Vi spiego come far entrare sette miliardi di persone in una palla da tennis

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CHIRURGO SPORT TENNIS PALLA RACCHETTA GARAChe siamo fatti di atomi credo lo sappiate già tutti; ma lo sapete che gli atomi sono fatti al 99,9999999999% di vuoto? Se togliessimo tutto lo spazio vuoto tra nucleo ed elettroni, tutti i 7 miliardi di abitanti della terra entrerebbero nello spazio di una palla da tennis! Ma se siamo fatti di atomi, e gli atomi sono fatti quasi solamente di vuoto, come mai se ci sediamo sulla sedia non cadiamo letteralmente per terra? Cominciamo dal principio!

Com’è fatto un atomo?

L’atomo (dal greco ἄτομος cioè “indivisibile”) è una struttura intorno alla quale è organizzata la materia nel mondo fisico. Più atomi formano le molecole, mentre gli atomi sono a loro volta formati da costituenti subatomici quali protoni, neutroni ed elettroni.

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Come potete vedere in questa immagine, al centro dell’atomo c’è un nucleo in cui è concentrata la gran parte della massa dell’intero atomo. Tale nucleo è formato dai protoni (carichi positivamente) e i neutroni (privi di carica). Ad una certa distanza dal nucleo c’è una zona in cui si ha una certa probabilità di trovare uno o più elettroni (carichi negativamente) che possiedono il resto della massa dell’atomo e ruotano all’interno degli orbitali. Gli elettroni hanno una massa estremamente più piccola rispetto al nucleo, per capirci il nucleo è circa 1800 volte più grande di un elettrone.

Atomi piccolissimi e con enormi distanze tra nucleo ed elettroni

I concetti veramente importanti ai fini di questo articolo sono due: un atomo è piccolissimo; la distanza tra nucleo ed elettroni all’interno di un atomo è, in relazione alle dimensioni dell’atomo stesso, enormemente elevata. Eccovi un bell’esempio – tratto da “Il Tao della Fisica” di Fritjof Capra – che chiarisce le dimensioni degli “indivisibili”:
Immaginiamo un’arancia che abbia dimensioni pari a quelle del pianeta terra Terra. A questo punto gli atomi dell’arancia sarebbero grandi come ciliegie. Miriadi di ciliegie strettamente impacchettate in un globo delle dimensioni della Terra: ecco un’immagine ingrandita degli atomi di un’arancia.
Questo per dire che la grandezza di una arancia sta alla grandezza di un suo atomo; come la grandezza del pianeta terra sta alla grandezza di una ciliegia. Le distanze elevatissime tra nucleo ed elettroni si possono comprendere con un altro esempio: se il nucleo atomico fosse grande quanto una mela, gli elettroni gli ruoterebbero attorno ad una distanza pari a circa un chilometro!

Energia

Insomma siamo fatti di tanti piccoli atomi che però sono fatti quasi di nulla. Com’è possibile che due corpi che si scontrano si respingano, se sono entrambi fatti praticamente di… niente? Il motivo è il seguente: due elettroni non possono trovarsi contemporaneamente nello stesso stato quantistico. Quindi quando due elettroni si avvicinano, superato un certo limite iniziano a respingersi automaticamente, come due calamite di polo opposto (principio di esclusione di Pauli). Scritto diversamente: le molecole che compongono la materia non possono essere spinte arbitrariamente una contro l’altra, poiché gli elettroni di ogni molecola non possono entrare nello stesso stato degli elettroni di un’altra molecola. Quando ci sediamo su una sedia pensiamo di toccarla appoggiando il nostro corpo sulla sua superficie, ma in realtà stiamo semplicemente sospesi a meno di un nanometro di distanza dalla sedia, respinti dalle forze elettriche degli atomi che compongono essa ed il nostro corpo. Sono quindi le forze elettriche che entrano in gioco tra gli elettroni delle varie molecole a renderci “solidi” e permetterci di occupare un dato spazio.

Siamo fatti di vuoto

Prima di chiudere voglio insistere su quanto siamo “vuoti dentro” (fisicamente, metaforicamente è un altro discorso!). Ciò appare chiaro facendo un conto: visto che l’atomo ha un raggio di circa 10^-10 metri e il nucleo ha un raggio di 10^-14 metri, a quanto corrisponde la percentuale di spazio vuoto?

1 – (raggioNucleo/raggioAtomo)^3 = 0,999999999999 cioè 99,9999999999% (ci sono ben dieci ’9′ dopo la virgola).

Per capirci: il calcolo che ho fatto nasce dal rapporto tra “volume totale dell’atomo” (raggioAtomo^3 per 4/3 * ∏) e “volume del nucleo” (raggioNucleo^3 per 4/3 * ∏). Semplificando si trova la percentuale. Il calcolo è solo una stima, visto che gli atomi sono molti e hanno tutti raggi diversi, inoltre ogni atomo può avere tanti elettroni; tuttavia il concetto è chiaro: siamo fatti al 99,9999999999% di niente (e il valore di vuoto aumenta quando consideriamo il cervello di certe persone!). Questo ci riporta al pensiero alla base di questo articolo: se togliessimo tutto lo spazio vuoto tra nucleo ed elettroni degli atomi dell’intera umanità, tutti i 7 miliardi di abitanti della terra entrerebbero comodamente nello spazio di una palla da tennis, in barba alla sovrappopolazione!

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
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Vuoi conoscere la data della tua morte?

