I militari che cercano di hackerare il tuo cervello

Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Specialista in Medicina Estetica Roma MAL DI TESTA VIVEVA CERVELLO Verme HD Radiofrequenza Rughe Cavitazione Cellulite Luce Pulsata Peeling Pressoterapia Linfodrenante Mappatura Nei Dietologo DermatologiaNo, non è la solita tesi complottista. Da più di un anno DARPA (agenzia governativa degli Stati Uniti di sviluppo di nuove tecnologie in ambito militare) è per davvero impegnata in un progetto chiamato TNT: un programma che ha come obiettivo quello di esplorare vari metodi di neuro-stimolazione sicuri per attivare la plasticità sinaptica, cioè la capacità del cervello di cambiare e modificare i punti di connessione tra i neuroni. In altre parole, attraverso la stimolazione del sistema nervoso, DARPA spera di accelerare la capacità di apprendimento del cervello stesso. L’enorme vantaggio deriva dalla possibilità di “scaricare” le conoscenze dopo aver messo le nostre menti in uno stato ricettivo e neuro-plastico. Per fare un esempio pratico, si potrebbe imparare un nuovo mestiere, senza la necessità di dover studiare o di fare pratica.

La strategia DARPA

DARPA finanzia otto progetti in sette istituzioni diverse. Tutti i progetti sono parte di un programma unico che prima studierà i fondamenti dietro la plasticità del cervello, poi si concluderà con test fatti su persone. La prima parte del programma TNT servirà per svelare i meccanismi neurali che consentono la stimolazione nervosa per influenzare la plasticità del cervello. La seconda parte del programma metterà in pratica tutto quello che è stato appreso nei vari esercizi di allenamento.

Il programma TNT

I ricercatori stanno lavorando con specialisti di lingua straniera, analisti di intelligence e altri che addestrano il personale con lo scopo di raffinare la piattaforma TNT così da soddisfare le esigenze di formazione militare. I ricercatori confronteranno l’efficacia dell’uso di un dispositivo impiantato per stimolare il cervello contro la stimolazione non invasiva. Esamineranno sia l’etica dell’apprendimento avanzato attraverso la neuro-stimolazione sia i modi per evitare effetti collaterali e potenziali rischi.

Gli obiettivi TNT

Il TNT Pogram Manager, Doug Weber, in un comunicato stampa, ha dichiarato: “Il Dipartimento della Difesa opera in un mondo complesso e interconnesso in cui le competenze umane come la comunicazione e l’analisi sono essenziali. Il Dipartimento ha spinto le frontiere della formazione per massimizzare tali competenze. L’obiettivo di DARPA con TNT è quello di migliorare ulteriormente i metodi di formazione esistenti in modo che gli uomini e le donne delle nostre forze armate possano operare a pieno potenziale”.

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Strage dell’Heysel: storia di una vergognosa pagina di sport

MEDICINA ONLINE STRAGE HEYSEL SPORT VERGOGNA JUVENTUS FINALE COPPA CAMPIONI LEAGUE CHAMPIONS FOOTBALL CALCIO SOCCER.jpgIl 29 maggio 1985 a Bruxelles si consumò una delle peggiori tragedie della storia del calcio, sicuramente quella più nota perché avvenuta prima della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool.

Sono le sette e venti di sera allo stadio Heysel di Bruxelles, in campo due squadre di ragazzini belgi con indosso le maglie rosse e bianconere si stanno sfidando in attesa dell’incontro dei grandi, in cielo un bellissimo tramonto sembra disegnato apposta da Emile Claus per fondersi con i colori delle sciarpe e delle bandiere dei tifosi. Sono le sette e venti di sera allo stadio Heysel, quando qualcosa va storto.

Quella che doveva essere la festa della finale di Coppa Campioni tra il Liverpool, che l’aveva vinta l’anno prima all’Olimpico contro la Roma, e la Juventus, che la stagione precedente aveva vinto la Coppa delle Coppe e poi a gennaio la Supercoppa Europea proprio contro i Reds, si trasforma in una tragedia.

