Tetraplegia: significato, cause, cure e riabilitazione

MEDICINA ONLINE FISIOTERAPIA RIABILITAZIONE DISABILE SEDIA ROTELLE CERVELLO CRANIO EMORRAGIA CEREBRALE ISCHEMIA EMORRAGICA ICTUS PARAPLEGIA EMATOMA EMIPARESI EMIPLEGIA TETRAPARESI TETRAPLEGIA DECUBITO RECUPERO  PARALISI.jpgCon tetraplegia (anche chiamata quadriplegia) si intende una paralisi sia del torso che degli arti superiori ed inferiori, causato da svariate patologie e traumi, ad esempio in caso di incidenti stradali o sportivi. Anche una lesione cerebrale in età infantile precoce (paralisi cerebrale infantile) o in epoche successive della vita possono provocare una tetraplegia nel caso vengano danneggiate estesamente le aree encefaliche deputate al controllo della motilità volontaria. Questa grave patologia, che fa perdere forza e sensibilità alle parti colpite, viene provocata da lesioni o traumi del midollo spinale e delle arterie vertebrali , in modo particolare delle prime sette vertebre cervicali che sorreggono il cranio, identificate con le sigle C1- C2 – C3 – C4 – C5 – C6 – C7.

Cause di tetraplegia

La tetraplegia in genere è la conseguenza di un grave trauma avvenuto in questa particolare e delicata frazione della colonna vertebrale composta dalle vertebre sopra descritte. Il trauma più frequente è quello provocato da un incidente d’auto  e da cadute da motociclette e motorini ( il casco protegge la testa ma non quel tratto del collo). Può essere anche causato da un violento impatto da cadute accidentali, o da traumi derivati da attività sportive (equitazione, hockey, paracadutismo, tuffi ecc.) insomma in tutti quei casi per cui il midollo spinale viene coinvolto o danneggiato da lesioni in quel tratto di vertebre cervicali. Volendo calcolare percentualmente questi traumi:

  • il 45% derivano da incidenti d’auto o motociclette
  • il 21% da cadute
  • il 16% da atti violenti
  • il 13% da infortuni sportivi

Il deficit neurologico che ne consegue è la tetraplegia incompleta ( circa il 30% dei casi), la tetraplegia completa ( nel 26 % dei casi ), quindi la paraplegia incompleta (nel 20% dei casi). Quasi il 60% di questi devastanti infortuni riguarda giovani-adulti tra i 16 e i 30 anni, con tutte le conseguenze e i costi sociali che comportano patologie di questa gravità che prevedono la non autosufficienza per il resto della vita.

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Conseguenze della lesione

Volendo semplificare e rendere più chiare le conseguenze che derivano da traumi subiti dalle prime sette vertebre, possiamo dire che:

  • La lesione che colpisce le vertebre C1 e C2 è il trauma più grave che in genere provoca la morte o la dipendenza da ventilatore meccanico.
  • La lesione che dovesse colpire la vertebra C3 in genere provoca oltre alla probabile paralisi del tronco, la perdita della funzionalità del diaframma.
  • La lesione che dovesse colpire la vertebra C4,  può provocare la perdita della funzionalità delle spalle e del bicipite brachiale e difficoltà nella respirazione.
  • Un trauma alla vertebra C5 può provocare oltre alla probabile paralisi del tronco, l’incapacità del movimento dei bicipiti,delle spalle, dei polsi e delle mani.
  • Una lesione alla vertebra C6 può provocare, oltre alla perdita completa del movimento delle mani anche i movimenti del polso, la paralisi del tronco e degli arti inferiori.
  • Il trauma alla vertebra C7, generalmente provoca ,oltre alla possibile paralisi del tronco,  una limitazione al movimento degli arti superiori impedendo anche l’articolazione di mani e dita.

Il risultato finale purtroppo è quello che le persone che subiscono incidenti in queste prime sette vertebre, non sono più in grado di poter gestire la loro vita normale.  Tra le altre lesioni che possono colpire il midollo osseo di questo segmento di colonna vertebrale, e che possono provocare forme progressive di tetraplegia, vanno aggiunti anche alcuni tipi di tumori cerebrali, forme di necrosi del midollo, o poliomelite (fortunatamente pressoché scomparsa), oppure gravi forme di distrofia muscolare, o da sclerosi a placche in fase avanzata.

Diagnosi

La persona ferita e colpita da presunta tetraplegia va urgentemente ricoverata presso una struttura dotata di unità spinale. Un team specializzato provvederà ad effettuare  rapidamente approfonditi esami per individuare la collocazione della lesione e valutarne il grado di gravità attraverso test neurologici, TAC, analisi radiologiche con liquido di contrasto alle membrane delle meningi, oltre a stimolazioni magnetiche del cranio per valutare la funzionalità dei circuiti che riconducono al Sistema Nervoso Centale.

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Terapie e riabilitazione

Si può guarire da una tetraplegia? Purtroppo allo stato attuale delle ricerche e della conoscenza scientifica non esiste un intervento risolutivo per questa grave patologia. Le più recenti  e promettenti ricerche sono orientate verso terapie innovative che si basano sulla rigenerazione delle parti lese  del Sistema Neurologico Centrale con l’utilizzazione di cellule staminali. Solo ripristinando queste funzionalità sarà infatti possibile recuperare parte dei movimenti e della sensibilità. In attesa, le opzioni terapeutiche per le persone colpite da tetraplegia si basano in genere sulla somministrazione di corticosteroidi e medicinali per rilassare i muscoli ed alleviare il dolore. Oltre ad eventuali trazioni spinali e a sedute fisioterapiche e riabilitative, durante la riabilitazione non è escluso l’intervento chirurgico per rimuovere detriti ossei o liquidi che possano premere sul midollo spinale.