MEDICINA ONLINE UOMO TRISTE DOLORE MAL DI TESTA PENSIERI DEPRESSIONE STANCHEZZA STANCO BRUTTOIo, sinceramente, no; la vita perderebbe il suo lato più terrorizzante ma che è anche il lato più bello: l’imprevedibilità! E voi che ne pensate? Viene chiamato il “test della morte“, ed è un esame del sangue che permetterebbe di predire le possibilità che una persona, anche apparentemente non malata, possa morire per qualche problema di salute entro i prossimi cinque anni. A metterlo a punto è stato un gruppo di scienziati estoni e finlandesi: intervistati dal quotidiano inglese Telegraph, hanno dichiarato che si tratta di una scoperta eccezionale perché un semplice esame del sangue può prevedere future possibilità di morte.

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I BIOMAKER ESAMINATI

Lo studio, pubblicato dalla rivista Plos Medica, si è concentrato su quattro biomarker, molecole biologiche che si possono trovare nel sangue o nei liquidi corporei e che possono essere spie della presenza di qualche processo anomalo. Se presenti in contemporanea e in elevate quantità nel corpo umano, indicano un certo livello di fragilità: sono l’albumina, l’alfa 1 glicoproteina acida, il citrato e le lipoproteine, particelle legate a disfunzioni di fegato e reni, nonché a infiammazioni, infezioni, metabolismo e salute vascolare.

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I RISULTATI DEI TEST

Degli oltre 17 mila soggetti studiati in cinque anni per un totale di oltre 100 biomarkers analizzati, 684 persone sono morte per le più svariate malattie: tutti coloro che hanno perso la vita però avevano in corpo le stesse quattro molecole biologiche in simili livelli. Un partecipante su cinque è deceduto nel primo anno di ricerca ed era tra coloro che presentavano il più alto punteggio di albumina, alfa 1 glicoproteina acida, citrato e lipoproteine.

AMPIA PLATEA DI SPERIMENTAZIONE

I primi ricercatori ad arrivare a individuare i quattro biomarkers sono stati gli estoni testando 9.842 soggetti, ma i risultati sono stati ritenuti così sorprendenti che gli scienziati hanno chiesto aiuto ai colleghi finlandesi per ulteriori test su 7.503 persone. Essendo associati a condizioni specifiche, non è stato ancora scoperto un biomarker in grado di predire con esattezza il rischio di malattia o di morte, ma lo studio finlandese ha verificato che le combinazioni delle quattro molecole analizzate dagli estoni erano corrette, arrivando a risultati identici. I ricercatori hanno dichiarato che in futuro questo particolare esame del sangue potrà individuare ogni rischio di salute individuale, anche se i soggetti studiati hanno sofferto di così tante malattie diverse che non è ancora stato possibile stabilire l’effettivo collegamento che c’è tra i quattro biomarkers. Tranne, appunto, la morte.

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Lizzie Velasquez soffre della Sindrome di De Barsy

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Chirurgia Estetica Roma Cavitazione Pressoterapia Massaggio Linfodrenante Dietologo Cellulite Sex HD Calorie Peso Dieta Sessuologia Pene Laser Filler Rughe Botulino Lizzie Velasquez Sindrome di de BarsyLizzie Velasquez che vedete qui sopra in foto, è la sfortunata donna di cui si parla in questo articolo. E’ una delle circa 30 persone al mondo a soffrire di una rarissima malattia genetica autosomica recessiva, chiamata Sindrome di De Barsy (DBS) . Tale malattia fu descritta per la prima volta da de Barsi (da qui il nome) nel 1968. Come dicevo prima, è una malattia estremamente rara: nel 2008, sono stati documentati solamente 27 casi al mondo. Pensateci, la prossima volta che pensate di essere sfortunati! Ma vediamo di cosa si tratta.

Sintomi e segni

La sindrome di De Barsy è caratterizzata da dismorfismi facciali (rime palpebrali rivolte verso il basso, sella nasale piatta e larga e bocca piccola), con aspetto progeroide, fontanella ampia a chiusura tardiva, cutis laxa (CL), iperlassità articolare, movimenti atetoidi e iperreflessia, ritardo della crescita pre- e postnatale, deficit cognitivo, ritardo dello sviluppo, opacità corneale e cataratta. La prevalenza non è nota, ma finora sono stati descritti, come prima accennato, circa 30 casi. La trasmissione è autosomica recessiva.

Cause e istologia

In molti casi l’eziologia non è nota, tuttavia sono state identificate le mutazioni del gene PYCR1 (17q25.3) in pazienti che presentavano fenotipi sovrapposti (cute rugosa, osteopenia e aspetto progeroide) di DBS, CL autosomica recessiva tipo 2 (ARCL2), sindrome della cute rugosa (WSS) e gerodermia osteodisplastica (GO). Le anomalie oculari, i movimenti atetoidi e l’iperreflessia sono segni caratteristici della DBS, che di solito consentono di differenziarla dalla GO, ARCL2 e WSS. L’esame istologico delle biopsie cutanee nei pazienti con DBS può rivelare la presenza di fibre elastiche caratteristiche, frammentate e fini, anche se sono stati descritti pazienti con biopsie cutanee normali.

Trattamento

Il trattamento è sintomatico e comprende la chirurgia oculare precoce e la fisioterapia per prevenire le contratture. I pazienti affetti dalla DBS hanno una prognosi variabile. In alcuni casi la morte sopraggiunge durante l’infanzia per disturbi neurologici gravi e infezioni ricorrenti. Nella maggior parte dei pazienti con mutazioni in PYCR1, si è osservato un miglioramento spontaneo dell’aspetto progeroide. In alcuni pazienti i disturbi del movimento rimangono stabili.

