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Morte in culla (SIDS): prevenzione, cause, sintomi e percentuale dei casi
Comunemente viene chiamata “morte in culla” ma il suo nome più preciso è “sindrome della morte improvvisa del lattante” nota anche come “sindrome della morte improvvisa infantile” o “morte inaspettata del lattante” (in inglese Sudden Infant Death Syndrome o SIDS) è un fenomeno che non trova ancora una spiegazione precisa dai ricercatori. La SIDS si manifesta con il decesso improvviso ed inaspettato di un lattante apparentemente sano, spesso in totale assenza di segni premonitori e di cause plausibili. Quasi sempre la morte resta inspiegata anche dopo l’effettuazione di esami post-mortem. Il supporto al dolore per le famiglie affette da SIDS è importante, in quanto la morte dell’infante è improvvisa ed apparentemente senza cause, determinando una tragedia imprevedibile ed inspiegabile, che lascia i genitori in un dolore inconsolabile, resistente anche a lunghe sedute di psicoterapia ed al supporto farmacologico antidepressivo. Essendo la morte in culla senza testimoni, è spesso associata ad un’indagine alla ricerca di eventuale colpa di uno o entrambi i genitori.
Percentuali della morte in culla
La sindrome colpisce i bambini nei primi 12 mesi di vita ed è a tutt’oggi la prima causa di morte dei bambini nati sani nei Paesi industrializzati. In Italia ha avuto un’incidenza dello 0,5 per mille circa nel 2011 (23 bambini sotto i 5 anni, l’1,3% dei decessi totali nel periodo di riferimento). I dati riguardanti gli anni 2004-2011 della regione Piemonte riportano un dato medio di mortalità per SIDS dello 0,09 per 1000. È la causa più comune di morte tra un mese e un anno di età. Circa il 90% dei casi si verifica prima dei sei mesi di età, con il picco di casi tra i due mesi e i quattro mesi di età. La SIDS è più comune nei bambini maschi che nelle femmine. La SIDS rappresenta circa l’80% delle morti infantili improvvise e inattese (SUIDs).
Esistono sintomi “premonitori” della morte in culla?
Molti genitori si chiedono se possibile accorgersi da qualche piccolo segnale che il proprio bambino stia correndo il rischio di essere colpito da questa sindrome, in modo da intervenire in tempo? La risposta purtroppo è negativa. Non sono riscontrabili sintomi della SIDS, i neonati che perdono la vita a causa di tale sindrome non sembrano soffrire per qualche forma di dolore o mostrare evidenze fisiche. Alcuni ricercatori hanno provato ad azzardare una correlazione tra sintomi respiratori simil influenzali, ma la questione è ad oggi estremamente dibattuta. Pur non esistendo cause o sintomi certi, è comunque accertata l’esistenza di comportamenti e condizioni che possono rappresentare fattori di aumento di rischio di SIDS, ed altri che rappresentano al contrario fattori protettivi (che abbassano il rischio).
Fattori che aumentano il rischio di morte in culla del neonato
A fronte dell’impossibilità di determinare una causa univoca, sono stati effettuati studi epidemiologici che hanno rilevato l’esistenza di alcuni fattori di rischio prevenibili e di altri non prevenibili; nessuno di questi è però causa specifica della SIDS. È stato proposto il requisito di una combinazione di fattori tra cui una sensibilità genetica sottostante, un lasso di tempo specifico nello sviluppo del bambino e un fattore ambientale di stress . Questi stress ambientali possono includere dormire sullo stomaco o su un lato, il surriscaldamento e l’esposizione al fumo di tabacco. Può anche avere un ruolo un soffocamento accidentale durante la condivisione del letto (noto anche come co-sleeping) o soffocamento da oggetti morbidi. Un altro fattore di rischio non modificabile sono 39 settimane dalla gestazione. Altre cause includono infezioni, disturbi genetici e problemi cardiaci. Mentre l’abuso infantile sotto forma di soffocamento intenzionale può essere erroneamente diagnosticato come SIDS, si ritiene che questo rappresenti meno del 5% dei casi. Differenze di frequenza sono state riscontrate in correlazione al sesso ed all’età del neonato, all’origine etnica, al livello culturale ed economico dei genitori. Non sono attualmente disponibili metodi che riducano completamente il rischio di SIDS, sebbene vi siano diversi interventi che possono ridurre significativamente l’incidenza della SIDS nei bambini. Numerosi studi dimostrano che tra i fattori principali vi è la posizione nel sonno diversa da quella supina (il rischio è infatti molto più alto se il neonato dorme appoggiato sullo stomaco, o su un fianco). È quindi fortemente consigliato mettere sempre il bambino a dormire supino (dorso della schiena appoggiato al letto, pancia in alto). Si stima che se la più sicura abitudine di far dormire i bambini supini (a pancia in su) invece che proni (a pancia in giù) si fosse diffusa a partire già dagli anni settanta, ovvero da quando erano disponibili le prime evidenze scientifiche e cliniche in merito, si sarebbe potuta salvare la vita di circa 50.000 bambini nei soli paesi occidentali.
