Perché si soffre? Come superare la sofferenza?

MEDICINA ONLINE TRISTE CERVELLO TELENCEFALO MEMORIA EMOZIONI CARATTERE ORMONI EPILESSIA STRESS RABBIA PAURA FOBIA SONNAMBULO ATTACCHI PANICO ANSIA VERTIGINE LIPOTIMIA IPOCONDRIA PSICOLOGIA DEPRESSIONE VERTIGINE DONNADobbiamo partire dal riconoscere che la sofferenza è naturale, è parte della vita. 2500 anni fa, Buddha ha dedicato la sua esistenza al comprendere ed eliminare la sofferenza: una delle sue conclusioni è che “La vita è sofferenza” (anche se una traduzione migliore sarebbe “Nella vita sono insiti sofferenza, impermanenza e cambiamento”). Che io sappia, nessuno l’ha mai realmente smentito. Quindi, quando soffri non sempre c’è un colpevole o una causa eliminabile: a volte è come va la vita. A questa conclusione sono giunte anche diverse filosofie; per esempio, nell’antica Grecia lo Stoicismo consigliava di vivere in armonia col destino, anche avverso, per raggiungere così serenità e saggezza.

La sofferenza è inevitabile (a volte)

Perché soffrire – a volte – è inevitabile? Quanto meno, per le seguenti ragioni:

  1. A volte non accade quello che vogliamo.
  2. A volte accade quello che non vogliamo.
  3. Tutto è impermanente, tutto cambia; quindi, prima o poi perderemo quello a cui teniamo.
  4. Un giorno tu morirai – e questo vale per chiunque.
  5. Poiché siamo tutti diversi, e spesso vogliamo cose diverse, ci sarà sempre qualche disaccordo o conflitto con le altre persone.

E’ da notare che queste ragioni valgono per tutti, qualsiasi sia la loro condizione: non c’è modo di sfuggirle. Alcuni coltivano l’illusione che ci siano dei “trucchi” per sfuggire alla sofferenza (il denaro, il potere, la bellezza, la fede…), ma è tutto vano.
Certo, la sofferenza può essere diminuita, sia con azioni concrete che con il giusto atteggiamento (gli insegnamenti del Buddha hanno questo scopo), ma la sua eliminazione totale è semplicemente illusoria. Anzi, ostinarsi ad eliminare la sofferenza può portare al risultato opposto.

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La vita e il mondo non sono fatti a nostra misura

Il mondo non è fatto per renderci felici. Anche se ci piacerebbe tanto che lo fosse, e alcune religioni ci dicono che è così, non c’è alcuna prova a favore, ma ce ne sono molte contro. Non è il mondo che deve adattarsi a noi; piuttosto, siamo noi che dobbiamo adattarci al mondo, se vogliamo realizzare quello che desideriamo.

Allo stesso modo, la vita non è fatta per renderci felici: l’esistenza, per sua stessa natura, è spesso dura, complicata e incerta. Per milioni di anni la mera sopravvivenza è stata un problema quotidiano, e tuttora lo è in molte parti del mondo. Elementi che rendono la vita difficile, come l’egoismo, l’avidità e la competizione, sono parte di ogni essere vivente (anche perché portano un vantaggio evolutivo). L’idea che l’esistenza possa – o debba – essere facile e senza problemi è profondamente ingenua e disinformata.

Poiché la vita non è fatta per renderci felici, aspettarci che lo faccia è egocentrico e infantile. La vita – semmai – ci offre delle opportunità per essere felici, ma sta a noi coglierle e svilupparle. La felicità personale non è mai scontata o un diritto (anche se a volte può arrivarci come dono inaspettato), ma è una creazione e una conquista che richiede impegno e risorse. Se non siamo felici e vorremmo esserlo, dovremmo chiederci cosa stiamo facendo, concretamente, per diventarlo.

Dicendo che “il mondo (o la vita) non sono fatti per renderci felici”, non intendo certo dire che siano fatti per renderci infelici. Semplicemente non sono al nostro servizio, quindi non possiamo aspettarci che si occupino della nostra felicità; quel compito spetta a noi stessi).

Non siamo speciali come ci dice la religione

Perché reagiamo con tanto stupore e smarrimento quando ci accadono eventi spiacevoli? In parte, io credo, perché la religione cristiana (come anche le altre religioni monoteiste) ci dice che noi umani siamo creature speciali e privilegiate, che Dio ci ama in modo particolare, ecc. Questo crea aspettative irreali: che la realtà si adatti a noi, che soddisfi i nostri bisogni, che se ci comportiamo bene saremo felici e protetti dal dolore. Anche se queste convinzioni sono confortanti, purtroppo sono anche alquanto illusorie: e quando vengono infrante, la delusione può essere terribile.
In realtà non siamo così speciali: rispetto agli animali abbiamo capacità avanzate e una coscienza, è vero (ma queste ci portano anche “doni” quali angosce esistenziali, nevrosi e depressione). Ma a parte quello, la vita umana si svolge come per gli animali: nasciamo con paura e dolore, viviamo in competizione per ottenere quel che vogliamo, ci ammaliamo, patiamo la decadenza, e infine moriamo.
Non ci viene riservato nessun “trattamento di favore”. Nonostante le enormi risorse che spendiamo per allontanare paure e sofferenze (gran parte del consumismo può essere visto come un tentativo in questo senso), il nostro destino rimane simile a quello di tutte le altre creature viventi.

Dal mio punto di vista, le religioni dicono spesso cose non vere. Ma se credere negli insegnamenti religiosi per te funziona, ti fa stare bene, e ti fornisce le risposte di cui hai bisogno, va benissimo; non intendo convincerti del contrario. Però, se quello in cui credi non corrisponde alla tua realtà, o se ti genera confusione e sofferenza (invece di pace e benessere), forse è il caso di metterlo in discussione.

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Principali fonti di sofferenza

Di seguito elenco alcune delle principali fonti da cui proviene la nostra sofferenza. Averne chiara l’origine può aiutarci a gestirla meglio, ad accettarla (se non vi è alcun rimedio), oppure a cercare una possibile soluzione.

