Differenze tra latte materno e latte artificiale

MEDICINA ONLINE NEONATO BIMBO BAMBINO PIANTO CONGENITO LATTE ALLATTAMENTO SEN MADRE FIGLIO GENITORE BIMBI LATTANTE MATERNO ARTIFICIALE DIFFERENZA PICCOLO PARTO CESAREO NATURALE PIANGERELatte materno e latte artificiale: quali differenze?

Il latte materno: una fonte preziosa

Tutte le associazioni di pediatria e di ginecologia sono concordi nell’affermare che il latte materno è l’alimento più adeguato per garantire una crescita sana del neonato. Il latte prodotto dalla ghiandola mammaria è ricco di proteine, lipidi, vitamine, minerali e carboidrati: protegge il neonato dalle malattie a breve e a lungo termine, perché rinforza le difese immunitarie dell’organismo. Il latte materno contiene sostanze fondamentali per lo sviluppo del neonati, come gli enzimi digestivi, ovvero i regolatori della digestione, che alleviano le coliche e gli spasmi dello stomaco dei neonati. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda l’allattamento al seno almeno per almeno i primi 6 mesi di vita. Le associazioni di pediatria e di ginecologia sostengono che, tra i tanti punti fondamentali che differenziano il latte materno da quello artificiale, ci siano la disponibilità e il costo: il latte della mamma è sempre pronto, alla giusta temperatura e soprattutto è gratis.

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Il latte artificiale: quando diventa una scelta obbligata

Per quanto il latte materno sia un alimento insostituibile nella dieta del neonato, spesso non è sufficiente. Quando non è possibile allattare i neonati al seno, le associazioni di pediatria e di ginecologia consigliano di ricorrere al latte artificiale, liquido o in polvere, che grazie alla completezza e alla sicurezza dei suoi ingredienti garantisce al neonato sano e nato a termine uno sviluppo normale. La composizione del latte artificiale per neonati, sia liquido che in polvere, contiene tutti i nutrienti essenziali per una crescita sana, e ricalca la composizione del latte materno. Il latte artificiale è un derivato del latte vaccino e viene modificato per offrire proprietà nutritive analoghe a quelle del latte materno. Tutto il latte artificiale per neonati in vendita in Italia, che sia in polvere o liquido, è conforme ad una ristretta normativa CEE che ne definisce gli ingredienti e la composizione.

Il latte artificiale per neonati: la composizione rispetto al latte materno

Il latte artificiale deriva dal latte vaccino: per assomigliare al latte materno, viene addizionato di vari elementi. Esistono comunque delle differenze: vediamo quali. Il latte materno contiene i nucleotidi (citosina, adenina, uridina, inosina e guanosina), sostanze che consentono una ripresa veloce e ottimale del peso del neonato in caso di gastroenterite infettiva. Il latte vaccino ha una scarsa concentrazione di nucleotidi, quindi è necessario aggiungerli alla formulazione del latte artificiale. La carnitina serica è invece una sostanza che trasforma i grassi in energia, ed è presente in minore concentrazione nei neonati allattati con il latte artificiale. Nel latte delle mamme, inoltre ci sono diversi ormoni di natura proteica come la prolattina, i peptidi e gli ormoni tiroidei, che sembra siano in grado di proteggere i neonati ipotiroidei. Diversi studi hanno accertato che la risposta endocrina è diversa per i neonati allattati al seno piuttosto che con il latte artificiale. Il latte materno è anche molto ricco di prostaglandine, componenti fondamentali per l’integrità e il corretto funzionamento dell’intestino del neonato: si pensa che la differenza riscontrata nelle feci dei neonati alimentati con latte materno e con latte artificiale possa essere attribuita almeno in modo parziale alla mancanza di questa sostanza nel latte artificiale. In conclusione, tutte le sostanze presenti nel latte materno legate ad un aumento della resistenza alle infezioni, ad una migliore prontezza visiva ed ad un miglior sviluppo neurologico del neonato, come i nucleotidi, gli acidi grassi polinsaturi a lunga catena, i probiotici e i prebiotici, sono riprodotti nella composizione del latte artificiale presente sul mercato italiano.

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Periodo post-partum: capoparto, mestruazioni, allattamento e fertilità

MEDICINA ONLINE VAGINA DONNA BACIO SESSULITA GRAVIDANZA INCINTA SESSO COPPIA AMORE TRISTE GAY OMOSESSUAANSIA DA PRESTAZIONE IMPOTENZA DISFUNZIONE ERETTILE FRIGIDA PAURA FOBIA TRADIMENTOCosa succede al ciclo mestruale nel periodo post-partum? Quando attendersi il ritorno della fertilità? L’allattamento ha un’efficace funzione contraccettiva?

