“Mi sono autofecondato e questo è il mio bambino”. È il racconto di Corrado, 55 anni di Biella, nato “ermafrodito“, cioè sia con Continua a leggere
Differenza tra soluzione ipertonica e ipotonica per aerosol e lavaggi nasali
Quali sono le differenze tra soluzione ipotonica e soluzione ipertonica in medicina? La differenza principale consiste nella diversa concentrazione di sali presenti nel liquido, rispetto alla concentrazione di sali presenti naturalmente nelle cellule del nostro organismo e nei liquidi fisiologici umani, che è di 0,9%.
Ricordiamo che in chimica si possono distinguere tre tipi di soluzione, in base alla concentrazione di soluto:
- soluzioni isotoniche: sono due soluzioni con stessa concentrazione di soluto tra loro;
- soluzione ipertonica: è una soluzione con maggiore concentrazione di soluto rispetto ad un’altra soluzione;
- soluzione ipotonica: è una soluzione con minore concentrazione di soluto rispetto ad un’altra soluzione.
La soluzione ipertonica ha una concentrazione di sali superiore allo 0,9% (si attesta su 2,2-2,4 % ) quindi a quella delle nostre cellule. In genere questa soluzione viene consigliata dal medico per lavaggi nasali o irrigazioni in caso di raffreddore in bambini ed adulti: la soluzione ipertonica farà sì che, per osmosi, le cellule libereranno acqua che favorirà l’espulsione del muco accumulato all’interno delle mucose nasali. In altre parole quando questa soluzione più concentrata di sali entra in contatto con la mucosa nasale richiama per processo osmotico l’acqua che si trova in eccesso nella mucosa nasale e diluisce il muco rendendolo più fluido.
La soluzione ipotonica ha invece una concentrazione di sali inferiore allo 0,9%, quindi più bassa rispetto a quella delle nostre cellule.
La soluzione fisiologica classica, quella che usiamo spesso per l’aerosol, la flebo oppure per fare i lavaggi nasali è una soluzione che contiene lo 0,9% di sali, esattamente la stessa concentrazione delle cellule del nostro corpo, quindi è una soluzione isotonica.
Quale soluzione usare?
- E’ chiaro che per i lavaggi nasali quotidiani e anche per l’aerosol (per diluire il medicinale da nebulizzare), è consigliata la soluzione fisiologica (isotonica) che è efficace per rimuovere impurità, polvere e altri fattori inquinanti dal naso e favorire la decongestione;
- in caso di raffreddore è consigliata una soluzione ipertonica, che favorisce l’espulsione del muco dal naso.
La soluzione isotonica, o fisiologica, può essere usata tranquillamente e in tutta sicurezza, tramite irrigazioni nasali o docce nasali, anche sui neonati: il suo utilizzo serve, infatti, a pulire il naso e liberarlo laddove il bambino è troppo piccolo per sapersi soffiare il naso.
La soluzione ipertonica, che si trova in commercio in flaconcini spray o in flaconcini, può essere usata su adulti e bambini con più di tre anni, svolge un’azione decongestionante. In pratica basta spruzzare un po’ di soluzione ipertonica nel naso quando si è raffreddati per ottenere lo stesso effetto dei vasocostrittori, ma senza andare incontro ai medesimi effetti collaterali.
In genere le soluzioni ipertoniche sono realizzate con acqua osmotizzata e sodio, ma in altri casi sostengono acqua di mare che ne garantisce la giusta concentrazione di sali.
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Differenza tra soluzione ipertonica, ipotonica ed isotonica in chimica
Si definisce “soluzione” in chimica una miscela omogenea in cui una o più sostanze sono contenute in una fase liquida o solida o gassosa; una soluzione contiene particelle diverse mescolate e distribuite in modo uniforme nello spazio disponibile in modo che ogni volume di soluzione abbia la medesima composizione degli altri. La misura della quantità di soluto rispetto alla quantità di soluzione è detta concentrazione e viene misurata sia tramite unità fisiche che tramite unità chimiche.
In chimica si possono distinguere tre tipi di soluzione, in base alla concentrazione di soluto:
- soluzioni isotoniche: sono due soluzioni con stessa concentrazione di soluto tra loro;
- soluzione ipertonica: è una soluzione con maggiore concentrazione di soluto rispetto ad un’altra soluzione;
- soluzione ipotonica: è una soluzione con minore concentrazione di soluto rispetto ad un’altra soluzione.
Passaggio di acqua da una soluzione all’altra
Il passaggio dell’acqua attraverso una membrana posta tra due ambienti (ad esempio cellula e spazio extracellulare), dipende dal tipo di ambiente ipertonico, ipotonico o isotonico:
- se la soluzione è isotonica rispetto alla cellula, ci sarà la medesima concentrazione di soluto da entrambe le parti venendosi a creare un equilibrio idrico;
- se la soluzione è ipertonica rispetto alla cellula, l’acqua si muoverà verso l’esterno della cellula che può essere danneggiata dalla disidratazione;
- se la soluzione è ipotonica rispetto alla cellula, l’acqua si muoverà verso l’interno della cellula che si rigonfia e può scoppiare (lisi cellulare).