Le tecniche riabilitative più usate per tentare il recupero delle funzioni neurologiche sono:

  • Metodo Kabat;
  • Metodo Bobath;
  • Metodo Perfetti.

A queste si aggiungono:

  • Mobilizzazioni articolari;
  • Stretching;
  • Terapia respiratoria;
  • Trattamento di disturbi sfinterici;
  • Terapia occupazionale.

Complicazioni

La tetraplegia porta purtroppo con sé varie problematiche legate alla riduzione della mobilità, con diminuzione della qualità della vita del paziente. I pazienti necessitano di un’assistenza quotidiana in quanto quasi totalmente non-autosufficienti negli spostamenti, nell’alimentazione, nel vestirsi e nell’espletare i bisogni fisiologici. Inoltre varie complicanze rendono precaria la salute generale, esse sono generalmente:

  • lesioni da pressione;
  • trombosi;
  • polmonite;
  • danni mio-osteo-articolari: limitazioni articolari, retrazioni muscolo-tendinee;
  • complicanze psicologiche: disturbo post traumatico da stress, depressione, pensieri suicidari;
  • complicazioni nervose.

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Differenza tra soluzione e dispersione in chimica con esempi

MEDICINA ONLINE LABORATORIO CHIMICA FISICA SANGUE ANALISI FECI URINA GLICEMIA AZOTEMIA DENSITA CHEMISTRY LAB VISCOSITA LIQUIDO GAS SOLIDO FLUIDO ACQUA PESO SPECIFICO SCUOLA RICERCA RESISSi definisce “soluzione” in chimica una miscela omogenea in cui una o più sostanze sono contenute in una fase liquida o solida o gassosa; una soluzione contiene particelle diverse mescolate e distribuite in modo uniforme nello spazio disponibile in modo che ogni volume di soluzione abbia la medesima composizione degli altri. La misura della quantità di soluto rispetto alla quantità di soluzione è detta concentrazione e viene misurata sia tramite unità fisiche che tramite unità chimiche. In una soluzione viene denominato solvente la sostanza presente in quantità maggiore e soluto (o soluti) la sostanza (o le sostanze) presente in minor quantità. Una soluzione consiste quindi in una miscela di due o più componenti che formano una dispersione molecolare omogenea in una sola fase fisica. Ricordiamo che la “fase” in chimica indica una porzione di materia che, ad occhio nudo o al microscopio ottico, presenta in ogni suo punto le medesime proprietà fisiche e chimiche.

In chimica si definisce con “dispersione” un sistema stabile o instabile costituito da più fasi (di solito due) in cui la prevalente è detta “fase disperdente” e le altre sono dette “fasi disperse”. Caratteristica delle dispersioni è che le varie fasi sono eterogenee e che le fasi disperse hanno dimensioni superiori alle grandezze colloidali (diametro > 1 μm).

In una soluzione i soluti sono quindi disciolti nel solvente nello stesso stato fisico. Una soluzione, dunque, è un sistema omogeneo. Una dispersione, invece, è un sistema eterogeneo, in cui i “soluti” sono appunto “dispersi” nel “solvente”. Un esempio di dispersione è il fumo infatti consiste in una dispersione di un solido in un aeriforme, oppure la nebbia (dispersione di un liquido in un aeriforme).

Una soluzione consiste in una miscela di due o più componenti che formano una dispersione molecolare omogenea in una sola fase fisica.

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Paraplegia: etimologia, significato, sintomi, cura e riabilitazione

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Paraplegia: etimologia del termine

Paraplegia (accento sulla “i”) è una parola che deriva dal greco παραπληγία, composto da παρα- (“para” che significa “vicino, intorno a”) e -πληγία (“plegìa” che significa “colpisco”).

Diffusione di paraplegia e tetraplegia in Italia

In Italia ogni anno si verificano mediamente 906 nuovi casi di paraplegia all’anno, 625 di tetraplegia, con i seguenti rapporti: il 67% di origine traumatica di cui il 53% rappresentati da incidenti stradali, il 21% da cadute, il 10% da incidenti sul lavoro e il 33% di origine non traumatica. Il rapporto maschi/femmine è 4:1 ed è stato rilevato un incremento annuo di 20/25 nuovi casi, con età compresa tra 10 e 40 anni (picco intorno ai 20), con circa 80 mila persone con lesione midollare attualmente residenti nel nostro paese.

Cause di paraplegia

La lesione midollare che provoca paraplegia è sottostante alla prima vertebra toracica (T1). Tale lesione può essere provocata da svariate cause:

  • lesioni infettive;
  • lesioni traumatiche della zona lombare o dorsale del midollo spinale, ad esempio in incidenti stradali o spirtivi;
  • disciti;
  • tumori;
  • lesioni vascolari;
  • sclerosi a placche;
  • da malformazioni congenite del canale midollare, come nella spina bifida.

Sintomi di paraplegia

I sintomi principali connessi a una paraplegia possono verificarsi anche immediatamente dopo la lesione del midollo spinale, ad esempio nelle lesioni da trauma. Variano molto in base alla gravità della lesione. Essi comprendono:

  • paralisi degli arti inferiori;
  • deficit di movimento;
  • riflessi più lenti del solito;
  • disturbi intestinali;
  • incontinenza urinaria e fecale;
  • difficoltà respiratorie;
  • sterilità ed infertilità;
  • disfunzione erettile;
  • alterazione della sensibilità orgasmica;
  • alterazione nell’eiaculazione (aneiaculazione, eiaculazione retrograda, astenospermia…).

Leggi anche: Paraplegia: erezione, disfunzione erettile ed eiaculazione

A livello della lesione si ha:

  • distruzione completa delle cellule nervose;
  • rottura dell’arco riflesso;
  • paralisi flaccida dei muscoli innervati dai segmenti del midollo spinale che sono stati distrutti.