Le lochiazioni

Nel periodo immediatamente successivo al parto, tutte le donne, sia che abbiano partorito per via vaginale che con cesareo, faranno esperienza delle lochiazioni (dette anche “i lochi”).
Si tratta di un processo fisiologico, che consiste dapprima in un sanguinamento vaginale di colore rosso, molto simile ad un flusso mestruale, ma tipicamente più abbondante (lochia rubra). È dovuto all’eliminazione da parte dell’utero dei residui placentari e cellule epiteliali.
Questo tipo di emorragia termina solitamente entro 3-5 giorni dal parto ed è seguito da una fase di sanguinamento più lieve, di colore bruno o rosato che prosegue fino ai 10-14 giorni dal parto (lochia serosa) e gradualmente diminuirà nel corso delle 2-3 settimane successive. Nel complesso, la durata di questi sanguinamenti è molto soggettiva (fino anche a 6 settimane) e la fine delle lochiazioni può essere stabilita dopo che sono trascorsi almeno 3-4 giorni in assenza di sangue. Da questo punto in poi, i lochi potranno proseguire assumendo però una colorazione bianca o opaca (lochia alba), che può durare ancora diverse settimane. Dopo la fine del sanguinamento, comincia solitamente l’attesa del ritorno del ciclo mestruale.

Il capoparto

Il “capoparto” è genericamente inteso come il primo flusso mestruale che si presenta dopo il parto e la sua comparsa è legata a tempi estremamente soggettivi e variabili. Ma in realtà c’è un altro fenomeno con cui potrebbe essere confuso: il “sanguinamento della sesta settimana”, ovvero un’ulteriore forma di sanguinamento che si presenta dopo la fine delle lochiazioni, ma entro 56 giorni dal parto (quindi entro le prime 6-8 settimane). Circa un quarto delle donne ne fa esperienza e sembra essere associato ad un più rapido ritorno a cicli mestruali ovulatori (dunque potenzialmente fertili). Il vero capoparto è quindi il primo sanguinamento che si manifesta dopo la fine dei lochi e dopo l’eventuale comparsa del sanguinamento della sesta settimana (quindi dopo il 56° giorno post-partum). Tuttavia, non dimenticate mai di effettuare la visita di controllo post-partum prevista a circa 6 settimane dalla nascita, per poter escludere altre cause del sanguinamento e problematiche associate. La comparsa del capoparto è soggettiva ed in parte legata all’allattamento, alla sua durata ed alla sua frequenza.
Non preoccupatevi quindi se passeranno molti mesi, anche più di un anno, perché se state allattando  è un’eventualità frequente e fisiologica.

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Il ritorno della fertilità

Il capoparto può essere preceduto dall’ovulazione oppure no.
Questo significa che potenzialmente alcune donne saranno già di nuovo fertili prima dell’arrivo del capoparto, e che non possono saperlo con certezza, a meno che non monitorino l’ovulazione.
Attenzione quindi a dare per scontato che il ritorno della fertilità sia lontano! E per quanto riguarda l’allattamento? È tanto diffusa quanto falsa la credenza che allattare il neonato al seno protegga sempre e comunque dalla possibilità di una gravidanza.
Vediamo perché: l’allattamento è possibile grazie ad elevati livelli di prolattina nel corpo materno, ed essi si mantengono tali grazie alla suzione del capezzolo da parte del bambino. Dunque, più l’allattamento è frequente, esclusivo e prolungato, più alta sarà la prolattina in circolo.
Questo ormone ha un effetto inibitorio sull’ovulazione: dunque più elevati saranno i ritmi di allattamento al seno, più elevata si manterrà la prolattina e più il ritorno dell’ovulazione tenderà a tardare (e con essa il capoparto).
È importante notare però che “inibire” non significa “annullare”.  

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E’ possibile rimanere incinta poco prima delle mestruazioni?

MEDICINA ONLINE DONNA GRAVIDANZA INCINTA PANCIA ANATOMIA IMMAGINI FETO BAMBINO BIMBO POSIZIONE PODALICO ESERCIZI MANIPOLAZIONE GINECOLOGO OSTETRICOL’arrivo del ciclo mestruale solitamente coincide con i giorni meno fertili del mese, ma è comunque possibile rimanere incinta durante le mestruazioni ed anche subito dopo la fine del ciclo.

In una donna con un ciclo mestruale regolare di 28 giorni, il momento più fertile corrisponde all’ovulazione, che avviene  intorno al 13°-14° giorno a partire dal primo giorno di inizio delle ultime mestruzioni. Quindi si presuppone che al di fuori di questo arco temporale, Tuttavia non è sempre così.

Ad esempio nelle donne che hanno una ovulazione tardiva, avere rapporti poco prima dell’arrivo delle mestruazioni, rappresenta comunque un rischio di gravidanza relativamente elevato.

Inoltre possono presentarsi delle perdite che non sono cicli mestruali tra una mestruazione e l’altra. Ciò può accadere se si sono formate delle cisti alle ovaie ad esempio, oppure dei fibromi uterini. Per questo si può scambiare una simile perdita per una mestruazione, fatto questo che può farci sbagliare completamente sui calcoli e determinare una gravidanza nei giorni che erroneamente consideriamo non fertili. Se si verificano delle perdite anomale tra un flusso mestruale e l’altro è sempre bene rivolgersi al proprio ginecologo per fare un controllo ecografico ed assicurarsi che non ci siano problemi.