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Per sopravvivere in un ambiante ipertonico o ipotonico la cellula deve quindi continuamente regolare l’equilibrio idrico, tramite l’osmoregolazione. Le cellule vegetali hanno una parete cellulare che limita il loro volume e ne definisce la forma.
Turgore : pressione interna alla cellula contro la parete cellulare che impedisce l’ingresso di altra acqua.
- se la soluzione è isotonica rispetto alla cellula vegetale, quest’ultima perde il proprio turgore;
- se la soluzione è ipertonica rispetto alla cellula vegetale perde acqua e raggrinzisce e la membrana si stacca dalla parete cellulare mediante un fenomeno detto plasmolisi;
- Se la soluzione è ipotonica rispetto alla cellula vegetale, la cellula è turgida.
Le proteine di trasporto consentono una diffusione facilitata, cioè permettono a una sostanza di attraversare la membrana secondo il gradiente di concentrazione. È un tipo di trasporto passivo, non richiede energia. La diffusione facilitata è utilizzata da zuccheri, amminoacidi, ioni e acqua. Le proteine di trasporto più comuni agiscono da canale per queste sostanze; la proteina da trasporto “ carrier” si lega al proprio passeggero, cambia forma e lo lascia all’altro lato della membrana. Le proteine di trasporto dette acquaporine rendono rapida la diffusione dell’acqua. La proteina di trasporto è specifica per la sostanza di cui facilita il passaggio; più proteine di trasporto ci sono, più rapida è la diffusione.
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Babadook (2014) trama, recensione, significato e spiegazione del finale
Un film di Jennifer Kent con Essie Davis, Noah Wiseman, Daniel Henshall, Hayley McElhinney, Barbara West. Titolo originale The Babadook; drammatico, horror, psicologico, durata 95 min. – Australia 2014 VM 14 anni.
Trama senza spoiler
Il film segue le vicende che ruotano intorno ad una famiglia disastrata dagli eventi, ci presenta una madre – Amelia Vanek – ritrovatasi a dover allevare il suo bambino da sola dopo la tragica morte del marito, andatosene in un incidente nello stesso giorno in cui il loro figlioletto veniva al mondo. Samuel non sembra un bambino “normale”, le scene isteriche sono all’ordine del giorno e la vita di Amelia è oppressiva e sempre più solitaria, a partire dal lavoro in una clinica per anziani sino ai difficili rapporti sociali che ha a causa delle reazioni emotive sempre più esagerate del figlio. La vita di Amelia diventerà sempre più difficile, specie da quando entrerà nella sua vita uno strano libro per bambini, chiamato Mister Babadook.
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Recenzione senza spoiler
Non mi dilungherò troppo perché “non vedo l’ora” di scrivere il prossimo paragrafo, quello della spiegazione e del significato del lungometraggio. A me il film è piaciuto molto ed ho apprezzato il tocco della regia femminile di Jennifer Kent, anche sceneggiatrice, che ha saputo dare una profondità al personaggio della madre ed ai suoi disagi in modo veramente incredibile e credibile, probabilmente molto più di quanto sarebbe riuscito a fare un uomo. Il modo in cui l’attrice australiana Essie Davis esprime questi disagi è fantastico e ottima è l’atmosfera di depressione e tensione crescente che avvolge lo spettatore: sembra di scendere nell’inferno dell’animo umano di un genitore con questo film, un po’ come avviene seguendo il personaggio di Jack Torrance in Shining. Questo è l’orrore che mi piace, senza lupi mannari o vampiri. E’ un horror reale, realistico, che può accadere a tutti noi, affermazione valida solo se avete capito il reale significato simbolico del Babadook (se non lo avete capito, continuate la lettura!)
Un plauso va fatto anche all’estetica del Babadook: il tratto distintivo dell’uomo nero è cartoonesco, proprio come in un classico libro piegabile per l’infanzia, ma il mostro mette ugualmente, ed a maggior ragione grazie al contrasto che evoca, una grande inquietudine ed il contenuto del libro è più scabroso, terrificante e personalizzato (le pagine si scrivono da sole mano a mano che il film avanza) pagina dopo pagina. Una creatura cinematografica che domina la seconda metà del film in modo molto affascinante, per un lungometraggio ottimamente recitato e girato, con buona fotografia e musiche inquietanti al punto giusto. L’idea originale del plot di The Babadook, una bozza di esso, venne espressa dalla regista Jennifer Kent sottoforma di corto nel suo Monster, idea che ha qui allungato e perfezionato in modo piuttosto riuscito. La registra australiana riesce qui a produrre un film che per tutta la sua durata ti pone una domanda fondamentale: Il Babadook esiste o no? La risposta la trovate più in fondo all’articolo.