Sofferenza causata dagli altri

Quando la sofferenza è causata da altri esseri umani (dalle liti in famiglia alle guerre mondiali), è facile pensare che quelle persone siano cattive, stupide o ignoranti. Ma in molti conflitti non c’è chi ha “ragione” e chi ha “torto”, bensì ogni parte ha le sue ragioni. Quello che a te sembra sbagliato o assurdo, per altri può essere l’azione migliore: siamo tutti diversi, e vediamo le cose in modi differenti.
Questo vale anche per i presunti “bene” e “male”. Alcuni credono che, se eliminassimo il “male” (o i “cattivi”), la sofferenza sparirebbe. Ma chi decide cosa è bene o male? In genere, vediamo come “bene” ciò che è positivo per noi, e come “male” ciò che è negativo per noi. Ma quello che è male per qualcuno, potrebbe essere – e spesso è realmente – bene per qualcun altro. Inoltre, quello che ci sembra positivo oggi, potrebbe rivelarsi negativo domani (come illustrato dalla storia del contadino che ad ogni evento commentava: “Fortuna o sfortuna: chi può dirlo?”). E allora, chi ha ragione?
In realtà, bene e male sono “categorie immaginarie”, giudizi arbitrari e soggettivi. Prendiamo l’esempio del leone che insegue la gazzella per mangiarla: chi ha ragione e chi torto? Quale animale dovrebbe morire, e perché? Ovviamente, sia il leone che la gazzella avranno sull’argomento pareri ben diversi… e così è per noi: spesso giudichiamo un evento “bene” o “male” a seconda se siamo nella posizione della gazzella o del leone. Inoltre, quando qualcuno ci ferisce, tendiamo a prenderla sul personale, a pensare che ce l’abbia con noi o che ci voglia male. Ma invece, molto spesso questo accade per ragioni che non c’entrano nulla con noi: quella persona potrebbe avere avuto una giornata storta, o è malato, o non ci ha compresi, o era distratto, o seguiva una sua necessità, oppure vede le cose diversamente da noi. Tenere presente questo ci aiuta a non vedere gli altri come “nemici” e noi stessi come “vittime”.
Allo stesso modo, quando la vita ci fa soffrire, il più delle volte non riguarda noi personalmente, non c’è un motivo per cui ci capita: non è che il mondo ce l’ha con noi, o che veniamo puniti per qualche ragione. Certo, a volte soffriamo perché commettiamo degli errori (se attraverso la strada senza guardare e mi investono, se non mi preparo per un esame e mi bocciano), ma queste non sono “punizioni” (non c’è una causa morale), bensì conseguenze; in questi casi, dobbiamo imparare dai nostri errori e migliorare, per evitare di ripeterli.

Sofferenza causata dalla società

Una causa di sofferenza ampiamente diffusa ma di cui siamo spesso inconsapevoli, è quella causata dalle regole e dalle costrizioni sociali. Anche se non ce ne rendiamo conto perché vi siamo abituati fin dall’infanzia, siamo continuamente condizionati a reprimere ciò che sentiamo, quello che vorremmo dire e fare, per adeguarci alle norme e alle esigenze altrui (dalle persone intorno a noi fino alle leggi dello Stato).
Come aveva osservato già Freud, questa continua repressione è una delle principali cause di nevrosi e malesseri psichici. Negare il proprio sé, la propria natura autentica, non può essere privo di conseguenze. Al tempo stesso, questa repressione è il “prezzo da pagare” per tutti i vantaggi che ci porta il vivere in società: sicurezza, facile accesso a cibo e risorse, supporto, condivisione di mezzi e informazioni, possibilità di creare cose che da soli mai potremmo. Per essere completamente liberi, l’alternativa sarebbe vivere da soli come eremiti – ma le ragioni per cui non lo facciamo sono ovvie. Certo ci possono essere modi migliori e più armoniosi di vivere in società (la democrazia è assai meglio di dittature o monarchie), ma una vita sociale sarà sempre limitante: in primo luogo, ma non solo, perché la mia libertà finisce dove comincia quella altrui.
Attenuare la sofferenza del vivere in gruppo è però possibile, in vari modi:

  • Sviluppare una propria autonomia di pensiero. Non seguire passivamente la massa, o i gruppi che si frequentano.
  • Mettere in discussione usanze prive di senso o distruttive, e non seguirle solo perché di uso comune o tradizionali.
  • E soprattutto, non dare troppa importanza ai giudizi degli altri, e non dipendere dalla loro approvazione (anche perché non è mai possibile fare contenti tutti).

Sofferenza causata da noi stessi

A volte soffriamo per cause esterne a noi, senza che ne abbiamo colpa alcuna; altre volte, siamo noi stessi a causare gli eventi che ci fanno soffrire. E’ importante riconoscere quando è vero il secondo caso, e assumercene la responsabilità – altrimenti non sapremo cambiare, e continueremo a creare sofferenza.

Due cause specifiche per cui a volte creiamo la nostra sofferenza, sono l’ignoranza e le illusioni(cioè credere a cose non vere).

  • Per esempio, ci sono convinzioni diffuse che ci rendono infelici ma, finché non le mettiamo in discussione, continuiamo a seguirle.
  • Oppure, non conosciamo le ragioni per cui le persone si attraggono e si piacciono (oppure no), e quindi ci muoviamo “a casaccio” nel mondo delle relazioni.
  • Anche nell’ambito sentimentale, molti tendono a credere a pregiudizi e idee ingannevoli, che portano a infinite incomprensioni e scontri in amore.

Non è mai abbastanza

A volte soffriamo perché vediamo la nostra vita in modo distorto: ci concentriamo sui lati negativi e trascuriamo quelli positivi. Per la maggior parte del tempo, la nostra mente funziona così: se nella tua vita hai nove cose positive ed una negativa, tenderai a soffrire per quell’una che non funziona, e trascurerai di apprezzare le nove che vanno bene. Anche quando le cose ci vanno bene, di rado sappiamo goderci il momento presente; invece, tendiamo a desiderare altro e di più. Qualunque obiettivo raggiungiamo, non è mai abbastanza. Quindi viviamo proiettati verso una ipotetica felicità futura, invece di sentirci felici per quello che siamo e abbiamo. La felicità possibile nel presente ci sfugge perché siamo concentrati su quella immaginaria nel futuro.

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Sofferenza causata dalle aspettative

Ogni volta che abbiamo un’aspettativa irreale o impossibile (sia verso il mondo esterno che verso se stessi), finiamo col crearci frustrazione e infelicità. Spesso non sono gli eventi in sé che generano la sofferenza, ma le aspettative che abbiamo in proposito: se ottengo 100 e mi aspettavo 200 sarò deluso; ma se ottengo 100 e mi aspettavo 50, sarò ben contento. Stesso evento, diversa reazione.
Se siamo spesso frustrati da quel che ci capita, è bene chiedersi se le nostre aspettative siano esagerate. Se ci aspettiamo che tutto vada a modo nostro (il mondo, la vita, il comportamento altrui…), ci ritroveremo costantemente insoddisfatti.

