Sindrome di Lasègue-Falret (disturbo psicotico condiviso): quando la follia è “a due”

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CHIRURGO CERVELLO SISTEMA NERVOSO BRAIN (5)Con “disturbo psicotico condiviso“, anche chiamato sindrome di Lasègue-Falret o “psicosi condivisa” o “folie à deux” (cioè “follia condivisa da due”) in psichiatria si intende una sindrome psichiatrica molto rara nella quale un sintomo di psicosi – tipicamente una convinzione paranoica o  delirante – viene trasmessa da un individuo ad un altro, tale per cui entrambi i soggetti soffriranno degli stessi deliri in modo sinergico e potenzialmente esponenziale. In inglese il disturbo viene chiamato ” shared psychosis” o “shared delusional disorder” o “Lasègue-Falret syndrome” o “induced delusional disorder” o ancora “shared psychotic disorder”.
La sindrome di Lasègue-Falret, qualora sia condivisa da più di due persone, può essere chiamata folie à trois (follia a tre), folie à quatre (follia a quattro), folie à famille (follia di famiglia) o anche folie à plusieurs (follia di molti) in base al numero di persone coinvolte. La follia di molti si presenta tipicamente in persone raggruppate, in cui un individuo (il “guru”) convince gli altri soggetti che fanno parte della “setta”, delle proprie convinzioni deliranti. Generalmente gli individui affetti vivono a contatto oppure sono socialmente o fisicamente isolati e hanno poche interazioni con altre persone.

Eponimo

La sindrome di Lasègue-Falret deve il suo nome ai due medici psichiatri francesi che per primi la descrissero nel XIX secolo: Charles Lasègue e Jules Falret.

Epidemiologia

Il disturbo delirante condiviso si trova più comunemente nelle donne con un quoziente di intelligenza leggermente superiore alla media, che sono isolate dalla loro famiglia e che hanno relazioni con una persona dominante che ha deliri. La maggior parte dei casi soddisfa anche i criteri per il disturbo dipendente di personalità, caratterizzato da una paura pervasiva che li porta ad aver bisogno di rassicurazioni, sostegno e guida costanti. Oltre la metà dei casi ha un parente con un disturbo psicologico che include deliri.

Classificazione

Il disturbo psicotico condiviso può essere di due tipologie, “imposée” e “simultanée.

Folie imposée (follia a due imposta)

Nella folie imposée una persona dominante (nota come “induttore”, “primaria” o “principale”) crea inizialmente un pensiero delirante durante un episodio psicotico e lo impone su un’altra persona o su altre persone (nota/e come “secondaria/e” o “associato/i”), presumendo che il soggetto o i soggetti “secondario/i” non avrebbero avuto il disturbo psicotico se non avessero interagito con l’induttore. In questo caso, se gli individui sono ricoverati separatamente in ospedale, i deliri della persona o delle persone indotta/e di solito scompaiono senza l’utilizzo di farmaci.

Folie simultanée (follia a due simultanea)

Nella folie simultanée due o più persone persone, che indipendentemente soffrono di psicosi, influenzano il contenuto dei rispettivi deliri, in modo che diventino uguali o molto simili tra loro. In questo caso, se gli individui sono ricoverati separatamente in ospedale, i deliri di ogni individuo psicotico permangono, ma tendono a tornare a differire tra loro.

Cause

Le cause esatte della follia a due sono sconosciute, tuttavia si conoscono due principali fattori di rischio che contribuiscono allo sviluppo del disturbo: lo stress intenso e l’isolamento sociale. Le persone che sono socialmente isolate insieme tendono a diventare dipendenti da coloro con cui sono isolate, portando a un’influenza degli induttori su coloro che li circondano. Le persone che sviluppano un disturbo delirante condiviso non hanno infatti altri che possano ricordargli che le loro idee siano impossibili o improbabili, di conseguenza i deliri si cementano nella mente dei soggetti isolati. Proprio per questo motivo il trattamento per il disturbo delirante prevede che le persone colpite vengano divise tra loro. Anche lo stress psico-fisico intenso e prolungato, specie se legato a shock ed eventi fortemente traumatici (ad esempio assistere alla morte violenta dei propri genitori) è un fattore comune nello sviluppo o nel peggioramento di varie malattie mentali, tra cui anche la follia a due. La maggior parte delle persone che sviluppano un disturbo delirante condiviso è geneticamente predisposta alla malattia mentale, ma questa predisposizione non è generalmente sufficiente per sviluppare un disturbo mentale: lo stress può fungere da innesco in individui predisposti geneticamente. Quando si è stressati, la ghiandola surrenale rilascia il cortisolo (l’ormone dello stress) nel corpo, aumentando il livello di dopamina nel cervello; questo cambiamento può essere collegato allo sviluppo di una malattia mentale, come un disturbo delirante condiviso.

Tipo di deliri

I deliri sono convinzioni o idee errate fisse, non condivisibili e persistenti, quindi che non cambiano anche quando a una persona vengono presentate prove contrastanti. Un delirio, per essere considerato come tale, deve essere considerato nell’ambiente storico-sociale-culturale del soggetto: ad esempio alcune idee di un aborigeno australiano o di un antico romano o di uno spagnolo vissuto nel Medioevo, non devono essere considerate deliri anche se possono essere considerate tali da un italiano che vive nell’anno 2000. I deliri che possono interessare gli individui colpiti da follia a due, possono essere di varie tipologie.

Deliri bizzarri

Sono quelli che sono chiaramente non plausibili e non compresi dai coetanei all’interno della stessa cultura, anche quelli con disturbi psicologici; per esempio un individuo può pensare che tutti i propri organi siano stati prelevati e sostituiti da quelli di qualcun altro mentre dormiva senza lasciare cicatrici e senza che si svegliassero. Oppure un individuo può pensare di essere già morto. O ancora il paziente è convinto che i propri pensieri o le proprie emozioni siano sotto il controllo di qualche forza esterna o che le proprie idee siano stati sostituite con quelle di altre persone.

Deliri non bizzarri

Comuni tra quelli con disturbi della personalità e compresi da persone all’interno della stessa cultura. Ad esempio, affermazioni infondate o non verificabili di “complotti”, come quella di essere seguiti dall’FBI in auto non contrassegnate e osservati tramite telecamere di sicurezza sono classificati come deliri non bizzarri.

Deliri congruenti all’umore

Questi corrispondono alle emozioni di una persona entro un determinato periodo di tempo, specialmente durante un episodio di mania o depressione. Ad esempio, un soggetto con mania e con questo tipo di delirio può credere con certezza che vincerà un milione di euro alla roulette in una notte specifica, nonostante non abbia ovviamente alcun modo per prevedere il futuro o influenzare la probabilità di un tale evento. Allo stesso modo, qualcuno in uno stato depressivo può sentirsi certo che la madre verrà colpita da un fulmine e morirà il giorno successivo, nonostante non abbia i mezzi per prevedere o controllare gli eventi futuri.

Deliri di umore neutro

Al contrario dei deliri congruenti all’umore, quelli di umore neutro non sono influenzati dall’umore e possono essere bizzarri o non bizzarri; la definizione formale fornita dal Mental Health Daily è “una falsa convinzione che non è direttamente correlata allo stato emotivo della persona”.

Conseguenze biopsicosociali

Come con molti disturbi psichiatrici, il disturbo delirante condiviso può avere un impatto fortemente negativo sugli aspetti psicologici e sociali del benessere di una persona. Lo stress irrisolto derivante da un disturbo delirante alla fine contribuirà o aumenterà il rischio di altri esiti negativi per la salute, come malattie cardiovascolari, diabete, obesità, problemi immunologici e altre patologie. Questi rischi per la salute aumentano con la gravità della malattia, soprattutto se una persona affetta non riceve o non si attiene a un trattamento adeguato. Le persone con un disturbo delirante hanno un rischio significativamente alto di sviluppare comorbidità psichiatriche come depressione e ansia. Il disturbo delirante condiviso può avere un impatto profondamente negativo sulla qualità della vita di una persona. Le persone a cui viene diagnosticato un disturbo di salute mentale sperimentano comunemente l’isolamento sociale, che può portare a compiere atti violenti contro sé stessi (auto-mutilazione, suicidio…) e gli altri. Un individuo con follia a due tende a non poter gestire il proprio lavoro ed essere licenziato, e a non poter gestire un matrimonio ed eventuali figli (perdita della potestà genitoriale e divorzio).

Diagnosi

Il disturbo delirante condiviso è spesso difficile da diagnosticare. Di solito, la persona con la condizione non cerca un trattamento, poiché non si rende conto che la sua illusione è anormale, poiché proviene da qualcuno in una posizione dominante di cui si fida. Inoltre, poiché la loro illusione si manifesta gradualmente e si rafforza nel tempo, il loro dubbio si indebolisce lentamente durante questo periodo. Il disturbo delirante condiviso viene diagnosticato quando il paziente soddisfa tre criteri:

  • il paziente deve avere un delirio che si sviluppa nel contesto di una stretta relazione con un individuo con un delirio già stabilito;
  • il delirio deve essere molto simile o addirittura identico a quello stabilito dall’altro individuo con delirio;
  • il delirio non può essere meglio spiegato da nessun altro disturbo psicologico, disturbo dell’umore con caratteristiche psicologiche, un risultato diretto degli effetti fisiologici dell’abuso di sostanze o qualsiasi condizione medica generale.

Disturbo psicotico condiviso nel DSM-4, nell’ICD-10, nel DSM-5

Le classificazioni psichiatriche contenute nella penultima versione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali e nell’ultima versione della Classificazione internazionale delle malattie, si riferiscono alla sindrome di Lasègue-Falret come disturbo psicotico condiviso (DSM-4 – 297.3) e disturbo delirante indotto (ICD-10 – F24), sebbene la letteratura medica utilizzi in gran parte il nome originale. Questo disturbo non è però presente nell’ultima versione del DSM (il DSM-5, pubblicato negli USA nel maggio 2013 e nel 2014 in Italia) che considera i criteri insufficienti o inadeguati. Il DSM-5 non considera la sindrome di Lasègue-Falret come un’entità separata, ma come “disturbo delirante” o “altro spettro schizofrenico specificato” e “altro disturbo psicotico”.

Trattamento

Il primo passo del trattamento è quello di separare le due persone: in genere, nella follia a due imposta, questo potrebbe bastare a far scomparire o diminuire nel tempo i deliri trasmessi dall’induttore. Se questo non basta a fermare i deliri, ci sono due possibili linee d’azione: farmacologica e non farmacologica. Con il trattamento, i deliri, e quindi la malattia, alla fine diminuiranno così tanto che praticamente scomparirà nella maggior parte dei casi. Tuttavia, se non trattata, può diventare cronica e portare a ansia, depressione, comportamento aggressivo e ulteriore isolamento sociale: in questi casi i deliri probabilmente non scompariranno anche dividendo le due persone.

Terapia farmacologica

Se la separazione da sola non funziona, spesso vengono prescritti farmaci antipsicotici per un breve periodo per prevenire i deliri. Gli antipsicotici sono farmaci che riducono o alleviano i sintomi della psicosi come deliri o allucinazioni. Altri usi degli antipsicotici includono la stabilizzazione dell’umore per le persone con sbalzi d’umore e disturbi dell’umore (cioè nei pazienti bipolari), la riduzione dell’ansia nei disturbi d’ansia e la riduzione dei tic nelle persone con Tourettes. Gli antipsicotici non curano la psicosi, ma aiutano a ridurre i sintomi. I farmaci hanno più successo se sono associati a terapia non farmacologica. Sebbene gli antipsicotici siano potenti e spesso efficaci, hanno effetti collaterali, come l’induzione di movimenti involontari, quindi dovrebbero essere assunti solo se assolutamente necessario e sotto la supervisione di uno psichiatra.