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Significato del film (SPOILER DA QUI IN POI)
Diciamo che per capire realmente questo film, forse dovete essere… genitori. In caso contrario le mie prossime parole potrebbero apparirvi esagerate se non assurde. Partiamo da un fatto che sembrerebbe off topic ma non lo è: qualsiasi genitore al mondo sa quanto sia difficile gestire un figlio nei suoi primi mesi ed anni di vita e qualsiasi genitore onesto ammette che – alla quinta notte di fila insonne – c’è un momento di tale stanchezza, esasperazione e – in certi casi – alienazione, che sarebbe disposto a tutto pur di far star zitta la propria prole per 10 minuti e riposarsi il cervello (che poi questo è il reale motivo per cui esistono i cartoni animati!). Dormire male la notte (o non dormire affatto), poi porta a sonnolenza diurna e in alcuni casi ad una continua sensazione di irritazione e fastidio. Ecco, immaginate quindi il livello di stress che può raggiungere un genitore, una donna in questo caso, quando è costretto a vivere quei primi mesi ed anni di vita del figlio, da solo. E non sto parlando di quelle donne che hanno bimbi tranquilli, un ricco assegno di mantenimento da parte del marito benestante divorziato e tate al seguito: in questo caso parliamo di una donna sola che deve lavorare duro perché suo marito è morto e suo figlio è sicuramente molto più “impegnativo” della media. A stress si aggiunge un probabile disturbo post traumatico da stress. Anche se sono passati anni dalla sua morte, lei pensa ancora a quel tragico incidente, come dimostra l’incubo che viene mostrato all’inizio del film ed il fatto che non riesce addirittura neanche a festeggiare il compleanno del figlio – evento solitamente molto lieto – perché il marito è morto nel portarla all’ospedale per partorire: in pratica compleanno del figlio e morte del marito sono lo stesso giorno. E’ una corrispondenza devastante per la mente di una persona.
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Se l’inconscio prevale
La mia esperienza con pazienti affette da depressione post partum mi fa dire con sicurezza che – seppur la donna non lo ammetta – a livello inconscio, spesso “darebbe volentieri indietro” suo figlio per avere nuovamente il marito, sia a livello emotivo (lo dimostra il trasporto verso le altre coppie che si baciano) che a livello fisico (la scena del vibratore, un oggetto “sostituto” di un uomo che lei potrebbe avere facilmente ma non vuole, per rimanere fedele al marito). Ad Amelia lui manca molto e ne è ancora molto innamorata, tanto che – nonostante la giovane età – non si è risposata, non convive con nessuno e neanche accetta le avances del suo collega di lavoro. Inconsciamente poi nei suoi circuiti neuronali è ben stampato il concetto che il bambino sia la causa della morte del marito, perché – a livello irrazionale – se non fosse stato per lui, non avrebbero avuto l’incidente. Ovviamente questi sono tutti pensieri inconsci e non significano che lei detesti o stia covando rancore nei confronti di suo figlio, anzi nel film si vede chiaramente quanto lei tenga a lui. E qui sorge il problema: cosa succederebbe se la parte oscura ed inconscia venisse fuori? Le tante notizie di cronaca di genitori che uccidono i propri figli (volontariamente o per apparente fatalità, come lasciare il bimbo nell’auto sotto il sole) ce lo indicano: la parte inconscia desidera far fuori qualsiasi cosa – cani inclusi – per poter ritornare liberi e senza responsabilità, a prima della nascita dei figli, quando la notte si rimaneva svegli per andare in discoteca e non per cambiare pannolini o pulire le lenzuola sporche di vomito. E Babadook è esattamente questa parte inconscia: un mostro che nessuno ammette di avere e che è nascosto in ognuno di noi, in attesa di trovare quell’attimo di stress in più, per venire fuori come un Herpes per mesi quiescente in un ganglio nervoso, e manifestarsi in tutta la sua virulenza repressa quando calano le difese che contengono il male.

Babadook esiste o non esiste?
La risposta è NO, almeno nel mondo reale. Babadook, nonostante nel film prenda forma e sostanza ed alla fine venga fisicamente messo in trappola nella cantina, è solamente la metafora di una parte dell’essere umano che tutti noi cerchiamo, chi più chi meno, di rifuggire: ovvero la nostra parte oscura e repressa, ingigantita ed incattivita da un passato traumatico come quello di Amelia e quindi rimossa con forza. Non è un caso che nel film il mostro sia logisticamente posizionato in cantina: come immaginato nel sogno della casa a più piani dallo psichiatra e psicoanalista svizzero Carl Gustav Jung – inizialmente promotore delle idee di Sigmund Freud – in “Ricordi, sogni, riflessioni” (1961), la cantina è la sede del nostro inconscio. L’Io di Amelia, per affrontare il suo mostro, deve aprire una porta e recarsi nella cantina, sede dell’Es, cioè appunto del suo inconscio, in modo simile a quello che avviene in psicoterapia. A tal proposito non credo che sia un caso quanto nel film i sogni siano ritenuti importanti nella comprensione della psiche di Amelia, al punto che il lungometraggio stesso inizia con un sogno e che, in una sequenza del film intorno al minuto 57, si possano vedere i “rapidi movimenti degli occhi” di Amelia mentre dorme, tipici della fase REM del sonno, quella in cui sogniamo e quella in cui – se dovessimo svegliarci all’improvviso – ricorderemmo il nostro sogno.