Alla fine di quasi due ore di panico e angoscia, di urla e di spaventi, di paura e di delirio, si contano 39 morti (di cui 36 italiani, il più vecchio di 58 anni e il più giovane di 11 anni) e oltre 600 feriti. Sono le nove e quaranta allo stadio Heysel di Bruxelles, e da quel maledetto 29 maggio del 1985 il calcio non sarà più lo stesso.

Alle sette e venti, dopo le prime scaramucce tra tifosi del Liverpool (sistemati nei settori X e Y dello stadio Heysel) e della Juventus (che si trovano inopinatamente nel settore Z, lì a fianco), separati solo da una rete, un gruppo di inglesi rompe le deboli recinzioni che separano i settori e cerca lo scontro. E’ il panico.

Chi cerca di uscire dai cancelli d’ingresso posti in cima li trova incredibilmente chiusi con i lucchetti, i vigili del fuoco decine di minuti dopo li dovranno rompere con le cesoie, chi prova a entrare in campo è ricacciato indietro dalla polizia belga, che entra in campo a cavallo sventolando i manganelli, senza capire cosa sta succedendo e senza aiutare nessuno. Anzi, aumentando il panico.

A decine sono soppressi nella calca del fuggi-fuggi generale, e muoiono schiacciati. Altri per uscire dal settore Z provano a scavalcare il muro, che crolla sotto il loro peso schiacciando i fuggitivi. Alla nove e quaranta, quando è calata la notte e l’arbitro fischia l’inizio della partita, a terra ci sono già quei 39 morti di cui il calcio non si è mai assunto le responsabilità.

Non è il disastro peggiore della storia, nel 1964 in Perù ci furono quasi 400 morti, nel 1982 in Russia circa 340, poche settimane prima dell’Heysel nel fuoco di Bradford morirono in 56 e pochi anni a dopo a Sheffield saranno 96.

Ma è il più clamoroso. Perché è una finale di Coppa dei Campioni. Perché la tragedia avviene prima del calcio d’inizio, eppure si gioca lo stesso, a onta dei 39 morti. Perché le televisioni, a eccezione di quella tedesca, decidono di trasmettere lo stesso le immagini della partita, in un silenzio che puzza di morte. Perché ci si rende conto fin da subito che le responsabilità sono tanto degli organizzatori e delle forze dell’ordine quanto dei famigerati hooligans.

Lo conferma l’inchiesta del giudice belga Marina Coppieters, che tre anni dopo condanna una decina d’inglesi a pochi anni di galera per omicidio colposo, ma soprattutto condanna la Uefa al risarcimento danni per le vittime in quanto ritenuta responsabile della strage.

E se il presidente della Uefa Jacques Georges e il segretario generale Hans Bangerter non sono arrestati per un soffio nel dopopartita, Albert Roosens, allora presidente della federcalcio belga, e Johan Mahieu, responsabile dell’ordine pubblico, sono condannati a sei mesi di reclusione.

I club inglesi, che allora dominavano in Europa, saranno squalificati per cinque anni dalle competizioni internazionali. I tifosi dei Reds negli anni seguenti racconteranno una verità terribile, confermata dalla commissione d’inchiesta affidata al giudice britannico Popplewell: infiltrati tra i presunti hooligans del Liverpool c’erano alcuni tifosi del Chelsea del gruppo di estrema destra Headhunters, membri dell’organizzazione neonazista Combat 18 e del partito National Front, tra cui addirittura due consiglieri comunali di Liverpool.

I gruppi di neofascisti che dalla fine degli anni Settanta in Inghilterra approfittavano del calcio per aumentare il livello di tensione, e favorire la repressione delle proteste sindacali, si era spinto fino in Belgio.