Sofferenza causata dalla competizione

A volte soffriamo perché ci sentiamo spinti alla competizione:

  • lo sforzo negli studi per acquisire competenze che diano maggiori opportunità;
  • la lotta per ottenere un posto di lavoro, e poi per fare carriera;
  • la conquista di un partner e la paura dei tradimenti, ecc.

Anche se queste situazioni ci possono apparire crudeli, in realtà sono anch’esse “naturali”, perché la natura stessa funziona secondo principi di “competizione darwiniana”. In natura, si è costantemente alla ricerca di risorse (cibo, riparo, partner), e in lotta contro altri individui e condizioni avverse: i più adatti prosperano, i meno adatti periscono. Gli esseri umani hanno sviluppato la società anche per attenuare queste condizioni (per esempio, tramite leggi uguali per tutti e servizi condivisi), ma la competizione rimane alla base della nostra natura (tutti vorrebbero il meglio, ma non tutti possono averlo).

La giustizia non esiste in Natura

A volte soffriamo perché subiamo delle ingiustizie. Per gli esseri umani la giustizia è un concetto primario, al punto che ci sembra una “legge naturale” – ma non è affatto così. In Natura non esiste giustizia o equità, ma vige la lotta per la sopravvivenza e la prevalenza del più adatto.
Sicuramente è importante impegnarsi per un mondo equo e giusto, per noi e per gli altri, ma non dovremmo stupirci se questo non sempre avviene. La giustizia è una invenzione umana, una funzione artificiale della società, un ideale che non sempre si riesce ad applicare.

Sofferenza per disastri naturali

Quando accadono disastri naturali (terremoti, eruzioni, uragani, tsunami, ecc.), siamo sconvolti e atterriti. Ci chiediamo il perché accadono eventi così terribili, la ragione di tanta sofferenza. La risposta che si davano gli antichi era l’ira o la vendetta di qualche dio; anche tutt’oggi alcuni vedono questi disastri come punizioni divine. Ma questi sono modi ingenui di dare una spiegazione “umana” ad eventi tanto più grandi di noi.
In realtà, i disastri naturali sono semplicemente meccanismi nel funzionamento del nostro pianetaNon hanno nulla a che fare con la nostra presenza: accadevano miliardi di anni fa, quando noi non c’eravamo, e accadranno quando noi saremo estinti. La Terra segue il suo corso, ignara delle conseguenze per le creature che ospita; un po’ come un elefante che è ignaro delle formiche che possono essere sul suo dorso.

Sofferenza senza senso

Dare una spiegazione agli eventi è un bisogno umano, e forse per questo certe religioni o filosofie dicono che ogni evento ha sempre un senso, un suo scopo. Ma quello che accade non sempre ha un senso: un terremoto non ha alcuno scopo, accade e basta (anche se ha una spiegazione geologica).
E’ vero che c’è sempre un motivo o una spiegazione agli eventi, ma non sempre è morale (le leggi naturali, la fisica o la biologia, sono amorali e indifferenti ai destini umani) o logico ai nostri occhi (una malattia segue una sua “logica” che prescinde dalla nostra).

Superare la sofferenza

Anche a causa di certi insegnamenti religiosi o “new age” (per quanto ben intenzionati), che credono in una connessione diretta tra le nostre virtù o azioni, e i risultati che otteniamo, certe persone vedono la sofferenza come un segno che hanno sbagliato, sono “peccatori” o hanno “perduto la grazia di Dio”: “Se avessi fatto tutto giusto – pensano – allora tutto andrebbe bene”. Come ampiamente spiegato sopra, invece, gli eventi negativi capitano a tutti, buoni e cattivi, a volte senza alcun motivo. E’ evidente che non sempre i “buoni” vengono premiati e i “cattivi” puniti.
Quando soffriamo, non vuol dire che siamo sbagliati, incapaci o colpevoli. A volte dipende dalle nostre azioni, ma altre volte succede solo perché siamo nel luogo sbagliato al momento sbagliato.

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Non tutto il male viene per nuocere

La sofferenza non è solo negativa, presenta anche degli aspetti “luminosi” e utili:

  • Ci fa crescere, ci spinge a migliorare ed evolverci.
  • Ci insegna a comprendere la sofferenza altrui (se non abbiamo provato un dolore particolare, non possiamo capire chi si trova in quella situazione). Aumenta la nostra empatia e compassione.
  • Ci induce ad apprezzare le cose positive (se fosse tutto facile e scontato, non lo apprezzeremmo).

Quindi, per certi versi la sofferenza ci rende più umani, più tolleranti e più saggi.

Altre risposte alla sofferenza

Nei casi in cui la sofferenza sia inevitabile, prendersela o combatterla è inutile (e persino controproducente): farlo non fa che aumentare la sofferenza stessa. E’ molto più produttivo concentrarsi su quel che di positivo abbiamo nella nostra vita, e godercelo. Anche quando non possiamo diminuire l’oscurità, possiamo però aumentare la luce.

Poiché l’esperienza della sofferenza è eterna e universale, nel corso del tempo l’uomo ha sempre cercato risposte e rimedi:

  • Come già accennato, la filosofia ha proposto numerose interpretazioni e metodi per affrontare la sofferenza e l’ignoto.
  • La classica “Preghiera della serenità” offre un’ispirazione preziosa per affrontare le preoccupazioni.
  • La psicologia e la comprensione dell’animo umano, offrono molti strumenti per diminuire la sofferenza e aumentare la felicità.
  • Coltivare una posizione di “ragionevole saggezza” (una visione realistica, in equilibrio tra gli estremi dell’ottimismo ingenuo e del pessimismo disperato), ci permette di affrontare meglio la sofferenza ed esserne meno influenzati.

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Differenza tra anestesia locale, regionale, generale, spinale ed epidurale

MEDICINA ONLINE SURGERY SURGEON RECOVERY TAGLIO ANESTESIA GENERALE REGIONALE LOCALE EPIDURALE SPINALE SNC BISTURI PUNTI SUTURA COSCIENTE PROFONDA MINIMA ANSIOLISI ANESTHETIC AWARENESS WALLPAPER PICS PHOTO HD HI RES PICTURESCol termine “anestesia” si indica in medicina l’abolizione della sensibilità, della coscienza e del dolore, associato a rilassamento muscolare che si rende necessario – per vari motivi – durante un intervento di chirurgia o durante una procedura invasiva e/o dolorosa. Esistono tre principali tipi di anestesia: locale, regionale e generale.