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Negare il lato oscuro significa dargli forza
Il Babadook in definitiva non esiste nel mondo fisico e rappresenta il puro male che si antepone al puro bene, qui rappresentato dall’amore sconfinato di una madre per il proprio figlio, ed ognuna di queste due cose è presente in qualsiasi essere vivente. Sono due poli opposti che solitamente ci impediscono di raggiungere l’uno o l’altro estremo perché l’uno non potrebbe mai esistere senza l’altro. La vita vera non è una favola e non esistono i superbuoni e i supercattivi: esistono le persone con le loro debolezze ed esistono i Babadook che prendono il sopravvento e quelli che vengono controllati.
Nel film come nella nostra vita noi fuggiamo continuamente dal nostro (o dai nostri) Babadook cercando di far finta che il nostro lato oscuro non esista, anche se in realtà è sempre lì, più o meno sopito, reprimendolo a dismisura e quanto più possibile. Peccato che, come insegna magistralmente il film (il libro che prima viene strappato poi bruciato e ritorna in entrambi i casi), più si neghi l’esistenza di certi istinti, di certe zone grigie, irrazionali in noi, più questi diventano forti, scavano nel nostro essere ed a volte, scoppiano finendo a comporre i mosaici conclusivi più drammatici che si possa immaginare, dalle malattie e disturbi psichici fino alle peggiori delle ipotesi: suicidi, omicidi e torture verso animali o altri esseri umani, perfino i nostri cari. I nostri figli, sangue del nostro sangue, indifesi, che si fidano di noi, quindi i primi candidati ad essere annientati psicologicamente e/o fisicamente dalle trame ordite dal Babadook, come accade ad Amelia nel film.
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Come affrontare il Babadook che vive in ognuno di noi?
Il finale del film ci da un consiglio ed una lezione di vita d’oro, che da medico e – soprattutto – da padre di due bambini piccoli, mi sento di confermare in pieno: ci mostra che non si possono cancellare del tutto i mostri del passato o del presente, ma in compenso si può imparare a domarli e controllarli. Accettate di avere il vostro Babadook in cantina, al riparo da tutti gli sguardi dei vicini, degli amici e dei colleghi, ma guardato da vicino con coraggio e consapevolezza. Vincete anche voi quella paura che vi porterebbe a non accettare che esista in voi o a girarvi “dall’altra parte”: guardatelo in faccia e affrontatelo, il vostro mostro interiore. Scendete con coraggio quelle scale verso una zona della vostra mente che avete per anni tentato di rimuovere e date lui da mangiare gli avanzi della vostra vita prima che sia lui a decidere di uscire da solo e mangiarla tutta, la vostra vita, comprese le parti migliori.
Quei vermi significano questo: Amelia ha imparato a nutrire regolarmente il mostro con cose che non le servono ed a “calmarlo” quel tanto che basta per evitare che prenda il sopravvento sul lato razionale di lei. Ignorarlo del tutto è impossibile ed alla lunga controproducente (potrebbe impazzire!) quindi la madre regala lui quel minimo di attenzione che merita e non di più. Amelia in questo modo ha appreso come gestire il trauma e domare la bestia nascosta in lei, accettando la sua esistenza, ammettendo a sé stessi che non è perfetta e che in lei coesiste tanto il bene quanto il male. La scena finale che in tanti non hanno capito, rappresenta quindi la comprensione del fatto che il demone non possa essere distrutto, ma che sia necessario accettarlo, conviverci, superarlo e “sfamarlo” periodicamente un minimo, in modo che in un certo senso non venga ignorato, represso e non prenda il controllo delle nostre azioni, con effetti catastrofici.
Prima di chiudere, una curiosità: il nome Babadook è un anagramma di ‘A bad book‘ (che tradotto significa “un libro cattivo“) ed è in parte ispirato al termine “babaroga”, parola che in serbo significa… “uomo nero“.