FONTE DELLE INFORMAZIONI

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Lizzie Velasquez “la donna più brutta del mondo”: apriamo la nostra mente

Dott Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Chirurgia Estetica Roma Cavitazione Pressoterapia  Massaggio Linfodrenante Dietologo Cellulite HD Calorie Peso Dieta Sessuologia Pene Laser Filler Rughe Botulino Lizzie Velasquez DONNA PIU BRUTTA MONDO 1 Lizzie Velasquez viene crudelmente definita “la donna più brutta del mondo” ma Lizzie, in realtà, non è brutta, bensì malata di una patologia rarissima che le impedisce di immagazzinare grasso nel suo corpo e di aumentare di peso; non ha mai superato i 28 kg e per restare in vita è costretta a mangiare ogni 15 minuti, per un totale di circa 60 pasti al giorno. Come se non bastasse è anche non vedente da un occhio. La malattia che ha colpito Lizzie Velasquez prende il nome di Sindrome di de Barsy, cliccate su questo link per scoprire di cosa si tratta.

A prima vista può sembrare una persona infelice, ma non è così! Lizzie, al contrario, è una motivational speaker, tiene discorsi motivazionali e con le sue parole aiuta centinaia di persone ad accettarsi e ad apprezzarsi. Un suo video caricato appena un mese fa sta facendo il giro del mondo:

Lizzie è una persona piena di coraggio e questo video mi ha emozionato, così ho voluto condividerlo con voi, sperando che colpisca anche voi e vi dia la forza di reagire se vi trovate in una situazione apparentemente senza uscita.

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Insensibilità congenita al dolore: la strana malattia che non ti fa sentire nessun dolore

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CHIRURGO NEONATO BAMBINO BIMBO FELICE ALLEGRO FELICITA ALLEGRIAImmaginate di soffrire il mal di denti ma di non provare alcun dolore. Oppure di ricevere un pugno sul naso e continuare senza problemi a fare quel che stavate facendo.
Quante volte, durante una malattia o dopo una caduta, ci siamo detti “quanto sarebbe bella una vita senza dolore”. Dopo aver letto questo articolo non la penserete allo stesso modo!

L’importanza del dolore

A parità di stimolo la percezione dell’intensità del dolore varia da persona a persona. La soglia del dolore è soggettiva, tuttavia il nostro comportamento di fronte ad un forte dolore è quasi sempre lo stesso: molte volte quando qualcosa “ci fa male” noi ricorriamo subito ai farmaci per alleviare il dolore, come ad esempio gli antinfiammatori. Tuttavia spesso ci dimentichiamo che il dolore è un sentimento necessario, un allarme che il nostro corpo ci invia per avvertirci che qualcosa nel nostro corpo funziona male o ha dei danni. Il dolore è il modo che ha il nostro corpo per spingerci a prendere delle contromisure al danno per evitarci ulteriori danni e curarci adeguatamente e tempestivamente.

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Il caso di Isaac Brown

Qualche tempo fa dal Regno Unito, era diventato famoso il piccolo Isaac Brown, 5 anni, affetto da insensibilità congenita al dolore. Il bambino, a causa di questa patologia, di fatto non è consapevole dei pericoli che affronta anche nei più semplici atti quotidiani. Può succedere ad esempio che il piccolo, pur avendo una frattura al piede, continui a giocare a calcio non curandosi del trauma: mentre un bambino sano smetterebbe di giocare e verrebbe curato adeguatamente, Isaac continuerebbe a giocare provocando danni molto più elevati! La frattura al piede è un caso “ottimistico”, pensate ad esempio ad un trauma che provochi una emorragia interna: il piccolo continuerebbe tranquillamente a giocare, per poi morire dissanguato pochi minuti dopo.
Per risolvere il problema la famiglia Brown educa il figlioletto a riconoscere i potenziali rischi per la propria incolumità, dato che il bambino non saprebbe riconoscere i rischi cui si sottopone, ancor più rispetto a qualsiasi bambino della stessa età.

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Cos’è l’insensibilità congenita al dolore?

I problemi che scaturiscono dalla totale mancanza del dolore, si manifestano nella insensibilità congenita al dolore (anche detta CIPA che è l’acronimo di Congenital Insensitivity to Pain with Anhidrosis che in italiano significa “insensibilità congenita al dolore con anidrosi“). La CIPA è una malattia molto rara – forse causata da una mutazione genetica a carico del gene SCN9A – caratterizzata fondamentalmente da assenza tattile e anidrosi (assenza della sudorazione) e quindi impossibilità di avvertire il dolore, il calore e il freddo. La mancata sudorazione porta poi a frequenti episodi di ipertermia, pericolosa specie per i bambini. Dietro l’insensibilità congenita al dolore vi sarebbe la disfunzione del sistema nervoso periferico: le terminazioni nervose non sarebbero in grado di rispondere adeguatamente alle stimolazioni, specie quelle nocive recepite come dolore.

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Epidemiologia

La CIPA è una patologia rarissima, che colpisce circa 1000 persone nel mondo. Attualmente vi sono 84 casi viventi documentati negli Stati Uniti e circa 300 in Giappone. Solo un caso è documentato in Nuova Zelanda, mentre due casi sono stati individuati in Marocco. Sessanta casi sono stati riportati a livello mondiale nel 1983, quando la CIPA è stata classificata come malattia.

Prognosi

La maggior parte dei bambini affetti da questo disturbo non vive oltre i 3 anni di età e raramente superano i 25 anni. La ragione di questa aspettativa di vita così ridotta è spesso legata all’incapacità del malato di sudare, e ciò porta a ipertermia, alla quale specie i bambini sono particolarmente sensibili.

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Quali sono le cause dell’insensibilità congenita al dolore?

