza del paziente, ma anche relativamente alle decisioni sul trattamento poiché ai pazienti con una buona prognosi solitamente vengono offerti trattamenti meno invasivi, come la lumpectomia e la radioterapia o la terapia ormonale, mentre a coloro che hanno una prognosi più negativa viene generalmente prescritto un trattamento più aggressivo, come una più ampia mastectomia e/o un ciclo chemioterapico.

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