I tifosi bianconeri negli anni seguenti denunceranno di essere stati lasciati soli, dal club e dalle istituzioni calcistiche italiane. Quella sera si rompe il patto di fiducia tra società e tifosi, tra chi a Bruxelles ha visto morire amici e parenti e chi con quella partita ci ha guadagnato e vinto una coppa.

I giocatori, eroi del Mundial spagnolo dell’82, ammetteranno infatti solo molto tempo dopo che sapevano dei morti prima di scendere in campo, molti di loro diranno che quella partita non si doveva giocare, ma quasi nessuno di loro all’epoca acconsentì di donare il premio partita alle famiglie delle vittime.

La stessa Juventus non rinuncerà mai a quella coppa – nonostante le richieste che arrivavano dallo scrittore Italo Calvino all’allora direttore della Gazzetta dello Sport Candido Cannavò – ma si rifiuterà anche per anni di intrattenere rapporti con l’Associazione dei parenti delle vittime. Lo ha denunciato più volte il presidente dell’associazione Otello Lorentini, il cui figlio Roberto una volta uscito dal settore Z sceglie, da uomo e da medico quale era, di tornare indietro a cercare di salvare gli altri, e trova la morte.

Ma la figura peggiore davanti a quella carneficina la fa la Uefa, che decide che the show must go on per non rimborsare biglietti e pagare penali alle tv. E non tornerà mai più indietro. Le responsabilità della Uefa risalgono a prima, alla decisione di fare giocare il match in uno stadio fatiscente, con mattoni di calcestruzzo talmente leggeri che alcuni tifosi fanno buchi nei muri per entrare.

Alla decisione di vendere i biglietti del famigerato settore Z, a fianco dei settori X e Y riservati al Liverpool, sia agli italiani residenti in Belgio sia alle agenzie di viaggio italiane che organizzano i pacchetti, pur sapendo che l’anno prima all’Olimpico i tifosi del Liverpool e della Roma se le erano date di santa ragione.

Le responsabilità della polizia belga sono evidenziate, oltre che dall’assurdo comportamento delle guardie a cavallo in campo, dalla decisione di utilizzare solo 5 (cinque!) poliziotti lungo le reti che dividono il settore X dallo Z, mentre fuori ne impiegano 40 (quaranta!) per inseguire un ragazzo che ha rubato un hot dog. Scaricate per anni le colpe sui tifosi inglesi brutti, sporchi e cattivi, di queste nefandezze le autorità del calcio e della politica non si sono mai assunte la responsabilità.

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Calcolare la distanza di un temporale con il tempo tra lampo e tuono

MEDICINA ONLINE TUONO LAMPO FULMINE SAETTA DIFFERENZA NEVE GRANDINE PIOGGIA NEVISCHIO GHIACCIO TEMPORALE ROVESCIO TEMPESTA NEVE ARTIFICIALE TECNICA NATURALE TORNADO TROMBA D'ARIA URAGANOUn fulmine è composto da due fasi: il lampo (la luce che si vede partire dalla nuvola fino ad arrivare a terra) ed il tuono (il caratteristico suono). Si può calcolare quanto il temporale è distante da noi, grazie ad una semplice tecnica:

  1. rimanete in osservazione del punto in cui si sta verificando il temporale;
  2. nel momento in cui appare il lampo, iniziate a contare i secondi;
  3. contate i secondi fino a che non ascoltate l’inizio del tuono;
  4. moltiplicate il numero di secondi ottenuto per 340;

Il risultato della moltiplicazione, espresso in metri, è la distanza che vi separa da un temporale

Ad esempio, se il tuono ed il lampo sono separati da 3 secondi, allora il temporale è distante da voi 3 x 240 = 1020 metri, cioè poco più di un chilometro.

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Il mio professore era Albert Einstein

MEDICINA ONLINE ALBERT EINSTEIN PROF LESSON TEACHER.jpgUna rara fotografia di Albert Einstein mentre da lezioni sulla Teoria della relatività, negli anni ’20.

