Combustione umana spontanea: il mistero del neonato indiano che prende fuoco da solo

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Medicina Chirurgia Estetica Benessere Dietologia Sessuologia Ecografie Tabagismo Smettere di fumare Combustione umana spontanea il mistero del neonato indiano che prende fuoDa quando è nato, 2 mesi e mezzo fa, il suo corpo ha preso fuoco quattro volte senza alcuna causa apparente. In India i medici si interrogano sullo strano caso del piccolo Rahul, un neonato del Tamil Nadu (India meridionale) ricoverato al Kilpauk Medical College Hospital di Chennai, per il quale si sospetta una condizione chiamata combustione umana spontanea (Shc), molto discussa dagli esperti. Secondo il Times of India, che ha descritto il caso, negli ultimi 300 anni sarebbero stati segnalati in tutto il mondo solo 200 casi del genere.

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Negli anni venti si ringiovaniva con una “scossa”

MEDICINA ONLINE CAPELLI DONNA BELLEZZA TRISTE DEPRESSIONE BIANCO NERO CAPELLI OCCHIErano i ruggenti anni ’20. Dimenticata la tragedia della prima guerra mondiale, il mondo viveva una parentesi di fascinazione per le nuove tecnologie del tempo: cinema, radio e automobile prendevano piede, la moda iniziava a dettare tendenze spregiudicate e tutti parevano poter vivere in una sorta di eterna giovinezza al ritmo del jazz, la musica che spopolava in quel periodo. Allora come oggi gioventù e modernità erano le parole d’ordine, allora come oggi c’era chi prometteva di poter fermare il tempo allontanando la vecchiaia e i suoi acciacchi. Negli anni ’20 la fontana della giovinezza era il Rejuvenator inventato da Otto Overbeck, chimico inglese nato nel 1852 che per gran parte della sua vita, dopo aver studiato all’University College di Londra, era stato direttore in una birreria di Grimsby, nello Yorkshire. In quei tempi era normale per un chimico lavorare nella produzione della birra e già in questo settore Overbeck mostrò la tempra dell’inventore: brevettò nuovi macchinari per la fermentazione, un metodo per rendere la birra analcolica e un estratto nutritivo a base di lievito simile alla Marmite, una crema densa e scura molto amata dagli anglosassoni.

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Il virus della poliomielite guarisce uno dei tumori cerebrali più maligni: il glioblastoma multiforme

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Medicina Chirurgia Estetica Benessere Dietologia Sessuologia Ecografie Tabagismo Smettere di fumare AIDS tumore cerebrale più maligno il glioblastoma multiforme

Ricostruzioni al Neuronavigatore in 3D della morfologia di un glioblastoma multiforme.

Il glioblastoma (noto anche come glioblastoma multiforme) è un tumore tristemente noto per essere il più comune e più maligno tra le neoplasie delle cellule della glia (le cellule che, assieme ai neuroni, costituiscono il sistema nervoso). Purtroppo è un tumore che raramente permette una lunga sopravvivenza del paziente. Ma ora sembra che ci sia una speranza per tutti gli affetti da questa perfida patologia: il virus della poliomielite. È il network statunitense Abc a raccontare la storia di Stephanie Lipscomb, 22 anni, cui due anni fa è stato diagnosticato un glioblastoma, una delle forme tumorali più aggressive che possono colpire il cervello.

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Il virus dell’AIDS guarisce una bambina dalla leucemia linfoblastica acuta

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In questi giorni sono rimasto molto colpito dal caso di una piccola paziente statunitense che porta il mio nome (o meglio il suo equivalente inglese): Emily. Emily Whitehead, questo il suo nome completo, è riuscita – grazie alla sua voglia di vivere e grazie agli sforzi della ricerca medica – a vincere la sua battaglia contro la leucemia linfoblastica acuta, una forma di cancro che colpisce principalmente i bambini, e che l’aveva portata in fin di vita. Alcuni mesi fa i genitori di Emily avevano acconsentito a sottoporre la figlia a un trattamento sperimentale, che consisteva nell’iniettare nel sangue della piccola una forma modificata del virus dell’HIV (tristemente noto per causare l’AIDS). Inizialmente, le condizioni di Emily erano peggiorate. Poi, l’incredibile ripresa che ha portato la malattia in completa remissione.