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Disturbi motori nella paraplegia

Nelle lesioni midollari si hanno quadri clinici diversi a seconda che il danno sia completo o meno. Una lesione midollare fa sì che nei muscoli innervati dai segmenti midollari sottolesionali compaia un’impossibilità al reclutamento volontario delle unità motorie. Queste ultime, che sono anatomicamente integre, terminata la fase di shock spinale (da 1 settimana ad alcuni mesi), saranno soggette ad una abnorme attività (spasticità) per il deficit del controllo motorio soprasegmentale.

Disturbi della sensibilità nella paraplegia

In seguito ad una lesione midollare tutti i tipi della sensibilità possono essere più o meno compromessi. L’anestesia o ipoestesia può interessare in misura diversa la sensibilità:

  • tattile superficiale e profonda;
  • dolorifica;
  • pressoria;
  • termica;
  • statestesica;
  • cinestesica.

La persona con lesione midollare può accusare dolori che si possono distinguere in:

  • dolori vertebrali;
  • dolori metamerici di origine radicolare;
  • dolori sottolesionali non hanno distribuzione metamerica, si tratta di parestesie dolorose tipo pizzicori, formicolii, la cui origine è incerta;
  • dolori viscerali proiettati in genere rapporto (poco chiaro) alla distensione di un organo cavo (vescica, intestino);
  • dolori psicogeni.

Disturbi respiratori nella emiplegia

Nel paziente con emiplegia si verifica una modificazione del meccanismo della respirazione dopo una lesione midollare. I deficit respiratori che si vengono ad instaurare originano sostanzialmente dai seguenti fattori:

  • paralisi completa o deficit della muscolatura inspiratoria ed espiratoria;
  • alterazione della meccanica toraco-addominale;
  • riduzione della compliance polmonare;
  • riduzione della compliance della parete toracica.

Conseguenze e complicazioni

La paraplegia porta purtroppo con sé varie problematiche legate alla riduzione della mobilità, con diminuzione della qualità della vita del paziente. La gravità della paralisi dipende dal grado di lesione cui è stato sottoposto il midollo spinale. Molte persone affette da paraplegia sono obbligati all’uso di sedie a rotelle per muoversi. In seguito alla diminuzione o perdita delle funzioni degli arti inferiori, la paraplegia può comportare anche una serie di complicazioni mediche che includono:

  • lesioni da pressione;
  • trombosi;
  • polmonite;
  • danni mio-osteo-articolari: limitazioni articolari, retrazioni muscolo-tendinee;
  • complicanze psicologiche: disturbo post traumatico da stress, depressione, pensieri suicidari;
  • complicazioni nervose.

Leggi anche:

Diagnosi

La persona ferita e colpita da presunta paraplegia va urgentemente ricoverata presso una struttura dotata di unità spinale. Un team specializzato provvederà ad effettuare  rapidamente approfonditi esami per individuare la collocazione della lesione e valutarne il grado di gravità attraverso test neurologici, TAC, analisi radiologiche con liquido di contrasto alle membrane delle meningi, oltre a stimolazioni magnetiche del cranio per valutare la funzionalità dei circuiti che riconducono al Sistema Nervoso Centale.

Cura e riabilitazione nel paziente con paraplegia

L’obiettivo generale del trattamento riabilitativo in Unità Spinale o nei Centri Riabilitativi consiste nell’aiutare la persona con lesione midollare (plm) a raggiungere la massima autonomia/indipendenza possibile nelle attività della vita quotidiana in relazione alle potenzialità residue (tipo e livello di lesione), all’età, alle condizioni generali della persona, alla presenza o meno di complicanze, alla motivazione, al sostegno della famiglia. Il paziente che afferisce all’Unità Spinale o ai Centri di Riabilitazione chiede l’ottimizzazione delle proprie risorse onde riprendere, degnamente, il suo posto nella società. Come un preparatore atletico, il fisioterapista deve far raggiungere alla plm le capacità fisiche che le permettano, sotto la guida dell’équipe riabilitativa, di compiere il gesto funzionale. All’interno del processo riabilitativo l’intervento si esplica fondamentalmente in due ambiti:

1) RIEDUCATIVO

Finalizzato al recupero della massima capacità funzionale attraverso:

  • il recupero neurologico se esso si verifica;
  • il rafforzamento della muscolatura rimasta integra;
  • la ricerca di compensi e strategie motorie che permettono il riapprendimento e la riacquisizione di abilità funzionali nelle attività quotidiane, lavorative, luduche, etc.;
  • l’individuazione di strategie di coping che promuovono il “riadattamento” all’evento disabilità.

2) EDUCATIVO

Finalizzato alla conoscenza e corretta gestione delle problematiche inerenti la lesione midollare (educazione sanitaria).

Le tecniche riabilitative più usate per tentare il recupero delle funzioni neurologiche sono:

  • Metodo Kabat;
  • Metodo Bobath;
  • Metodo Perfetti.

A queste si aggiungono:

  • Mobilizzazioni articolari;
  • Stretching;
  • Terapia respiratoria;
  • Trattamento di disturbi sfinterici;
  • Terapia occupazionale.

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Differenza tra emiparesi ed emiplegia

MEDICINA ONLINE CERVELLO CRANIO EMORRAGIA CEREBRALE ISCHEMIA EMORRAGICA ICTUS SANGUE EMATOMA EMIPARESI EMIPLEGIA TETRAPARESI TETRAPLEGIA MORTE COMA PROFONDO STATO VEGETATIVO PARALISI DECUBITO RECUPERO SUBARACNOIDEAL’emiplegia è un deficit motorio dell’attività motoria volontaria che interessa un solo emilato, cioè solo un lato del corpo, il lato destro o il sinistro. La causa è un danno cerebrale controlaterale al deficit, ciò significa che un danno cerebrale destro determina una emiplegia sinistra e viceversa. In genere, viene lesionato il 1° motoneurone che trasporta gli input motori al midollo spinale. Il deficit assume caratteristiche di recupero diverse in base al periodo della vita in cui insorge.