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E’ possibile vivere oltre i 125 anni?

MEDICINA ONLINE ANZIANO VECCHIO NONNO NONNI TERZA ETA SOLITUDINE DIABETE PATOLOGIE AIUTO SUPPORTOLa rivista “Nature” ha recentemente pubblicato uno studio nel quale si cerca di capire se possa esistere o meno un limite naturale all’età degli esseri umani. Secondo gli studiosi, la crescita della durata massima della vita è destinata a rallentare fino al capolinea. In pratica i ricercatori avrebbero trovato un punto limite: la probabilità che un essere umano viva più di 125 anni è una su 10 mila. Sempre secondo gli scienziati questo limite non sarebbe dovuto a geni programmati per la morte o l’invecchiamento, ma si tratterebbe di un effetto collaterale dettato dalle 3 fasi principali della vita: nascita, crescita e riproduzione.

Uno studio tutto americano

Dopo aver analizzato i dati dello Humanity Mortality Database, l’equipe di ricercatori capeggiato da Jan Vijg dell’Albert Einstein College Of Medicine di New York, ha osservato che il maggior aumento dell’aspettativa di vita si è registrato nel 1980. Dopo questa data tale aspettativa è rimasta pressochè invariata. Successivamente gli scienziati hanno scrutato a fondo i dati raccolti dall’International Database on Longevity per trovare gli esseri umani più longevi di sempre di Francia, Giappone, USA e Gran Bretagna. Dopo aver analizzato attentamento ogni risultato hanno dichiarato che dopo la morte di Jeanne Calment, avvenuta nel 1997 alla veneranda età di 122 anni, sarà veramente difficile che qualcuno possa vivere più di lei. Una probabilità su 10 mila è una cifra davvero molto bassa, ma non impossibile da raggiungere. Chissà se qualcuno sopravvivrà abbastanza da smentire le ricerche di questi scienziati. Per dirla con un termine calcistico: “Finché la matematica non ci condanna si può sperare”.

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Condannati a morte: gli ultimi pasti più strani

MEDICINA ONLINE MORTE COSA SI PROVA A MORIRE TERMINALE DEAD DEATH CURE PALLIATIVE TERAPIA DEL DOLORE AEROPLANE TURBINE CHOCOLATE AIR BREATH ANNEGATO TURBINA AEREO PRECIPITA GRATTACIELO GLASS WALLPAPER PIC HI RES STRAGE PHOT.jpgSe dovessi scegliere cosa mangiare nell’ultimo pasto della tua vita cosa sceglieresti? Forse da buon italiano vorresti un bel piatto di pasta, una pizza o un arrosto, ad ogni modo qualcosa di speciale, non tutti però seguirebbero questa linea di pensiero. Recentemente Henry Hargreaves, un fotografo statunitense, ha ricreato e fotografato gli ultimi piatti richiesti da alcuni tra i più famosi condannati a morte del Texas. Quando un carcerato veniva condannato a morte, nel suo ultimo giorno di vita gli veniva richiesto che tipo di pietanza volesse mangiare prima di passare a miglior vita.

Progetto “No Seconds”

Tuttavia, questa non era una regola scritta, ma una sorta di rito, che però lo stato del Texas ha deciso di abolire nel 2011. Hargreaves, quando era ancora in vigore questa “regola”, aveva chiesto di poter fotografare dal vivo gli ultimi pasti di alcuni condannati a morte, ma le autorità carcerarie gli avevano negato ogni richiesta. Il fotografo dopo un po’ di tempo, dopo essersi documentato online, ha cercato quali fossero stati gli ultimi piatti mangiati da questi carcerati. Dopo aver trovato fonti attendibili per ciascuno ha avuto l’idea di ricrearli e di fotografarli, avviando così il progetto “No Seconds”che negli ultimi anni è stato più volte segnalato e pubblicato da siti e giornali in tutto il mondo.