Insomma, è assolutamente da sfatare la convinzione che poco prima del ciclo non si sia fertili e quindi non sia necessario prendere precauzioni se si vogliono evitare gravidanze indesiderate. Soprattutto nelle donne in avanti con gli anni l’ovulazione può cominciare a non essere più così regolare come prima e possono verificarsi doppie ovulazioni.

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E’ possibile rimanere incinta con il coito interrotto?

MEDICINA ONLINE VAGINA DONNA BACIO SESSULITA GRAVIDANZA INCINTA SESSO COPPIA AMORE TRISTE GAY OMOSESSUAANSIA DA PRESTAZIONE IMPOTENZA DISFUNZIONE ERETTILE FRIGIDA PAURA FOBIA TRADIMENTOUn tempo si pensava che fosse un metodo anticoncezionale, ma fortunatamente al giorno d’oggi sono davvero in pochi quelli che credono che il coito interrotto possa essere un sistema efficace. Quello che a volte viene chiamato anche “salto della quaglia” (un termine usato anche in politica a volte e che deriva da un gioco abbastanza conosciuto a Roma) non è per niente un contraccettivo sicuro. Andiamo a capire perché.

Coito interrotto significato – In cosa consisterebbe questo metodo? Semplicemente nell’estrazione del pene dalla vagina prima che vi sia l’eiaculazione, quindi in teoria si eviterebbe che lo sperma possa fecondare la donna e di conseguenza non si arriverebbe alla gravidanza. Basti considerare però che in base all’indice di Pearl (ovvero la tecnica più comune usata in statistica clinica per la misura dell’efficacia di ogni metodo contraccettivo) il coito interrotto ha un’efficacia bassissima, con un rischio calcolato attorno al 30%.

Coito interrotto rischi – Come si può leggere su Wikipedia: la fuoriuscita pre-eiaculatoria di liquido seminale durante il rapporto sessuale è possibile sia a seguito di precedenti eiaculazioni, sia precedentemente alla prima eiaculazione in modo quindi totalmente involontario per il soggetto maschile. Infatti, il liquido lubrificante pre-eiaculatorio costantemente emesso in modo automatico durante la penetrazione e prodotto dalle ghiandole di Cowper, è risultato contenere spermatozoi nel 41% dei soggetti e nel 37% di questi una ragionevole proporzione dello sperma era dotato di motilità e quindi in grado di fecondare. L’emissione spermatica è costituita da tre flussi, emessi con tre getti durante l’eiaculazione: nel primo si ha una prevalente componente prostatica lubrificante; nel secondo e nel terzo è preponderante la componente seminale, in una situazione solitamente individuabile dai suoi prodromi sintomatici, come calore e piacere diffuso e crescente; la terza parte svolge un’azione di pulizia all’interno dei tubuli, eliminando residui di liquido seminale eventualmente presenti. L’emissione patologica di sperma in assenza di orgasmo è detta invece spermatorrea. Bene, aggiungiamoci che la capacità di autocontrollarsi degli uomini è decisamente scarsa e si può facilmente intuire perché questo metodo è completamente da scartare per evitare gravidanze indesiderate. Quindi si, si può rimanere incinta con il coito interrotto, eccome.

Quali sono dunque i contraccettivi più indicati? Citando sempre l’indice di Pearl sono senza dubbio la pillola anticoncezionale ed il preservativo. Attenzione, non siamo mai allo 0% di rischio, ma rispetto al 30% dei coito interrotto (o coitus interruptus come viene chiamato in latino) parliamo di un rischio che oscilla fra lo 0,1 e l’1%. Quindi si può rimanere incinta col preservativo? Si, ma parliamo di una ipotesi davvero molto remota. I profilattici sono la miglior forma di protezione contro le malattie sessualmente trasmissibili, inoltre sono un anticoncezionale sicuro, sono facilmente reperibili (in quanto per poterli acquistare in farmacia o anche nei supermercati non c’è bisogno di nessuna ricetta medica), a differenza della pillola anticoncezionale possono essere usati sul momento (e in casi di rapporti occasionali sono di gran lunga l’opzione migliore da scegliere), inoltre non ha effetti collaterali. La pillola contraccettiva è un metodo altrettanto sicuro ma agisce grazie alla combinazione di piccole quantità di un estrogeno (generalmente etinilestradiolo) e di un progestinico. L’assunzione quotidiana di questi due ormoni inibisce gli eventi ormonali che inducono l’ovulazione, influenzando però l’organismo della donna ed anche l’umore in generale. Sta a ognuno capire quale sia la soluzione più adatta alle proprie esigenze, che possono cambiare attraversando diverse fasi della vita.

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Micropene: quanto misura, complicazioni, c’è una cura?

MEDICINA ONLINE MEDICO PAZIENTE ANAMNESI VISITA ESAME OBIETTIVO IDIOPATICO SINTOMI DOLORE STUDIO OSPEDALE AMBULATORIO CONSIGLIO AIUTO DOTTORE INFERMIERE PRESCRIZIONE FARMACO DIAGNOSIPrima di iniziare la lettura, per meglio comprendere l’argomento, vi consiglio di leggere questo articolo: Com’è fatto il pene al suo interno?