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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine
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Dolcificanti artificiali: fanno male alla salute e alzano il rischio di obesità
Se lo zucchero è considerato uno dei principali killer dei nostri tempi, insieme al fumo e alla sedentarietà, i prodotti pensati per sostituirlo non godono certo di una buona fama. I ricercatori dell’Università di Manitoba a Winnipeg, in Canada, hanno condotto una revisione sistematica di 37 studi sui dolcificanti che hanno coinvolto complessivamente 400 mila persone per una media di 10 anni. Non tutti i lavori presi in considerazione erano svolti in base ai medesimi criteri, e solo 7 di loro erano studi controllati randomizzati, lo standard dell’eccellenza nella ricerca clinica.
Scoperte spiacevoli
Non solo gli studi analizzati non hanno mostrato una significativa perdita di peso in coloro che utilizzavano dolcificanti artificiali in sostituzione dello zucchero, ma anzi gli studi di più lunga durata hanno evidenziato un collegamento tra questi e un rischio relativamente più alto di aumento di peso e obesità. E non solo: aumentava anche il rischio di pressione alta, diabete, malattie cardiache e altri disturbi. Sembrerebbe perciò che il consumo dei sostituti dello zucchero porti alla lunga agli stessi identici problemi per i quali lo zucchero è finito giustamente sul banco degli imputati. Ciò che stupisce gli autori è prima di tutto la scarsità di studi clinicisu questi prodotti che pure sono consumati quotidianamente da milioni di persone. “Abbiamo scoperto che i dati degli studi clinici non confermano in maniera chiara i benefici che ci si attendono dai dolcificanti per quel che riguarda la gestione del peso”, riassume con un eufemismo la questione Ryan Zarychanski, tra gli autori del lavoro.
Dalla mamma al feto
Intanto Meghan Azad, autrice principale dello studio, invita alla cautela in attesa di capire quali siano davvero gli effetti a lungo termine del consumo di questi prodotti. Certo c’è poco da stare allegri dal momento che un’altra ricerca condotta da lei e dal suo team del Children’s Hospital Research Institute di Manitoba e pubblicata nel 2016 aveva già appurato che il consumo bevande dolcificate artificialmente da parte delle donne in gravidanza è legato a un indice di massa corporea più elevato nei bambini. Ora, grazie all’arrivo di altri fondi, Azad potrà intraprendere una nuova ricerca per capire quali siano le ragioni biologiche di questa associazione, analizzando il possibile ruolo del microbioma intestinale. “Dato l’uso diffuso e crescente di dolcificanti artificiali e l’attuale epidemia di obesità e malattie correlate, sono necessari ulteriori studi per determinare i rischi e i benefici a lungo termine di questi prodotti”, ha dichiarato Azad.
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Riconoscere il cancro al seno: sintomi precoci e tardivi
Il primo sintomo evidente del tumore alla mammella è tipicamente la presenza di un nodulo che si avverte come diverso dal resto del tessuto mammario. Più dell’80% dei casi di cancro al mammella vengono scoperti quando la donna si accorge di avere un nodulo, ma non tutti i noduli indicano cancro: ad esempio i fibroadenomi sono molto diffusi e benigni. I tumori al mammella primitivi, tuttavia, possono essere rilevati grazie ad una mammografia. Un nodulo trovato nei linfonodi situati sotto le ascelle può inoltre essere un indizio di un tumore mammario. Altri segni che possono far sospettare questa condizione possono include:
- un ispessimento diverso dagli altri tessuti della mammella,
- una mammella che diventa più grande o più bassa,
- un capezzolo che cambia posizione, morfologia o si ritrae (capezzolo introflesso),
- la presenza di una increspatura della pelle o di fossette, “pelle a buccia d’arancia”,
- un arrossamento cutaneo intorno a un capezzolo,
- una secrezione purulenta e/o ematica dal capezzolo,
- dolore costante in una zona della mammella o dell’ascella,
- un gonfiore sotto l’ascella o intorno alla clavicola.
La presenza di dolore (“mastodinia“) può essere indicativo sia di tumore ma anche di altre patologie. I sintomi sono tanto più indicativi di malattia maligna quanto più si presentano monolateralmente (cioè ad una sola mammella e non ad entrambe).
Di tanto in tanto, il tumore alla mammella si presenta come malattia metastatica che corrisponde alla diffusione del cancro oltre all’organo di origine. I sintomi causati dipenderanno dalla localizzazione delle metastasi le cui sedi più comuni sono ossa, fegato, polmoni e cervello. Una inspiegabile perdita di peso può talvolta preannunciare un tumore alla mammella occulto, così come la presenza di febbre o brividi. Dolori alle ossa o alle articolazioni possono a volte essere manifestazioni della presenza di metastasi, così come l’ittero o sintomi neurologici. Questi sintomi sono definiti non-specifici, nel senso che potrebbero essere anche manifestazioni di molte altre malattie.