L’emiparesi è un deficit parziale dell’attività motoria volontaria che interessa un solo emilato, destro o sinistro. La causa, come nel causa dell’emiplegia, è un danno cerebrale controlaterale al deficit, ciò significa che un danno cerebrale destro determina una emiparesi sinistra e viceversa. L’emiparesi riconosce le stesse cause dell’emiplegia (ad esempio ictus ischemico, emorragico, tumore…) di cui spesso rappresenta l’evoluzione.

Sia emiparesi che emiplegia possono essere reversibili o irreversibili in base alle cause specifiche che l’hanno provocata. Entrambe sono il risultato di una lesione del sistema nervoso centrale; la differenza principale risiede nell’entità del deficit motorio, più importante quando ci si riferisce all’emiplegia (che è quindi più grave), minore nel caso di emiparesi (meno grave). Nella emiplegia si ha paralisi (perdita completa dell’attività motoria di un emilato), nell’emiparesi la perdita della funzione motoria è solo parziale.

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Differenza tra densità reale ed assoluta con esempi

MEDICINA ONLINE LABORATORIO BLOOD TEST EXAM ESAME DEL SANGUE FECI URINE GLICEMIA ANALISI GLOBULI ROSSI BIANCHI PIATRINE VALORI ERITROCITI ANEMIA TUMORE CANCRO LEUCEMIA FERRO FALCIFORME MLa densità di un materiale è il rapporto tra la sua massa ed il suo volume (cioè massa diviso volume); l’unità di misura della densità è il kg/m³. Nell’uso comune si utilizza talvolta il kg/litro (kg/dm³), che corrisponde esattamente al g/cm³. Il materiale in esame può essere sia un liquido che un solido o un gas. Tale definizione di densità è riferita ad una quantità di materia solida massiccia, vale a dire senza vuoti interni, per tale motivo viene anche detta densità reale in quanto prende in considerazione solo il volume della frazione solida.

In contrapposizione alla densità reale, la densità apparente di un corpo – pur venendo calcolata in maniera formalmente analoga alla densità reale – prende invece in considerazione il volume totale occupato dal solido ovvero il suo ingombro esterno, compresi quindi gli spazi vuoti (solidi con cavità chiuse, con cavità aperte o a struttura spugnosa).

Un esempio classico è la densità della sabbia contenuta in un barattolo. La sabbia ha una data densità reale data dalla sua massa diviso il volume che occupa realmente, ma ha anche una densità apparente data dalla sua massa diviso il volume che occupa nel suo contenitore, compresi gli spazi di aria tra i vari granelli. La densità apparente, comprendendo pari massa ma volume maggiore, è quindi più bassa rispetto alla densità reale.

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Emiparesi destra, sinistra, facciale e neonatale: cause, sintomi e cure

MEDICINA ONLINE CERVELLO BRAIN TELENCEFALO MEMORIA EMOZIONI CARATTERE ORMONI EPILESSIA STRESS RABBIA PAURA FOBIA SONNAMBULO ATTACCHI PANICO ANSIA VERTIGINE IPPOCAMPO IPOCONDRIA PSICOLOGIA DEPRESSIONE TRISTE STANCHEZZA ROMBECon il termine emiparesi in medicina si indica una difficoltà motoria che interessa una parte laterale del corpo, caratterizzata da perdita parziale della funzione motoria di una metà del corpo, acuta, subacuta o cronica. Tra i tipi di emiparesi vi è quella facciale, che colpisce il viso. L’emiparesi può rivelarsi essere reversibile o meno in base alle cause specifiche che l’hanno provocata.

Cause

L’emiparesi è causata da lesioni del motoneurone superiore (nella corteccia cerebrale controlaterale), della sostanza bianca sottocorticale, della capsula interna, del tronco cerebrale.

L’emiparesi acuta è di solito causata da un’ischemia o da un’emorragia cerebrale, più raramente da sanguinamenti neoplastici o da trauma cranico.

L’emiparesi subacuta, che evolve nell’arco di giorni o settimane, è causata spesso da ematoma sottodurale, in maniera particolare in pazienti anziani e in quelli in trattamento anticoagulante. Ascessi cerebrali, infezioni micotiche e parassitarie, tumori cerebrali e linfomi in corso di AIDS sono cause altrettanto frequenti di emiparesi subacuta, che può cronicizzare se la malattia di base non viene trattata (farmacologicamente o chirurgicamente).

Malattie degenerative e malformazioni arterovenose a lenta espansione sono infine responsabili delle emiparesi croniche.

Le emiparesi infantili rappresentano le forme più attenuate delle paralisi cerebrali infantili e sono collegate a prematurità o ad asfissia perinatale e neonatale; spesso si fanno evidenti solo alcuni mesi dopo la nascita.

Sintomi

Uno dei principali sintomi di emiparesi è il segno di Babinski; molto semplicemente questo tipo di sintomo identifica una risposta innaturale agli stimoli ricevuti dalla pianta del piede. Tentando di essere più chiari è possibile riscontrare il segno di Babinski semplicemente stimolando la pianta del piede strofinando una punta smussata a partire dal tallone e risalendo (scorrendo lungo il lato esterno della pianta del piede) fino al primo metatarso.