Dal pollo all’oliva

I piatti richiesti vanno dalle alette di pollo di KFC, ad un gelato fino ad una semplice oliva. In un’intervista fatta dalla CBS, Hargreaves ha raccontato che i pasti che l’hanno sorpreso particolarmente sono stati quelli di Ricky Ray Rector e di Victor Feguer. Rector era stato condannato a morte per l’omicidio di due persone, tra cui un’agente di polizia a cui sparò mentre si costituiva per l’omicidio precedente. Nello stesso momento l’uomo cercò di suicidarsi sparandosi in testa, ma il suo colpo non ebbe l’esito sperato, infatti sopravvisse, ma le profonde ferite gli causarono una grave infermità mentale. Rector per il suo ultimo pasto chiese una fetta di torta di noci pecan, che lasciò da parte per poi finirla successivamente. L’altro criminale, Feuger, come ultimo pasto scelse un’oliva: “Pensiamo agli ultimi pasti come a qualcosa di assolutamente goloso, spiega Hargreaves. “E lui ha scelto solo una singola oliva. È così semplice, è come definitivo. È quasi come un punto fermo alla fine della sua vita”.

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Cosa si prova prima di morire? Una ricerca americana prova a spiegarlo

MEDICINA ONLINE MORTE COSA SI PROVA A MORIRE TERMINALE DEAD DEATH CURE PALLIATIVE TERAPIA DEL DOLORE AEROPLANE TURBINE CHOCOLATE AIR BREATH ANNEGATO TURBINA AEREO PRECIPITA GRATTACIELO GLASS WALLPAPER PIC HI RES STRAGE PHOT.jpgCosa succede quando si muore?

Si dice che quando una persona passa a miglior vita nell’attimo prima di morire riveda per un istante moltissime immagini della sua vita, come una lunga pellicola cinematografica che ti passa davanti agli occhi. Ma cosa si prova realmente quando si muore? Quali sono le vere reazioni che si innescano nel nostro cervello? Alcuni ricercatori dell’American Chemical Society hanno cercato di dare una risposta a queste domande. In questa ricerca viene spiegato come reagisce l’uomo difronte alla morte.

Paura, dolore e istinto di sopravvivenza

La prima emozione che si prova è la paura: una risposta cognitiva che scatta come un allarme per far fronte ad una situazione di pericolo. Quando un individuo si spaventa la prima parte del corpo che si attiva è il talamo (un componente del sistema nervoso centrale). Una volta attivato il talamo, quest’ultimo manda segnali, sotto forrma di impulsi, alle altre zone del cervello, mentre nel resto del corpo si diffondono alcune sostanze come l’adrenalina, il glucosio e il cortisolo (un ormone prodotto dalle ghiandole surrenali). Mentre il talamo avvia tutto questo processo, l’ippotalamo trasmette all’organismo degli impulsi che avviano le reazioni più classiche di fronte ad un episodio di pericolo, come la fuga o l ‘istinto difensivo. Dopo la reazione di paura l’individuo comincia ad urlare, ma al contrario di quanto si pensi, il fatto di emettere delle grida non è la conseguenza di un’azione del lobo temporale (l’area che gestisce il linguaggio), ma bensì dell’amigdala, ovvero un’area del cervello che controlla le emozioni, in particolar modo la paura.

Gli ultimi istanti

Dopo queste situazioni arriva quella più brutta: quella del dolore e della sofferenza. Quando si viene colpiti o feriti, i nocicettori (terminazioni di neuroni sensoriali) inviano degli impulsi al talamo in modo da far capire al cervello che si tratta di una situazione di dolore. In questo modo il nostro cervello cerca di reagire dando dei segnali al corpo in modo da evitare che l’esperienza di dolore si ripeta. Basti pensare a quando si tocca un oggetto rovente, nell’attimo in cui si prova il dolore la prima cosa che fa il corpo è quello di allontanare la mano dalla fonte di calore in modo da evitare di soffrire nuovamente. Tuttavia se il dolore e quindi la ferita è talmente grave da impedire al cervello di dare degli impulsi di “fuga”, si entra nello stato di morte clinica. In questa situazione il cervello resta attivo ancora per pochi secondi entrando in quella fase chiamata: “esperienza pre morte”. Dopo arriva l’ultima fase, quella della morte biologica.