La maggior parte dei sintomi correlati alla mammella, tra cui la maggior parte dei noduli, non risultano poi essere indice di un tumore sottostante. Meno del 20% dei noduli, per esempio, sono cancerogeni e le patologie mammarie benigne, quali mastiti e fibroadenoma della mammella sono le cause più comuni dei sintomi. Tuttavia, la comparsa di un nuovo sintomo deve essere presa seriamente in considerazione sia dal paziente che dal medico, per via della possibilità di incorrere in un tumore alla mammella a qualsiasi età.
Tutti i segni e sintomi finora elencati sono ancora più indicativi di cancro mammario, se il paziente presenta i seguenti fattori di rischio:
- sesso femminile (ricordiamo infatti che il cancro mammario può colpire anche l’uomo, ma molto più raramente);
- età avanzata (>30 anni);
- fumo di sigaretta;
- genetica (altri casi in famiglia: madre, sorella…);
- mancanza di procreazione;
- esposizione ad inquinamento atmosferico;
- mancanza di allattamento al seno;
- elevati livelli di alcuni ormoni;
- dieta ricca di grassi;
- obesità.
Va infine ricordato che la presenza dei segni e sintomi elencati non assicurano una diagnosi corretta: quest’ultima si dovrà infatti avvalere di esami strumentali (ecografia, mammografia, biopsia…) e di laboratorio.
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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine
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Liquido in chimica: definizione e caratteristiche fisiche
Con “liquido” in chimica si indica uno degli stati della materia, insieme a “solido” ed aeriforme (gas). Generalmente, una sostanza allo stato liquido è meno densa che allo stato solido, cioè un materiale allo stato solido tende ad “andare a fondo” se immerso nello stesso materiale allo stato liquido. Una importante eccezione a quest’ultima affermazione è costituita dall’acqua che è più densa allo stato liquido che allo stato solido, motivo per cui il ghiaccio galleggia sull’acqua.
Le proprietà principali di un materiale allo stato liquido sono:
Fluidità
Un liquido è un fluido che, in assenza di forze esterne tra cui quella di gravità, ha una forma sferica. I liquidi, a causa della limitata forza di coesione fra le molecole, sono scorrevoli, cioè fluidi. Si dice quindi che “non hanno forma propria”. Non tutti i liquidi sono egualmente fluidi, così si dice che l’etere è più fluido dell’acqua o anche che l’acqua è più viscosa dell’etere.
Elasticità
i liquidi sono molto elastici, cioè si deformano facilmente sotto l’azione di una forza e riprendono immediatamente la forma primitiva appena cessa l’azione della forza deformatrice.
Incomprimibilità
un liquido è un fluido il cui volume è costante a temperatura e pressione costanti; la comprimibilità dei liquidi è in genere molto bassa, e trascurabile se confrontata a quella dei gas, quindi i liquidi sono considerati incomprimibili.
Anche se hanno un coefficiente di comprimibilità che varia in funzione della natura del liquido stesso, alcuni di questi liquidi come l’acqua sono stati testati a pressioni fino a 10.000 bar dando variazioni molto piccole, invece altri come gli idrocarburi hanno sensibili variazioni con pressioni di 100 bar.
Comportamento di atomi e molecole nei liquidi
Le molecole o atomi che costituiscono il liquido interagiscono fra loro, sebbene non fortemente come nel solido. Non sono fra loro in posizioni fisse ma “scorrono” gli uni sugli altri, sebbene si ipotizzi l’esistenza di cluster o gabbie relativamente stabili, in liquidi dai forti legami intermolecolari come l’acqua.
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Come lavarsi i denti con l’apparecchio fisso
Gli apparecchi ortodontici vengono applicati ai denti per allinearli e raddrizzarli; sono dispositivi che correggono la posizione dei denti, migliorano l’aspetto del sorriso, mantengono la bocca in buona salute e perfezionano la pronuncia, per cui vale sempre la pena indossarli. Tuttavia, se non si seguono le corrette tecniche di pulizia potrebbero svilupparsi carie, infezioni gengivali e macchie sui denti. La placca e il cibo che si accumulano sull’apparecchio devono essere rimossi costantemente. Se indossi un apparecchio, questo articolo ti insegnerà i metodi giusti per prendertene cura e avere una bocca sana.
Scegli lo spazzolino da denti
Sebbene sia adatto anche un normale spazzolino, dovresti valutare di acquistarne uno elettrico oppure a ultrasuoni, studiato specificatamente per la pulizia di chi indossa un apparecchio. Questi strumenti garantiscono un’igiene migliore e fanno risparmiare tempo. Scegli uno scovolino con la testina angolata e uno spazzolino che riesca a raggiungere i denti fra i vari elementi dell’apparecchio. Ad esempio, il produttore Oral-B mette a disposizione un sistema molto efficace di scovolini con testa triangolare sostituibile. Se hai deciso di usare uno spazzolino elettrico o a ultrasuoni, sappi che è molto difficile “manovrare” la testina in bocca quando indossi l’apparecchio. Inoltre, le setole si rovinano più in fretta, perché restano incastrate fra i fili e le staffe. Se hai optato per un normale spazzolino, le setole devono essere inclinate verso l’alto e verso il basso, per pulire accuratamente i denti fra le staffe. Ricorda che i denti hanno diverse superfici: quella esterna (vicino alle guance o alle labbra, quella interna (verso la lingua) e la corona (o superficie masticatoria che nei denti dell’arcata superiore è rivolta verso il basso, mentre in quelli dell’arcata inferiore è rivolta verso il palato). Devi pulire ogni parte, quindi procurati uno spazzolino piccolo e flessibile, che puoi muovere agilmente in bocca.