L’emiparesi si esprime soggettivamente con un deficit della forza muscolare e, all’esame neurologico, si può evidenziare con la prova di Mingazzini: se il danno è corticale il paziente, invitato a sollevare gli arti (superiori o inferiori), abbassa lentamente l’arto paretico; nella prova di Barrè il paziente, prono con le gambe flesse ad angolo retto, abbassa la gamba paretica. L’emiparesi di origine corticale si può accompagnare a turbe sensitive, a disturbi del linguaggio e ad altri deficit corticali. L’emiparesi motoria pura del volto, del braccio o della gamba (o di entrambi gli arti) è dovuta a una piccola lesione della parte posteriore della capsula interna o del peduncolo cerebrale. Se la lesione si verifica a livello del bulbo, si osserva paresi nel territorio di uno o più nervi cranici associata ad emiparesi controlaterale degli arti.

Le emiparesi infantili, evidenti spesso solo alcuni mesi dopo la nascita, sono caratterizzate dall’atteggiamento in semiflessione degli arti dell’emisoma interessato, piedi in atteggiamento equino e appoggio sulle sole dita, predominanza precoce di un emisoma, spasticità.

Come si diagnostica l’emiparesi

Per quanto sia abbastanza semplice (per un medico esperto) riconoscere un problema di emiparesi dalla semplice osservazione dei sintomi (che sono abbastanza caratteristici come abbiamo avuto modo di vedere fino adesso) la vera difficoltà consiste nel riuscire a definire con la massima accuratezza possibile dove sia localizzato il trauma (a livello cerebrale) che ha prodotto l’emiparesi. Questo non sempre è possibile, tuttavia si riesce solitamente a risalire con una discreta approssimazione a questo tipo di informazione sulla base dell’anamnesi e di eventuali esami diagnostici (radiografici) che possono evidenziare eventuali lesioni a carico della corteccia cerebrale, della sostanza bianca o della capsula interna dell’emisfero cerebrale.

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Emiparesi: quando rivolgersi al medico

L’emiparesi è un disturbo che per la sua natura non viene mai trascurato dai pazienti nei quali immancabilmente suscita un certo panico; il punto non è tanto rivolgersi al medico dopo un problema di emiparesi, questo è un rischio che certamente i nostri lettori non corrono, quanto saper riconoscere per tempo i sintomi di quei disturbi che possono causare un problema di emiparesi al fine di poter intervenire con la massima tempestività. Più nello specifico sarebbe di fondamentale importanza che tutti imparassimo a riconoscere i sintomi dell’ictus (che come abbiamo detto è il disturbo che più tipicamente finisce col produrre emiparesi nei pazienti che ne sono colpiti)

Trattamento dell’emiparesi

Per poter trattare in maniera efficace un’emiparesi è necessario agire direttamente sulla lesione che l’ha prodotta; nonostante questo però, anche una volta curata la lesione, è necessario un percorso terapeutico per consentire al paziente di recuperare pienamente la propria capacità motoria. La rieducazione motoria è quindi la cura più efficace contro l’emiparesi così come l’ortofonia permette di recuperare i deficit linguistici che dovessero essere insorti a seguito di un’emiparesi. La terapia è riabilitativa (fisioterapica e psicomotoria).

Riabilitazione dell’emiparesi

Ai fini della riabilitazione post ictus, è importante distinguere l’emiparesi sinistra da quella destra per il semplice motivo che i due emisferi cerebrali presentano delle caratteristiche ed attitudini singolari, nonostante collaborino e partecipino alle funzioni vitali in modo intimo ed indissolubile. Come sappiamo in linea generale una lesione cerebrale comporta una alterazione dei processi cognitivi che partecipano al movimento. Mentre nello specifico possiamo individuare nei casi di emiparesi sinistra le seguenti alterazioni specifiche che potrebbero presentarsi in misura variabile che partecipano al deficit motorio e alla comparsa di spasticità:

  • Disturbi dell’attenzione
  • Disturbi della Percezione
  • Difficoltà di apprendimento
  • Alterata programmazione del movimento
  • Alterazione della linea mediana
  • Disturbi del comportamento
  • Alterata consapevolezza

Appare chiaro che tali alterazioni devono essere considerate nella fisioterapia dopo ictus, attraverso un approccio riabilitativo che sia in grado di migliorarle per poter incidere su quello che è il risultato finale del recupero del movimento del paziente con emiparesi sinistra. Una riabilitazione rivolta al solo rinforzo muscolare o alla stimolazioni dei riflessi non può che essere parziale di fronte alla reale necessità del paziente che in seguito ad ictus abbia sviluppato una emiparesi sinistra.
Per questo la scelta riabilitativa ad oggi più indicata è la riabilitazione neurocognitiva, in grado di coinvolgere i processi cognitivi che partecipano al movimento, attraverso esercizi costruiti sul singolo paziente e sulle sue specifiche caratteristiche.

Per approfondire:

DOTT. EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CHIRURGO DIRETTORE MEDICINA ONLINE PARALISI DI BELL EMIPARESI FACCIALE FACCIA VISO NERVO FACCIALE LESIONE RIABILITAZIONE LABBRA CASCANTI OCCHIO APERTO SI PUO CURARE TERAPIA DONNA

Paralisi di Bell (emiparesi facciale)

Cos’è l’emiparesi facciale?

Fin qui abbiamo provato a definire a livello generale cosa sia l’emiparesi, quali sono le sue cause, i sintomi e i trattamenti possibili contro questo disturbo; in questi ultimi paragrafi vogliamo provare a definire più nel dettaglio le varie forme di emiparesi possibili, a partire da quella più comune che è l’emiparesi facciale. Come il nome stesso suggerisce l’emiparesi facciale colpisce il viso (più precisamente il lato destro o sinistro del volto) ed è frequentemente causata da processi infiammatori a carico del nervo facciale (paralisi di Bell).

Per approfondire: Lesioni del nervo facciale: paralisi di Bell ed altre cause di paralisi

Cos’è l’emiparesi spastica?