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L’uomo può allattare al seno?

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO UOMO PAPA FAMIGLIA NEONATO BAMBINOGli uomini possono allattare come le donne? E’ una domanda davvero molto curiosa ed estremamente diffusa e, vi assicuro per esperienza diretta, molti “addetti ai lavori” non conoscono la risposta! Ebbene, gli uomini possono allattare al seno come fanno le donne? La risposta sembrerebbe di si. Già nel 1896 nel libro: “Anomalie e curiosità di medicina”, i dottori Gould, George M., e Walter L. Pyle, hanno documentato storie di uomini che hanno allattato al seno i loro figli.

Molti benefici

Allattare al seno i neonati ha un’infinità di benefici: fa bene alla salute della madre e del figlio, rafforza il rapporto tra i due ed il latte materno è l’alimento più completo e adatto per il nutrimento del bimbo, almeno nei primi mesi di vita. L’esaltazione dell’allattamento materno, replica qualche studiosa femminista, in realtà è una trappola per imprigionare le donne nel loro ruolo di custodi del focolare, tutte prese a crescere i figli nel privato mentre gli uomini si occupano della vita pubblica, del lavoro, della politica. Non è facile capire dove la scienza inizia ad essere inquinata dall’ideologia e dove l’ideologia inizia a diventare anti-scientifica. Fatto sta che, in un caso e nell’altro, tutti sembrano ignorare l’esistenza di un fenomeno che, per quanto strano e raro possa apparire, esiste: l’allattamento da parte dell’uomo.

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Casi storici

Il caso più conosciuto è quello del signor Wijeratne originario di Walapore, nello Sri Lanka: i media di mezzo mondo raccontarono nel 2002 la storia di quest’uomo che, avendo perso la moglie durante il parto, da mesi ormai allattava al seno le due figliole. Un fatto strano per tutti, ma non per il padre, che raccontò con la massima naturalezza l’inizio della sua esperienza: “Mia figlia maggiore rifiutava di essere nutrita col latte in polvere dal biberon. Una sera ero così affranto che, pur di farla smettere di piangere, le offrii il mio capezzolo. Allora mi resi conto che ero in grado di allattarla al seno”. Non si trattava del primo caso documentato di allattamento maschile: esempi si ritrovavano già nelle opere di Aristotele, nel Talmud e in scritti di ogni tipo da ogni angolo del mondo, comprese opere scientifiche come le “Anomalie e curiosità di medicina” del 1896, in cui George Gould e Walter Pyle documentano vari casi occorsi in America meridionale. Altri studi medici ed etnografici nel novecento e negli anni duemila confermano che “una mammella è una mammella. L’allattamento maschile è fisiologicamente possibile” (Patty Stuart Macadam, “Male Lactation”, in Compleat Mother n. 43, 1996).

Forse a causa dei farmaci?

Secondo molti la produzione di latte da parte di maschi sarebbe provocata dall’uso di farmaci cardiaci o neurolettici o di ormoni femminili, utilizzati sia dalle transessuali (maschi diventati femmine) sia dai malati di cancro alla prostata, o dalla combinazione di forte stress, lavori faticosi e gravi carenze alimentari. “La combinazione di stimolazione manuale del capezzolo e iniezioni ormonali può sviluppare il potenziale latente di produrre latte nel padre in fiduciosa attesa” scrive ad esempio Jared Diamond (“Father’s Milk”, in Discover, febbraio 1995).