Come detto qualche riga prima, dietro questa patologia ci sarebbe una mutazione a carico del gene SCN9A. Il gene SCN9A codificherebbe per la costruzione di una parte della proteina detta subunità Nav 1.7. La proteina in questione è un canale per il passaggio dello ione Sodio (Na+), importante regolatore della propagazione dei segnali nervosi lungo le fibre nervose dirette al sistema nervoso centrale dalla periferia e viceversa. Detto in parole semplici la mutazione del gene in questione interferirebbe sulla struttura di una proteina presente nella membrana delle cellule nervose periferiche, che rappresentano le porte di accesso per le informazioni al cervello. L’impossibilità di tale accesso rende impossibile provare l’impulso doloroso. Nuovi studi sembrano confermare l’interessamento del gene che codifica il recettore tirosin chinasico neurotrofico (gene NTRK1). Tale recettore è specifico per il nerve growth factor (NGF o fattore di crescita nervosa) che induce la formazione di assoni e dendriti e promuove la sopravvivenza dei neuroni embrionali sensoriali e simpatici. La mutazione dell’NTRK1 non consente di legare NGF correttamente e può causare difetti nello sviluppo. La ricerca in tale direzione è agli inizi e solo l’informazione e la dedizione riescono a garantire una vita quasi “normale” alle persone affette da insensibilità congenita al dolore.

Come si cura l’insensibilità congenita al dolore?

Ad oggi non esiste una cura risolutiva per una patologia che rende le persone insensibili al dolore fisico e, di fatto, a rischio di non sapere riconoscere le fonti di pericolo. Oggi, nonostante la medicina non trovi ancora cure efficaci per la malattia rara, un aiuto giunge dai mondi della comunicazione e dei social network, dalla buona informazione. La famiglia di Isaac, ad esempio, ha trovato aiuto in vari forum sul web dove si incontrano pazienti e familiari di pazienti che vivono il dramma dell’insensibilità congenita al dolore: in questi gruppi possono trovare uno spazio per confronti e suggerimenti.

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Sindrome di Cornelia de Lange: avere l’aspetto di un bambino per tutta la vita

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Chirurgia Estetica Roma Cavitazione Pressoterapia  Massaggio Linfodrenante Dietologo Certificato Cellulite Calorie Peso Dieta Sessuologia PSA Pene Laser Filler Rughe Botulino SINDROME DI CORNELIA DE LANGELa sindrome di Cornelia de Lange (CDLS) è una sindrome malformativa riconosciuta per la prima volta nel 1933 da una pediatra che diede ad essa il nome, la cui incidenza è stimata pari ad 1 nuovo caso ogni 10-20.000 nati (circa 50 nuovi nati all’anno in Italia). Una sindrome malformativa è una malattia congenita (cioè presente sin dalla nascita) caratterizzata dalla possibile presenza contemporanea di malformazioni maggiori (alterazione della struttura di cuore, reni, palato, sistema nervoso centrale, arti, genitali esterni ecc.), di problemi di crescita in peso e altezza (in eccesso o in difetto), di anomalo sviluppo psicomotorio e intellettivo e di tratti somatici spesso molto particolari.

Segni e sintomi in generali

Le caratteristiche principali di un soggetto affetto sono costituite da basso peso alla nascita (inferiore a due chili e mezzo), scarsa crescita postnatale in peso e altezza, ridotte dimensioni della testa (microcefalia), eccessiva peluria sul corpo (avambraccio e regione lombare in particolare), mani e piedi piccoli o gravi alterazioni malformative a carico delle mani stesse. I pazienti si assomigliano molto tra di loro: le ciglia sono lunghe, il naso è piccolo con narici all’insù, le labbra sono sottili con angoli rivolti in basso. Le sopracciglia sono sottili, arcuate e unite frequentemente sulla linea mediana e danno l’impressione di essere state disegnate con la matita. L’acquisizione delle comuni tappe di sviluppo di ogni bambino (stare seduto, gattonare, camminare, dire le prime parole) è ritardata, così come ritardato in modo variabile è lo sviluppo intellettivo. Per quanto riguarda infine l’area della comunicazione verbale (linguaggio), si tratta della sfera più compromessa ed è ormai chiaro che le capacità di comprensione dei soggetti affetti superano notevolmente le loro possibilità di espressione verbale.

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Crescita e alimentazione

Altezza, peso e circonferenza cranica durante l’infanzia di solito sono al di sotto del terzo percentile. Individui con la forma lieve della sindrome hanno un ritardo di crescita meno severo.  Lo scatto di crescita puberale si ha in tempi normali (una media di 15 anni per i maschi e di 13 anni per le femmine), ma l’ampiezza dello scatto di crescita e inferiore a quella della popolazione generale.  L’altezza media, da adulti, e di 155.78 cm per i maschi e di 131.13 per le femmine.  Fin dalla nascita, la capacita di nutrirsi e scarsa, e non di rado i bambini affetti necessitano di alimentazione per via nasogastrica. In qualche e necessaria l’inserzione un tubo per gastrostomia.  E comune il reflusso gastroesofageo, che contribuisce alle difficolta di alimentazione e alla scarsa crescita.  La prognosi per una crescita normale e buona se il sottostante reflusso gastroesofageo e diagnosticato e trattato precocemente.