Terapia non farmacologica

Le due forme più comuni di terapia per le persone con disturbo delirante condiviso sono la terapia personale e quella familiare:

  • La terapia personale è una consulenza individuale che si concentra sulla costruzione di una relazione tra il consulente e il paziente e mira a creare un ambiente positivo in cui il paziente senta di poter parlare liberamente e in modo veritiero. Questo è vantaggioso, in quanto il consulente di solito può ottenere più informazioni dal paziente per avere un’idea migliore di come aiutarlo. Inoltre, se il paziente si fida di ciò che dice il consulente, sarà più facile smentire l’illusione.
  • La terapia familiare è una tecnica in cui l’intera famiglia entra in terapia insieme per lavorare sulle proprie relazioni e per trovare il modo di eliminare l’illusione all’interno della dinamica familiare. Ad esempio, se la sorella di qualcuno è l’induttore, la famiglia dovrà essere coinvolta per garantire che i due stiano separati e per capire come la dinamica familiare funzionerà intorno a questo. Più supporto ha un paziente, più è probabile che si riprenda, soprattutto perché la follia a due di solito si verifica a causa dell’isolamento sociale.

Prognosi

Sfortunatamente, non ci sono molte statistiche sulla prognosi del disturbo delirante condiviso, poiché si tratta di una malattia molto rara e si pensa che la maggior parte dei casi non venga segnalata; tuttavia, con un trattamento adeguato, la prognosi sembra essere in genere molto buona.

Controversie

Ammettere che le idee deliranti di un gruppo di persone affette da tale disturbo, siano effettivamente dei deliri, entrerebbe però in conflitto con un punto fermo della psichiatria: il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali afferma infatti che una persona NON può essere diagnosticata come delirante se la credenza in questione è comunemente accettata dagli altri membri della loro cultura o sottocultura (altrimenti anche la religione cattolica, col suo credere in un dio invisibile, sarebbe considerata di pertinenza psichiatrica). Quando una comunità abbastanza ampia di persone finisce quindi per credere a qualcosa di falso – o comunque NON dimostrabile – e potenzialmente pericoloso basandosi esclusivamente sul “sentito dire”, queste credenze non sono quindi considerate “deliri”, bensì sono considerate “isteria di massa“. Una religione estesa in tutto il mondo è, per certi versi, un insieme di deliri talmente diffusi da dare origine ad una isteria di massa che si è a sua volta talmente diffusa da diventare “normale”. Quando una religione “ufficiale” cessa di essere ampiamente diffusa, torna ad essere delirio: ad esempio credere attualmente all’idea dell’esistenza di Zeus è considerato oggi un delirio, ma la psichiatria non l’avrebbe considerata tale 2000 anni fa. La religione torna ad essere delirio quando cessa di essere diffusa.

Curiosità

Il film del regista Todd Phillips, con protagonisti Joaquin Phoenix e Lady Gaga, che uscirà al cinema nell’ottobre del 2024 e seguito del film Joker (2019), prenderà il nome di “Joker: Folie à deux“. Si presume che quindi, nella trama, siano presenti dei riferimenti proprio alla malattia psichiatrica trattata in questo articolo.

Leggi anche:

Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o unisciti al nostro gruppo Facebook o ancora seguici su Twitter, su Instagram, su YouTube, su LinkedIn, su Tumblr e su Pinterest, grazie!

Delirio persecutorio, erotomane, di gelosia… Tutti i deliri della psichiatria

MEDICINA ONLINE RICONOSCERE VOLTI CARI UMANI PROSOPAGNOSIA TEST CURE FACCIA DANNO CERVELLO CRANIO EMORRAGIA CEREBRALE ISCHEMIA EMORRAGICA ICTUS SANGUE EMATOMA EMIPARESI EMIPLEGIA TETRAPI deliri sono convinzioni o idee errate che vengono spesso sperimentate dal soggetto schizofrenico. Tali idee sono non condivisibili e persistenti nonostante le evidenze contrarie. Ovviamente tali idee devono messe in corelazione con l’ambiente socio-culturale di appartenenza, dal momento che quello che può apparire “delirio” per un popolo, può apparire normale in un altro popolo o in un altro contesto, ad esempio di tipo religioso. Il delirio può essere primario, cioè non secondario ad altri processi morbosi, oppure secondario ad allucinazioni o a disturbi dell’umore. Inoltre il delirio può essere cronico, acuto, confuso, ricorrente. Le persone che sperimentano i deliri possono credere di essere perseguitate (paranoia), di avere poteri particolari o di possedere talenti speciali, oppure possono credere che i loro pensieri e loro azioni siano controllati da forze esterne. Alcuni dei tipi più comuni di delirio vengono elencati qui di seguito:

  • delirio di nocumento: convinzione delirante di essere osteggiato o danneggiato da tutti, conoscenti e/o sconosciuti, per motivi noti (solitamente assurdi) o senza alcun motivo. Ad esempio il paziente può riferire che per strada tutti cercano di rubargli il portafogli o di farlo inciampare;
  • delirio di controllo: delirio in cui sembra che i propri sentimenti, impulsi, pensieri o azioni siano sotto il controllo di qualche forza esterna (ad esempio altra persona o identità estratta) piuttosto che assoggettati alla propria volontà;
  • delirio erotomane: l’idea delirante che un’altra persona, di solito di rango sociale elevato (una persona ricca e famosa, ad esempio), sia innamorata segretamente del soggetto. Ad esempio una paziente può essere sicura che l’attore Tom Cruise sia segretamente innamorata di lei;
  • delirio di gelosia delirante: il delirio che il proprio partner sessuale sia infedele anche in totale assenza di una infedeltà;
  • delirio grandioso, di grandezza o megalomania: delirio di aumento del proprio valore, potere, sapere, identità, o di speciale relazione con qualche divinità o persona famosa. Il paziente ha la convinzione di essere estremamente importante, per esempio di essere stato prescelto da Dio per compiere una missione di fondamentale importanza, o di essere l’unico detentore di conoscenze o poteri straordinari;
  • delirio bizzarro: delirio centrato su fenomeni che la cultura del soggetto considera totalmente non plausibili, ad esempio l’idea di essere capace a teletrasportarsi;
  • delirio persecutorio: delirio in cui il paziente crede che sé stesso (o qualcuno a lui prossimo) stia venendo aggredito, molestato, ingannato, perseguitato, o fatto oggetto di improbabili cospirazioni, ad esempio il paziente può credere che l’FBI l’abbia “incastrato” per farlo ritenere il capo di un traffico internazionale di stupefacenti;
  • delirio da collasso: condizione transitoria che si verifica frequentemente nelle malattie acute, in concomitanza con la cessazione di stati febbrili (normale in pazienti non psicotici);
  • delirio di colpa: il paziente si sente responsabile e colpevole di danni e di sciagure di ogni tipo motivando tali convinzioni sulla base di avvenimenti e fatti di importanza irrilevante o addirittura inesistenti. Ad esempio può sentirsi responsabile di un terremoto;
  • deliri di indegnità e di rovina: il paziente si sente rovinato, finito, distrutto, indegno di essere considerato una persona umana. E’ convinto di aver condotto sé stesso ed i propri familiari alla rovina economica ed al disprezzo sociale e di meritare quindi il suicidio. Per lui continuare a vivere significa perpetuare in eterno questa condizione dove lui è il responsabile e il colpevole della rovina sua, dei suoi familiari, dei suoi amici o addirittura dell’universo stesso;
  • delirio di riferimento: delirio il cui tema è che gli eventi, gli oggetti, o le persone del proprio immediato circondario abbiano un significato particolare e inusuale. Questi deliri hanno di solito una valenza negativa o peggiorativa, ma possono presentare anche contenuti grandiosi. Ciò differisce dalle “idee di riferimento”, in cui la falsa convinzione non viene sostenuta altrettanto fermamente, né risulta altrettanto strutturata in un solido sistema di credenze;
  • delirio mistico: il paziente riferisce di comunicare telepaticamente con Dio in modo diretto e privilegiato (“solo io posso”) o di essere egli stesso parte della divinità, oppure può sentirsi un messaggero o un incaricato di Dio e comportarsi come tale. In altri casi può sostenere di essere la nuova incarnazione di Cristo, oppure di avere avuto le stimmate, anche se oggettivamente non siano presenti, e così via;
  • delirio da toccamento: consiste nella mania eccessiva di toccare alcuni oggetti;
  • delirio nichilista: si riscontra nelle depressioni melanconiche, ed è costituito da un ammasso incoerente di idee iperbolicamente negative, ad esempio credere che domani arrivi un meteorite che distrugga la Terra;
  • delirio di negazione: il paziente ritiene di aver fatto scoperte od invenzioni di eccezionale importanza per l’umanità o di aver risolto problemi che assillano l’uomo da millenni, ma che non gli siano riconosciuti i suoi meriti. Ad esempio “Ho trovato la cura per l’AIDS, ma nessuno lo dice“;
  • delirio onirico: consiste in un perturbamento della coscienza che conduce a emozioni simili a quelli presenti nella fase onirica; la coscienza del perturbato entra in una fase tale da non riuscire a distinguere la realtà dal profilo onirico di essa stessa.
  • delirio professionale o di occupazione: consiste nel ricreare, da parte del paziente, le condizioni e i luoghi abituali di lavoro;
  • delirio residuale: rappresentato dal perdurare di rappresentazioni deliranti a livello del pensiero, anche dopo la cessazione del perturbamento;
  • delirio interpretativo: il soggetto interpreta fatti casuali come fatti a lui legati, sentendosi l’attore principale o sentendosi indicato come parte in causa;
  • delirio di inserzione del pensiero: delirio che alcuni dei propri pensieri non siano i propri, ma piuttosto vengano inseriti nella propria mente;
  • delirio del furto del pensiero il paziente percepisce il suo pensiero come estratto, asportato o rubato abusivamente e con finalità ostili e tale delirio è associato spesso a situazioni di blocco del pensiero;
  • delirio di trasmissione del pensiero: delirio che i propri pensieri vengono trasmessi fuori ad alta voce, cosicché possono essere percepiti dagli altri (questo delirio, insieme a quello dell’inserzione del pensiero e del furto del pensiero, appartiene alla categoria dei “deliri da influenzamento“);
  • delirio religioso: il paziente è convinto che forze religiose (quasi sempre appartenenti alla propria religione) lo proteggano da disgrazie, oppure da una malattia (reale ed esistente);
  • delirio di identità: colui che ne è affetto crede di essere un’altra persona, spesso persone importanti come Principi, Presidenti;
  • delirio ipocondriaco somatico: delirio il cui contenuto principale riguarda l’aspetto o il funzionamento del proprio corpo, che il paziente può considerare totalmente diverso dall’ordinario (ad esempio l’idea di avere il cervello al posto del cuore e viceversa) o malato di patologie improbabili (parassiti di grandezze esagerate) o totalmente inventate.

I deliri, insieme alle allucinazioni, sono sintomi principali di un disturbo psicotico. La cura del del delirio richiede quasi sempre specifici psicofarmaci antipsicotici, ma che quasi sempre il paziente si rifiuta di assumere, perché solitamente è del tutto inconsapevole del fatto di essere malato e che le sue idee sono del tutto errate, inventate e/o distorte.