Ghiandola pituitaria, ghiandola mammaria, prolattina e auto-suggestione

Forse non servono neanche i farmaci: Laura Shanley, consulente per le maternità, sulla scia di Dana Raphael (The Tender Gift: Breastfeeding, 1978), ritiene che non sia necessario l’uso di alcun aiuto esterno, ma che sia sufficiente l’auto-suggestione. Shanley racconta la vicenda accaduta all’ex-marito David: “Iniziò a dire a se stesso che poteva allattare e nel giro di una settimana una delle sue mammelle si gonfiò ed iniziò a gocciolare latte”. Tutti gli uomini possono allattare, perché possiedono due componenti principali per l’allattamento: la ghiandola mammaria e la ghiandola pituitaria.
Le ghiandole mammarie che producono il latte, sono presenti in tutti i mammiferi, anche se le più evolute sono quelle degli esseri umani, in entrambi i sessi, con capezzoli idonei ad allattare.
Le ghiandole mammarie, per funzionare, devono essere attivate: nelle donne, di solito, accade durante la gravidanza, quando la ghiandola pituitaria inizia a rilasciare grandi quantità di un ormone chiamato prolattina che serve a promuovere l’allattamento in tutte le donne gravide che hanno partorito da poco. In pratica la funzione principale della prolattina e quella di stimolare la produzione di latte dagli acini ghiandolari della mammella.
Anche gli uomini producono piccole quantità di prolattina, in particolare dopo gli orgasmi e in situazioni di benessere psicologico. La quantità di latte prodotta dagli uomini è insufficiente per allattare, salvo situazioni psicologiche particolari, quando le circostanze del caso sollecitano la mente a produrre più ormoni: accade spesso alle madri che adottano i bambini, sollecitate da influssi psicologici ottimali, riescono improvvisamente ad allattare.

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Gli animali già lo fanno

Vicende sorprendenti che ad alcuni potranno apparire come innaturali. Eppure è del tutto normale che ad allattare i piccoli siano i maschi nel caso delle volpi volanti di Dayak, una specie di pipistrelli della Malaysia. E senza andare così lontano, basta ricordare che sono numerosi i casi documentati, a partire da Aristotele, di maschi di capra che allattano i figli. E a produrre il latte di gozzo con cui i colombi alimentano i propri neonati ci pensa tanto il papà quanto la mamma. Ma la questione della presunta contro-naturalità dell’allattamento maschile sta forse altrove, come scrive provocatoriamente Laura Shanley: “Quant’è naturale la ricetta in scatola della Nestlè o i succhiotti realizzati da sottoprodotti del petrolio? Se la produzione di latte negli uomini fosse davvero innaturale non esisterebbe. Il fatto che esiste mi porta a credere che forse l’allattamento maschile è un sistema di back-up della natura. In ogni caso, è un fenomeno interessante”.

Cosa ci aspetta in futuro?

Jared Diamond, rinomato biologo e fisiologo statunitense, prospetta scenari incredibili: “Non sarei sorpreso se alcuni dei miei colleghi più giovani, e certamente gli uomini della generazione di mio figlio, sfruttassero la possibilità di allattare i propri figli. L’ostacolo che rimarrà non sarà più di carattere fisiologico, ma psicologico: ragazzi, siete tutti in grado di superare la vostra fissazione che l’allattamento al seno è un affare per le donne?”. Chissà se sarà vero. In ogni caso, l’allattamento maschile, possibile forse grazie all’iniezione di particolari sostanze o forse grazie al semplice superamento di blocchi psicologici e tabù culturali, rompe l’apparente naturalezza e ineluttabilità della distribuzione dei ruoli tra i sessi all’interno delle famiglie. Non è un caso, ad esempio, che laddove i compiti (familiari, lavorativi e sociali) siano equamente distribuiti tra i partner, come tra i pigmei Aka dell’Africa centrale, sia del tutto naturale che il padre offra al figlio il capezzolo da succhiare. Ecco allora che l’allattamento maschile, con tutti i suoi risvolti non ancora del tutto chiariti e con tutte le sue potenzialità non ancora esplorate, può offrire sin da ora importanti spunti. Esistono mille modi di essere uomo e di essere donna. Ed esistono mille modi di essere padre e nulla al mondo, tanto meno la natura, impedisce all’uomo di accudire i propri figli con l’amore, la dolcezza e la vicinanza fisica che siamo soliti richiedere solo alle madri. Perché anche nel petto di un padre, sotto quei capezzoli asciutti, può battere il cuore di una madre.

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Bimbo nasce di 19 settimane, sopravvive qualche minuto e commuove il mondo

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Medicina Chirurgia Estetica Benessere Dietologia Sessuologia Ecografie Tabagismo Smettere di fumare bimbo 19 settimaneCi sono notizie che riescono ad emozionare il mondo intero: questa lo è di sicuro! “L’ho preso, l’ho abbracciato, mentre il suo cuoricino batteva. L’ho tenuto vicino al cuore, ho contato le dita di mani e piedi e l’ho baciato sulla piccola fronte,” ha detto la madre commossa Lexi Fretz.