La micropenia è una condizione anatomica in cui un uomo ha un pene inferiore a 2,5 volte la deviazione standard rispetto alle dimensioni medie di un pene umano normale (non eretto 8 centimetri di lunghezza; eretto tra 12 e 16 cm). Il pene di misure così inferiori alla media della popolazione, prende il nome di micropene. Secondo alcune ricerche statistiche, la condizione di micropene riguarderebbe un nuovo nato ogni 200-500. A determinare le esigue misure del micropene è in genere una carenza di testosterone nei primi anni di vita fino all’adolescenza. Tuttavia, esistono anche casi idiopatici – cioè privi di cause spiegabili – e altri dovuti a fattori ambientali.
La micropenia può venire diagnosticata fin dalla nascita. Alla nascita, la lunghezza media del pene disteso è di circa 4 cm. Il 92% dei neonati ha un pene di dimensioni comprese tra 2,4 e 5,5 cm. La lunghezza media del pene al principio della pubertà è di 7 cm, mentre in età adulta la taglia media di un pene in erezione è di circa 13,5 cm (alcuni studi indicano in Italia una lunghezza media di circa 15 cm). In età adulta in Italia in genere viene classificato come micropene un pene che misuri meno di 7 cm. Questo dato può variare in base alle dimensioni medie del pene in erezione di quel dato Paese, quindi un pene classificato come micropene in Congo, potrebbe aver dimensioni normali in Cina.
A parte le dimensioni ridotte, il micropene non soffre di alcun altro problema fisiologico (in particolare per quanto riguarda il prepuzio ed il canale dell’uretra), quindi – se non presenti altre patologie – il micropene può emettere sperma durante l’orgasmo. Il paziente può però soffrire di problemi psicologici, a parte alcuni casi in cui, se le dimensioni sono particolarmente ridotte, si possono avere problemi nell’urinare e nella penetrazione durante l’atto sessuale. La presenza del micropene può avere, in età adulta, almeno quattro conseguenze:

  • può rendere difficoltosa la minzione,
  • può pregiudicare la vita sessuale,
  • può compromettere la fertilità,
  • può indurre uno stato di poca autostima/sicurezza in se stessi e di depressione.

Grazie a determinati esami diagnostici, il medico può risalire alle cause del micropene e pianificare modi e tempi della terapia. Di solito, le cure ormonali hanno un’importanza fondamentale in età giovanile, in quanto in molti casi riescono a incrementare le dimensioni del pene, ma non in età adulta. Per le persone adulte, esiste la possibilità di intervenire chirurgicamente, con un’operazione chiamata falloplastica di allungamento.

Cos’è il micropene?

Il micropene è un pene di dimensioni nettamente inferiori agli standard di normalità. In genere, negli individui con micropene tutte le altre strutture annesse al pene (scroto, uretra, perineo ecc) sono normali, cioè non presentano alcuna anomalia.

FOTO DI UN MICROPENE

Dimensioni di un micropene

Per poter parlare di micropene, l’organo sessuale maschile deve avere delle dimensioni ben specifiche:

  • In un uomo adulto, il pene in erezione deve essere più corto di 7 centimetri (2,8 pollici).
  • Al principio della pubertà, il pene in erezione deve essere più corto di 4 centimetri (1,5 pollici).
  • In un neonato, il pene in erezione deve essere più corto di 1,5 centimetri (0,75 pollici).

Si ricorda ai lettori che – durante un’erezione – la lunghezza media del pene di un uomo adulto sano è di circa 13,5 centimetri (15 cm in Italia secondo alcuni studi).

Cause

Nella maggior parte dei casi, la presenza del micropene è dovuta a una produzione insufficiente di testosterone, il principale ormone sessuale maschile (o androgeno). Più raramente, è il frutto di cause sconosciute (micropene idiopatico) o di un’interferenza ambientale.

Micropene idiopatico

In medicina, il termine idiopatico, associato a una condizione patologica, indica che quest’ultima è insorta senza ragioni evidenti e dimostrabili.

Micropene da carenza di testosterone

Il micropene dovuto a una carenza di testosterone nel sangue è generalmente connesso ad alcune specifiche condizioni patologiche.
Tra queste condizioni patologiche, rientrano:

  • Disgenesia testicolare. È il termine medico che indica la presenza di una o più anomalie testicolari. Una possibile disgenesia testicolare è il criptorchidismo, cioè la mancata discesa nello scroto di uno o entrambi i testicoli.
  • Difetti congeniti nella sintesi del testosterone o del diidrotestosterone. Un recente studio giapponese, pubblicato sulla rivista scientifica Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism (Rivista sul Metabolismo e l’Endocrinologia Clinica), ha dimostrato che un numero consistente di uomini con micropene presenta delle mutazioni sul gene SRD5A2.
    Il gene SRD5A2 sintetizza un enzima particolare, noto come 5 alfa reduttasi, che in circostanze normali agisce sul testosterone e lo converte in diidrotestosterone. Il diidrotestosterone è l’ormone androgeno più potente dell’organismo, con un’attività che è 4-5 volte superiore a quella del testosterone.
  • Sindrome da insensibilità agli androgeni, nota anche come sindrome di Morris. È una condizione molto rara, che insorge a causa di una mutazione genetica ai danni del cromosoma sessuale X. Gli uomini che ne sono portatori presentano un normale corredo di cromosomi sessuali (cioè XY), ma non sviluppano i caratteri sessuali tipici del maschio. Ciò deriva dal fatto che le loro cellule non rispondono alla stimolazione degli androgeni, come invece avviene in un uomo sano (da qui il termine di insensibilità agli androgeni).
    Dal punto di vista anatomico, gli uomini con sindrome di Morris presentano diversi tratti somatici tipici delle donne.
  • Ipogonadismo maschile congenito. L’ipogonadismo maschile consiste in una diminuita funzionalità dei testicoli, il che comporta un’inadeguata produzione di androgeni e/o un deficit nella produzione di spermatozoi.
    Alcune cause di ipogonadismo maschile congenito sono: la sindrome di Klinefelter, la sindrome di Prader-Willi e la sindrome di Noonan.
  • Deficienza di gonadotropine, dovuta a una stimolazione inadeguata dell’ipofisi anteriore. Le gonadotropine sono ormoni in grado di regolare l’attività delle gonadi, cioè gli organi riproduttivi che producono i gameti(nell’uomo, sono i testicoli; nelle donne, sono le ovaie).
    Le più importanti sono il già citato ormone luteinizzante (LH) e l’ormone follicolo stimolante (FSH). La loro secrezione spetta all’ipofisi anteriore (o adenoipofisi).
  • Ipopituitarismo congenito (o insufficienza ipofisaria congenita). Consiste nella ridotta produzione di uno o più degli otto ormoni ipofisari. È una situazione diversa dalla precedente: nel caso in questione, non vi è una stimolazione alterata, ma un vero e proprio difetto a livello dell’ipofisi (ipoplasia ipofisaria, conseguente a una o più mutazioni genetiche).
    Si ricorda ai lettori che un altro ormone ipofisario stimolante la crescita del pene è l’ormone della crescita, noto anche come GH o somatotropina. Pertanto, un suo calo determina non solo un ridotto accrescimento scheletrico, ma anche il mancato sviluppo del principale organo genitale maschile.

Sintomi e complicazioni

La ridotta dimensione del pene – che rappresenta il segno caratteristico della condizione di micropene – può avere ripercussioni, talvolta anche gravi, a vari livelli. Per prima cosa un micropene può rendere difficoltosa la minzione, inoltre può risultare anche assai problematico durante i rapporti sessuali. Infine, può influire fortemente sulla sfera psicologica, inducendo nel portatore di micropene un senso di sfiducia in sé stesso e, in alcuni, uno stato di depressione, di isolamento sociale o di ideazioni suicidarie.

Fertilità alterata

Abbastanza di frequente, la presenza del micropene coincide con una condizione di infertilità, dovuta a una scarsa produzione di spermatozoi. L’infertilità deriva molto spesso dalle anomalie anatomiche e/o funzionali che interessano l’apparato riproduttivo (alterazioni dei testicoli, comunicazione ormonale inappropriata ecc).

Diagnosi

La diagnosi di micropene si basa su un semplice esame obiettivo, durante il quale si misura la lunghezza del pene del soggetto. L’individuazione dell’anomalia può avvenire già subito dopo la nascita, in quanto la lunghezza dell’organo genitale maschile in questione è già evidentemente ridotta in questa prima fase della vita.

Altri esami

In genere, dopo aver constatato la presenza del micropene, i medici prescrivono alcuni specifici esami diagnostici, per stabilire se il portatore dell’anomalia soffre di un qualche disturbo ormonale o di una delle patologie associate (disgenesia testicolare, ipopituitarismo congenito, difetti nella sintesi del diidrotestosterone, ipogonadismo congenito ecc). L’identificazione di queste problematiche è fondamentale per la pianificazione del trattamento più efficace (o quanto meno di un rimedio che possa limitare le conseguenze della condizione patologiche presente).

Preoccupazioni infondate

Nei ragazzi tra gli 8 e i 14 anni, la pubertà deve ancora avvenire o è iniziata da poco. Pertanto il pene non ha ancora assunto le sue dimensioni definitive.
Tutto ciò, se associato a:

  • presenza eccessiva di grasso sovrapubico, che nasconde l’organo genitale maschile;
  • robusta costituzione fisica già in giovane età,

può destare, in genitori e pazienti stessi, alcune preoccupazioni infondate e del tutto inutili, in quanto la situazione è destinata, prima o poi, a mutare.