  • Anestesia locale: il farmaco anestetico viene iniettato sulla pelle al fine di anestetizzare una piccola superficie, in genere superficiale; è molto usata in chirurgia dermatologica.
  • Anestesia regionale: i due approcci di anestesia loco-regionale più comuni sono la spinale e l’epidurale, utili ad anestetizzare ampie regioni dell’organismo, per esempio dalla vita in giù. In molti casi il paziente rimane sveglio e cosciente, non prova dolore e può esserci una ridotta o assente sensibilità alla zona da operare.
  • Anestesia generale (anche chiamata “totale”): è l’approccio più profondo, in cui il paziente viene fatto addormentare; possono essere usati sia farmaci inanti che per via endovenosa. Durante l’intervento viene in genere inserito un tubo di respirazione attraverso la bocca per garantire la funzionalità respiratoria

Ricordiamo poi la possibilità di ricorrere alla sola sedazione, superficiale o profonda, che permette di trattare ansia e dolore determinando nel paziente uno stato simile ad un sonno leggero, ma che può essere facilmente interrotto “svegliando” il soggetto in caso di necessità.

Perchè si preferiscono spinale ed epidurale alla totale?

Cuore e cervello non vengono influenzati dall’anestesia e si riduce così drasticamente il rischio di complicazioni gravi.

Qual è la differenza tra l’anestesia spinale ed epidurale?

L’anestesia spinale prevede un’unica iniezione, per un effetto che dura da 90 minuti a circa 4 ore. Nel caso dell’epidurale viene posto un catetere a livello della schiena, che permette di dosare nel tempo i farmaci nelle dosi necessarie; può rimanere in sede ed essere utilizzato fino a 2-3 giorni.

Leggi anche: Visita anestesiologica e pre-anestesia prima dell’anestesia generale

È possibile mangiare o bere prima dell’anestesia?

Per quanto riguarda l’anestesia locale non c’è alcun problema o preparazione, mentre le anestesie loco-regionali e a maggior ragione quelle totali richiedono il digiuno dal giorno precedente l’esame. A seguito della somministrazione dell’anestesia i riflessi vengono rallentati o inibiti e in caso di cibo presente all’interno dello stomaco questo potrebbe risalire attraverso l’esofago e, nel peggiore dei casi, imboccare la strada dei polmoni causando una grave forma di polmonite (polmonite ab ingestis). Nel caso di anestesia regionale il digiuno è suggerito come precauzione nel caso di necessità di indurre in emergenza l’anestesia totale. In alcuni casi può venire consentito bere liquidi chiari fino a qualche ora prima.

Leggi anche: Sedazione cosciente: via inalatoria, endovenosa e gastrointestinale

Devo continuare a prendere le mie medicine abituali?

Tutti i farmaci che si assumono abitualmente vanno segnalati durante la visita anestesiologica, in quella sede il medico anestesista valuterà quali farmaci eventualmente sospendere o sostituire; molto frequente è per esempio la sostituzione di Coumadin (o altri anticoagulanti) con l’eparina, ma QUALSIASI modifica alla terapia abituale va concordata con l’anestesista. Durante la visita vanno segnalate anche cure erboristiche e di qualsiasi altro tipo.

Come funziona l’epidurale durante il parto?

Il blocco epidurale viene realizzato nella parte bassa della schiena e consente di alleviare il dolore durante l’intervento, possibilmente facendo mantenere alla paziente la capacità di muoversi e di spingere.

Leggi anche: Differenza tra sedazione cosciente e profonda, anestesia ed ipnosi

È necessario smettere di fumare prima dell’intervento chirurgico?

Al di là delle ovvie considerazioni su benefici legati allo smettere di fumare, farlo prima di un intervento chirurgico può essere particolarmente vantaggioso, perché sembra esserci una maggior probabilità di successo e una riduzione del rischio di andare incontro a sintomi di astinenza; si riducono inoltre i rischi di complicazioni legati alla chirurgia.

  • I fumatori hanno una maggiore produzione di muco, che può bloccare le vie aeree e renderle più inclini a restringersi durante l’anestesia.
  • I fumatori hanno una ridotta capacità di trasporto di ossigeno nel sangue, ma la sospensione per almeno 12 ore è già sufficiente a migliorarla in modo significativo in vista dell’intervento.
  • Ci sono prove in letteratura di aumento del rischio di complicazioni respiratorie durante e dopo l’anestesia generale nei bambini esposti a fumo passivo.
  • I tassi di complicazione chirurgica sono più alti nei fumatori.
  • Il fumo ha effetti negativi sul microcircolo, tanto da compromettere o ritardare la guarigione delle ferite.

Per tutti questi motivi si raccomanda almeno la sospensione entro 12 ore dalla chirurgia.

Gli interventi più duraturi sono anche più pericolosi?

Non necessariamente, anzi, i fattori che entrano in gioco sono numerosi e tra i più importanti troviamo:

  • stato di salute del paziente ed eventuale presenza di malattie croniche,
  • competenza dell’anestesista,
  • tipo di intervento chirurgico.

Leggi anche: Cosa mi succede durante una anestesia generale?

Le anestesie spinali ed epidurali causano mal di testa?

Esiste il rischio di mal di testa severo e persistente a seguito di anestesia loco-regionale, ma è molto meno comune di quanto si pensi (indicativamente un caso ogni 100-500 iniezioni, a seconda delle fonti consultate); viene percepito sulla fronte o a livello della nuca e migliora in posizione distesa. È talvolta associata a nausea, dolore al collo e fotofobia (fastidio verso le luci forti). In questi casi si proveranno rimedi gradualmente più aggressivi, fino a risoluzione:

  • aumento del consumo di liquidi,
  • riposo in posizione sdraiata,
  • paracetamolo o farmaci antinfiammatori, eventualmente associati a caffeina,
  • antidolorifici più forti.

Quando questi approcci non fossero sufficienti, a distanza di qualche settimana l’anestesista ricorrerà all’iniezione in sede lombare di una piccola quantità di sangue prelevata dal braccio, per stimolare la formazione di un coagulo che possa riparare il piccolo danno provocato dall’iniezione iniziale.

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Si può morire a causa dell’anestesia?