L’evento ha avuto luogo la scorsa settimana nello stato dell’Indiana (USA). Lexi Fretz, fotografa, si stava preparando a un servizio fotografico per un matrimonio che si sarebbe svolto il giorno dopo, quando ha cominciato ad avere perdite.

Corsa in ospedale, le contrazioni sono diventate sempre più forti finché non ha dato alla luce il piccolo Walter Joshua Fretz, di 19 settimane e 3 giorni, sopravvissuto solo pochi minuti.

“Custodirò sempre quei ricordi che ho di lui,” ha detto la madre. “Sono molto felice che mio marito sia riuscito a raggiungere la macchina per prendere la fotocamera. All’inizio non volevo foto, ma ora sono l’unica cosa che ho per poterlo ricordare.”

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Lina Medina è la mamma più giovane al mondo: ha partorito il suo primo figlio a 5 anni

MEDICINA ONLINE LINA MEDINA MAMMA PIU GIOVANE MONDO 5 ANNI CINQUE FIVE YEARS YOUNGEST MOTHER MAM MOM MAMMA WORLD.jpgQuando nel 1939 la peruviana Lina Vanessa Medina partorì il suo primo figlio, successe un fatto storico destinato ad entrare nella storia della medicina: Lina aveva appena 5 anni e divenne la più giovane madre al mondo.

Lina Medina, è nata il 27 settembre 1933 a Paurange, un piccolo villaggio sperduto nelle Ande Peruviane, nel distretto di Ticrapo. Intorno ai 5 anni, Lina Medina, manifestò quello che sembrava un problema di salute: il suo addome iniziò ad ingrossarsi. I suoi genitori, Tiburelo Medina e Victoria Losea, inizialmente chiesero l’intervento dello sciamano del villaggio per farla guarire, ma senza successo. Temendo un tumore addominale, il padre portò la figlia in ospedale. La visita medica accertò la natura del male di Medina: non aveva un tumore ma era incinta al settimo mese (a questo proposito, non è mai stata rivelata ufficialmente l’identità di chi mise incinta Medina. Alcune voci hanno indicato in un suo fratello, con problemi mentali, come l’autore del gesto).

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Il parto

Il 14 maggio 1939, dopo 9 mesi di gravidanza senza alcun problema, dopo un mese e mezzo di ricovero in ospedale, all’età di 5 anni, 7 mesi e 21 giorni, Lina Medina partorì suo figlio. Il parto si svolse senza problemi. Una equipe formata dai dottori Lozada e Busalleu e l’anestesista Dott. Colata, intervenne con un taglio cesareo per aiutarla a dare alla luce un bambino di 2.700 grammi, senza difetti fisici e in buona salute. Il neonato fu chiamato Gerardo Alejandro in onore dei dottori che si presero a cuore il caso, Lozada e Busalleu. Dopo alcuni giorni, madre e bambino lasciarono la clinica. La bambina non rivelò mai chi fosse il padre né le circostanze del concepimento: Escomel scrisse che ella “non poteva dare risposte precise”, suggerendo così che non lo sapesse davvero. Ma la vicenda provocò intanto l’arresto del padre con l’accusa di violenza sessuale e incesto. L’uomo fu scagionato per insufficienza di prove.
Data l’impossibilità della Medina di mantenere il figlio, venne creata dal governo del Perù una commissione per la cura e la tutela del neonato. Da adulta, la Medina si impiegò come segretaria nella clinica di Lozada a Lima. Il chirurgo le fornì un’istruzione e la aiutò ad assicurare a suo figlio la possibilità di frequentare le scuole superiori. Il giovane venne allevato nella convinzione che Lina fosse una sorella maggiore.

Verità o falso?