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Fattori di rischio modificabili e/o prevenibili della morte in culla del neonato
Tra le condizioni di rischio per la SIDS prevenibili vi sono:
- fumo di sigaretta nell’abitazione;
- madre fumatrice durante la gravidanza (analogamente con i cerotti per smettere di fumare);
- insufficiente alimentazione e cura prenatale;
- uso di alcool e di eroina;
- temperatura della stanza troppo elevata;
- eccessivo abbigliamento;
- uso eccessivo di coperte;
- infezioni respiratorie;
- posizione del sonno diversa da quella supina;
- intervallo QT lungo (rilevabile con elettrocardiogramma).
Fattori di rischio non modificabili
- età del neonato (minore di 5 mesi);
- parto prematuro;
- stagione invernale.
Condivisione del letto dei genitori
La condivisione del letto dei genitori sembra aumentare l’incidenza della sindrome, in particolare se:
- uno o entrambi i genitori sono fumatori;
- uno o entrambi i genitori fanno uso di alcol, droghe, farmaci;
- uno o entrambi i genitori sono di peso e corporatura imponente;
- uno o entrambi i genitori hanno il “sonno pesante”;
- si dorme su poltrone, divani, sofà, superfici morbide in cui ci sia la possibilità di “affondare”.
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Fumo passivo e terziario
Il fumo passivo è correlato alla sindrome: i bambini morti per SIDS tendono ad avere maggiore concentrazione di nicotina e cotinine (fatto che indica cronica esposizione al fumo passivo) nei polmoni rispetto a bambini deceduti per altre cause. Anche il fatto di fumare al di fuori delle mura domestiche, espone comunque il bimbo ad elevate quantità di fumo terziario quindi, per abbattere del tutto il fattore di rischio, è assolutamente consigliabile che i genitori smettano completamente di fumare, fatto che migliorerà la salute di tutti i componenti del nucleo famigliare ed abbasserà anche il rischio che il bimbo, in età adulta, fumi a sua volta.
Per approfondire, leggi: Differenza tra fumo attivo, passivo e terziario
Morte in culla e vaccini: esiste un legame?
I vaccini NON sono un fattore di rischio per la SIDS, anzi secondo alcuni studi in alcuni casi i vacci hanno un effetto protettivo contro la stessa: la vaccinazione antidifterite-tetano-pertosse, ad esempio, risulta correlata con una riduzione della SIDS.
Morte in culla ed aritmie cardiache
Accanto a numerosi studi in merito alla patogenesi della SIDS, hanno sempre più rilevanza quelli che si occupano delle aritmie cardiache su base genetica, ovvero delle canalopatie e in specie della sindrome del QT lungo. Anche se in numero più limitato alcuni casi di SIDS sono stati associati alla sindrome di Brugada, alla sindrome del QT breve e alla tachicardia ventricolare polimorfa catecolaminergica.
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Prevenzione della morte in culla del neonato
A fronte dei fattori di rischio vi sono alcune raccomandazioni per ridurre il rischio di SIDS:
- il bambino deve dormire a pancia in su (supino);
- non bisogna fumare nell’ambiente in cui soggiorna o dorme e nell’abitazione;
- l’ambiente dove dorme non deve essere troppo caldo, (il microclima della stanza è ottimale quando la temperatura è compresa tra i 18 °C e i 20 °C e quando un buon ricambio d’aria permette che l’umidità sia intorno al 50%) non deve essere coperto eccessivamente e deve dormire lontano da fonti di calore;
- in caso di febbre il bambino deve essere coperto di meno;
- si consiglia di far dormire il bambino nella stanza dei genitori nella sua culla e non nel letto dei genitori;
- l’uso del succhiotto è considerato oggi un fattore di attenuazione del rischio.
Come organizzare la culla per abbassare il rischio di morte in culla del neonato?
Per diminuire il rischio di SIDS non devono essere presenti nella culla oggetti che possano limitare la respirazione del bambino (ad esempio pupazzi, peluches, cuscini, lenzuola stropicciate). Il lenzuolo non deve essere posto sulla testa del bambino ma deve coprire solo fino al petto e le braccia devono esser scoperte in modo da evitare che il loro movimento possa portare il lenzuolo a coprire la testa e le vie respiratorie.
Succhietto e morte in culla del neonato
Uno studio del 2005 dimostrò che l’uso del ciuccio riduceva del 90% il rischio della sindrome. Ciò sembra dovuto al fatto che il nucleo mesencefalico del trigemino, attivato dall’uso del ciuccio, attiva l’Arousal grazie all’attivazione della formazione reticolare. Ciò consente il controllo delle funzioni vitali del neonato (frequenza cardiaca, respirazione, pH e temperatura del sangue) che altrimenti specie nei neonati immaturi potrebbero venir meno in condizioni di minimo stimolo ambientale (nel sonno). L’effettore di queste funzioni è il neurotrasmettitore Glutammato prodotto, appunto, dal nucleo mesencefalico del trigemino su stimolo, in questo caso, del ciuccio.