Purtroppo si. La morte è una complicazione rarissima dell’anestesia, la cui probabilità dipende fortemente da molti fattori, tra cui stato generale di salute del paziente, tipo di intervento, durata dell’intervento, presenza di allergie gravi alle sostanze usate per l’anestesia. Statistiche canadesi stimano questo rischio come paragonabile a quello di volare in aereo, ossia drasticamente inferiore da quello che si corre durante gli spostamenti in auto.

Leggi anche: Perché l’anestesia generale è così pericolosa? Effetti collaterali e pericoli

Potrei avere mal di gola dopo l’intervento chirurgico?

In circa un paziente su cinque o poco più si rileva un leggero mal di gola destinato a risolversi spontaneamente nel giro di qualche giorno e dovuto al tubo inserito durante l’intervento in anestesia totale.

Sentirò male dopo l’intervento?

Qualsiasi operazione chirurgica può essere causa di dolore, ma negli ultimi l’attenzione al benessere del paziente è stata particolarmente valorizzata e anestesista e chirurgo faranno il possibile per ridurre il più possibile il possibile disagio nei giorni seguenti la chirurgia, attraverso efficaci farmaci antidolorifici.

Leggi anche: Dopo l’anestesia generale: come ci si sente e quanto tempo serve per smaltire l’anestetico

Avrò la nausea dopo l’intervento?

La nausea ed eventualmente il vomito sono tra gli effetti collaterali più comuni dell’anestesia totale, ma destinati a sparire al massimo nell’arco di qualche ora ed eventualmente trattabili con specifici farmaci.

Potrei rompermi un dente?

La rottura di uno o più denti è un evento raro, ma possibile, che colpisce circa un paziente ogni 2000; sono a maggior rischio i soggetti con problemi pre-esistenti, cattiva igiene orale o quando per qualche motivo l’anestesista trovi difficoltà nella fase di intubazione.

Dirò cose sotto l’influenza dell’anestesia che non direi altrimenti?

No, con le attuali sostanze questa circostanza non si verifica più; si è verificata talvolta in passato quando ancora si usava la ketamina.

Si sogna durante l’anestesia totale?

No, perchè viene indotto un sonno profondo che non prevede la possibilità di sognare.

Leggi anche: Differenza tra anestesia generale e sonno

Esiste il rischio di svegliarsi durante l’anestesia?

Si, questo fenomeno si chiama in inglese “Anesthesia awareness” ed è una rara condizione che può verificarsi durante l’anestesia totale (le anestesie epidurali e spinali sono effettuate a paziente sveglio) in cui viene meno l’effetto anestetico e il paziente si sveglia durante l’intervento chirurgico. Il fenomeno è ben conosciuto dagli anestesisti e negli anni si sono sviluppate tecniche per ridurre al minimo la possibilità che si verifichi; cinematograficamente parlando viene talvolta presentato come evento drammatico in cui il soggetto

  • si sveglia,
  • avverte il dolore come in assenza di anestesia,
  • ma è incapace di muoversi per avvertire l’équipe chirurgica.

Benchè teoricamente possibile, per verificarsi questa condizione dovrebbero coincidere diversi aspetti:

  • inefficacia dell’anestesia (risveglio),
  • inefficacia dell’analgesia (dolore),
  • efficacia delle sostanze che prevengono la capacità di movimento.

Da un punto di vista generale la frequenza di questo fenomeno è stimata in circa un caso su mille, ma MOLTO più rara è la condizione più drammatica qui descritta. Per approfondire, leggi: Anestesia cosciente o risveglio intraoperatorio: risvegliarsi durante una operazione chirurgica ma non poter parlare né muoversi

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Psicoterapia psicosintetica: l’allontanamento dal Sé transpersonale

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Roma Medicina Chirurgia Estetica Rughe Filler Cavitazione Peso Dimagrire Pancia Grasso Dietologo Cellulite Senologo Allungare Pene PSA Pelle Grasso Pancia Sessuologo Sesso COME INTERNET CAMBIANDO CERVELLOLa psicosintesi è un movimento psicologico di derivazione psicoanalitica, fondato agli inizi del secolo dallo psichiatra Roberto Assagioli (1888-1974) e sviluppatosi poi come indirizzo umanistico-esistenziale, vicino anche a temi transpersonali.

Gli psicoterapeuti psicosintetisti ritengono che il sintomo sia l’espressione di un allontanamento dal Sé transpersonale, il cui riflesso nel campo della coscienza è il sé o io personale. L’uomo, secondo tale approccio, ha dentro di sé l’aspirazione alla completezza e alla sintesi, e si muove nella sua vita secondo due dinamiche fondamentali, quella del conflitto tra molteplicità ed unità e quella fra passato e futuro. La terapia psicosintetica, che si basa su una prima fase di tipo analitico, procede con colloqui generalmente faccia a faccia, esercizi di disidentificazione e autoidentificazione, oltre a tecniche specifiche come le visualizzazioni per sviluppare le varie parti che compongono la personalità del paziente (subpersonalità) e armonizzarle quindi attorno al sé. Cardini della terapia sono la scoperta e lo sviluppo della volontà intesa in senso psicosintetico, e l’attenzione per la parte spirituale o transpersonale dell’individuo.

Il percorso terapeutico si snoda quindi in un percorso dove il dolore e la sofferenza viene vista come opportunità evolutiva; si passa perciò da una fase conoscitiva a una interpretativa per arrivare alla parte attivo-sintetica, mediante la quale il sé agisce attivamente sulla situazione per trasformarla o comunque accettarla.

Per la psicosintesi il rapporto terapeutico ha due scopi fondamentali: il dissolvimento o la trasformazione dello stesso, in quanto il paziente ricerca la sua autonomia e capacità di guidarsi da solo, e la guarigione esistenziale, intesa non tanto come perdita dei sintomi quanto come acquisto in salute e maturazione psichica di cui la sofferenza costituisce la naturale gestazione.

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Antidepressivi triciclici: tipi, indicazioni e meccanismo di azione

MEDICINA ONLINE FARMACO FARMACIA AEROSOL ASMA PHARMACIST PHOTO PIC IMAGE PHOTO PICTURE HI COMPRESSE INIEZIONE SUPPOSTA PER OS INTRAMUSCOLO PRESSIONE DIABETE CURA TERAPIA FARMACOLOGICA EFFETTI COLLATERALI CONTROINDICAZIONII triciclici (TCA) sono una classe di farmaci antidepressivi che agiscono attraverso l’inibizione non selettiva (o, in alcuni casi selettiva per la noradrenalina) della ricaptazione dei neurotrasmettitori monoamine. La struttura chimica dei triciclici è analoga a quella delle fenotiazine e inizialmente vennero prodotti come farmaci antipsicotici.