Sviluppo e comportamento

Numerosi studi e case report hanno documentato il QI dei soggetti affetti, e i risultati variavano da 30 a 60 per gli individui con la forma classica, fino a 102 in quelli con la forma lieve.  Barney et al. Nel 1999, condussero uno studio dettagliato sul comportamento di 49 individui con i fenotipi classico e lieve.  L’età dei pazienti dello studio variava della prima infanzia all’età adulta. Essi evidenziarono una grande varietà di sintomi, che includevano l’iperattività (40%), l’autolesionismo (44%), aggressioni quotidiane (49%) e disturbi del sonno (55%). I disturbi del comportamento correlavano strettamente con la presenza di una sindrome simil-autistica e con il grado di ritardo mentale. Questi autori descrissero come questi disturbi del comportamento continuassero anche in età adulta.  Kline e colleghi misero a punto una valutazione dello sviluppo in 122 individui con sindrome di Cornelia de Lange, usando una varietà di metodi, e furono in grado di costruire tavole con le tappe di sviluppo, prendendo in considerazione la motricità grossolana, la motricità fine, le abilita sociali e lo sviluppo del linguaggio.  Vi sono molte descrizioni, in letteratura, di assenza di linguaggio negli individui con la sindrome di Cornelia de Lange. All’altro estremo dello spettro, vi e la descrizione di una ragazza con la forma lieve della sindrome che a 14 anni era in grado di parlare con frasi articolate.  In uno studio sugli indicatori prognostici per lo sviluppo del linguaggio, i fattori che predicevano una prognosi scarsa erano: un peso alla nascita al di sotto 2.270 kg, deficit uditivo da moderato a grave, malformazioni a carico degli arti superiori, scarse interazioni sociali e un grave ritardo motorio.  Molti lavori hanno descritto un pianto simile ad un ringhio sommesso come caratteristico della sindrome in infanzia.  Non e stato possibile valutare gli effetti della sordità combinata sensitiva e conduttiva, che si osserva nella sindrome, sul deficit di linguaggio, perché nessuno degli studi sulla sindrome ha incluso una valutazione dell’udito. Poiché adesso gli individui affetti dalla sindrome di Cornelia de Lange sono trattati con dispositivi di ausilio all’udito e con l’inserzione di tube di ventilazione, sembra che lo sviluppo del linguaggio andrà via via migliorando negli anni avvenire.  Praticamente tutti i bambini con la sindrome alla fine impareranno a camminare. Quelli con il fenotipo lieve staranno seduti intorno all’anno e cammineranno intorno ai due anni, mentre la maggior parte dei pazienti con fenotipo classico staranno seduti prima dei due anni e cammineranno prima dei tre anni. Una minoranza dei bambini con la forma classica pronuncerà qualche parola, mentre la maggioranza di quelli con la forma lieve sarà in grado di parlare a frasi.  I disturbi del comportamento sono comuni nella sindrome di Cornelia de Lange e sono più frequenti nei pazienti con grave ritardo mentale. E importante il ruolo delle cause mediche, come il reflusso gastroesofageo, quando si ha un peggioramento del comportamento: drammatici miglioramenti del comportamento non sono rari dopo terapia antireflusso.  La prognosi, per quanto riguarda la gestione dei problemi di comportamento, e buona se viene individuato e trattato un problema clinico sottostante o se il problema di base era una difficolta di comunicazione che viene risolta con l’aiuto del linguaggio dei segni. In assenza di problemi di questo tipo, il comportamento rimane comunque un aspetto di difficile gestione da parte dei familiari e dei terapeuti.

Orecchie e udito

Un certo grado di deficit dell’udito e presente nel 90% degli individui con la sindrome di Cornelia de Lange. Ora si e visto che e di origine neurosensoriale e che di solito e bilaterale. Otiti medie e malattie croniche dell’orecchio medio (‘glue ear’) che si sovrappongono sono comuni e possono essere difficili da diagnosticare perché il canale uditivo esterno, in questa sindrome, tende ad essere molto stretto.  Gli ausili auricolari vengono meglio tollerati quando sono impiantati precocemente.

Anomalie degli arti

Le anomalie degli arti che si possono vedere nella sindrome di Cornelia de Lange variano dalla presenza di mani piccole con dita corte a riduzioni bilaterali con assenza di mani e avambracci. Anomalie minori della mani includono impianto prossimale dei pollici, solco palmare singolo e clinodattilia del quinto dito. Più di rado, si possono vedere fusione di due dita o polidattilia e vi e una descrizione di un dito con due unghie.  A livello dell’arto superiore, omero, ulna e radio sono di lunghezza ridotta, e occasionalmente il radio o l’ulna sono aplastici. E comune la brevità dei metacarpi, in particolare del primo. Sono comuni contratture in flessione dei gomiti, secondarie alla deformazione della metafisi prossimale del radio, che solitamente e sublussato.

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Problemi gastrointestinali

Il reflusso gastroesofageo rappresenta il più comune problema gastrointestinale, nella sindrome di Cornelia de Lange, e colpisce sia la forma classica sia quella lieve. Se non trattato, il reflusso può condurre a morbilità e mortalità significative. E comune che si sviluppi esofago di Barrett e stenosi esofagea, e si può sviluppare anche adenocarcinoma dell’esofago.  La condizione si può presentare in individui con deficit di crescita, ridotta velocita di accrescimento, anemia, polmoniti ricorrenti, apnea o disturbi del comportamento. Poiché l’associazione tra reflusso e sindrome di Cornelia de Lange e emersa solo in tempi relativamente recenti, spesso al momento della diagnosi il danno esofageo e già grave.  Malformazioni del tratto gastrointestinale che si presentino subito dopo la nascita includono stenosi pilorica in circa l’1% dei pazienti effetti o, molto raramente, un pancreas anulare che si manifesta con ostruzione duodenale.

Problemi cardiovascolari

Nel 20-25% dei pazienti con la forma classica della sindrome di Cornelia de Lange sono presenti difetti cardiaci congeniti, che sono invece rari nella forma lieve.  L’anomalia più comune e la stenosi della valvola polmonare, sia isolata, sia in combinazione con un difetto del setto interventricolare. Una grande varietà di altri difetti e stata descritta in questa sindrome, compresa la tetralogia di Fallot, la coartazione aortica, il difetto del setto interatriale, il cuore sinistro ipoplasico, il ventricolo unico e il difetto del canale atrioventricolare. Nel 2% dei pazienti con la forma lieve si può osservare una modesta stenosi del ramo polmonare, che raramente richiede trattamento.  I difetti cardiaci più gravi spesso si vedono nei pazienti con ernia diaframmatica e grave accorciamento degli arti. I bambini con difetti cardiaci più complessi di solito stentano a crescere e muoiono prima o durante l’intervento di chirurgia correttiva. Quelli con difetti più semplice, invece, hanno una buona prognosi.