A differenza dell’emiparesi facciale (in cui appunto la definizione è direttamente legata al particolare anatomico coinvolto, nello specifico quindi il viso) l’emiparesi si definisce spastica non per identificare quale parte del corpo sia coinvolta quanto per specificare la natura stessa della plegia. Tentando di essere più chiari il termine “spastica” identifica semplicemente la rigidità dei muscoli coinvolti dall’emiparesi; l’emiparesi spastica rappresenta quindi l’esatto contrario di quella flaccida in cui i muscoli coinvolti risultano essere deboli e “molli” mentre, come detto, al contrario, l’emiparesi spastica è caratterizzata dalla rigidità muscolare

Cos’è l’emiparesi atassica?

L’emiparesi atassica è caratterizzata da una paresi parziale di uno degli arti inferiori (con ridotta capacità motoria) cui si associa atassia (cioè mancata capacità di coordinare i movimenti) nell’arto superiore.

Leggi anche:

Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Massa e peso sui vari pianeti del Sistema Solare rispetto alla Terra

MEDICINA ONLINE ASTRONOMIA MASSA PESO PIANETI SISTEMA SOLARI LUNA STELLE GIOVE MERCURIO VENERE TERRA MARTE SATURNO URANO NETTUNO PLUTONE SOLE STELLECome varierebbero la massa ed il peso del vostro corpo, se in questo momento si teletrasportasse dalla Terra su altri pianeti del Sistema Solare o sul sole stesso?

La prima cosa da chiarire è che “massa” e “peso”, anche se spesso sono usati come sinonimi, in realtà non lo sono affatto: mentre il peso rappresenta la forza di attrazione di un corpo verso il centro della Terra (o di qualsiasi altro pianeta in cui si trovi), la massa corrisponde esattamente alla quantità di materia di un corpo. Al contrario del peso, la massa è una proprietà intrinseca di un corpo, cioè non varia al variare del luogo in cui si trova, anche spostandosi su Marte, Giove, Venere o altri pianeti/stelle/satelliti dell’universo conosciuto. Il peso, invece, può cambiare perché dipende dalla forza con cui un corpo viene attratto al suolo, che viene descritta dal valore dell’accelerazione di gravità, il quale mediamente sulla terra è 9.81 m/s2, ma è totalmente diverso sugli altri pianeti.

Dopo questa doverosa premessa, rispondiamo alla domanda iniziale dell’articolo: se in questo momento voi foste su un altro pianeta, cosa accadrebbe?

  • la vostra massa rimarrebbe la stessa che sulla terra,
  • pesereste in modo diverso, a seconda del valore di accelerazione di gravità.

Facciamo alcuni esempi (inseriamo anche nell’elenco la luna, che è un satellite, il sole, che è una stella e Plutone, che non è più considerato un pianeta del Sistema Solare).

Una persona che sulla Terra pesa 50 kg, peserebbe:

  • circa 1353 kg sul Sole;
  • circa 8 kg sulla Luna;
  • circa 19 kg su Mercurio;
  • circa 45 kg su Venere;
  • circa 19 kg su Marte;
  • circa 118 kg su Giove;
  • circa 46 kg su Saturno;
  • circa 44 kg su Urano;
  • circa 56 kg su Nettuno;
  • circa 3 kg su Plutone.

Una persona che sulla Terra pesa 55 kg, peserebbe:

  • circa 1489 kg sul Sole;
  • circa 9 kg sulla Luna;
  • circa 21 kg su Mercurio;
  • circa 50 kg su Venere;
  • circa 21 kg su Marte;
  • circa 130 kg su Giove;
  • circa 50 kg su Saturno;
  • circa 49 kg su Urano;
  • circa 62 kg su Nettuno;
  • circa 4 kg su Plutone.

Una persona che sulla Terra pesa 60 kg, peserebbe:

  • circa 1624 kg sul Sole;
  • circa 10 kg sulla Luna;
  • circa 23 kg su Mercurio;
  • circa 54 kg su Venere;
  • circa 23 kg su Marte;
  • circa 142 kg su Giove;
  • circa 55 kg su Saturno;
  • circa 53 kg su Urano;
  • circa 67 kg su Nettuno;
  • circa 4 kg su Plutone.

Una persona che sulla Terra pesa 70 kg, peserebbe:

  • circa 1895 kg sul Sole;
  • circa 12 kg sulla Luna;
  • circa 26 kg su Mercurio;
  • circa 63 kg su Venere;
  • circa 26 kg su Marte;
  • circa 165 kg su Giove;
  • circa 64 kg su Saturno;
  • circa 62 kg su Urano;
  • circa 79 kg su Nettuno;
  • circa 5 kg su Plutone.

Una persona che sulla Terra pesa 80 kg, peserebbe:

  • circa 2165 kg sul Sole;
  • circa 13 kg sulla Luna;
  • circa30  kg su Mercurio;
  • circa 72 kg su Venere;
  • circa 30 kg su Marte;
  • circa 189 kg su Giove;
  • circa 73 kg su Saturno;
  • circa 71 kg su Urano;
  • circa 90 kg su Nettuno;
  • circa 5 kg su Plutone.

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Emiplegia destra, sinistra, spastica, flaccida: significato e riabilitazione

MEDICINA ONLINE CERVELLO CRANIO EMORRAGIA CEREBRALE ISCHEMIA EMORRAGICA ICTUS SANGUE EMATOMA EMIPARESI EMIPLEGIA TETRAPARESI TETRAPLEGIA MORTE COMA PROFONDO STATO VEGETATIVODECUBITO RECUPERO SUBARACNOIDEA PARALISI.jpgLa emiplegia è un deficit motorio che interessa un solo emilato, cioè solo un lato del corpo, il lato destro o il sinistro. La causa è un danno cerebrale controlaterale al deficit, ciò significa che un danno cerebrale destro determina una emiplegia sinistra e viceversa. In genere, viene lesionato il 1° motoneurone che trasporta gli input motori al midollo spinale. Il deficit assume caratteristiche di recupero diverse in base al periodo della vita in cui insorge.