Il principale effetto dei TCA consiste nel blocco della ricaptazione delle ammine dalle terminazioni nervose, probabilmente per competizione con il trasportatore. Molti di questi farmaci, inoltre, interagiscono con recettori neurotrasmettitoriali, tra cui i recettori colinergici muscarinici, i recettori serotoninergici e i recettori istaminici causando vari effetti collaterali. Tra questi i più importanti sono: sedazione (blocco H1); ipotensione ortostatica (blocco recettori adrenergici); secchezza delle fauci, offuscamento della vista, costipazione (blocco muscarinico), nonché ritenzione urinaria, tachicardia, confusione e disfunzioni sessuali.

La tossicità avviene ad approssimativamente 10 volte i dosaggi normali (l’indice terapeutico è relativamente basso); questi farmaci sono spesso letali se assunti in sovradosaggio, dal momento che possono causare aritmie ventricolari, delirio e convulsioni. Sono controindicati in caso di ipertrofia prostatica e glaucoma. Sebbene siano ancora prescritti in condizioni particolari nei tempi più recenti il loro uso è stato largamente rimpiazzato in clinica dai più recenti inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) e dagli inibitori della ricaptazione di serotonina e noradrenalina (SNRI), che in genere presentano meno effetti collaterali.

Leggi anche:

Tipologia

Questa categoria di farmaci include:

Antidepressivi Triciclici a tipo Amina Terziaria:

  • Amitriptilina (Elavil, Endep, Laroxyl)
  • Clomipramina (Anafranil in Italia e USA, poco effetto anticolinergico)
  • Doxepina (Adapin, Sinequan)
  • Imipramina (Tofranil, Pertofran)
  • Trimipramina (Surmontil)

Antidepressivi Triciclici a tipo Amina Secondaria

  • Desipramina (Nortimil in Italia, Norpramin in USA)
  • Nortriptilina (Pamelor, Aventyl)
  • Protriptilina (Vivactil).

Indicazioni terapeutiche

I farmaci antidepressivi triciclici sono usati principalmente nel trattamento dei disturbi dell’umore come depressione maggiore, distimia e disturbi bipolari, in particolare nelle varianti resistenti al trattamento, in molti casi non sono più, infatti, i farmaci di prima scelta. Possono essere impiegati anche nel trattamento di numerosi disordini tra cui i casi di ansia, fobia sociale, disturbo ossessivo-compulsivo, panico, disturbo post traumatico da stress, sindrome da fatica cronica, dismorfofobia, disturbi del comportamento alimentare come anoressia nervosa e bulimia, alcuni disturbi della personalità come il disturbo borderline di personalità e la sindrome da deficit di attenzione e iperattività così come dolore cronico, nevralgie o dolore neuropatico e fibromialgia, cefalea o emicrania, sindrome di Tourette, Tricotillomania, sindrome dell’intestino irritabile, cistite interstiziale, enuresi, narcolessia, insonnia, pianto o riso patologici, singhiozzo cronico, avvelenamento da ciguatera e come adiuvante nella terapia della schizofrenia. L’effetto antidepressivo non si manifesta prima di 15-20 giorni; un miglioramento clinico dopo pochi giorni è da giustificare come un effetto placebo o alla sedazione dell’ansia.

Depressione clinica

Per molti anni gli antidepressivi triciclici sono stati il trattamento farmacologico di prima scelta nella depressione. Sebbene siano considerati ancora oggi molti efficaci, sono stati progressivamente sostituiti da antidepressivi con un migliorato profilo di sicurezza e che presentano meno effetti collaterali come gli SSRI ed altri nuovi antidepressivi come gli inibitori reversibili delle MAO (moclobemide). Gli antidepressivi triciclici rimangono, ad oggi, la classe più efficace nel trattamento della depressione per pazienti ospedalizzati e nella depressione maniacale. Gli antidepressivi più recenti hanno minori e meno gravi effetti collaterali, inoltre è più difficile che causino danni gravi o morte se usati in tentativi di suicidio, poiché l’intervallo terapeutico è molto più esteso e la dose terapeutica è molto inferiore alla dose letale 50. I TCA sono ancora impiegati, occasionalmente, nel trattamento dei pazienti che non sono responsivi alla terapia con i nuovi farmaci, Non danno significativa dipendenza fisiologica e per il loro profilo farmacologico sono preferibili in molti casi agli inibitori della MAO (MAOI). I primi effetti collaterali dei TCA in genere insorgono prima della minima concentrazione terapeutica per il trattamento della depressione e/o dell’ansia e, per questo motivo, possono essere pericolosi in quanto aumentando la volizione possono aumentare il desiderio del paziente di suicidarsi.

Sindrome da deficit di attenzione e iperattività

I TCA sono stati utilizzati nel trattamento della sindrome da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) sebbene ad oggi non siano più impiegati in quanto sostituiti da farmaci più efficaci e con meno effetti collaterali come la atomoxetina(nomi commerciali Strattera, Tomoxetin e Attentin) e stimolanti come il metilfenidato (Ritalin, Focalin, Concerta’ ecc.), e amfetamine (Adderall, Dexedrine). Si ritiene che l’ADHD sia causata da una carenza di dopamina e noradrenalinanell’attività cerebrale a livello della corteccia prefrontale del cervello. La maggior parte dei TCA inibisce la ricaptazione di noradrenalina, ma non di dopamina: per questo mostrano dei risultati nel trattamento dell’ADHD ma non sono farmaci di prima scelta. È stato osservato che i TCA curano più efficacemente la componente comportamentale dell’ADHD rispetto a quella cognitiva in quanto limitano l’iperattività e l’impulsività, ma non hanno mostrato benefici significativi sull’attenzione.

Dolore cronico

Gli antidepressivi triciclici hanno mostrato efficacia nel trattamento clinico di diversi tipi di dolore cronico, tra cui nevralgie o dolore neuropatico e fibromialgie. I dettagli del loro meccanismo d’azione per quanto concerne l’effetto analgesico sono poco chiari, ma si ritiene che siano modulatori indiretti del sistema oppioide attraverso neuromodulazione serotoninergica e noradrenergica. I TCA hanno mostrato attività anche nella prevenzione dell’emicrania, ma non danno sollievo immediato nel caso di un attacco acuto.