Near miss SIDS
Se soccorsi prontamente alcuni neonati vittime di SIDS possono essere rianimati ed in questo caso si parla di “near miss SIDS”, tuttavia, in tal caso, vi è comunque un altissimo rischio di lesioni cerebrali permanenti più o meno gravi, dovute ad anossia con conseguente possibile disabilità.
Per approfondire:
- Morte in culla: cause, sintomi, incidenza, come evitarla
- Sindrome della morte improvvisa del lattante: cause e fattori di rischio
- Sindrome della morte improvvisa del lattante: quadro clinico e terapie
- Morte improvvisa nel sonno da causa sconosciuta (sindrome di Brugada)
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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine
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Integratore di Ossitocina: effetti dell’ormone dell’amore
L’ossitocina (anche chiamata “oxitocina” o “OXT”) è un ormone peptidico di 9 amminoacidi prodotto dai nuclei ipotalamicisopraottico (principalmente) e paraventricolare e secreto nella neuroipofisi. L’ossitocina è un antagonista della acetilcolina, che a livelli alti può risultare tossica e indurre comportamenti aggressivi. Le donne possiedono in media il 30% in più di ossitocina degli uomini, fatto che determina un generale maggior attaccamento della madre alle prole, rispetto al padre. A seguito di esperimenti sugli animali (Panskepp, 1998) si è visto che iniezioni di ossitocina nel cervello dei topi femmine creavano un comportamento materno in femmine non gravide, gli inibitori dell’ossitocina portavano invece a dimenticarsi dei piccoli se si allontanano. Ugualmente nei maschi bassi livelli di ossitocina provocano amnesia sociale e chi è privo del gene codificante presenta aggressività, indifferenza al distacco dalla madre e assenza di attaccamento sociale.
Parto ed allattamento
L’azione principale dell’ossitocina è quella di stimolare le contrazioni della muscolatura liscia dell’utero, importantissime durante il parto naturale. Nell’ultimo periodo della gravidanza la responsività dell’utero all’ossitocina aumenta notevolmente e l’ormone esercita un ruolo importante nell’inizio e nel mantenimento del travaglio e del parto. Altro fondamentale ruolo è quella di stimolo delle cellule dei dotti lattiferi delle mammelle. In tal modo l’ossitocina provoca una contrazione delle cellule muscolari e la secrezione del latte. Ciò avviene in risposta allo stimolo della poppata.
Durante il parto
Durante il parto l’utero ha un aumento di recettori dell’ossitocina indotto dagli estrogeni e sviluppa la sua massima sensibilità all’ossitocina. Al momento del parto il fondo uterino espleta la funzione di pacemaker e induce delle contrazioni regolari e coordinate che giungono alla cervice. L’ormone esogeno viene utilizzato per indurre o aumentare il travaglio in caso di scarsa funzionalità della muscolatura uterina, previa amnioressi: in caso di membrane integre si preferisce il dinoprostone. Dosi elevate di ossitocina esogena interferiscono col flusso ematico attraverso la placenta e possono determinare ipossia del feto e morte.
“Ormone dell’amore”
L’ossitocina, è noto al grande pubblico anche con l’accattivante nome di “ormone dell’amore” poiché viene prodotta dal nostro organismo in diverse situazioni collegate ai rapporti affettivi. La concentrazione di ossitocina nel sangue aumenta sia negli uomini che nelle donne, ad esempio, quando ci scambiamo effusioni col nostro partner. Alti livelli di ossitocina sono generalmente correlati inoltre ad alti livelli di autostima ed al buon umore. Oltre alle funzioni importantissime durante il parto – prima elencate – l’ossitocina aumenta in varie occasioni: quando i genitori coccolano il neonato, nel momento in cui la mamma allatta il figlio, nelle effusioni fra gli innamorati e durante l’orgasmo. Secondo alcuni l’ossitocina è la molecola alla base delle coppie che “durano” di più, resistendo a litigi ed incomprensioni.
Ossitocina e sessualità
La produzione di ossitocina aumenta con la stimolazione tattile di seno, capezzolo e clitoride, inoltre stimola la prolattina e la liberazione di dopamina durante l’orgasmo che risulta più intenso. Aumenti dell’ossitocina sono generalmente collegati ad una maggiore intesa e soddisfazione sessuale, sia nell’uomo che nella donna.
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Dimenticata una garza nella vagina dopo il parto
Una 31enne ha presentato una denuncia alla procura di Ivrea riferendo di accusare da mesi gravi disturbi dopo aver partorito il 9 ottobre all’ospedale di Chivasso. A portare alla luce la vicenda è Repubblica. Fra gli episodi che la donna segnala spicca l’espulsione dal canale vaginale, nove giorni dopo, di un tampone di garza medica: il giorno successivo telefonò in ospedale per chiedere spiegazioni e – a quanto racconta – le venne detto che “un tampone si lascia sempre dopo una sutura” in quanto “viene assorbito dall’organismo o espulso”. La circostanza, nella querela, viene definita “alquanto singolare”. Il 9 novembre un’analisi del sangue ha rilevato segni di un’infezione attribuibile, secondo la querela, alla presenza prolungata della garza e l’infiammazione sarebbe stata rilevata ancora il 21 dicembre.
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