Emiplegia nel bambino

L’emiplegia nel bambino

Nei primi mesi di vita si evidenzia una asimmetria negli schemi motori del bambino; deambulazione in lieve ritardo poi vistosamente asimmetrica, difficoltà nell’uso della mano paretica nell’esecuzione di prassie fini e nella presa con forza. Nel caso di emiparesi destra è frequente il mancinismo vicariante e si possono associare problemi dello sviluppo linguistico. L’emiparesi spastica può essere la conseguenza di errori commessi in prossimità del parto dal ginecologo e/o dall’ostetrica e/o dal rianimatore e/o dal neonatologo. E’ di importanza cruciale che il medico effettui un monitoraggio molto accurato del bambino e della madre durante il parto, e che tratti correttamente i fattori di rischio come infezioni e complicazioni dovute alla mancanza di ossigeno. Se l’emiparesi spastica è stata causata da tali comportamenti negligenti, sia i medici che hanno prestato assistenza al parto che la struttura ospedaliera dovranno risarcire il conseguente danno (patrimoniale e non patrimoniale) subito dal bambino e dalla sua famiglia.

Fattori di rischio nell’emiplegia nel bambino

Tra i fattori di rischio di emiparesi e paralisi cerebrale evidenziati nella ricerca sono inclusi:

  • prima gravidanza;
  • bambino nato da mamma con una storia di preeclampsia o infertilità;
  • parto cesareo d’emergenza;
  • rottura prematura delle membrane;
  • secondo stadio del travaglio prolungato;
  • utilizzo della ventosa ostetrica.

Condizioni associate all’emiplegia nel bambino

I bambini affetti da emiplegia hanno i seguenti problemi:

  • compromissione delle capacità fino-motorie come scrivere od usare le forbici;
  • difficoltà a camminare e rimanere in equilibrio;
  • irrigidimento debolezza dei muscoli di un lato del corpo;
  • convulsioni;
  • difficoltà nel raggiungere tappe dello sviluppo quali rotolare, sedersi, strisciare e gattonare, ridere, afferrare un oggetto, voltarsi verso il luogo di provenienza di un rumore;
  • circa un quarto dei bambini con emiplegia spastica, secondo la Children’s Hemiplegia and Stroke Association, hanno un quoziente intellettivo inferiore al 70;
  • Inoltre, alcuni bambini con emiplegia spastica sviluppano un’anormale curvatura della spina dorsale. Ciò si verifica in conseguenza della tendenza del bambino a camminare con il tallone della gamba affetto da paralisi sollevato (dorsiflessione).

Trattamento dell’emiplegia nel bambino

  • Fisioterapia e terapia occupazionale;
  • Supporti meccanici, come stampelle e sedia a rotelle;
  • Supporti per la comunicazione come computer o sintetizzatori vocali;
  • Logoterapia;
  • Terapia comportamentale;
  • Terapia familiare;
  • Farmaci volti alla riduzione degli episodi convulsivi e degli spasmi muscolari, antidolorifici;
  • Interventi chirurgici, come la rizotomia dorsale selettiva.

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Emiplegia nell’adulto

Cause di emiplegia nell’adulto

L’emiplegia nell’adulto può essere dovuta a lesione cerebrale da varie cause:

  • vascolare (ictus ischemico o emorragia cerebrale);
  • traumatiche;
  • tumorali;
  • degenerative;
  • infettive;
  • malformazioni.

Sintomi motori di emiplegia nell’adulto

I segni e sintomi si possono manifestare all’improvviso oppure in modo graduale. le fasi dello sviluppo dell’emiplegia sono sostanzialmente due:

  • fase acuta, in cui prevale una paralisi flaccida e dura mediamente dalle 2 alle 6 settimane. Nella paralisi flaccida si assiste alla perdita totale o parziale del tono dei tessuti unita a riflessi tendinei ridotti o assenti negli arti interessati
  • fase sub-acuta, in cui prevale la paralisi spastica e i segni vanno incontro a stabilizzazione. In questa fase si manifestano sincinesie o sinergie, reazioni associate ed è possibile un recupero motorio funzionale.

I segni secondari che caratterizzano l’emiplegia sono:

  • deficit di forza con problemi di reclutamento delle unità motorie;
  • spasticità con iperreflessia con compara di schemi patologici in genere estensori all’arto inferiore e flessorio all’arto superiore;
  • comparsa dei riflessi primitivi per mancata inibizione di questi (riflesso di Babinski, riflessi tonici del collo, estensione crociata…);
  • lentezza delle risposte muscolari dovuta ad una prevalenza delle fibre muscolari toniche rispetto a quelle fasiche.

Cos’è la spasticità?

Il progresso delle scienze neurocognitive permette di identificare all’interno del complesso fenomeno della spasticita, un insieme di fenomeni e di elementi patologici più facilmente trattabili attraverso l’esercizio terapeutico conoscitivo. In conclusione il fenomeno della spasticità è l’insieme dei seguenti componenti di motilità elementare:

  • reazione abnorme allo stiramento;
  • abnorme irradiazione;
  • deficit di reclutamento di unità motorie;
  • schemi elementari di movimento.