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Cosa si prova morendo: il racconto di una infermiera

MEDICINA ONLINE MORTE COSA SI PROVA A MORIRE TERMINALE DEAD DEATH CURE PALLIATIVE TERAPIA DEL DOLORE AEROPLANE TURBINE CHOCOLATE AIR BREATH ANNEGATO TURBINA AEREO PRECIPITA GRATTACIELO GLASS WALLPAPER PIC HI RES STRAGE PHOTO.jpgLe unità di cure palliative o di terapia intensiva degli ospedali hanno uno stretto rapporto con la morte, dando luogo a numerose esperienze che sfuggono a qualsiasi spiegazione razionale. Pazienti che intuiscono il momento esatto in cui moriranno, altri che sembrano decidere da sé il giorno e l’ora, affrettando o ritardando la morte, sogni premonitori di familiari o presentimenti di terze persone che senza neanche sapere che qualcuno è ricoverato o ha subito un incidente sono sicuri che sia morto. Solo i professionisti sanitari che lavorano da vicino con i pazienti terminali conoscono in prima persona la portata e la varietà di queste strane esperienze. La scienza non è stata capace di offrire alcun tipo di risposta, per cui in genere vengono descritte come eventi paranormali o soprannaturali. Un’etichetta “troppo vaga per la grandezza di queste esperienze”, secondo l’infermiera britannica Penny Sartori, che da circa vent’anni lavora nell’unità di terapia intensiva. Una carriera sufficientemente solida per aver visto di tutto, intuire standard ed elaborare ipotesi su questi fenomeni. È a tal punto così che sta per discutere una tesi di dottorato sul tema, le cui conclusioni principali verranno anticipate nel libro The Wisdom Of Near-Death Experiences (La saggezza delle esperienze vicine alla morte, Watkins Publishing).

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“Allucinazioni” condivise da familiari

Nel corso della sua carriera, la Sartori ha incontrato pazienti che hanno vissuto esperienze vicine alla morte (EVM) e familiari che hanno vissuto da vicino esperienze di morte condivisa (EMC). La quantità e la ripetizione degli standard fa sì che l’infermiera scarti l’ipotesi della casualità o dell’impossibilità di trovare un ragionamento logico per questo diffuso fenomeno. Tra il 70 e l’80% dei pazienti aspetta di stare solo nella stanza prima di morire. La tesi principale della Sartori è che “il nostro cervello è indipendente dalla coscienza. È il mezzo per canalizzarla, per cui in realtà è fisicamente estranea al corpo”. Un’idea che spiegherebbe, ha aggiunto la dottoranda, perché “l’anima e la coscienza possono sperimentarsi al margine del corpo”, come nelle EVM o nella meditazione buddista. Gli esempi di cui la Sartori si avvale nel suo libro sono molto numerosi, ma tutti coincidono in genere nel fatto che i pazienti che vivono le EVM sono sempre quelli che abbracciano la morte nel modo più tranquillo e felice, come i familiari che presentono la morte dei propri cari. Perché? In base agli incontri che ha avuto con questi ultimi, è dovuto al fatto che sono convinti che si tratti solo della fine della vita terrena. Al margine del fatto che siano persone credenti, agnostiche o atee, tutte sperimentano il sogno o la visione di come il familiare se ne andrà da questo mondo guidato da qualcuno (coniugi già defunti, esseri anonimi o angeli) e con una chiara sensazione di “pace e amore”. All’inizio, riferisce la Sartori, “mi colpiva il fatto che alcuni familiari dei defunti non si sentissero tristi dopo aver diagnosticato la morte del proprio caro, ma parlandoci mi sono resa conto che in realtà erano tranquilli per il fatto di aver sperimentato questa sensazione di trascendenza della vita”.