Farmacologia

La maggior parte dei TCA agiscono principalmente come inibitori non selettivi della ricaptazione di serotonina e noradrenalina (SNRI) bloccando il trasportatore della serotonina (SERT) e della noradrenalina (NET) rispettivamente. Ciò provoca un aumento della concentrazione sinaptica di questi neurotrasmettitori e pertanto un incremento nella trasmissione nervosa. I TCA hanno affinità trascurabile per il trasportatore della dopamina (DAT) e pertanto non hanno alcuna azione come inibitori della ricaptazione di dopamina. Si ritiene che sia la serotonina sia la noradrenalina svolgano un ruolo nella depressione e nell’ansietà, ed è dimostrato che un aumento della loro attività ha effetti positivi su questi disordini mentali.

Oltre all’attività inibitoria sulla ricaptazione di neurotrasmettitori, molti TCA hanno anche alta affinità come antagonisti recettoriali sui recettori serotoninergici 5-HT2 5-HT2A e 5-HT2C, 5-HT6 e 5-HT7, sui recettori adrenergici α1e sui recettori NMDA e come agonisti del recettore σ e σ2, alcuni dei quali possono contribuire al loro effetto terapeutico così come agli effetti collaterali.

I TCA hanno anche una affinità variabile ma generalmente alta nell’antagonizzare i recettori istaminici H1 ed H2, così come i recettori muscarinici. Il risultato sono potenti azioni antistaminiche e anticolinergiche. Questi effetti sono generalmente indesiderati nell’azione antidepressiva e contribuiscono ai significativi effetti collaterali di questa classe di farmaci. La gran parte, se non tutti, i TCA sono anche potenti inibitori dei canali del sodio e dei canali del calcio di tipo L e pertanto agiscono come bloccanti del canale del sodio e del calcio rispettivamente. La prima attività è responsabile dell’alta mortalità nei casi di sovradosaggio a causa della cardiotossicità.

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Schizofrenia: cosa fare in caso di crisi? A chi chiedere aiuto?

MEDICINA ONLINE CERVELLO TELENCEFALO MEMORIA EMOZIONI CARATTERE ORMONI EPILESSIA STRESS RABBIA IRA PAURA FOBIA SONNAMBULO ATTACCHI PANICO ANSIA VERTIGINE LIPOTIMIA IPOCONDRIA PSICOLOGIA PSICOSOMATICA PSICHIATRIA OSSESSIVOLa schizofrenia è una psicosi cronica caratterizzata dalla persistenza di sintomi di alterazione del pensiero, del comportamento e dell’affettività, da un decorso superiore ai sei mesi, con forte disadattamento della persona ovvero una gravità tale da limitare le normali attività di vita della persona.

Che fare in caso di crisi?

Durante un episodio acuto, lo schizofrenico è spesso agitato, angosciato, in preda ad allucinazioni o a idee deliranti. Bisogna fare di tutto per evitare di agitarlo ulteriormente. Quindi è preferibile essere soli con lui, anche se ci sono persone in una stanza vicina, e provare a rassicurarlo parlandogli dolcemente nel modo più normale possibile. Meglio non toccarlo, fissarlo negli occhi o stargli troppo vicino, né bloccare le uscite, per evitare che si senta minacciato e per proteggere voi stessi. Occorre dimostrargli empatia, chiedendogli cosa c’è che non va o commentando ciò che sente (“Hai paura?”), senza moltiplicare le domande o fargli un discorso. Con formule più semplici, ripetute in modo identico, si rischia meno di destabilizzarlo. Occorre tentare poi di convincerlo ad andare all’ospedale o in un centro di accoglienza e di crisi (aperto 24 ore su 24), cosa che non è sempre facile. Tutto sarà più semplice se vi informerete prima presso i medici sul comportamento da adottare e le strutture di accoglienza vicine a voi.

Leggi anche: Amare uno schizofrenico: come comportarsi con uno schizofrenico?

A chi chiedere aiuto in caso di crisi?

Al momento, non esiste una ricetta miracolosa per affrontare queste crisi, che fanno molta impressione sulla cerchia di familiari e amici, che spesso si trova particolarmente sola in questi momenti. Ottenere la visita di uno psichiatra a domicilio è, di regola, impossibile. I pompieri, cioè il SAMU, raramente accetteranno di spostarsi per queste persone agitate. Il medico curante o un’altra persona con cui il malato ha un rapporto di fiducia potranno essere un aiuto prezioso. Ma la polizia a volte è l’unica risorsa quando non è possibile alcuna comunicazione e la persona è violenta. È una soluzione traumatizzante, da non utilizzare se non in casi estremi. Eventualmente occorrerà ricorrere ad un ricovero o alla richiesta di un terzo (se il malato ha bisogno di cure e non è in stato di dare il suo consenso) o un ricovero d’ufficio (in caso di pericolo per l’ordine pubblico o per le persone). I servizi detti “del settore psichiatrico”, ovvero di accoglienza principalmente di pazienti che abitano in un determinato settore geografico sono suscettibili di ricevere in qualsiasi momento questi pazienti in crisi.

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Comportamento schizofrenico: come fare diagnosi di schizofrenia

MEDICINA ONLINE CERVELLO TELENCEFALO MEMORIA EMOZIONI CARATTERE ORMONI EPILESSIA STRESS RABBIA PAURA FOBIA SONNAMBULO ATTACCHI PANICO ANSIA VERTIGINE LIPOTIMIA IPOCONDRIA PSICOLOGIA DEPRESSIONE TRISTE STANCHEZZALa schizofrenia è una psicosi cronica caratterizzata dalla persistenza di sintomi di alterazione del pensiero, del comportamento e dell’affettività, da un decorso superiore ai sei mesi, con forte disadattamento della persona ovvero una gravità tale da limitare le normali attività di vita della persona.

Come si fa la diagnosi di schizofrenia?