Aumentare la lunghezza del pene con ausili meccanici

Esistono due tipi di strumenti per l’allungamento del pene: le pompe a vuoto e gli estensori. Le pompe a vuoto per l’allungamento penieno sono costituite da un cilindro in cui infilare il pene e di un meccanismo di pompaggio che fa espandere il pene oltre le sue normali capacità. Le pompe a vuoto, pur non fornendo guadagni macroscopici delle dimensioni, in alcuni soggetti potrebbero aumentare circonferenza e lunghezza del pene. Esempi di pompe a vuoto tecnicamente ben costruite, sono:

Le pompe Bathmate non sono tuttavia sempre disponibili su Amazon. Un prodotto più economico, ma comunque caratterizzato da buona costruzione, è questo: https://amzn.to/3qn4ILB
Un altra pompa peniena, ancora più economica ma comunque ben funzionante, è questa: https://amzn.to/3K7H6Ti

Un estensore penieno è una struttura composta da due anelli (uno da fissare alla base del pene, l’altro appena sotto il glande) uniti da aste metalliche ai lati, che vengono regolate in modo da tenere in trazione il pene, “stirandolo”, per ottenere un suo allungamento non chirurgico. Esempi di estensori tecnicamente ben costruiti, sono:

Integratori alimentari efficaci nel migliorare quantità di sperma, potenza dell’erezione e libido sia maschile che femminile

Qui di seguito trovate una lista di integratori alimentari acquistabili senza ricetta, potenzialmente in grado di migliorare la prestazione sessuale sia maschile che femminile a qualsiasi età e trarre maggiore soddisfazione dal rapporto, aumentando la quantità di sperma disponibile, potenziando l’erezione e procurando un aumento di libido sia nell’uomo che nella donna:

Per approfondire, leggi:

Trattamenti medici

In alcuni casi è possibile provare a correggere la condizione di micropene facendo ricorso sia a una terapia ormonale (quindi farmacologica) che ad una terapia chirurgica. A tale proposito leggi anche: Micropene: i trattamenti per un pene troppo piccolo

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Fare sesso in gravidanza fa male bambino?

MEDICINA ONLINE VAGINA DONNA BACIO SESSULITA GRAVIDANZA INCINTA SESSO COPPIA AMORE TRISTE GAY OMOSESSUAANSIA DA PRESTAZIONE IMPOTENZA DISFUNZIONE ERETTILE FRIGIDA PAURA FOBIA TRADIMENTOMa il sesso in gravidanza fa male? In realtà, non farlo (se non ci sono concrete controindicazioni suggerite dal ginecologo) nuoce esclusivamente alla coppia. Questa è la premessa indispensabile da cui non si può prescindere se si vuole affrontare in maniera seria l’argomento. Invece, fino a pochi decenni fa, più che a torto, veniva dato quasi per scontato che una donna incinta non dovesse fare sesso (anche per motivi riconducibili al fatto che l’attività sessuale era incentivata solo a fini di riproduzione). Di conseguenza, il marito, sia pure a malincuore, si adeguava.

Il sesso in gravidanza non nuoce
Non solo non fa male, ma è anche consigliato per cementare l’unione di una coppia. Per la donna – mentre il suo corpo cambia, il che può provocare più di un’insicurezza – aumenta la necessità di sentirsi desiderata e rassicurata dal partner. Per l’uomo fare l’amore con la sua compagna significa non sentirsi escluso dalla simbiosi che si crea immediatamente fra la donna gravida e il bimbo in arrivo, e quindi consolidare la complicità della coppia. Purtroppo, le maggiori paure si riscontrano soprattutto nel futuro padre, che non di rado, in questo periodo, lo portano ad avere un approccio negativo nei confronti della sessualità.

Sesso in gravidanza: quando NON farlo
A questo proposito il ginecologo potrà essere più preciso, comunque, ecco alcuni casi tipici:

  • sanguinamento inspiegabile della vagina;
  • perdita di liquido amniotico;
  • un’infezione in corso;
  • minaccia d’aborto o di parto prematuro. Non è detto però che, una volta superato il problema, si debba protrarre l’astinenza. In questo caso, si deve sempre chiedere il parere del proprio ginecologo;
  • ipercontrattilità dell’utero, trattata con assunzione di farmaci per rilassare la parete uterina stessa;
  • placenta previa, ossia impiantata nella parte inferiore dell’utero, fino a coprire in parte o totalmente il collo, e perciò a maggior rischio di distacco;
  • dilatazione del collo dell’utero prematura rispetto alla data del parto;
  • rottura prematura del sacco amniotico.

E in caso di villocentesi e amniocentesi?
Questi esami provocano un rischio, sia pure minimo, di aborto spontaneo: per questo si raccomanda di non avere rapporti per circa 48 ore; poi tutto torna alla normalità.

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Perché i futuri genitori si negano l’intimità sessuale?
Per via di vere e proprie paure. Tra le più rilevanti è il timore che il rapporto sessuale praticato nei primi mesi di gravidanza può essere pericoloso, addirittura abortivo. Inoltre, c’è la paura che:

  • un’attività sessuale troppo frequente possa danneggiare il bambino;
  • lo sperma arrivi fino al bimbo, che lo utilizzi come nutrimento;
  • la sessualità faccia male, genericamente, sia alla donna sia al bimbo.