Leggi anche:

Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

Disturbo dell’identità dell’integrità corporea: voler essere disabili

MEDICINA ONLINE FISIOTERAPIA RIABILITAZIONE DISABILE SEDIA ROTELLE CERVELLO CRANIO EMORRAGIA CEREBRALE ISCHEMIA EMORRAGICA ICTUS PARAPLEGIA EMATOMA EMIPARESI EMIPLEGIA TETRAPARESI TETRAPLEGIA DECUBITO RECUPERO PARALISIL’abisso dei sentimenti umani è spesso imperscrutabile e dai risvolti sorprendenti. Lo sa bene lo psicologo che ha provveduto a versare del detersivo Continua a leggere

Onicofagia grave e gravissima: cause, conseguenze, rimedi e psicologia del mangiarsi le unghie

MEDICINA ONLINE ONICOFAGIA SIGNIFICATO GRAVE GRAVISSIMA MANGIARSI LE UNGHIE MANO MANI UNGHIA PIEDE PIEDI TAGLIARE CORTE MANICURE PEDICURE SMALTO INFEZIONEL’onicofagia è un disturbo compulsivo che porta il paziente a mangiare le proprie unghie e, nei casi più gravi, anche le pellicine e le cuticole circostanti, con conseguenze nocive sia a livello fisico che psicologico. Questa malsana abitudine di rosicchiare le estremità delle dita si manifesta soprattutto in periodi di nervosismo, noia e stress, e può rappresentare semplicemente un sintomo di ansia, ma anche di disagio profondo.

L’onicofago (cioè individuo affetto da onicofagia) adotta un comportamento compulsivo e ripetitivo nel mordere le cuticole e i tessuti intorno alla lamina ungueale: si tratta di un’attività inconscia compiuta dal soggetto, il quale, per la maggior parte del tempo, non si rende conto di quando le mani sono portate alla bocca e i denti cominciano a rosicchiare le unghie. La maggior parte delle persone trova in questa abitudine l’unico modo per calmare sé stessi. L’onicofagia è considerata un “disturbo del controllo degli impulsi” ed è solitamente classificata tra i disturbi comportamentali e delle emozioni che si presentano durante l’infanzia e l’adolescenza; se trascurata, l’onicofagia può protrarsi fino all’età adulta. Secondo la teoria freudiana, l’abitudine di mangiare le unghie è un sintomo di fissazione orale, in quanto si manifesta prevalentemente con un’ossessiva stimolazione della zona. Inoltre, portare qualcosa alla bocca richiama, a livello metaforico, l’esperienza del seno materno e l’onicofagia è utilizzata per ottenere lo stesso effetto calmante.

Leggi anche:

Cause del mangiarsi le unghie

All’origine del vizio di mangiarsi le unghie, spesso vi è una causa di natura psicologica: un ambiente familiare disturbato da litigi e incomprensioni, le aspettative eccessive dei genitori, la difficoltà a gestire la propria ansia ecc. L’onicofagia consente di contenere le reazioni a contrasti interpersonali e ai disagi soggettivi; tende a scomparire volontariamente quando viene meno la causa del malessere, tuttavia può riproporsi in successive situazioni di stress o ansia. Sebbene sembri un’abitudine innocua, l’onicofagia costituisce un atteggiamento tendenzialmente autolesionistico e per questo motivo, nei casi più gravi, è necessario l’aiuto di uno psicoterapeuta per individuare le cause che hanno indotto il disturbo. Qualora non si resistesse all’impulso di mangiarsi le unghie, è meglio capire cosa si nasconde dietro a questa abitudine e adottare repentinamente alcuni rimedi, per evitare conseguenze sulla salute.

Che cosa sono i “disturbi del controllo degli impulsi”?

I “disturbi del controllo degli impulsi” sono condizioni psichiche caratterizzate dall’incapacità di resistere alla tentazione incontrollabile di compiere un’azione o un gesto, di solito preceduta da un sentimento di progressiva tensione, agitazione ed eccitazione poco prima di mettere in atto l’impulso a livello comportamentale. Nel momento successivo all’azione impulsiva, il soggetto sperimenta piacere, sollievo, altre volte senso di colpa. Eventi e circostanze stressanti spesso possono aumentare la messa in atto di un’azione impulsiva potenzialmente dannosa (per sé o per gli altri). Tra i “disturbi del controllo degli impulsi” sono compresi: onicofagia, cleptomania, piromania e tricotillomania.

Chi è l’onicofago “tipo”

L’abitudine di mangiarsi le unghie colpisce bambini e adulti di ogni età.
Il disturbo è rilevabile nel 30% dei bambini tra i 7-10 anni e nel 45% degli adolescenti (da qui il titolo dell’articolo). La maggior parte delle persone smette di mangiarsi le unghie spontaneamente all’età di trent’anni, altri continuano anche successivamente, alcuni non abbandoneranno mai questa pratica. In genere, l’onicofagia non è limitata selettivamente ad una particolare unghia, ma è rivolta a tutte le dita delle mani, che sono morse allo stesso modo, risultando circa della medesima lunghezza. La diagnosi può essere ritardata, poiché i pazienti tendono a negare o a ignorare le conseguenze del disturbo.

In che cosa consiste l’onicofagia?

Si può considerare il fenomeno come un processo nel quale è possibile individuare due azioni ben distinte:

1) La fase preliminare che precede l’onicofagia vera e propria consiste nella dettagliata ispezione (visiva o attraverso il tatto) delle unghie e dei tessuti morbidi che le circondano, allo scopo di ricercare i possibili difetti da eliminare. Ogni irregolarità induce il soggetto a stuzzicare e mordicchiare l’area fino a rendere la pelle regolare: non è raro notare nelle persone con onicofagia l’abitudine di passare i polpastrelli sull’estremità delle dita.

2) La fase successiva coincide con il mordere ciò che si trova all’estremità delle dita: lamine delle unghie, cuticole, perionichio (pelle che circonda l’unghia a livello prossimale e laterale), iponchio (porzione di pelle sotto la lamina).

Leggi anche:

Quali sono le principali cause dell’onicofagia?

Conoscere le cause che scatenano questa cattiva abitudine è un aspetto fondamentale per superare il disturbo. I fattori principali che promuovono l’insorgenza dell’onicofagia sono di origine ambientale e/o biologica. Le motivazioni ricorrenti sono le seguenti:
 

  • Situazioni di stress e di ansia. In genere, si associa un soggetto onicofagico ad una persona in preda alla preoccupazione e al nervosismo, che scarica la tensione mordendosi le unghie. L’onicofagia, in questi casi, dà un senso di sollievo e di piacere momentanei, in quanto contribuisce a sfogare la carica emotiva.
    Durante l’infanzia, quest’abitudine insorge quando sussistono episodi di incomprensioni, eccessive aspettative o esiste il timore di perdere l’attenzione dei genitori. Il problema può anche essere determinato dalla ripetizione del gesto di portare le mani alla bocca, come avviene per la suzione del pollice.
  • Atteggiamenti autolesionistici. Alcuni studiosi individuano nell’onicofagia un’espressione di aggressività: molti soggetti timidi e remissivi esprimono la loro rabbia rivolgendola verso se stessi piuttosto che all’esterno. Inoltre, rosicchiare le unghie rappresenta un’espressione di tensione aggressiva, come mordere una matita o masticare continuamente un chewing gum, tutti atteggiamenti che possono scomparire se si riesce ad eliminare il disagio che li ha provocati.
  • Imitazione di altri membri della famiglia. Talvolta, i bambini imparano rosicchiare le unghie senza alcuna motivazione psicologica più profonda, imitando semplicemente i genitori.
  • Noia. La noia non determina certamente l’esordio del disturbo, ma per il soggetto che possiede tale abitudine può essere estremamente difficile controllare lo stimolo a mangiarsi le unghie anche nei momenti d’inattività. All’opposto della comune opinione, che vuole il mangiarsi le unghie come manifestazione tipica nei momenti di tensione estrema, è possibile osservare che l’onicofagia si presenta specialmente nei momenti di non azione delle mani: mentre si guarda la televisione, in treno o in macchina, durante eventi lunghi e noiosi, mentre si rimane in attesa al telefono… Spesso, è difficile cercare la vera ragione del proprio vizio, in quanto, a volte, la causa risale all’infanzia e l’onicofagia è semplicemente il risultato di una pessima abitudine protratta nel tempo.

Quali possono essere le conseguenze dell’onicofagia sulla salute?

L’onicofagia può causare dolore, sanguinamento e arrossamento del letto ungueale, oltre a indurre il danneggiamento dell’eponichio, la porzione di pelle posta alla base e ai lati dell’unghia (cuticola).
Quando le cuticole sono rimosse in modo improprio, possono rendere suscettibili ad infezioni batteriche o virali (esempio: onicomicosi, paronchia, patereccio ecc.). Inoltre, chi pratica l’onicofagia rischia di trasportare nella bocca i microrganismi che si depositano sotto le unghie. Un esempio d’infezione del tessuto periungueale è la paronichia, un tipo di patereccio superficiale, localizzato vicino a un’unghia, dovuto alla penetrazione di germi piogeni attraverso piccole lesioni. Anche la saliva può avere un ruolo nell’arrossamento e nell’infezione dell’area. L’onicofagia è correlata anche alla patologia dentale e può portare a lesioni gengivali, usura degli incisivi, riassorbimento radicolare apicale e malocclusione dei denti anteriori, oltre a facilitare la diffusione d’infezioni alla bocca (esempio: ossiuri o batteri dalla regione dell’ano). Al contrario, l’onicofagia praticata durante un’infezione da Herpes simplex virus (labiale) è in grado di sviluppare il giradito erpetico sulla falange del dito morso. Ultimo danno ai denti, non trascurabile, che può conseguire dall’abitudine di mangiarsi le unghie è la carie, poiché viene intaccata la sostanza adamantina. L’ingestione dei residui ungueali può provocare anche problemi allo stomaco.
Infine, la persistenza negli anni del disturbo può interferire con la normale crescita delle unghie e può comportare gravi deformazioni delle dita.
Dal punto di vista sociale, vedere una mano con le unghie consumate, può far pensare ad una persona timida, con scarsa autostima, che trova nella pratica del vizio un modo di gestire la rabbia. In altri casi, l’onicofagia serve a controllare stati di ansia o di forte noia.

Leggi anche:

Disturbi correlati all’onicofagia

L’onicofagia è correlata ad altri disturbi comportamentali ripetitivi:

1) Dermatillomania: disordine del controllo degli impulsi che induce il paziente a stuzzicarsi, strofinarsi, graffiarsi o incidersi la pelle del viso o del corpo, spesso nel tentativo di eliminare piccole irregolarità o imperfezioni cutanee reali o immaginarie (nota anche con il termine di “compulsive skin-picking”).

2) Dermatofagia: disturbo in cui un malato morde compulsivamente la sua pelle, di solito intorno alle unghie, con conseguente sanguinamento e decolorazione, dopo tempo prolungato.

3) Tricotillomania (o tricomania): abitudine, spesso accompagnata dall’urgenza, di tirarsi (e in alcuni casi, mangiare) le ciocche di capelli, ma nei casi più gravi anche ciglia, sopracciglia, peli della barba, peli pubici e altri peli del corpo.

Quali sono i rimedi disponibili per smettere di mangiarsi le unghie?