Anomalie craniofacciali

Gli individui con la sindrome di Cornelia de Lange di frequente hanno il palato arcuato e alto. L’incidenza della palatoschisi varia tra il 18 e il 59% a seconda delle descrizioni. Al contrario di tante altre anomalie, la palatoschisi si può osservare anche nei pazienti con la forma lieve della sindrome.  La palatoschisi non e mai associata a labioschisi. La prognosi di solito e buona, anche se i bambini con la forma lieve della sindrome di Cornelia de Lange e palatoschisi hanno meno probabilità di imparare a parlare rispetto a quelli senza.

Problemi oculistici

La ptosi della palpebra superiore e un reperto frequente specialmente nella forma classica, in cui può variare da un semplice problema estetico ad una interruzione dell’asse visivo.  Anche la miopia e molto comune, ed e stata descritta nel 60% dei pazienti con la forma classica della sindrome di Cornelia de Lange. Sono molto comuni anche sintomi suggestivi di ostruzione del canale nasolacrimale, come gli occhi bagnati e le congiuntiviti ricorrenti. Questi sintomi, comunque, si risolvono quasi sempre spontaneamente col tempo, e sono rari dopo i sei anni.

Problemi al tratto genitourinario

La più frequente anomalia del tratto renale, in questa sindrome, e il rene a ferro di cavallo. Nei maschi, reperto estremamente comune e il criptorchidismo, che puo presentarsi in associazione con ipospadia e scroto ipoplasico.  Nelle femmine, l’anomalia piu comune e l’utero bicorne.

Problemi neurologici

Sono state descritte molte anomalie del sistema nervoso centrale, ma nella maggior parte dei casi si tratta di pubblicazioni di singoli casi.  Le convulsioni sono infrequenti, e si controllano bene con i farmaci.

CAUSE DELLA SINDROME DI CORNELIA DE LANGE

La sindrome di Cornelia de Lange è una malattia genetica, causata cioè da un’alterazione molto piccola nel patrimonio genetico della persona affetta. Nel maggio del 2004 è stato dimostrato che un’anomalia di una singola informazione genetica (gene NIPBL) è responsabile di tutte le manifestazioni cliniche nel 50% circa dei soggetti con questa condizione. La ricerca è ora impegnata a capire quale sia il difetto genetico di base nella restante parte delle persone con CDLS. L’alterazione genetica che causa la sindrome insorge solitamente in modo casuale nel patrimonio genetico del soggetto affetto; questo fa sì, quindi, che il rischio di ripetizione della malattia in altri figli dopo la nascita di un figlio affetto sia, di regola, molto basso. Esistono però rarissimi casi (una decina circa al mondo) in cui si è verificata una ripetizione della malattia; è per altro importante che ogni coppia che ha avuto un bambino affetto esegua un’appropriata consulenza genetica.

DIAGNOSI DELLA SINDROME DI CORNELIA DE LANGE

La diagnosi di CDLS è ancora prevalentemente basata sul riconoscimento delle caratteristiche cliniche da parte di un medico esperto (pediatra, genetista, ecc). Essa può essere fatta già alla nascita o nei mesi o negli anni successivi. Le recenti scoperte fanno sì che entro breve sarà possibile confermare la diagnosi clinica con l’esecuzione di un esame di laboratorio specifico (test genetico). Recentemente si è dimostrato anche che esistono pazienti con un quadro clinico meno marcato (forme mild = lievi) per i quali la diagnosi frequentemente è fatta più tardi e la prognosi è migliore.

Diagnosi prenatale e prevenzione

Poiché non vi sono test diagnostici per la sindrome, le gravidanze successive alla nascita di un bambino affetto vanno seguite con ecografie accurate, cercando anomalie strutturali come un igroma cistico, difetti a carico degli arti nel senso di una riduzione, un’ernia diaframmatica, anomalie cardiache o il caratteristico profilo della faccia. Il profilo del volto presenta una grave micrognatia con filtro lungo e sporgente, e naso piccolo. Il ritardo di crescita intrauterino, presente alla nascita nella maggior parte dei casi, raramente si vede prima del terzo trimestre.  Nel 1983, Westergaard e colleghi descrissero la completa assenza della proteina-A plasmatica associata alla gravidanza (PAPP-A) in una serie di campioni di siero di donne gravide che che successivamente ebbero un bambino con la sindrome di Cornelia de Lange. In uno studio recente questo autore trovo che la PAPP-A era presente nei 19 campioni di siero materni analizzati, al secondo trimestre di gravidanza, ma che i suoi livelli erano significativamente ridotti.  Sebbene non sia un test diagnostico, la PAPP-A può dimostrarsi un prezioso marcatore aggiuntivo per le gravidanze a rischio di ricorrenza o per quelle in cui siano state riscontrate delle anomalie compatibili con la sindrome di Cornelia de Lange.

Sospetti e conferme

La diagnosi prenatale della sindrome di Cornelia de Lange può essere sospettata dopo il precoce riscontro di un ritardo di crescita simmetrico, che diventa particolarmente evidente dopo la 25 settimana di gravidanza. La diagnosi può essere ulteriormente confermata quando si ricerchino segni ecografici aggiuntivi, come la facies tipica, difetti agli arti superiori, che di solito sono unilaterali, e varie anomalie viscerali tra cui l’ernia diaframmatica, la stenosi pilorica, il reflusso ureterale e lesioni cardiache di vario tipo (difetti del setto interatriale e interventricolare, stenosi dell’arteria polmonare o aortica, tetralogia di Fallot, finestra aorto-polmonare, canale atrioventricolare e ventricolo unico).
Il cariotipo fetale rappresenta il primo passo nella diagnosi differenziale in epoca prenatale, per escludere la trisomia 18 e la tetrasomia 12p, ed e essenziale, vista la somiglianza della sindrome di Cornelia de Lange con la duplicazione 3q. Nella maggior parte dei casi, la sindrome di Cornelia de Lange mostra un grave ritardo di crescita, oligodattilia, pollici in posizione prossimale e un filtro sporgente, mentre la duplicazione 3q e più spesso associata a craniosinostosi, palatoschisi e anomalie del tratto urinario.