Rispetto a quest’ultimo timore – perché di reali paure si tratta, e non di falsi pregiudizi – c’è da sottolineare che il feto è ben protetto all’interno del sacco amniotico e che è accuratamente isolato da una sorta di tappo mucoso. E in nessun caso si può verificare che l’organo maschile entri in contatto diretto con il feto durante il rapporto sessuale. Viceversa, alcuni ricercatori sostengono addirittura che la penetrazione, soprattutto nell’ultima fase della gravidanza, possa avere un effetto positivo sul collo dell’utero, anch’esso molto robusto e provvisto di un tappo mucoso impermeabile agli spermatozoi.
I mutamenti fisici a cui va soggetto il corpo della donna nei nove mesi della gravidanza, in realtà, possono causare dei problemi. In particolare, il desiderio sessuale femminile, al pari del disagio fisico dovuto alle dimensioni crescenti del suo corpo, variano. E non è escluso che provochino un progressivo e totale allontanamento dal compagno. Ma anche viceversa. Ecco il motivo per cui consiglio sempre non solo di parlare delle proprie emozioni con il partner, ma anche con il ginecologo al quale chiedere senza pudori suggerimenti ed indicazioni. Per esempio, è utile sapere che durante la gravidanza l’intimità richiede alcuni “comportamenti di riguardo”. Tra questi: se si pratica sesso orale non si deve mai soffiare dell’aria all’interno della vagina perché ciò potrebbe provocare un’embolia, con gravi rischi sia per la madre sia per il bimbo.

Suddividiamo allora la gravidanza in tre periodi.
In breve possiamo dire: nel primo trimestre le nausee, oltre a stanchezza e disagio, possono portare la donna al disinteresse per il sesso. Il compagno dovrebbe ascoltare e rassicurare la compagna. Senza tralasciare di farla sentire sexy come prima di restare incinta.
Nel secondo trimestre, passati gli attacchi di nausea, anche l’umore migliora. In questo periodo, per di più, nella zona genitale aumenta la circolazione e la lubrificazione risulta più abbondante: per questo motivo l’attività sessuale della coppia non dovrebbe incontrare grandi ostacoli.
Infine, nell’ultimo trimestre di gravidanza, quando la pancia della donna è sempre più ingombrante, è consueto che i futuri genitori temano di nuocere al feto facendo sesso. Ciò non è assolutamente vero, tuttavia è opportuno adottare posizioni in cui la donna sia in grado di controllare la profondità delle spinte. Ma fondamentale, nel corso dell’intera gravidanza così come dopo la nascita del bimbo, è che i futuri genitori (soprattutto la donna) si ricordino di essere una donna e un uomo prima ancora che una mamma e un papà.

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In quale giorno e settimana del ciclo è più probabile rimanere incinta?

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma quale giorno settimana ciclo piu fertile Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari Ano Pene.jpgVolete tanto rimanere incinte o avete paura di rimanere incinte? In entrambi i casi vi farà comodo sapere qual è il momento del ciclo più fertile, ovvero quello quello in cui statisticamente con un rapporto sessuale si hanno più possibilità di rimanere incinte. Come scoprirlo?

Se il tuo ciclo è regolare

In una donna con un ciclo mestruale regolare di 28 giorni, il momento più fertile corrisponde all’ovulazione, che avviene  intorno al 13°-14° giorno a partire dal primo giorno di inizio delle ultime mestruazioni.
L’ovulazione è il momento in cui la cellula uovo, che è maturata all’interno di un follicolo ovarico, viene rilasciata e catturata da una delle due tube di Falloppio ed “aspetta” l’arrivo degli spermatozoi. Ma il periodo fertile non si limita ad il giorno dell’ovulazione. Tieni conto che gli spermatozoi sopravvivono nel collo dell’utero per 3-5 giorni mentre l’ovulo ha una durata di vita di 12-24 ore: quindi il periodo fertile va da circa 4/5 giorni prima dell’ovulazione a 24 ore dopo che questa ha avuto luogo. La massima fertilità statisticamente possibile è quindi tra l’11° ed il 15° giorno del ciclo. In pratica è il periodo a cavallo tra la fine della seconda settimana di ciclo e l’inizio della terza settimana di ciclo. L’immagine posta in alto a questo articolo vi può senza dubbio aiutare ad individuare il periodo fertile (evidenziato in azzurro).