Diverse sono le misure di trattamento che possono aiutare a smettere di mangiarsi le unghie. Alcune persone possono risolvere il disturbo spontaneamente, per la paura di sviluppare infezioni o per la volontà di avere un aspetto più curato, mentre altri soggetti si concentrano sul cambiamento dei comportamenti. Come regola, nessun trattamento è necessario per i casi lievi di onicofagia.
Per le situazioni più gravi, il trattamento deve comportare la rimozione dei fattori emotivi che inducono l’abitudine (eccitazione, iperstimolazione, infelicità, ozio…).
Il trattamento più comune, economico e ampiamente disponibile, prevede l’applicazione di uno smalto di sapore amaro, che scoraggia l’abitudine di mangiarsi le unghie. Normalmente viene utilizzato un composto chimico denominato denatonio benzoato. Il gusto sgradevole ricorderà di fermarsi ogni volta che si portano le mani alla bocca.

Una varietà di opzioni comprende:

  • l’uso di un bendaggio occlusivo sulla punta delle dita;
  • portare dei guanti;
  • nel caso di un bambino, indossare un pigiama integrale che copra anche le unghie dei piedi;
  • mantenere le unghie tagliate in modo tale che gli angoli che sporgono o le cuticole non rappresentino una tentazione.

La cosmesi (trattamento di ricostruzione delle unghie) può aiutare a superare gli effetti sociali dell’onicofagia. Prendersi cura delle mani può aiutare a ridurre l’onicofagia e incoraggia a mantenere questa parte del corpo attraente: è possibile utilizzare smalti o sottoporsi a regolari manicure. Gli uomini possono indossare uno smalto chiaro. Anche applicare unghie artificiali può limitare il disturbo, oltre a proteggere la crescita di quelle naturali. Iniziare a praticare una costante attività sportiva può contribuire a scaricare rabbia e tensione, così come provare le tecniche di gestione dello stress.
Una valida alternativa per risolvere il problema dell’onicofagia consiste nel chiedere al paziente di masticare un chewingum senza zucchero oppure un bastoncino di liquirizia quando sente la necessità di mordere le unghie, oppure si trova in una condizione di particolare tensione. Questo rimedio consente di tenere la bocca occupata e rende l’abitudine difficile da praticare.

Terapia comportamentale

La terapia comportamentale è utile quando le misure più semplici non sono efficaci: l’obiettivo è di risolvere l’onicofagia ed eventualmente individuare un comportamento alternativo (ad esempio: ponendosi lo scopo di rendere nuovamente presentabili le proprie mani). Anche la terapia del controllo degli stimoli può rivelarsi utile per identificare e per controllare lo stimolo che scatena l’impulso di mangiarsi le unghie.

Terapia farmacologica

I trattamenti locali, come ad esempio l’applicazione sulle unghie di sostanze amare, possono avere un’efficacia variabile. L’onicofagia dimostra una risposta positiva alla terapia a base di farmaci antidepressivi, prescritti anche nella cura della tricotillomania e del disturbo ossessivo-compulsivo (OCD).
Un’altra opzione richiede l’uso della vitamina B inositolo, che riduce l’impulso di mordere le unghie e agisce sull’attività della serotonina, ormone che controlla umore e aggressività.

I migliori prodotti per la cura delle unghie

Qui di seguito trovate una lista di prodotti di varie marche per la cura ed il benessere di mani e piedi, in grado di migliorare forza, salute e bellezza delle tue unghie e della tua pelle. Noi NON sponsorizziamo né siamo legati ad alcuna azienda produttrice: per ogni tipologia di prodotto, il nostro Staff seleziona solo il prodotto migliore, a prescindere dalla marca. Ogni prodotto viene inoltre periodicamente aggiornato ed è caratterizzato dal miglior rapporto qualità prezzo e dalla maggior efficacia possibile, oltre ad essere stato selezionato e testato ripetutamente dal nostro Staff di esperte:

Leggi anche:

Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o unisciti al nostro gruppo Facebook o ancora seguici su Twitter, su Instagram, su Mastodon, su YouTube, su LinkedIn, su Tumblr e su Pinterest, grazie!

Voglio morire: ecco i consigli per convincerti a non suicidarti

MEDICINA ONLINE SUICIDIO SENZA DOLORE COME SUICIDARSI HELP AIUTO MANI TRISTE PAURA ANSIA DEPRESSIONE ANZIANI OSPEDALE SUPPORTO AMICO LE ALI DELLA LIBERTA PISTOLA SHOOT GUN WALLPAPERSoprattutto durante l’adolescenza o nei momenti più stressanti della vita, avere ogni tanto dei pensieri suicidari non è una cosa così rara. Se però ti sei accorto, magari in seguito ad un periodo più difficile del solito, di pensare al suicidio un po’ troppo spesso, ecco alcuni consigli che ti potrebbero letteralmente salvare la vita.

Se hai intenzione di suicidarti IN QUESTO MOMENTO, chiama IMMEDIATAMENTE il numero verde della Samaritans Onlus 800 86 00 22 per ottenere aiuto. 

Se sei un adolescente, puoi anche chiamare il servizio Emergenza Infanzia del Telefono Azzurro al numero 114, oppure chiama il Telefono Amico al numero 199 284 284 o ancora accedi al servizio Mail@micaTAI disponibile sul sito http://www.telefonoamico.it/.

Telefona ad un amico

Informalo del tuo stato d’animo e che hai bisogno del suo aiuto. Chiedigli di parlarti delle tue qualità e dei tuoi punti di forza o di ripensare ai momenti divertenti trascorsi insieme. Scegli un amico di cui pensi di poterti fidare.

Evita di rimanere da solo

Non sparire dalla vista di amici o parenti. Se non c’è nessuno che possa tenerti d’occhio, vai al pronto soccorso per non restare da solo. Se frequenti un gruppo di sostegno, rivolgiti agli altri membri per ottenere da loro un supporto speciale in quanto esperti del momento che stai attraversando e delle modalità di intervento. Ricorri all’aiuto di uno psicologo, uno psicoterapeuta o uno psichiatra. Le persone che tentano il suicidio soffrono molto probabilmente di un grave disturbo mentale (ad esempio la depressione), per il quale possono sottoporsi a una cura.

Cura la depressione

Se il desiderio di suicidarti insorge a seguito di un evento in particolare che ti ha fatto cadere in uno stato depressivo, ad esempio la fine di una relazione, la perdita del lavoro o il sopraggiungere di una disabilità, ricorda che la depressione può essere curata, soprattutto se è riconducibile a determinati eventi scatenanti. Consulta uno psicologo, uno psicoterapeuta o un medico psichiatra: non avere alcun timore a raccontargli i tuoi propositi e – qualora dovesse somministrarti un farmaco – non aver timore ad assumerlo per paura di essere considerato “pazzo”.

Leggi anche: Depressione maggiore e minore, suicidio, diagnosi e cura: fai il test e scopri se sei a rischio

Parla con una guida spirituale

Se sei credente e hai la possibilità di rivolgerti a una guida spirituale, prova a confidarti con questa persona. Alcuni preferiscono parlare con una guida spirituale piuttosto che con un professionista esperto in psicologia. I ministri di culto vengono educati a prestare soccorso alle persone bisognose, incluse quelle disperate con tendenze suicide. Se credi in tutto questo, una guida spirituale può aiutarti ad alleviare la sofferenza offrendoti una nuova prospettiva e presentandoti degli aspetti su cui riflettere.

Trova un gruppo di sostegno

Esistono gruppi di sostegno, sia online che nella tua città, in cui poter trovare conforto attraverso il dialogo con altre persone con tendenze suicide o che hanno tentato il suicidio. Per trovare un gruppo di sostegno puoi rivolgerti al tuo psicologo, psicoterapeuta o psichiatra che saprà darti ulteriori informazioni, altrimenti verifica su Internet la presenza di simili realtà nel tuo territorio. Chiedi aiuto alle persone che ti capiscono. È importantissimo ricordare che non sei solo, a prescindere dal motivo che ti spinge a pensare al suicidio. Rivolgiti alle persone che ti sono vicine, che capiscono quello che provi e che vogliono aiutarti.

Leggi anche: Cosa si prova a morire annegati, dissanguati, decapitati…

Sbarazzati degli oggetti potenzialmente pericolosi

Se hai il pensiero di suicidarti, fai in modo che sia difficile attuarlo togliendo di mezzo qualsiasi oggetto adatto allo scopo. Potrebbero essere oggetti di questo tipo: armi da fuoco, coltelli, corde o farmaci. Se non puoi gettare via i medicinali per motivi di salute, lasciali in custodia a un familiare fidato o ad un amico che possa somministrarteli secondo prescrizione.

Fai una lista delle cose e persone che ami

Metti per iscritto qualsiasi cosa ti venga in mente in grado di riempirti di gioia o il cui ricordo è associato a sentimenti di felicità e amore. Potrebbero essere i tuoi familiari, il tuo cane o il tuo gatto, il tuo sport preferito, lo scrittore che ti appassiona di più, i film più amati, il cibo che ti ricorda quando eri piccolo, un luogo in cui ti senti a casa, le stelle, la luna, il sole. Se ti fa stare bene, scrivilo. Non dimenticare di inserire le cose che ami di te stesso. Annota le qualità che ti distinguono, incluse quelle relative all’aspetto fisico, al carattere e così via. Prendi nota degli obiettivi che hai conseguito. Metti per iscritto i traguardi di cui sei orgoglioso. Non dimenticare di includere le tue ambizioni future. Scrivi dove speri di trascorrere la tua esistenza, i tuoi progetti, la professione in cui vuoi cimentarti, i figli che potresti avere, il compagno di vita che potresti incontrare. Pensa a quanto starebbero male le persone che ami, alla notizia del tuo suicidio.

Leggi anche: Per quali motivi una persona potrebbe desiderare di morire?

Elenca delle attività positive che possano distrarti

In passato, che cosa ti ha aiutato a decidere di non suicidarti? Scrivilo. Qualsiasi distrazione è positiva se riesce ad allontanarti dalle circostanze in cui puoi farti del male. Avere a portata di mano una lista delle cose da fare quando la mente è troppo confusa per ricordarle potrà rivelarsi molto utile in futuro. Ecco alcune idee:

  • Telefona ad un amico o ad un parente con cui parlare.
  • Consuma un pasto che ti piace particolarmente.
  • Suona uno strumento musicale.
  • Cucina un dolce.
  • Ascolta musica.
  • Scrivi una poesia o una canzone.
  • Vai a fare una passeggiata o pratica dell’esercizio fisico.
  • Dipingi.
  • Leggi un libro.
  • Guarda un film di genere commedia.

Fai una lista delle persone da chiamare

Includi il nome e il numero di telefono di almeno cinque contatti, nel caso qualcuno di loro non fosse reperibile nel momento del bisogno. Inserisci amici, parenti e conoscenti disposti a rispondere al telefono e fornire assistenza. Inserisci i nomi di psicologi di fiducia, psichiatri, altri professionisti della salute che conoscono il tuo caso, membri del gruppo di sostegno ed altre figure di cui ti fidi. Appuntati il numero di telefono dei servizi di prevenzione del suicidio.