PROBLEMI DEI PAZIENTI CON SINDROME DI CORNELIA DE LANGE

I problemi principali per i pazienti affetti da sindrome di Cornelia de Lange riguardano la scarsa crescita (esistono in proposito curve di crescita specifiche) e il ritardo psicomotorio e intellettivo. A questo proposito è importante che vengano intrapresi programmi di stimolazione precoci soprattutto per quanto riguarda l’area della comunicazione. Tra i problemi pediatrici più frequentemente associati vi sono il reflusso gastroesofageo e le sue complicanze (70-80% dei casi), le convulsioni (20% circa dei casi), difficoltà d’udito, otiti e sinusiti frequenti, blefariti e miopia. Possono poi insorgere problemi comportamentali (irritabilità, iperattività ecc.), a volte legati al mancato riconoscimento e trattamento di problemi medici in grado di causare dolore. La sopravvivenza di una persona affetta, che non presenti malformazioni maggiori gravi, non è particolarmente ridotta: oggi, infatti, sono ampiamente noti soggetti che hanno raggiunto l’età adulta.

TERAPIA NEI PAZIENTI CON SINDROME DI CORNELIA DE LANGE

Crescita e alimentazione

Se il bambino non è in grado di succhiare dal biberon, un introito calorico adeguato dovrebbe essere garantito per mezzo di nutrizione per via nasogastrica.  Nei casi con grave reflusso gastroesofageo e difficolta di alimentazione, può essere necessario il posizionamento di un tubo per gastrostomia nel momento della funduplicatio.

Sviluppo e comportamento

Nei pazienti con la forma lieve della sindrome dovrebbe essere intrapresa terapia del linguaggio. Come aiuto alla comunicazione, dovrebbero essere introdotti il linguaggio dei segni o altre tecniche.  Le patologie dell’orecchio medio dovrebbero essere trattate con antibiotici e, se necessario, con cannule di ventilazione. Ogni problema medico sottostante che deteriori il comportamento dovrebbe essere trattato.  I problemi comportamentali di lunga data sono difficili da modificare, ma si possono migliorare con la modificazione comportamentale, guidata da uno psicologo del comportamento o da un pediatra dello sviluppo.

Anomalie degli arti

Non vi sono pubblicazioni che documentino che un approccio chirurgico alle anomalie degli arti possa dare dei benefici; anche i pazienti con grave ritardo mentale spesso hanno un controllo della motricità fine straordinariamente buono.

Problemi gastrointestinali

Nella pratica, sono molto pochi i pazienti che rispondono ad un trattamento conservativo del reflusso gastroesofageo, e la maggior parte necessita di un approccio chirurgico.  Il trattamento iniziale del reflusso dovrebbe consistere nel suggerimento di assumere pasti piccoli e solidi e di rimanere in posizione eretta il più possibile. Va tentata la terapia con antiacidi, anti-H2 e inibitori della pompa protonica. Di solito si rende necessaria la funduplicatio, talvolta con inserzione di un tubo da gastrostomia.

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Combatti o fuggi: ecco cosa accade nel nostro corpo quando siamo terrorizzati

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CHIRURGO LEONE NATURA ANIMALI SAVANAImmaginate di essere un uomo preistorico e di stare passeggiando tranquilli lungo il bosco alla ricerca di cibo. All’improvviso vi ritrovate davanti un leone di grossa taglia decisamente affamato, che vi viene incontro mostrando i denti con aria minacciosa. Cosa fate? Per sopravvivere avete probabilmente solo tre soluzioni possibili:

  1. Scappate nella direzione opposta, sperando che il leone abbia già pranzato e stabilendo il nuovo record mondiale dei 100 metri piani.
  2. Cercate di colpirlo in testa con l’enorme clava che tenete in mano, con la forza della disperazione.
  3. Restate immobili, impietriti dalla paura.

Se ci fate caso, solo due soluzioni possono offrirvi qualche possibilità di salvarvi: le prime due; mentre invece restare fermi probabilmente vi condurrà a diventare la cena del leone. Ovviamente lo scenario che vi abbiamo descritto è una semplificazione, anche perché in alcune condizioni “fingersi morti” potrebbe in effetti anche salvarvi, ma sono eccezioni: il nostro corpo ha imparato, in migliaia di anni di evoluzione, che ci sono solo due vere efficaci possibilità di reazione ad uno stimolo che ci terrorizza all’improvviso: combattere o fuggire.

Fight or flight

Tale reazione primitiva ad una situazione di pericolo è quella che in inglese viene definita “fight-or-flight“, interpretabile in italiano con “combatti o fuggi“. Di fronte al pericolo la fisiologia del nostro corpo ci prepara ad affrontare molto rapidamente la situazione nelle uniche due soluzioni possibili. L’amigdala agisce sull’ipotalamo che a sua volta stimola l’ipofisi innescando una serie di reazioni che portano il corpo a produrre gli ormoni che ci preparano per l’azione, come ad esempio le catecolamine adrenalina e noradrenalina ed il corticosteroide cortisolo, che – dopo esser stati prodotti rispettivamente dalla midollare e dalla corticale del surrene – vengono rilasciati nel flusso sanguigno e fanno aumentare il tono muscolare per preparare il corpo all’azione fisica, aumentano la frequenza cardiaca in modo che il sangue scorra più rapidamente in tutto i tessuti, agiscono sul ritmo di respirazione per aumentare la quantità di ossigeno disponibile, e ci aiutano a concentrarci per poter pianificare e pensare velocemente ad un modo per tirarsi fuori dai guai. Nei momenti di terrore il nostro corpo diventa una potentissima arma metabolica, pronta a reagire per difendere lo scopo più importante della nostra esistenza: sopravvivere a qualsiasi costo.