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Spazzola la parte esterna dei denti
Questa è la parte frontale, che si vede quando sorridi. Non dimenticare di rimuovere la placca che si accumula lungo la linea gengivale. Inizia dalla superficie esterna dei denti inferiori. Porta le arcate a contatto fra loro, muovi lo spazzolino avanti e indietro gradatamente su tutti i denti. Sputa, se necessario. Ora pulisci la parte esterna dei denti superiori. Mantieni sempre le arcate chiuse e spazzola i denti superiori con movimenti circolari delicati. Non tralasciare nessun dente. Se stai usando un normale spazzolino, dovrai inclinarlo verso la linea delle gengive e verso l’alto. In questo modo puoi staccare le particelle di cibo che si sono accumulate nella parte alta e bassa dell’apparecchio. Esegui dei movimenti circolari per spazzolare le staffe. Dedica 25-30 secondi a ciascuna di esse. Puoi anche usare uno scovolino per pulire la parte superiore di questi elementi. La maggior parte delle staffe ha un piccolo foro (molto difficile da vedere), quindi muovi lo scovolino all’interno di ciascuno di essi.
Spazzola la superficie interna dei denti
Muovi lo spazzolino in avanti e indietro, verso l’alto e verso il basso, infine esegui movimenti circolari per pulire tutto il lato interno di entrambe le arcate. Quando indossi l’apparecchio non dovresti avere difficoltà a spazzolare il lato interno dei denti, dato che in genere non ci sono staffe su questa superficie.
Pulisci la superficie masticatoria
Gira lo spazzolino in modo che sia perpendicolare allo spazio interdentale. Strofina le setole in avanti e indietro, oltre che con movimenti circolari. In questo modo sei sicuro di pulire ogni fessura difficile da raggiungere e che potrebbe nascondere placca e residui di cibo.
Concentrati sulle altre zone della bocca
La bocca umana è piena di germi e placca, che alimentano infiammazioni come la gengivite; per questo motivo non devi trascurare le gengive, la lingua e l’interno delle guance. Prima di spazzolare queste zone, sputa nel lavandino, se ne senti il bisogno. Prendi lo spazzolino e muovilo molto delicatamente sulle gengive inferiori e superiori. Al termine di questa operazione, gira lo strumento di 180° e ripeti il procedimento all’interno delle guance. Questa zona è difficile da spazzolare, quindi puoi aiutarti con l’altra mano; al termine sputa nel lavandino. Gira lo spazzolino verso il basso, spazzola le gengive e il tessuto morbido su cui si appoggia la lingua; pulisci sotto la lingua e poi il palato. Infine, tira fuori la lingua e spazzolala. Ricorda di espirare dalla bocca, altrimenti avrai i conati di vomito. Sputa e risciacqua sia la bocca sia lo spazzolino.
Controlla i denti
Osserva se sono puliti; nel caso notassi delle tracce di placca o cibo, prendi nuovamente lo spazzolino risciacquato ed elimina ogni residuo. Se hai la sensazione che sia rimasto qualche residuo fra i denti, spazzola quella zona (nel modo che preferisci) per sbarazzarti di ciò che hai dimenticato.
Risciacqua la bocca
Prima di spazzolare i denti, vale la pena prendere un sorso di acqua per un rapido risciacquo. Alla fine, sputa e ripeti l’operazione; in questo modo elimini alcune particelle di cibo. Una volta terminato di usare lo spazzolino, dovrai risciacquare di nuovo con l’acqua. Quando sostituisci i tiranti dell’apparecchio, il dolore che provi può essere alleviato con dell’acqua calda, che ammorbidisce anche le setole dello spazzolino.