Ad oggi, alcuni sono scettici riguardo a questo curioso caso. Benché si sia sospettato il falso, il caso appare comunque suffragato dalla letteratura scientifica: casi estremi di pubertà precoce, in bambini sotto i nove anni, sono eccezionali, ma non sconosciuti alla letteratura medica. Riguardo Lina Medina sono state pubblicate alcune fotografie che documentano il caso. La prima fu scattata un mese e mezzo prima del parto, intorno ai primi di aprile del 1939, quando la bambina era incinta di sette mesi e mezzo. Presa dal profilo sinistro, ritrae la bambina nuda in piedi, con le mani incrociate dietro la schiena, in modo da evidenziare su sfondo neutro l’estensione del ventre e le mammelle sviluppate: è l’unica immagine della sua gravidanza. L’altra fotografia, molto più chiara, fu scattata un anno più tardi a Lima quando Gerardo aveva undici mesi. Le due foto sono visibili nell’immagine qui in alto. Una terza foto disponibile (che trovate all’inizio dell’articolo) mostra la neomamma subito dopo il parto, con accanto a lei una infermiera che tiene in braccio il neonato; altre foto mostrano Lina col proprio bambino:

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Il figlio morì a 40 anni

Il caso di Lina Medina, è stato riportato dettagliatamente dal Dott. Edmundo Escomel, nell’articolo “La plus jeune mère du monde” pubblicato nella rivista scientifica “La Presse Medicale” il 31 maggio 1939, in cui il medico aggiunse particolari sulla comparsa del menarca ad otto mesi di età (ma secondo altre fonti a due anni e mezzo), e sullo sviluppo delle mammelle già a quattro anni. A cinque, la bambina presentava ampliamento del bacino e maturazione ossea avanzata.
Gerardo Alejandro scoprì all’età di 10 anni di essere il figlio e non il fratello di Lina, furono i suoi compagni di scuola a dirglielo. Gerardo morì nel 1979 a 40 anni; la causa della morte fu una malattia del midollo spinale, ma non è stato mai chiarito se vi sia stato un collegamento tra la patologia spinale e la sua nascita avvenuta da una madre ancora bambina. Lina Medina si è sposata nel 1972 con Raúl Jurado da cui ha avuto un secondo figlio, nato 33 anni dopo la nascita del primo figlio.

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Lina Medina oggi

Lina Medina ha oggi quasi ottant’anni, è in salute e vive attualmente con il marito Raúl Jurado, in un quartiere povero di Lima noto come Chicago Chico. Avrebbe potuto guadagnare molto dalla sua storia, ma è sempre stata restia a concedere interviste e non le piace parlare della sua vita privata e della vicenda che le è capitata; nel 2002 ha rifiutato l’ennesima intervista all’agenzia di stampa Reuters. A lei è oggi dedicata una statua al Museo delle Cere di New York: il suo primato rimarrà probabilmente imbattuto per sempre.

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Convivere con la lipodistrofia: avere 16 anni e dimostrarne 60

Difficile da credere eppure questa donna ha in realtà 16 anni

Difficile da credere eppure questa donna ha in realtà 16 anni

Zara Hartshorn è una ragazza inglese di Rotherharm, nel South Yorkshire, che anagraficamente ha 16 anni ma in realtà ne dimostra molto di più.

La ragazza risulta affetta da una rara patologia che si chiama lipodistrofia che la condanna all’aspetto di una donna di circa 60 anni. Si tratta di una patologia da cui sono affette circa 2000 persone in tutto il mondo, che la ragazza ha ereditato dalla madre Tracy e di cui soffrono anche i suoi fratelli, anche se in misura minore. Zara vive con disagio il rapporto col suo aspetto fisico che non esprime la delicatezza e lo sboccio ancora acerbo della bellezza in una ragazzina della sua età.

La ragazza ha patito anche le continue prese in giro e le battutine da parte dei suoi coetanei, e gli sguardi insistenti e incuriositi della gente che l’incrociavano per strada.

Un famoso chirurgo americano però dopo essere venuto a conoscenza del suo caso, si è offerto di operarla gratuitamente sottoponendola a un intervento di lifting all’avanguardia.

L’aspetto della ragazza è così ringiovanito, anche se l’intrervento non è definitivo perché Zara continuerà ad invecchiare, però ha acquistato maggiore fiducia nella vita e si è anche fidanzata. Insomma ha tratto notevole giovamento da questo intervento.

Questo è uno di quei casi che mi rende orgoglioso di occuparmi di medicina e chirurgia estetica: non per stravolgere i volti o i corpi delle persone, ma per curare quei difetti estetici che creano vero disagio nei miei pazienti.

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