Comprendiamo questo elemento della spasticità attraverso un esempio. Sappiamo che quando picchiamo con un martelletto il nostro ginocchio, questo si muove per riflesso, questo avviene per lo stiramento “veloce” dei recettori muscolari e tendinei, ma nel soggetto emiplegico con spasticità è diverso: il riflesso da stiramento dei recettori, è abnorme ed avviene anche con stiramenti di lieve entità e “lenti”Se in seguito ad un trattamento riabilitativo inadeguato, la persona si trova con il braccio piegato al gomito e si prova ad estenderlo manualmente, si otterrà non altro che una risposta riflessa di ulteriore flessione. Nella valutazione del paziente emiplegico, il dato più rilevante da osservare, non è tanto l’entità della spasticità, ma la capacità del paziente di tenerla sotto controlloInfatti, se invece di estendere il gomito senza preparazione chiediamo al paziente di dirigere la sua attenzione sull’articolazione che verrà mossa, in questo caso il gomito, e lo si fa preparare al movimento, utilizzando anche il confronto con il gomito opposto, è possibile verificare una risposta diversa: il gomito infatti, mostrerà delle possibilità diverse di movimento.

Sintomi non motori di emiplegia nell’adulto

Le lesioni cerebrali raramente sono selettive del sistema motorio, nella maggior parte dei casi si associano a lesione di aree cerebrali con altre competenze:

  • sensitivi: vi è un’alterata sensibilità superficiale, discriminativa e profonda.
  • aumento della rigidità muscolare non solo dovuta alla risposta neurologica allo stiramento, ma anche all’accorciamento del muscolo e all’aumento della stifness passiva.
  • deficit delle funzioni corticali superiori (afasia, aprassia, neglect, anosognosia…)

L’emiplegia può produrre complicanze che esitano in un danno terziario, ad esempio:

  • come piaghe da decubito;
  • retrazioni muscolo-tendinee;
  • ipostenia muscolare.

Riabilitazione

La riabilitazione, secondo la letteratura medica, è importante, e consiste nel favorire il reclutamento dell’emilato leso in tutti i possibili schemi motori, mediante terapia psicomotoria, fisioterapia individuale e terapia occupazionale. La riabilitazione deve avere un’adeguata intensità e precocità ed è differente se l’emiplegia interessa il lato destro. Come già accennato, in seguito ad un ictus dell’emisfero sinistro, è possibile che oltre ai disturbi legati alla paresi del lato destro del corpo, ci siano disturbi del linguaggio e che in seguito ad un ictus dell’emisfero destro, ci siano deficit di attenzione come il neglect e disturbi della coscienza del proprio stato patologico come l’anosognosia: quindi non è corretto trattare allo stesso modo un paziente emiplegico destro ed un paziente emiplegico sinistro, perché gli ictus che li hanno determinati, hanno alterato i processi cognitivi in modo diverso.

La riabilitazione di una emiplegia è un cammino spesso lungo e tortuoso, composto da diversi fattori (emotivi, muscolari, neurologici…) quindi è importante affidarsi ad un team altamente specializzato, specie se il paziente è anziano, depresso e/o demotivato.

1) RIABILITAZIONE MOTIVAZIONALE

In principio si pensava che il movimento fosse solo il risultato della volontà di muoversi, a questo livello scientifico si basano tutte le tecniche riabilitative che usano la sola motivazione come strumento per il recupero. In realtà se dopo un ictus giustamente ci sono delle difficoltà nel camminare, sforzarsi a camminare il più possibile non farà recuperare il cammino, anzi verranno potenziati gli aspetti patologici come spasticità ed ipertono. Adesso crederai che questo modo di fare riabilitazione sia vecchio e non si faccia più, mi dispiace dirti che ti sbagli, tutt’oggi la riabilitazione motivazionale viene utilizzata. È chiaro che anche gli aspetti psicologici come volontà e motivazione siano importanti per costruire una condotta terapeutica, ma non si può basare il completo recupero dell’emiplegia solo sull’aspetto motivazionale.

2) RIABILITAZIONE MUSCOLARE

Risalgono alla metà dell’ottocento gli studi che mettevano il muscolo al centro del movimento, e fanno riferimento a questo periodo le tecniche riabilitative, che per recuperare il movimento in seguito ad un ictus cerebrale, propongono il rinforzo dei muscoli paralizzati. Gli studi sul movimento si sono evoluti, dalla sola motivazione del punto precedente e dalla sola capacità contrattili dei muscoli, sono stati fatti molti passi in avanti, rimane il fatto che la riabilitazione dell’emiplegia passa anche da un efficace rinforzo muscolare.

3) RIABILITAZIONE NEUROMOTORIA

La scienza riabilitativa, ha fatto un balzo in avanti quando anche ai riflessi venne affidata importanza per la costruzione del movimento, a questo periodo dell’evoluzione scientifica fanno capo tecniche riabilitative come Bobath, Kabat, e Vojta, secondo queste metodiche per recuperare il movimento bisogna passare per l’evocazione e l’inibizione di alcuni riflessi. Lo studio dei riflessi è stata una tappa fondamentale per la scienza riabilitativa ed ancora oggi in molti adottano ancora tali metodiche per il recupero dell’emiplegia.

4) RIABILITAZIONE NEUROCOGNITIVA

Negli ultimi decenni la tecnica per studiare il movimento si è nettamente evoluta, infatti gli studiosi del movimento sono stati in grado di studiare soggetti svegli, e si accorsero che il movimento non poteva essere studiato senza considerare tutti quei processi coscienti come:

  • attenzione;
  • memoria;
  • apprendimento;
  • percezione;
  • problem solving.

Da queste considerazioni e dalle successive che continuarono nella stessa direzione, nasce e si sviluppa la riabilitazione Neuocognitiva, conosciuta anche come Esercizio Terapeutico Conoscitivo (E.T.C) e metodo Perfetti. L’intuizione geniale che sta dietro a questo modo di fare riabilitazione è che il recupero del movimento passi necessariamente dal recupero dei processi cognitivi alterati dalla lesione cerebrale. Gli esercizi del metodo Perfetti inoltre tengono conto anche delle considerazioni scientifiche precedenti come motivazionereclutamento muscolare e riflessi.

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