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Se il tuo ciclo è irregolare

Tutto cambia se ci troviamo di fronte ad un ciclo irregolare: a quel punto è difficile capire quale sia il momento dell’ovulazione, anche se alcuni sistemi di calcolo possono aiutare la donna a capirlo, ecco i metodi più usati:

  • Temperatura basale: è la temperatura del corpo umano che si registra al momento del risveglio. Il progesterone, ormone prodotto a livello ovarico dal corpo luteo a ovulazione terminata, ha un effetto termogenico, cioè alza lievemente la temperatura corporea della donna. La registrazione della temperatura a partire dai primi giorni del ciclo su una tabella o un grafico, in commercio in molte farmacie, permette di individuare il periodo ovulatorio quando la temperatura si abbassa lievemente per poi aumentare di 0,3 gradi per effetto della produzione del progesterone. La metodica però è poco precisa e spesso di difficile interpretazione da parte della donna.
  • Muco cervicale. La quantità e la qualità della sostanza prodotta dalle ghiandole che si trovano nel canale cervicale cambiano durante il ciclo, ed è per questo che l’osservazione delle perdite vaginali può servire a monitorare l’ovulazione. In prossimità dell’ovulazione, il muco si presenta acquoso, trasparente e molto filante, simile all’albume, mentre diventa denso subito dopo l’ovulazione.
  • Stick ovulatori: venduti in farmacia, costituiscono un metodo fai da te più preciso. Questi test permettono di individuare il picco di Lh, l’ormone luteinizzante, che precede di 24-36 ore il momento dell’ovulazione, tuttavia il picco dell’Lh è una condizione necessaria ma non sufficiente per un’ovulazione corretta.

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Ricapitolando

  1. scopri il giorno della tua ovulazione (13° o 14° giorno se hai un ciclo regolare di 28 giorni);
  2. togli 4/5 giorni per avere l’inizio del periodo più fertile;
  3. aggiungi un giorno per avere l’inizio del periodo più fertile;
  4. se non sei riuscita a capire il giorno della tua ovulazione, usa i sistemi prima elencati o – ancora meglio – chiedi aiuto al tuo medico.

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Perché l’uomo può avere figli per tutta la vita e la donna no?

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma PERCHE UOMO FIGLI TUTTA LA VITA DONNA NO Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari Ano Pene.jpgIn questo articolo: Che possibilità ho di rimanere incinta?, abbiamo visto come la donna ha possibilità limitate di avere dei figli, mentre in un altro articolo: Fino a che età un uomo può avere figli?, abbiamo visto come l’uomo possa avere figli virtualmente per tutta la vita. Ma perché c’è questa differenza nei due sessi?

La risposta è semplice: mentre gli uomini producono continuamente nuovi spermatozoi (ininterrottamente e per tutta la vita), le donne nascono avendo già nelle ovaie tutti gli ovociti che useranno nella loro vita fertile.

Il maggior numero di ovociti una donna lo possiede quando si trova ancora nell’utero di sua madre: quando il feto femminile si trova alla ventesima settimana di sviluppo, le sue ovaie contengono fino a 6-7 milioni di ovociti! Al momento della nascita questo numero si riduce a 1-2 milioni e continuerà a diminuire. Al momento della pubertà una ragazza ha 200-500 mila ovociti nelle ovaie, e di questi ne userà solo una piccolissima parte (400-500 in tutto) nel corso della sua vita fertile. Infatti la maggior parte degli ovociti è destinata a degenerare per un processo di “morte spontanea” chiamato atresia: ogni mese iniziano a maturare molti follicoli, ma di questi solo uno o due si svilupperanno completamente mentre gli altri andranno incontro a una degenerazione spontanea.

Con il passare degli anni il processo di atresia può assumere un ritmo più serrato, oppure possono intervenire patologie che provocano una distruzione parziale o totale del patrimonio follicolare.

Ma soprattutto con il passare del tempo diminuisce la qualità degli ovociti, oltre alla loro quantità. La riserva di ovociti della donna invecchia insieme a lei, e questo invecchiamento del patrimonio ovocitario è il principale responsabile della diminuzione, col tempo, della fertilità femminile, perché tanto più un ovocita invecchia tanto più è probabile che sviluppi un’anomalia cromosomica che potrà renderlo inadatto a essere fecondato oppure causare un aborto spontaneo.

La più comune causa di aborto spontaneo è infatti la presenza di un’anomalia cromosomica nell’ovocita fecondato (si calcola che almeno la metà di tutti gli aborti spontanei sia dovuta ad anomalie genetiche dell’embrione). Un donna di 20 anni ha il 12-15% di probabilità di incorrere in un aborto se resta incinta, mentre la percentuale sale al 40% per una donna di 40 anni.

Anche i risultati della procreazione assistita confermano che c’è un forte legame tra l’età della donna e la sua probabilità di restare incinta: sia nelle IUI sia nelle FIVET le percentuali di successo sono maggiori se la donna ha meno di 35 anni, e i dati relativi alle ovodonazioni dimostrano che la probabilità di riuscita dipende molto più dall’età della donatrice (e dunque dell’ovocita) che dall’età della ricevente: le FIVET con ovociti donati da una donna giovane possono raggiungere percentuali di successo del 60% anche se le donne riceventi hanno più di 40 anni.

Quando, per qualunque motivo, il patrimonio ovarico si esaurisce prima del previsto, si parla di esaurimento ovarico prematuro o menopausa precoce: in questo caso la menopausa può arrivare a 35-40 anni, o anche prima (se il patrimonio ovarico si esaurisce nell’arco dei primi 10-12 anni di vita della donna non ci sarà neanche la prima mestruazione!). Quando invece si ha una riduzione (ma non l’esaurimento totale) della capacità di produrre ovociti, si parla di diminuzione della riserva ovarica.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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