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Scegliere il momento “più appropriato” per morire

Non è il caso degli esempi di persone che sapendo quando moriranno chiedono di restare qualche minuto da soli o lo fanno proprio quando il familiare, che rimane tutto il tempo al loro fianco, li abbandona solo un momento per andare in bagno. Altri casi che richiamano l’attenzione allo stesso modo sono quelli delle persone che muoiono subito dopo aver visto un familiare che tardava ad andare a trovarli perché era all’estero, o quando terminano tutti i documenti relativi a eredità e assicurazioni sulla vita. “Sembrano attendere che avvenga un evento specifico per permettersi di morire”, ha riferito l’infermiera. La sensazione di trascendenza è sperimentata sia dai credenti che dagli agnostici o atei. Il direttore del Tucson Medical Center John Lerma, specializzato in cure palliative, ha raccolto esempi molto simili a quelli citati dalla Sartori in Into the Light: Real Life Stories About Angelic Visits, Visions of the Afterlife, and Other Pre-Death Experiences (Nella Luce: Vere Storie di Vita su Visite Angeliche, Visioni dell’Aldilà e Altre Esperienze Pre-Morte, New Page Books). Secondo i suoi resoconti, tra il 70 e l’80% dei pazienti aspetta che i propri cari escano dalla stanza per morire. La Sartori rifiuta di credere che queste esperienze siano motivate da allucinazioni. “Non è possibile che varie persone vedano la stessa cosa e siano capaci di descriverla in modo uguale se è davvero una percezione distorta della realtà”, ha indicato. Una tesi che si basa sulle famose teorie del professor Raymond Moody, che ha coniato il concetto di esperienze vicine alla morte alla fine degli anni Settanta del Novecento. I suoi studi più innovativi si concentrano sulle esperienze condivise dalle persone che accompagnano coloro che si trovano in trance di morte. “Aprono una via completamente nuova di illuminazione razionale sulla questione della vita dopo la morte, perché le persone che comunicano queste esperienze sono sane. In genere sono sedute accanto al letto di morte di una persona cara quando sopravviene una di queste esperienze meravigliose e misteriose. E il fatto stesso che le persone non siano prossime alla morte invalida la clausola di esenzione. Visto che le loro esperienze non si possono attribuire a mancanze della chimica cerebrale, dovremo andare al di là di questa argomentazione”.

Nuove vie di studio

Il ricorso, “cinico” secondo la Sartori, a spiegare questo fenomeno a partire dalle disfunzioni cerebrali non si sostiene nemmeno con gli esempi di persone ricoverate con Alzheimer avanzato che all’improvviso recuperano la capacità di raziocinio. “Si tratta di pazienti in uno stadio terminale della malattia, incapaci di articolare la parola, che in modo sorprendente iniziano a parlare con la massima coerenza, interagendo con gente che non è nella stanza e che spesso sono familiari defunti”, ha spiegato la Sartori. “In genere accade che dopo questa esperienza smettono di essere agitati e finiscono per morire con un sorriso sul volto, solitamente uno o due giorni dopo”. Anche l’idea che queste visioni siano indotte dai farmaci non è accettata dalla Sartori, perché “questi provocano ansia, tutto il contrario di ciò che provano i pazienti”. Nel suo libro, l’autrice sostiene che questo tipo di esperienze, raccolte nel corso di tutta la sua carriera, possono essere fondamentali per dimostrare l’esistenza di una vita dopo la morte, e che devono almeno aprire una nuova via di studio (come alcune che partono dalla fisica quantistica) per gli studi scientifici. Quello di cui dice di essere convinta è che “la morte non è terribile quanto la immaginiamo di solito”.

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