Passa il filo interdentale
Questa operazione può sembrarti molto complicata a causa della presenza dell’apparecchio. Per questa ragione, dovresti considerare i bastoncini con forcella tendifilo oppure l’idropulsore. Questi strumenti per la pulizia interdentale sono molto più rapidi e semplici da usare rispetto al classico filo, inoltre puoi comprarli nella maggior parte dei supermercati. Prendi un lungo segmento di filo interdentale, avvolgilo attorno al dito e infilalo in ciascuna fessura fra un dente e l’altro. Piega il filo attorno a ogni dente, invece di farlo scorrere in linea retta: in questa maniera puoi rimuovere la placca che si è accumulata alla base del dente stesso. Se stai utilizzando i tiranti di rifinitura, potrebbe essere quasi impossibile riuscire a infilare il filo interdentale sotto di essi o sotto un doppio cavo di metallo. Per questo motivo, limitati a spingere il filo verso il basso nello spazio interdentale, come descritto in precedenza. Se invece non hai i tiranti di rifinitura, è consigliabile far passare il filo interdentale sotto i cavi, perché è il modo più sicuro per pulire i denti ed evitare la gengivite. Valuta di usare un idropulsore, uno strumento elettrico che emette un getto d’acqua e si rivela molto efficace per coloro che indossano un apparecchio ortodontico. La sua funzione è simile a quella del filo ed elimina placca e residui dalle fessure che lo spazzolino non è in grado di raggiungere.
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Usa un collutorio
Dopo avere usato il filo interdentale, metti in bocca un sorso di collutorio pari a un tappo (o la quantità indicata sulla confezione) e risciacqua il cavo orale per almeno 30 secondi. Scegli un prodotto specifico per sbarazzarti dell’infiammazione gengivale. I collutori al fluoro sono altrettanto efficaci. Riescono, infatti, a pulire zone che lo spazzolino non è in grado di raggiungere e proteggono i denti dalla carie. Sputa il collutorio e fai un rapido risciacquo con acqua calda.
Fai dei gargarismi con acqua salata due volte al giorno
Dovresti procedere a questa operazione al mattino e alla sera. Se hai delle lesioni all’interno della bocca, l’acqua salata potrebbe causare una leggera sensazione di bruciore, ma è in grado di prevenire la gengivite.
Risciacqua lo spazzolino prima e dopo aver lavato i denti
L’ultima cosa che desideri è quella di “alimentare” l’infiammazione gengivale con i batteri e i residui di cibo rimasti fra le setole. Risciacqua sempre lo spazzolino con acqua molto calda e fai scorrere un dito sulle setole per eliminare i frammenti di alimenti che puoi aver dimenticato l’ultima volta. Per uccidere una quantità maggiore di germi, immergi lo spazzolino in acqua ossigenata.
Sostituisci regolarmente lo spazzolino
Dovresti cambiarlo ogni tre mesi o anche più spesso, nel caso le setole si usurassero. Quando appaiono sfilacciate, non sono in grado di pulire adeguatamente i denti. Se hai uno scovolino, dovrai sostituirne spesso la testina. Se l’ortodontista non ti fornisce dei ricambi, sappi che puoi acquistarli al supermercati e in farmacia. Vale la pena portarne sempre uno con te.
Presta attenzione a quello che mangi
Il modo migliore per proteggere i denti è quello di evitare gli alimenti che li danneggiano insieme all’apparecchio. Non mangiare cibi duri o difficili da masticare, come mele, toffee, caramelle, mais (sgranocchiando la pannocchia), pretzel duri, popcorn, frutta secca, carote o bagel. Non mangiare il ghiaccio o le gomme da masticare. Riduci o evita completamente gli zuccheri. Le bibite e gli alimenti zuccherini corrodono i denti e causano la formazione della placca, che a sua volta scatena la gengivite.
Segui una dieta equilibrata
Le vitamine e i minerali che puoi ottenere da un’alimentazione sana, composta da fibre, proteine, grassi sani e qualche carboidrato, ti permettono di combattere e tenere a bada l’infiammazione gengivale. Una dieta sana ti permette di restare in buona salute, un aspetto altrettanto importante. Cerca di consumare cibi nutrienti, ricchi di fibre, come i lamponi, i cereali integrali, le verdure a foglia verde, la zucca e i frutti morbidi.
Pulisci i denti dopo ogni pasto
Potrebbe sembrarti una scocciatura, ma è un dettaglio cruciale! La gengivite è in grado di svilupparsi in 48 ore a causa di una scarsa igiene (mancato uso di spazzolino e filo interdentale) oppure per una tecnica di pulizia scorretta. Se non lavi i denti dopo aver mangiato, potresti ritrovarti con delle macchie sullo smalto quando verrà tolto l’apparecchio.
Sottoponiti a regolari pulizie presso il dentista o l’ortodontista
Dovresti andare dal dentista almeno una volta all’anno per una visita di controllo e una pulizia; se in passato hai avuto problemi, come sanguinamento e infiammazione gengivali, dovresti recarti dal medico anche più spesso. Se puoi, fissa un appuntamento dopo ogni serraggio dell’apparecchio. È molto probabile che verrai sottoposto una pulizia con idropulsore, perché l’igienista dentale potrebbe avere qualche difficoltà a muovere gli strumenti attorno all’apparecchio. Per i pazienti con gengivite, è importante che il personale medico usi l’acqua al posto dell’ablatore. Chiedi al tuo dentista di usare questa durante la procedura di pulizia.
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