Leggi anche: Suicidio: i segnali per capire chi si vuole suicidare

Elabora un piano di sicurezza

Il piano di sicurezza è un programma da leggere attentamente e seguire alla lettera non appena compaiono i pensieri suicidi. Questo programma è un elenco, realizzato su misura e nel momento in cui si è ancora razionali, delle attività che devi svolgere per impedirti di compiere un gesto pericoloso o fatale. Quando hai dei pensieri suicidi può essere difficile distrarsi e concentrarsi su qualcosa di positivo, invece – se precedentemente hai elaborato un piano – quando compaiono i pensieri suicidi puoi ricorre subito a questo piano di sicurezza ed iniziare a seguire la lista un punto alla volta. Porta a termine ogni passaggio indicato sulla lista finché non ti senti fuori pericolo. Ecco un esempio di piano di sicurezza ad 8 punti:

  1. Devo leggere la lista delle cose che amo. Devo ricordarmi delle cose che, fino a questo momento, mi hanno salvato dal suicidio.
  2. Devo leggere la lista delle distrazioni positive. Devo allontanarmi dai miei stessi pensieri svolgendo qualsiasi altra attività.
  3. Devo leggere l’elenco delle persone a cui posso telefonare. Devo chiamare la prima persona sulla lista e parlarle. Se questa persona non risponde, devo continuare a chiamare la seconda persona della lista e così via finché non riesco a mettermi in contatto con qualcuno che possa stare al telefono per tutto il tempo necessario.
  4. Devo rimandare il suicidio e rendere sicuro l’ambiente domestico. Devo promettere a me stesso che aspetterò almeno 48 ore. Nel frattempo, devo sbarazzarmi di pillole, oggetti contundenti e altri strumenti che potrebbero attentare alla mia sicurezza e devo parlare del mio progetto con persone di cui mi fido.
  5. Devo chiamare qualcuno che venga a stare con me. Se non può venire nessuno, devo chiamare il mio psicoterapeuta, il mio medico o il numero di emergenza 112.
  6. Devo recarmi in un luogo in cui mi sento al sicuro, ad esempio a casa dei miei genitori, di un amico o in un centro ricreativo.
  7. Devo andare al pronto soccorso. Devo raggiungere il più vicino ospedale o – se possibile – recarmi dal mio Medico di Medicina Generale (il “medico di famiglia”).
  8. Devo chiamare i servizi di emergenza. Devo prendere subito un telefono e chiamare il Numero Unico per le Emergenze 112.

Quello che provi in questo momento è molto probabilmente passeggero

Quando stai valutando seriamente la possibilità di suicidarti è difficile pensare a delle soluzioni alternative ai tuoi problemi. Un modo per provare a fare marcia indietro e valutare altre possibili soluzioni ai problemi è ricordare a te stesso che non hai sempre avuto nella tua vita dei pensieri suicidi e che non ne avrai per sempre in futuro. Tutti i sentimenti sono – per loro natura – spesso fugaci e variano col tempo: i sentimenti ed i pensieri suicidi passeranno, proprio come la fame, la tristezza, la stanchezza e la collera. L’evento che ti sta spingendo a questi pensieri (un rifiuto sentimentale, un lutto, un licenziamento, il fatto di essere rimasti indietro con gli esami universitari, l’aver mentito ai propri genitori…) sono tutte situazioni che possono essere affrontate, seppur con difficoltà, e superate o quantomeno metabolizzate. Il tempo è capace di curare o alleggerire (quasi) tutte le ferite. Se non riesci a individuare delle soluzioni alternative perché hai semplicemente voglia di morire, prova a ricordare tutto questo.

Rimanda i tuoi progetti

Fai del tuo meglio per tornare sui tuoi passi e – se sei davvero deciso a farla finita – rimanda qualsiasi piano tu abbia in mente per almeno 48 ore, tempo in cui potrai fermarti a pensare razionalmente all’assurdità dei tuoi progetti. A prescindere da quello che vuoi fare, non farlo adesso. Ripeti a te stesso che, se sei arrivato fino a questo punto, puoi concederti altri due giorni per riflettere sulla situazione. Due giorni non sono niente, se consideri la posta in gioco. Durante questi due giorni avrai il tempo di pensare, riposare e trovare il modo di convincerti che esistono altre possibilità per liberarti dal dolore che ti attanaglia.

Valuta altri modi per risolvere i tuoi problemi

Pensa a tutte le risorse che ti possono aiutare a raggiungere l’obiettivo. Hai bisogno che qualcuno ti aiuti? Metti in pratica questo piano alternativo. Ad esempio, se stai pensando al suicidio perché non hai più un soldo, potresti provare a chiedere un prestito a un amico o a un parente. Attieniti al piano elaborato per tutto il tempo necessario. Se il primo tentativo di raggiungere l’obiettivo in modo sano non va a buon fine, prova con qualcos’altro. Ricorda che non sempre si raggiunge un obiettivo all’istante. Potrebbe volerci del tempo. Se soffri di una grave depressione, questo tipo di approccio orientato agli obiettivi potrebbe non essere la soluzione migliore perché chi ne soffre ha la tendenza a rimuginare e una debole attitudine a risolvere i problemi.

Consigli finali

Di seguito riporto altri consigli sparsi per aiutarti a superare questo momento.

  • Se sei in cura con psicofarmaci (ad esempio antidepressivi o ansiolitici o stabilizzatori dell’umore), assumili sempre rispettando le indicazioni del medico: non interrompere mai l’assunzione dei medicinali senza aver prima consultato il dottore.
  • Partecipa a tutti gli incontri programmati di psicoterapia. Se necessario, chiedi ad una persona fidata di accompagnarti ogni settimana per sentirti ulteriormente in obbligo.
  • Contatta la Samaritans Onlus, il Servizio per la Prevenzione del Suicidio o il Telefono Amico per avere informazioni sui gruppi di sostegno online o nel tuo territorio. Potresti addirittura trovare dei gruppi più adatti alle tue esigenze, ad esempio gruppi riservati solo agli adolescenti.
  • Consulta il sito del Ministero della Salute per informazioni sulle prestazioni del Servizio Sanitario Nazionale.
  • Se non esistono gruppi di sostegno per il suicidio o la depressione nella tua zona, rivolgiti a uno specialista o al personale dell’ospedale più vicino per conoscere eventuali gruppi di sostegno da loro gestiti o sapere come trovarne uno. Inoltre, puoi visitare uno dei siti web che offrono psicoterapia online.
  • Se sei a conoscenza di un amico/a che vuole suicidarsi, anche se sei nel dubbio avverti IMMEDIATAMENTE i tuoi genitori (se sei minorenne) e le forze dell’ordine.

Testi consigliati

Alcuni libri sull’argomento che troverai molto interessanti:

Se hai spesso idee suicidarie, non riesci a trovare una “via d’uscita” ai tuoi problemi o credi di soffrire di depressione, prenota la tua visita e, grazie ad una serie di colloqui riservati, riusciremo insieme a risolvere il tuo problema.

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma PRENOTA UNA VISITA CONTATTI Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari Ano Pene

Leggi anche:

Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o unisciti al nostro gruppo Facebook o ancora seguici su Twitter, su Instagram, su Mastodon, su YouTube, su LinkedIn, su Tumblr e su Pinterest, grazie!

Babadook (2014) trama, recensione, significato e spiegazione del finale

MEDICINA ONLINE BABADOOK SPIEGAZIONE FILM FINALE TRAMA RECENSIONE SPOILER SIGNIFICATO IL MOSTRO BABADOOK ESISTE DAVVERO O NO METAFORA SIMBOLO JENNIFER KENT ESSIE DAVID WALLPAPER.jpgUn film di Jennifer Kent con Essie Davis, Noah Wiseman, Daniel Henshall, Hayley McElhinney, Barbara West. Titolo originale The Babadook; drammatico, horror, psicologico, durata 95 min. – Australia 2014 VM 14 anni.

Trama senza spoiler

Il film segue le vicende che ruotano intorno ad una famiglia disastrata dagli eventi, ci presenta una madre – Amelia Vanek – ritrovatasi a dover allevare il suo bambino da sola dopo la tragica morte del marito, andatosene in un incidente nello stesso giorno in cui il loro figlioletto veniva al mondo. Samuel non sembra un bambino “normale”, le scene isteriche sono all’ordine del giorno e la vita di Amelia è oppressiva e sempre più solitaria, a partire dal lavoro in una clinica per anziani sino ai difficili rapporti sociali che ha a causa delle reazioni emotive sempre più esagerate del figlio. La vita di Amelia diventerà sempre più difficile, specie da quando entrerà nella sua vita uno strano libro per bambini, chiamato Mister Babadook.

Leggi anche: Animali notturni (2016): trama, spiegazione finale e significato del film

Recenzione senza spoiler

Non mi dilungherò troppo perché “non vedo l’ora” di scrivere il prossimo paragrafo, quello della spiegazione e del significato del lungometraggio. A me il film è piaciuto molto ed ho apprezzato il tocco della regia femminile di Jennifer Kent, anche sceneggiatrice, che ha saputo dare una profondità al personaggio della madre ed ai suoi disagi in modo veramente incredibile e credibile, probabilmente molto più di quanto sarebbe riuscito a fare un uomo. Il modo in cui l’attrice australiana Essie Davis esprime questi disagi è fantastico e ottima è l’atmosfera di depressione e tensione crescente che avvolge lo spettatore: sembra di scendere nell’inferno dell’animo umano di un genitore con questo film, un po’ come avviene seguendo il personaggio di Jack Torrance in Shining. Questo è l’orrore che mi piace, senza lupi mannari o vampiri. E’ un horror reale, realistico, che può accadere a tutti noi, affermazione valida solo se avete capito il reale significato simbolico del Babadook (se non lo avete capito, continuate la lettura!)
Un plauso va fatto anche all’estetica del Babadook: il tratto distintivo dell’uomo nero è cartoonesco, proprio come in un classico libro piegabile per l’infanzia, ma il mostro mette ugualmente, ed a maggior ragione grazie al contrasto che evoca, una grande inquietudine ed il contenuto del libro è più scabroso, terrificante e personalizzato (le pagine si scrivono da sole mano a mano che il film avanza) pagina dopo pagina. Una creatura cinematografica che domina la seconda metà del film in modo molto affascinante, per un lungometraggio ottimamente recitato e girato, con buona fotografia e musiche inquietanti al punto giusto. L’idea originale del plot di The Babadook, una bozza di esso, venne espressa dalla regista Jennifer Kent sottoforma di corto nel suo Monster, idea che ha qui allungato e perfezionato in modo piuttosto riuscito. La registra australiana riesce qui a produrre un film che per tutta la sua durata ti pone una domanda fondamentale: Il Babadook esiste o no? La risposta la trovate più in fondo all’articolo.

Leggi anche: Arrival (2016): trama, recensione e spiegazione del film

Significato del film (SPOILER DA QUI IN POI)

Diciamo che per capire realmente questo film, forse dovete essere… genitori. In caso contrario le mie prossime parole potrebbero apparirvi esagerate se non assurde. Partiamo da un fatto che sembrerebbe off topic ma non lo è: qualsiasi genitore al mondo sa quanto sia difficile gestire un figlio nei suoi primi mesi ed anni di vita e qualsiasi genitore onesto ammette che – alla quinta notte di fila insonne – c’è un momento di tale stanchezza, esasperazione e – in certi casi – alienazione, che sarebbe disposto a tutto pur di far star zitta la propria prole per 10 minuti e riposarsi il cervello (che poi questo è il reale motivo per cui esistono i cartoni animati!). Dormire male la notte (o non dormire affatto), poi porta a sonnolenza diurna e in alcuni casi ad una continua sensazione di irritazione e fastidio. Ecco, immaginate quindi il livello di stress che può raggiungere un genitore, una donna in questo caso, quando è costretto a vivere quei primi mesi ed anni di vita del figlio, da solo. E non sto parlando di quelle donne che hanno bimbi tranquilli, un ricco assegno di mantenimento da parte del marito benestante divorziato e tate al seguito: in questo caso parliamo di una donna sola che deve lavorare duro perché suo marito è morto e suo figlio è sicuramente molto più “impegnativo” della media. A stress si aggiunge un probabile disturbo post traumatico da stress. Anche se sono passati anni dalla sua morte, lei pensa ancora a quel tragico incidente, come dimostra l’incubo che viene mostrato all’inizio del film ed il fatto che non riesce addirittura neanche a festeggiare il compleanno del figlio – evento solitamente molto lieto – perché il marito è morto nel portarla all’ospedale per partorire: in pratica compleanno del figlio e morte del marito sono lo stesso giorno. E’ una corrispondenza devastante per la mente di una persona.