Forza fuori dal normale

I meccanismi appena accennati ci predispongono velocemente ad affrontare entrambe le soluzioni, visto che – sia che si combatta o che si fugga – nei momenti successivi al terrore, al nostro corpo è richiesta una impennata di forza, agilità, velocità, reattività. Nei momenti di paura il corpo tende ad avere un picco di attività metabolica talmente elevato, che il tempo sembra rallentare: istinto e valutazione analitica dello scenario da affrontare si mescolano e in poche frazioni di secondo ci ritroviamo a correre più velocemente di quanto mai avremmo pensato o a picchiare con una forza che non pensavamo di avere. Molto spesso, quando la situazione torna normale, ci accorgiamo di avere dolori muscolari e articolari, o ferite, che prima non “sentivamo”. Ciò accade perché durante il meccanismo “combatti o fuggi” il corpo si preoccupa di salvare la nostra vita senza risparmiare il nostro sistema locomotore o lasciando in secondo piano tutte le informazioni che non sono vitali in quel momento, tra cui i i nostri dolori.

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La sinfonia metabolica “del terrore”

Il fegato estrae la fenilalanina (un amminoacido) dalle proteine che assumiamo come parte della dieta (da carni, uova ed altri alimenti proteici) e la trasforma in tirosina, prima di essere inviata alle ghiandole surrenali. Qui viene utilizzata per la formazione dell’ormone adrenalina. L’ormone viene poi immagazzinato per essere successivamente usato in situazioni di pericolo. Quando avvertiamo il pericolo, il nostro cervello stimola le ghiandole surrenali a rilasciare adrenalina nel circolo sanguigno 20 volte più velocemente del normale. Una volta in circolo, l’adrenalina va a legarsi ai recettori posti sulla superficie delle cellule degli organi target come polmoni, cuore, cervello e muscoli striati. In breve tempo provoca la reazione “combatti o fuggi” con i seguenti effetti principali:

  1.  più sangue arriverà al cervello, ciò rende i nostri pensieri più lucidi;
  2. le pupille si dilatano (midriasi) per rendere la vista acuta;
  3. il sangue coagula più rapidamente nella previsione di minimizzare eventuali perdite di sangue (nel caso di una caduta durante la fuga o ferite nella lotta);
  4. i vasi sanguigni che riforniscono il tratto gastrointestinale vengono ristretti: ciò porta ad un rallentamento della digestione (meccanismo inutile in un combatti o fuggi, anzi deleterio perché ruba risorse energetiche ai muscoli);
  5. il sangue è dirottato in quei distretti che necessitano maggiormente: cuore, cervello, polmoni e muscoli scheletrici;
  6. il sangue trasporta ancora più ossigeno e glucosio alle braccia, alle gambe, alla schiena ed al busto; ciò si traduce in “sforzi sovrumani” ed a volte ci permette di compiere azioni con una potenza che normalmente sarebbe fuori portata o addirittura deleteria per il nostro apparato locomotore;
  7. il cuore si contrae più efficacemente e velocemente, ciò aumenta la gittata cardiaca;
  8. le vie aeree nei polmoni si dilatano e ci permettono di assumere più ossigeno;
  9. la frequenza respiratoria aumenta.

L’effetto dell’adrenalina ha una durata di pochi minuti, durante i quali – se tutto va bene -il soggetto sarà riuscito a scappare o a mettere fuori combattimento l’avversario. Dopo questo surplus di energia, il corpo andrà incontro a un rilassamento compensatorio in cui ci si sentirà stanchi ed i muscoli potrebbero far fatica a tenerci in piedi, ad esempio potrebbero tremarci le gambe o addirittura perdere conoscenza. Dopo il combatti o fuggi si sentirà a volte il bisogno di urinare: la ragione di questo improvviso stimolo sta nel fatto che l’adrenalina viene ossidata e convertita in prodotti di scarto che sono eliminati dal corpo quando espelliamo l’acqua, oltre al fatto che l’improvviso rilassamento potrebbe influire sulla capacità di contrarre lo sfintere vescicale.

Per approfondire: Cos’è l’adrenalina ed a cosa serve?

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Chirurgo va in sciopero durante l’operazione e abbandona il paziente con l’addome aperto

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CHIRURGO OSPEDALE CHIRURGIA SALA OPERATORIA OPERAZIONE CHIRURGICAIl contratto collettivo della sanità non gli stava bene e il chirurgo ha abbandonato il paziente sul letto operatorio, in piena operazione. È successo a Zagabria dove un chirurgo ha deciso di protestare nel modo e nel momento meno opportuno. «Alle tre del pomeriggio ho iniziato un difficile intervento all’addome. Ho operato fino alle otto, l’operazione non era finita, ma il mio turno sì. Dato che non mi pagano più straordinari sono uscito dalla sala operatoria e ho consegnato il paziente a un collega, appena arrivato al lavoro, che ha finito l’intervento dopo altre tre ore». Queste sono state le parole del chirurgo croato a un giornale locale. Il nuovo contratto di lavoro consente un massimo di 180 ore di straordinario retribuite, ma in questo modo molti medici si sono visti drasticamente diminuire i loro salari, così per molti è scattata la protesta. Secondo alcuni esperti, però, questo tipo di protesta non è etico e potrebbe mettere a repentaglio la vita o la salute dei pazienti.

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