Per la diagnosi di schizofrenia conta sia la natura sia la durata dei sintomi (sintomi che differiscono per durata caratterizzano ad esempio il disturbo schizofreniforme). I sintomi psicotici possono essere presenti in molti altri disturbi mentali, tra cui il disturbo bipolare, il disturbo borderline di personalità, le intossicazione da sostanze stupefacenti e la psicosi farmaco-indotta. Deliri (“non bizzarri”) sono presenti anche nel disturbo delirante e il ritiro sociale nella fobia sociale, nel disturbo evitante di personalità e nel disturbo schizotipico di personalità. La schizofrenia è in comorbilità con il disturbo ossessivo-compulsivo (OCD), molto più spesso di quanto potrebbe essere spiegato per puro caso, anche se può essere difficile distinguere le ossessioni che si verificano nelle OCD dalle illusioni della schizofrenia. Una ridotta percentuale delle persone che smettono di assumere benzodiazepine sperimenta una grave sindrome da astinenza protratta, che può assomigliare alla schizofrenia e che in seguito può essere diagnosticata erroneamente come tale. La schizofrenia viene diagnosticata in base a criteri del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, edito dall’American Psychiatric Association, giunto nel 2013 alla sua quinta edizione (DSM-5), o con quelli della International Statistical Classification of Diseases and Related Health Problems (ICD-10) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Questi criteri utilizzano le esperienze auto-riferite dei pazienti e descrivono le anomalie nel comportamento; devono essere seguiti da una valutazione clinica da parte di un professionista della salute mentale. I sintomi associati alla schizofrenia devono verificarsi per un continuum e devono raggiungere una certa gravità, prima che una diagnosi possa essere formulata. Al 2009 non esiste un test diagnostico oggettivo. I criteri espressi nell’ICD-10 sono tipicamente utilizzati nei paesi europei, mentre quelli del DSM-5 sono adottati negli Stati Uniti e in varia misura in tutto il mondo e inoltre sono prevalenti negli studi di ricerca. I criteri dell’ICD-10 pongono maggiormente l’attenzione sui sintomi di Schneider di primo rango. Nella pratica, l’accordo tra i due sistemi è elevato.

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Secondo l’edizione riveduta del DSM-V, tre criteri diagnostici devono essere soddisfatti per una diagnosi di schizofrenia:

  • (A) Sintomi caratteristici: La presenza persistente di due o più dei sintomi che seguono, per un periodo significativo che si considera di almeno un mese (si osserva che la durata può essere inferiore se il sintomo recede a seguito di trattamento):
    • deliri;
    • allucinazioni;
    • disorganizzazione del discorso verbale (es: perdere il filo, incoerenza, divagazione e espressione troppo astratta);
    • grave disorganizzazione del comportamento (es. nel vestiario, nelle abitudini diurne, disturbi del sonno, disforia, piangere o ridere frequentemente e inappropriatamente), oppure stato gravemente catatonico;
    • presenza di sintomi negativi, cioè che trasmettono un forte senso di disinteresse, lontananza o assenza del soggetto: appiattimento affettivo (mancanza o forte diminuzione di risposte emozionali), alogia (assenza di discorso), avolizione (mancanza di motivazione), disturbi dell’attenzione e delle capacità intellettive, assenza di contatto visivo.
  • (B) Deficit o disfunzione sociale e/o occupazionale: Per un periodo di tempo significativo uno o più degli ambiti principali della vita del soggetto sono gravemente compromessi rispetto a prima della comparsa del disturbo (lavoro, relazioni interpersonali, cura del proprio corpo, alimentazione ecc.)
  • (C) Durata: persistenza dei sintomi “B” per almeno sei mesi, che includano almeno un mese di persistenza dei sintomi “A”.

È richiesto un solo sintomo del criterio A sé i deliri sono bizzarri, o se le allucinazioni consistono di una voce che continua a commentare il comportamento o i pensieri del soggetto, o di due o più voci che conversano tra loro. Esistono ulteriori criteri (D, E ed F) che servono per diagnosi differenziali o per escludere la schizofrenia nel caso in cui sia stato diagnosticato il disturbo schizoaffettivo o un disturbo dell’umore grave (come la depressione maggiore con manifestazioni psicotiche); oppure in caso di grave disturbo dell’età evolutiva, o disturbi neurologici dovuti a condizioni mediche generali, o i sintomi che siano effetto dell’uso di sostanze stupefacenti o farmaci. Un esame medico generale e neurologico può rendersi necessario per escludere patologie mediche che, raramente, possono produrre psicosi simili alla schizofrenia, come, ad esempio, disturbi metabolici, infezioni sistemiche, sifilide, infezione da HIV, epilessia o lesioni cerebrali. Le indagini non sono generalmente ripetute per le recidive, a meno che non vi sia una specifica indicazione medica o eventuali effetti indesiderati dovuti ai farmaci antipsicotici.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Differenza tra epilessia e sincope

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Medicina Chirurgia Estetica Plastica Cavitazione Dietologo Dieta Perdere Peso Nutrizionista Roma Cellulite Sessuologia Sesso Ecografie Dermatologia Mini Cervello LaboratorioL’epilessia è una condizione neurologica, solitamente cronica, in altri transitoria, caratterizzata da ricorrenti e improvvise manifestazioni con perdita della coscienza e – in alcuni casi – violenti movimenti convulsivi dei muscoli, dette “crisi epilettiche”.  La crisi è causata dalla scarica improvvisa eccessiva e rapida di una popolazione più o meno estesa di neuroni che fanno parte della sostanza grigia dell’encefalo. L’aggregato di neuroni interessati dalla scarica viene definito “focolaio epilettogeno”. Se la scarica interessa tutta la superficie del cervello, si parla di crisi epilettiche generalizzate; se interessa solo una parte della superficie, si parla di crisi epilettiche focali (o parziali).

Con “sincope” si intende perdita di coscienza transitoria a insorgenza rapida, causata da ipo-perfusione cerebrale globale, di breve durata ed a risoluzione spontanea. In tale definizione è stata volutamente inserita la causa d’incoscienza, cioè l’ipoperfusione cerebrale transitoria, cosa che esclude cause come l’ictus e la commozione cerebrale (la forma più comune di trauma cranico nello sportivo) finora non ben distinte dalla sincope vera e propria.

Esistono diverse condizioni e patologie che portano a perdita di coscienza che, all’aspetto, sono simili alla sincope, come ad esempio:

  • epilessia generalizzata senza crisi convulsive;
  • attacchi di panico;
  • ansia generalizzata;
  • ipossiemie acute per bassa tensione d’ossigeno;
  • avvelenamento da monossido di carbonio.

Quindi in caso di attacco epilettico si può verificare una perdita di coscienza simile a quella che si verifica nella sincope, tuttavia quest’ultima è determinata da scarsa perfusione ematica del cervello, mentre ciò non avviene in caso di perdita di coscienza determinata da epilessia.

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