Leggi anche: L’inquilino del terzo piano (1976): trama e spiegazione del film

Se l’inconscio prevale

La mia esperienza con pazienti affette da depressione post partum mi fa dire con sicurezza che – seppur la donna non lo ammetta – a livello inconscio, spesso “darebbe volentieri indietro” suo figlio per avere nuovamente il marito, sia a livello emotivo (lo dimostra il trasporto verso le altre coppie che si baciano) che a livello fisico (la scena del vibratore, un oggetto “sostituto” di un uomo che lei potrebbe avere facilmente ma non vuole, per rimanere fedele al marito). Ad Amelia lui manca molto e ne è ancora molto innamorata, tanto che – nonostante la giovane età – non si è risposata, non convive con nessuno e neanche accetta le avances del suo collega di lavoro. Inconsciamente poi nei suoi circuiti neuronali è ben stampato il concetto che il bambino sia la causa della morte del marito, perché – a livello irrazionale – se non fosse stato per lui, non avrebbero avuto l’incidente. Ovviamente questi sono tutti pensieri inconsci e non significano che lei detesti o stia covando rancore nei confronti di suo figlio, anzi nel film si vede chiaramente quanto lei tenga a lui. E qui sorge il problema: cosa succederebbe se la parte oscura ed inconscia venisse fuori? Le tante notizie di cronaca di genitori che uccidono i propri figli (volontariamente o per apparente fatalità, come lasciare il bimbo nell’auto sotto il sole) ce lo indicano: la parte inconscia desidera far fuori qualsiasi cosa – cani inclusi – per poter ritornare liberi e senza responsabilità, a prima della nascita dei figli, quando la notte si rimaneva svegli per andare in discoteca e non per cambiare pannolini o pulire le lenzuola sporche di vomito. E Babadook è esattamente questa parte inconscia: un mostro che nessuno ammette di avere e che è nascosto in ognuno di noi, in attesa di trovare quell’attimo di stress in più, per venire fuori come un Herpes per mesi quiescente in un ganglio nervoso, e manifestarsi in tutta la sua virulenza repressa quando calano le difese che contengono il male.

MEDICINA ONLINE BABADOOK SPIEGAZIONE FILM FINALE TRAMA RECENSIONE SPOILER SIGNIFICATO IL MOSTRO BABADOOK ESISTE DAVVERO O NO METAFORA SIMBOLO JENNIFER KENT ESSIE DAVID WALLPAPER.jpg

Babadook esiste o non esiste?

La risposta è NO, almeno nel mondo reale. Babadook, nonostante nel film prenda forma e sostanza ed alla fine venga fisicamente messo in trappola nella cantina, è solamente la metafora di una parte dell’essere umano che tutti noi cerchiamo, chi più chi meno, di rifuggire: ovvero la nostra parte oscura e repressa, ingigantita ed incattivita da un passato traumatico come quello di Amelia e quindi rimossa con forza. Non è un caso che nel film il mostro sia logisticamente posizionato in cantina: come immaginato nel sogno della casa a più piani dallo psichiatra e psicoanalista svizzero Carl Gustav Jung – inizialmente promotore delle idee di Sigmund Freud – in “Ricordi, sogni, riflessioni” (1961), la cantina è la sede del nostro inconscio. L’Io di Amelia, per affrontare il suo mostro, deve aprire una porta e recarsi nella cantina, sede dell’Es, cioè appunto del suo inconscio, in modo simile a quello che avviene in psicoterapia. A tal proposito non credo che sia un caso quanto nel film i sogni siano ritenuti importanti nella comprensione della psiche di Amelia, al punto che il lungometraggio stesso inizia con un sogno e che, in una sequenza del film intorno al minuto 57, si possano vedere i “rapidi movimenti degli occhi” di Amelia mentre dorme, tipici della fase REM del sonno, quella in cui sogniamo e quella in cui – se dovessimo svegliarci all’improvviso – ricorderemmo il nostro sogno.

Leggi anche: Perché sogniamo e abbiamo gli incubi? Perché ricordiamo alcuni sogni e altri no? Cos’è un sogno lucido e la fase REM?

Negare il lato oscuro significa dargli forza

Il Babadook in definitiva non esiste nel mondo fisico e rappresenta il puro male che si antepone al puro bene, qui rappresentato dall’amore sconfinato di una madre per il proprio figlio, ed ognuna di queste due cose è presente in qualsiasi essere vivente. Sono due poli opposti che solitamente ci impediscono di raggiungere l’uno o l’altro estremo perché l’uno non potrebbe mai esistere senza l’altro. La vita vera non è una favola e non esistono i superbuoni e i supercattivi: esistono le persone con le loro debolezze ed esistono i Babadook che prendono il sopravvento e quelli che vengono controllati.
Nel film come nella nostra vita noi fuggiamo continuamente dal nostro (o dai nostri) Babadook cercando di far finta che il nostro lato oscuro non esista, anche se in realtà è sempre lì, più o meno sopito, reprimendolo a dismisura e quanto più possibile. Peccato che, come insegna magistralmente il film (il libro che prima viene strappato poi bruciato e ritorna in entrambi i casi), più si neghi l’esistenza di certi istinti, di certe zone grigie, irrazionali in noi, più questi diventano forti, scavano nel nostro essere ed a volte, scoppiano finendo a comporre i mosaici conclusivi più drammatici che si possa immaginare, dalle malattie e disturbi psichici fino alle peggiori delle ipotesi: suicidi, omicidi e torture verso animali o altri esseri umani, perfino i nostri cari. I nostri figli, sangue del nostro sangue, indifesi, che si fidano di noi, quindi i primi candidati ad essere annientati psicologicamente e/o fisicamente dalle trame ordite dal Babadook, come accade ad Amelia nel film.

Leggi anche: Meccanismi di difesa in psicologia: rimozione, negazione, proiezione, sostituzione, repressione, distorsione

Come affrontare il Babadook che vive in ognuno di noi?

Il finale del film ci da un consiglio ed una lezione di vita d’oro, che da medico e – soprattutto – da padre di due bambini piccoli, mi sento di confermare in pieno: ci mostra che non si possono cancellare del tutto i mostri del passato o del presente, ma in compenso si può imparare a domarli e controllarli. Accettate di avere il vostro Babadook in cantina, al riparo da tutti gli sguardi dei vicini, degli amici e dei colleghi, ma guardato da vicino con coraggio e consapevolezza. Vincete anche voi quella paura che vi porterebbe a non accettare che esista in voi o a girarvi “dall’altra parte”: guardatelo in faccia e affrontatelo, il vostro mostro interiore. Scendete con coraggio quelle scale verso una zona della vostra mente che avete per anni tentato di rimuovere e date lui da mangiare gli avanzi della vostra vita prima che sia lui a decidere di uscire da solo e mangiarla tutta, la vostra vita, comprese le parti migliori.
Quei vermi significano questo: Amelia ha imparato a nutrire regolarmente il mostro con cose che non le servono ed a “calmarlo” quel tanto che basta per evitare che prenda il sopravvento sul lato razionale di lei. Ignorarlo del tutto è impossibile ed alla lunga controproducente (potrebbe impazzire!) quindi la madre regala lui quel minimo di attenzione che merita e non di più. Amelia in questo modo ha appreso come gestire il trauma e domare la bestia nascosta in lei, accettando la sua esistenza, ammettendo a sé stessi che non è perfetta e che in lei coesiste tanto il bene quanto il male. La scena finale che in tanti non hanno capito, rappresenta quindi la comprensione del fatto che il demone non possa essere distrutto, ma che sia necessario accettarlo, conviverci, superarlo e “sfamarlo” periodicamente un minimo, in modo che in un certo senso non venga ignorato, represso e non prenda il controllo delle nostre azioni, con effetti catastrofici.
Prima di chiudere, una curiosità: il nome Babadook è un anagramma di ‘A bad book‘ (che tradotto significa “un libro cattivo“) ed è in parte ispirato al termine “babaroga”, parola che in serbo significa… “uomo nero“.

Sei appassionato di cinema e serie TV? Fatti un piccolo regalo! Sceglilo tra queste offerte imperdibili!

Leggi anche:

Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, segui la nostra pagina Facebook o unisciti al nostro gruppo Facebook o ancora seguici su Twitter, su Instagram, su YouTube, su LinkedIn, su Reddit, su Tumblr e su Pinterest, grazie!

Sto per morire: le 7 fasi di elaborazione del dolore e della morte

MEDICINA ONLINE MORTE COSA SI PROVA A MORIRE TERMINALE DEAD DEATH CURE PALLIATIVE TERAPIA DEL DOLORE AEROPLANE TURBINE CHOCOLATE AIR BREATH ANNEGATO TURBINA AEREO PRECIPITA GRATTACIELO GLa psichiatra svizzera Elisabeth Kübler-Ross è diventata celebre grazie al suo trattato “La morte e il morire” (Assisi, Cittadella, 1976 edizione originale 1969) in cui definisce i cinque stadi di reazione alla prognosi mortale, che sono i seguenti: rifiuto, rabbia, negoziazione, depressione ed accettazione, a tal proposito leggi anche: Elaborazione del lutto: le 5 fasi che attraversa chi sta per morire

A tali 5 fasi negli anni sono state aggiunte ulteriori due fasi: shock e speranza, che nelle 5 fasi iniziali erano incluse rispettivamente nella fase del rifiuto e dell’accettazione. Le 7 fasi sono quindi:

  1. shock;
  2. rifiuto;
  3. rabbia;
  4. negoziazione;
  5. depressione;
  6. accettazione;
  7. speranza.

Leggi anche: Mark Sloan e il recupero fittizio: il mistero del cervello pochi attimi prima di morire

1) Fase dello shock

Secondo la classificazione originaria di Elisabeth Kübler-Ross, la fase dello shock era inclusa all’interno della fase della negazione, tuttavia alcuni psichiatri e psicoterapeutici preferiscono vederla come una fase a parte. Lo shock corrisponde, come facilmente intuibile, ai primissimi momenti in cui il medico comunica al paziente che egli è affetto da una malattia incurabile, che lo porterà inevitabilmente alla morte in un tempo variabile, qualsiasi cosa si faccia. Lo shock è scaturito principalmente dal fatto che spesso questa è una notizia totalmente imprevista, non solo dal paziente e dai suoi famigliari, ma anche dal personale sanitario stesso. Succede infatti spesso che il paziente si rechi dal medico lamentando dei sintomi aspecifici, che generalmente non sono indice di grave malattia. Quando la diagnosi porta invece alla peggiore prognosi possibile, la reazione è realmente una doccia fredda. Casi tipici sono la comunicazione di un cancro in fase terminale o di positività al virus dell’HIV (quest’ultima vista come una condanna a morte dal paziente, seppur i progressi nel campo delle terapia antiretrovirali hanno completamente cambiato l’aspettativa di vita di pazienti sieropositivi).

Leggi anche:  Che significa malattia terminale?

2) Fase della negazione o del rifiuto

In questo passaggio, immediatamente successivo alla notizia shock, il malato è totalmente preda dell’inconscio che, come ovvio, vede la morte come un evento spaventoso e distruttivo, che non si merita, a cui va contrapposta una difesa, armata di  negazione dell’evidenza oppure della convinzione che la diagnosi sia sbagliata, addirittura, in alcuni casi, si pensa che la malattia diagnosticata sia guaribile quando chiaramente non lo è. “Ma è sicuro, dottore, che le analisi siano fatte bene?”, “Non è possibile, si sbaglia!”, “Non ci posso credere, voglio il parere di un altro medico” sono le frasi più frequenti di fronte alla diagnosi di una patologia organica grave ed incurabile; questa fase è caratterizzata dal fatto che il paziente, usando come meccanismo di difesa il rigetto dell’esame di realtà, ritiene impossibile di avere proprio quella malattia.
In questa fase spesso, il paziente ha generalmente ancora condizioni di salute accettabili tanto che un’altra frase tipica della negazione è “Io mi sento bene, è impossibile che io abbia realmente una malattia mortale”. Molto probabilmente il processo di rifiuto psicotico della verità circa il proprio stato di salute può essere funzionale al malato per proteggerlo da un’eccessiva ed improvvisa ansia di morte che potrebbe portarlo addirittura a pensieri suicidari e per prendersi il tempo necessario per organizzarsi. Con il progredire della malattia tale difesa diventa sempre più debole, però in alcuni casi potrebbe addirittura irrigidirsi, raggiungendo livelli di rifiuto della realtà ancor più psicopatologici.
Il rifiuto della malattia per i parenti è uno stato che non costituisce un problema, anzi normalmente è ben accolto perché aiuta il loro lavoro di sostegno al paziente e, a volte, va in ausilio alla decisione di nascondere al malato la verità, scelta opinabile, in quanto si preclude al malato le fasi di preparazione all’inevitabile.

Leggi anche: Differenza tra morte cerebrale, stato vegetativo e coma

3) Fase della rabbia

Dopo la negazione, la realtà inizia ad essere chiara al paziente e ciò genera emozioni forti quali rabbia e paura, che esplodono in tutte le direzioni, investendo i familiari, il personale ospedaliero, il proprio dio (se il soggetto è credente), gli amici, persino gli animali di compagnia più cari, come cani e gatti che fino al giorno prima della cattiva notizia erano stati amati come figli. Una tipica domanda è “perché proprio a me?”. È una fase molto delicata dell’iter psicologico e relazionale del paziente. Rappresenta un momento critico che può essere sia il momento di massima richiesta di aiuto, ma anche il momento del rifiuto, della chiusura e del ritiro in sé.
Da che cosa nasce questa collera? Anche dalla consapevolezza che tutto della vita che si interrompe, da cui il “dolore totale”. Questa fase è caratterizzata da improvvisi scatti violenti per affermare la propria presenza, che si manifestano in modi molto soggettivi dal momento che dipendono fortemente dalla personalità di ciascuno: ad esempio un soggetto aggressivo aumenterà la propria aggressività; un soggetto che nella vita se la prendeva con tutti, se la prenderà ancora di più con tutti.
Questa fase esaurisce molte energie mentali, nel paziente e nelle persone che hanno a che fare con lui, che imparano ad essere “insultate” ed accusate senza motivi razionali. Fortunatamente questa fase tende ad essere superata presto, anche se alcuni pazienti rimangono in questa fase fino alla morte. Morire in collera è molto doloroso per tutti i soggetti implicati: significa fallire una pacificazione con sé stessi e con gli altri, lasciando spesso ai propri cari una strada difficile per elaborare il lutto (il parente si potrebbe ad esempio per sempre sentire in colpa per non aver “fatto pace” col defunto prima di morire).
Spesso le persone che non riescono a valicare la fase della rabbia sono quelle che nel vivere la loro esistenza senza malattia hanno avuto l’illusione del controllo totale della propria persona e del proprio destino. Individui volitivi, che hanno avuto successo, prestigio che hanno la sensazione che gli sia stato rubato il futuro.

Leggi anche: Morte psicogena, l’apatia che può farti morire: come uscirne

4) Fase della contrattazione o del patteggiamento

In questa quarta fase la rabbia irrazionale della terza fase lascia spazio ad una più razionale pianificazione delle opzioni disponibili per tentare una via d’uscita. Il paziente comincia a verificare cosa è in grado di fare per opporsi alla malattia ed in quali progetti può investire la speranza, cominciando una specie di negoziato, che a seconda dei valori personali, può essere instaurato sia con le persone che costituiscono la sfera relazionale del paziente (medici, familiari ed amici), sia con le figure religiose. Tipiche frasi di patteggiamento ascoltate dai miei pazienti, sono:

  • se prendo le medicine, potrò evitare di morire;
  • se prego molto, potrei salvarmi;
  • se mangio bene e faccio tanta attività fisica, la malattia invertirà la tendenza a mio vantaggio;
  • se darò tutti i miei averi in beneficenza o compio altri atti che possono migliorare il mio karma, potrei sopravvivere;
  • se vado in pellegrinaggio a Lourdes, succederà il miracolo;
  • se provo quella famosa cura alternativa e non approvata dai medici, mi salverò.

In questa fase, la persona riprende – o si illude di riprendere – il controllo della propria vita e cerca di riparare il riparabile, sia in modo razionale (prendo le medicine -> mi salvo) che in modo irrazionale, con vere e proprie fallacie logiche (faccio del bene al prossimo -> mi salvo).

Leggi anche: Cure palliative: cosa sono ed a che servono?

5) Fase della depressione

Questa fase rappresenta il momento nel quale il paziente capisce che qualsiasi patteggiamento non gli impedirà di morire e comincia a prendere consapevolezza delle perdite che sta subendo e che subirà al momento della morte. Tale periodo di solito si manifesta quando la malattia progredisce e il livello di sofferenza aumenta. La fase viene distinta in due tipi di depressione:

  • depressione reattiva: è conseguente alla presa di coscienza di quanti aspetti della propria identità, della propria immagine corporea, del proprio potere decisionale e delle proprie relazioni sociali, sono andati persi;
  • depressione preparatoria: ha un aspetto anticipatorio rispetto alle perdite che si stanno per subire.

In questa fase della malattia la persona non può più negare le proprie condizioni di salute, né cercare improbabili contrattazioni, quindi comincia a prendere coscienza che la ribellione non è possibile, per cui la negazione e la rabbia vengono sostituite da un forte senso di sconfitta, tristezza e appunto depressione. Quanto maggiore è la sensazione dell’imminenza della morte, tanto più probabile è che la persona viva fasi di depressione sempre più grave.

Leggi anche: Morire di dolore dopo la perdita del coniuge: ecco perché accade

6) Fase dell’accettazione

Quando il paziente ha avuto modo di elaborare quanto sta succedendo intorno a lui, arriva a un’accettazione della propria condizione e a una consapevolezza di quanto sta per accadere; durante questa fase possono sempre e comunque essere presenti livelli di rabbia e depressione altalenanti, che però sono generalmente di intensità moderata. In questa fase il paziente tende a essere silenzioso e a chiudersi in sé stesso, tuttavia sono anche frequenti momenti di profonda comunicazione con i familiari e con le persone che gli sono accanto: la persona può cercare i propri cari e fare lunghi discorsi, ad esempio ricordando il passato e raccomandandosi con gli altri di vivere bene la propria vita. È il momento dei saluti. È il momento del “testamento” e della sistemazione di quanto può essere sistemato, in cui si prende cura dei propri “oggetti” (sia in senso pratico, sia in senso psicoanalitico). La fase dell’accettazione non coincide necessariamente con lo stadio terminale della malattia o con la fase pre-morte, momenti in cui i pazienti possono comunque sperimentare diniego, ribellione o depressione.

Leggi anche: Come affrontare il lutto di una persona cara

7) Fase della speranza

In tale fase – originariamente assoggettata alla fase dell’accettazione – il paziente sperimenta, similarmente alla fase del patteggiamento, una sottile speranza che, per qualche particolare miracolo, la propria malattia terminale non porti realmente alla morte. Mentre nella fase del patteggiamento il paziente è fortemente motivato a “uscire da questa situazione” e convinto che la morte possa essere in qualche modo evitata, in questa fase il paziente è malinconico e non ha più questa convinzione ferrea, ma nutre ancora una speranza, che è però lieve, docile, rassegnata, di chi è consapevole che non può fare più nulla ma, “chi lo sa, magari sono uno su un milione che non morirà…”. La speranza permette di affrontare gli ultimissimi momenti di vita con un minimo di ottimismo e di serenità.

Leggi anche: Quando morirai, saprai di essere morto: la mente muore dopo il corpo

Il lutto “ben elaborato”

Un lutto “ben elaborato” è un lutto in cui vengono percorse tutte le precedenti fasi. È molto raro che tale percorso sia lineare. È molto più comune che, soprattutto all’inizio, si oscilli da una fase all’altra. Questo è particolarmente osservabile fra la terza e la quinta fase. Chi è nello stadio di depressione (quinta fase) non è immune dal provare rabbia (terza fase) per quanto gli è successo: “saltella” quindi fra la rabbia e la depressione. Ciò che importa non è la regolarità nell’attraversare le fasi ma piuttosto che, pian piano, si proceda fino ad arrivare all’ultima. Più si compiono reali passi avanti, più sarà difficile che si retroceda a fasi precedenti già attraversate – cosa che purtroppo invece può succedere. Se – per esempio – una persona ha accettato completamente la tristezza dovuta alla perdita (cioè, è in piena sesta fase) sarà quasi impossibile che torni a negarla (seconda fase). In questo modo, prima o poi approderà alla fase di accettazione e il dolore lascerà posto alla serenità di chi ha accettato il proprio destino.

Leggi anche: Paziente terminale: segnali di morte imminente e gestione della famiglia

Il lutto “mal elaborato”

Un lutto che può lasciare conseguenze negative (cioè ancora più negative) è un lutto in cui le fasi diventano cronicamente cicliche perché mal gestite, o in cui si rimane “congelati” in una delle prime fasi oppure si torna indietro ad una fase iniziale. Queste ultime condizioni, in genere, si hanno quando la persona teme, magari in modo non del tutto conscio, che non riuscirà a tollerare le emozioni proprie della fase successiva. Come già prima accennato, alcuni – per esempio – trascorrono perfino anni in fase di rabbia perché, per quanto tale emozione sia dolorosa, sentono di riuscire a gestirla meglio della tristezza. Allo stesso modo, molti trascorrono anni in fase di depressione perché avanzare alla fase successiva significherebbe dover dare per scontato che il proprio destino è ineluttabile. Per la serenità del paziente e dei suoi famigliari ed amici è importante che tutte le fasi vengano attraversate in sequenza, anche con l’aiuto del medico e dello psicoterapeuta.

Se a te o ad un tuo caro è stata diagnosticata una malattia terminale e credi di non riuscire a gestire da solo o da sola questa situazione, prenota subito la tua visita e, grazie ad una serie di colloqui, ti aiuterò ad affrontare questo difficile momento.

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma PRENOTA UNA VISITA CONTATTI Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari Ano Pene

Testi consigliati

Alcuni libri che ho letto sull’elaborazione del lutto, l’eutanasia, il suicidio ed il bullismo e che sono sicuro troverai anche tu molto interessanti:

Per approfondire, leggi:

Leggi anche:

Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, segui la nostra pagina Facebook o unisciti al nostro gruppo Facebook o ancora seguici su Twitter, su Instagram, su Mastodon, su YouTube, su LinkedIn, su Tumblr e su Pinterest, grazie!

Elaborazione del lutto: le 5 fasi che attraversa chi sta per morire

MEDICINA ONLINE DOG SAD ALONE IN THE RAIN STREET DEPRESSIONE XANAX VOGLIO MORIRE MORTE PADRE DOLORE SOTTO LA PIOGGIA DEPRESSIONE SOLITUDINE SINDROME DA ABBANDONO COME SI CURA CONSIGLI ALa psichiatra svizzera Elisabeth Kübler-Ross è diventata celebre grazie al suo trattato “La morte e il morire” (Assisi, Cittadella, 1976 edizione originale 1969) in cui definisce i cinque stadi di reazione alla prognosi mortale, che sono i seguenti:

  1. rifiuto;
  2. rabbia;
  3. negoziazione;
  4. depressione;
  5. accettazione.

Questo modello di elaborazione del lutto a cinque fasi, rappresenta ancora, a distanza di molti anni, un ottimo strumento che permette di capire le dinamiche mentali più frequenti della persona a cui è stata diagnosticata una malattia terminale, ma gli psicoterapeuti lo ritengono un valido aiuto anche per chi è in fase di di elaborazione del lutto.

Negli anni è stato proposto anche un modello a 7 fasi, che potete trovare in questo articolo: Sto per morire: le 7 fasi di elaborazione del dolore e della morte

1) Fase della negazione o del rifiuto

In questo primo passaggio il malato è totalmente preda dell’inconscio che, come ovvio, vede la morte come un evento spaventoso e distruttivo, che non si merita, a cui va contrapposta una difesa, armata di  negazione dell’evidenza oppure della convinzione che la diagnosi sia sbagliata, addirittura, in alcuni casi, si pensa che la malattia diagnosticata sia guaribile quando chiaramente non lo è. “Ma è sicuro, dottore, che le analisi siano fatte bene?”, “Non è possibile, si sbaglia!”, “Non ci posso credere” sono le frasi più frequenti di fronte alla diagnosi di una patologia organica grave ed incurabile; questa fase è caratterizzata dal fatto che il paziente, usando come meccanismo di difesa il rigetto dell’esame di realtà, ritiene impossibile di avere proprio quella malattia.
In questa fase spesso, il paziente ha generalmente ancora condizioni di salute accettabili tanto che un’altra frase tipica della negazione è “Io mi sento bene, è impossibile che io abbia realmente una malattia mortale”. Molto probabilmente il processo di rifiuto psicotico della verità circa il proprio stato di salute può essere funzionale al malato per proteggerlo da un’eccessiva ed improvvisa ansia di morte che potrebbe portarlo addirittura a pensieri suicidari e per prendersi il tempo necessario per organizzarsi. Con il progredire della malattia tale difesa diventa sempre più debole, però in alcuni casi potrebbe addirittura irrigidirsi, raggiungendo livelli di rifiuto della realtà ancor più psicopatologici.
Il rifiuto della malattia per i parenti è uno stato che non costituisce un problema, anzi normalmente è ben accolto perché aiuta il loro lavoro di sostegno al paziente e, a volte, va in ausilio alla decisione di nascondere al malato la verità, scelta opinabile, in quanto si preclude al malato le fasi di preparazione all’inevitabile.

Leggi anche: Che significa malattia terminale?

2) Fase della rabbia

Dopo la negazione, la realtà inizia ad essere chiara al paziente e ciò genera emozioni forti quali rabbia e paura, che esplodono in tutte le direzioni, investendo i familiari, il personale ospedaliero, il proprio dio (se il soggetto è credente), gli amici, persino gli animali di compagnia più cari, come cani e gatti che fino al giorno prima della cattiva notizia erano stati amati come figli. Una tipica domanda è “perché proprio a me?”. È una fase molto delicata dell’iter psicologico e relazionale del paziente. Rappresenta un momento critico che può essere sia il momento di massima richiesta di aiuto, ma anche il momento del rifiuto, della chiusura e del ritiro in sé.
Da che cosa nasce questa collera? Anche dalla consapevolezza che tutto della vita che si interrompe, da cui il “dolore totale”. Questa fase è caratterizzata da improvvisi scatti violenti per affermare la propria presenza, che si manifestano in modi molto soggettivi dal momento che dipendono fortemente dalla personalità di ciascuno: ad esempio un soggetto aggressivo aumenterà la propria aggressività; un soggetto che nella vita se la prendeva con tutti, se la prenderà ancora di più con tutti.
Questa fase esaurisce molte energie mentali, nel paziente e nelle persone che hanno a che fare con lui, che imparano ad essere “insultate” ed accusate senza motivi razionali. Fortunatamente questa fase tende ad essere superata presto, anche se alcuni pazienti rimangono in questa fase fino alla morte. Morire in collera è molto doloroso per tutti i soggetti implicati: significa fallire una pacificazione con sé stessi e con gli altri, lasciando spesso ai propri cari una strada difficile per elaborare il lutto (il parente si potrebbe ad esempio per sempre sentire in colpa per non aver “fatto pace” col defunto prima di morire).
Spesso le persone che non riescono a valicare la fase della rabbia sono quelle che nel vivere la loro esistenza senza malattia hanno avuto l’illusione del controllo totale della propria persona e del proprio destino. Individui volitivi, che hanno avuto successo, prestigio che hanno la sensazione che gli sia stato rubato il futuro.

Leggi anche: Differenza tra morte cerebrale, stato vegetativo e coma

3) Fase della contrattazione o del patteggiamento

In questa terza fase la rabbia irrazionale della seconda fase lascia spazio ad una più razionale pianificazione delle opzioni disponibili per tentare una via d’uscita. Il paziente comincia a verificare cosa è in grado di fare per opporsi alla malattia ed in quali progetti può investire la speranza, cominciando una specie di negoziato, che a seconda dei valori personali, può essere instaurato sia con le persone che costituiscono la sfera relazionale del paziente (medici, familiari ed amici), sia con le figure religiose. Tipiche frasi di patteggiamento ascoltate dai miei pazienti, sono:

  • se prendo le medicine, potrò evitare di morire;
  • se prego molto, forse potrei salvarmi;
  • se mangio bene e faccio tanta attività fisica, la malattia invertirà la tendenza a mio vantaggio;
  • se darò tutti i miei averi in beneficenza, potrei sopravvivere;
  • se vado in pellegrinaggio a Lourdes, succederà il miracolo;
  • se provo quella famosa cura non approvata dai medici, forse non morirò.

In questa fase, la persona riprende – o si illude di riprendere – il controllo della propria vita e cerca di riparare il riparabile, sia in modo razionale (prendo le medicine -> mi salvo) che in modo irrazionale, con vere e proprie fallacie logiche (faccio del bene al prossimo -> mi salvo).

Leggi anche: Si muore di AIDS? Qual è l’aspettativa di vita?

4) Fase della depressione

Questa fase rappresenta il momento nel quale il paziente capisce che qualsiasi patteggiamento non gli impedirà di morire e comincia a prendere consapevolezza delle perdite che sta subendo e che subirà al momento della morte. Tale periodo di solito si manifesta quando la malattia progredisce e il livello di sofferenza aumenta. La fase viene distinta in due tipi di depressione:

  • depressione reattiva: è conseguente alla presa di coscienza di quanti aspetti della propria identità, della propria immagine corporea, del proprio potere decisionale e delle proprie relazioni sociali, sono andati persi;
  • depressione preparatoria: ha un aspetto anticipatorio rispetto alle perdite che si stanno per subire.

In questa fase della malattia la persona non può più negare le proprie condizioni di salute, né cercare improbabili contrattazioni, quindi comincia a prendere coscienza che la ribellione non è possibile, per cui la negazione e la rabbia vengono sostituite da un forte senso di sconfitta, tristezza e appunto depressione. Quanto maggiore è la sensazione dell’imminenza della morte, tanto più probabile è che la persona viva fasi di depressione sempre più grave.

Leggi anche: Cure palliative: cosa sono ed a che servono?

5) Fase dell’accettazione

Quando il paziente ha avuto modo di elaborare quanto sta succedendo intorno a lui, arriva a un’accettazione della propria condizione e a una consapevolezza di quanto sta per accadere; durante questa fase possono sempre e comunque essere presenti livelli di rabbia e depressione altalenanti, che però sono generalmente di intensità moderata. In questa fase il paziente tende a essere silenzioso e a chiudersi in sé stesso, tuttavia sono anche frequenti momenti di profonda comunicazione con i familiari e con le persone che gli sono accanto: la persona può cercare i propri cari e fare lunghi discorsi, ad esempio ricordando il passato e raccomandandosi con gli altri di vivere bene la propria vita. È il momento dei saluti. È il momento del “testamento” e della sistemazione di quanto può essere sistemato, in cui si prende cura dei propri “oggetti” (sia in senso pratico, sia in senso psicoanalitico). La fase dell’accettazione non coincide necessariamente con lo stadio terminale della malattia o con la fase pre-morte, momenti in cui i pazienti possono comunque sperimentare diniego, ribellione o depressione.

Leggi anche: Morire di dolore dopo la perdita del coniuge: ecco perché accade

Il lutto “ben elaborato”

Un lutto “ben elaborato” è un lutto in cui vengono percorse tutte le precedenti fasi. È molto raro che tale percorso sia lineare. È molto più comune che, soprattutto all’inizio, si oscilli da una fase all’altra. Questo è particolarmente osservabile fra la terza e la quarta fase. Chi è nello stadio di depressione (quarta fase) non è immune dal provare rabbia per quanto gli è successo: “saltella” quindi fra la rabbia e la depressione. Ciò che importa non è la regolarità nell’attraversare le fasi ma piuttosto che, pian piano, si proceda fino ad arrivare all’ultima. Più si compiono reali passi avanti, più sarà difficile che si retroceda ad altre fasi. Se, per esempio, una persona ha accettato completamente la tristezza dovuta alla perdita (cioè, è in piena quarta fase) sarà quasi impossibile che torni a negarla (prima fase). In questo modo, prima o poi approderà alla fase di accettazione ed il dolore lascerà spazio alla serena consapevolezza del proprio destino.

Leggi anche: Come affrontare il lutto di una persona cara

Il lutto “mal elaborato”

Un lutto che può lasciare conseguenze negative (cioè ancora più negative) è un lutto in cui le fasi diventano cronicamente cicliche perché mal gestite, o in cui si rimane “congelati” in una delle prime fasi oppure si torna indietro ad una fase iniziale. Queste ultime condizioni, in genere, si hanno quando la persona teme, magari in modo non del tutto conscio, che non riuscirà a tollerare le emozioni proprie della fase successiva. Come già prima accennato, alcuni – per esempio – trascorrono perfino anni in fase di rabbia perché, per quanto tale emozione sia dolorosa, sentono di riuscire a gestirla meglio della tristezza. Allo stesso modo, molti trascorrono anni in fase di depressione perché avanzare alla fase successiva significherebbe dover dare per scontato che il proprio destino è ineluttabile. Per la serenità del paziente e dei suoi famigliari ed amici è importante che tutte le fasi vengano attraversate in sequenza, anche con l’aiuto del medico e dello psicoterapeuta.

Se a te o ad un tuo caro è stata diagnosticata una malattia terminale e credi di non riuscire a gestire da solo o da sola questa situazione, prenota subito la tua visita e, grazie ad una serie di colloqui, ti aiuterò ad affrontare questo difficile momento.

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma PRENOTA UNA VISITA CONTATTI Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari Ano Pene

Testi consigliati

Alcuni libri che ho letto sull’elaborazione del lutto, l’eutanasia, il suicidio ed il bullismo e che sono sicuro troverai anche tu molto interessanti:

Per approfondire, leggi:

Leggi anche:

Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, segui la nostra pagina Facebook o unisciti al nostro gruppo Facebook o ancora seguici su Twitter, su Instagram, su Mastodon, su YouTube, su LinkedIn, su Tumblr e su Pinterest, grazie!