Da dove viene il crimine? La teoria di Robert K. Merton

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In sociologia, una domanda ricorrente è “Da dove viene il crimine?” Per il sociologo statunitense Robert King Merton (pseudonimo di Meyer R. Schkolnick) (Filadelfia, 5 luglio 1910 – New York, 23 febbraio 2003) una parte riguardevole della delinquenza è causata da un conflitto tra due fattori che influiscono sulla condotta di vita di tutta la popolazione.

Il primo elemento è costituito “dalle mete, scopi, interessi che sono definiti culturalmente, e si presentano come obiettivi legittimi per tutti i membri della società. […] Sono le cose “per cui vale la pena di lottare”. […] V’è poi un secondo elemento della struttura culturale che definisce, regola e controlla modi accettabili secondo i quali tale mete possono venir raggiunte. Invariabilmente, ogni gruppo sociale unisce agli obiettivi culturali che si dà una regolamentazione, che trae le sue radici dal costume e dalle istituzioni, dei procedimenti leciti per tendere a questi obiettivi.
(Robert K. Merton, Teoria e struttura sociale, vol. II, Il Mulino, Bologna 2000)

Nella società americana il successo è la meta indiscussa e tale successo si misura in
denaro. Il denaro è un mezzo anonimo per procurarsi merci e servizi, ma si presta
anche all’accumulazione infinita. Chi dispone di soldi, in genere desidera di più. Ed è questo desiderio di andare oltre, un’ambizione senza freni a caratterizzare il modello culturale statunitense, personificato in numerosi racconti di uomini di origini modeste (i proverbiali “lavapiatti”) che diventano miliardari.

Da varie fonti sgorga un continuo incitamento ad avere un’alta ambizione. [ … ] Il simbolismo dell’uomo comune che si eleva allo stato della sovranità economica, è profondamente radicato nel tessuto culturale americano, e trova quella che è forse la sua espressione definitiva nelle parole di un uomo che sapeva di che cosa stesse parlando, Andrew Carnegie: “Sii un re nei tuoi sogni. Di’ a te stesso: il mio posto è in cima.” [ … ] La cultura impone l’accettazione di tre assiomi culturali: primo, tutti dovrebbero tendere alle stesse mete ambiziose, dal momento che esse sono aperte a tutti; secondo, l’apparente insuccesso del momento è solo una tappa intermedia verso il successo finale; e, terzo, il vero insuccesso consiste nell’abbassare le proprie ambizioni e nel rinunciarvi.
(Robert K. Merton, Teoria e struttura sociale, vol. II, Il Mulino, Bologna 2000)

Con o senza mezzi legali?

Quando il successo costituisce la più alta aspirazione di tutti, la convivenza civile potrebbe essere a rischio. Nel nome del proprio guadagno, i membri della società potrebbero cominciare a lottare senza esclusione di colpi, uno contro l’altro. Affinché ciò non succeda, anche) metodi per giungere alla meta devono essere accettati da tutti ovvero devono sembrare mezzi adatti allo scopo e accessibili a tutti. Come afferma Merton, nella società deve esistere un equilibrio tra mete e procedimenti. Ciò è garantito…

finché vi sono soddisfazioni risultanti dal raggiungimento delle mete, e soddisfazioni risultanti direttamente dai canali istituzionali per il raggiungimento di esse. La valutazione va data in termini del prodotto e in termini del processo, in termini del risultato e in termini dell’attività. A questo modo, in un ordine basato sulla competizione, vi debbono essere soddisfazioni che derivano, in modo continuativo, sia dalla partecipazione pura e semplice a quest’ordine, sia dal fatto di superare i concorrenti, se quest’ordine deve continuare a sussistere. Se l’interesse viene spostato unicamente sul risultato del competere, allora è abbastanza comprensibile che coloro i quali sono perennemente sconfitti possano adoprarsi per un cambiamento delle regole del gioco.
(Robert K. Merton, Teoria e struttura sociale, vol. II, Il Mulino, Bologna 2000)

Secondo il sociologo americano, la società statunitense degli anni Cinquanta del Novecento stava per imboccare la strada della premiazione incondizionata del successo
(e del denaro).

Il modo in cui si sviluppa questo processo, che sbocca nell’anomia, può essere intravisto in una sequenza di episodi familiari, istruttivi benché forse banali. Così, nelle gare di atletica, quando il fine della vittoria viene spogliato dai suoi accessori istituzionali, e il successo viene fatto consistere nel-‘vincere il gioco” anziché nel “vincere secondo le regole del gioco”, implicitamente si viene a premiare l’uso di mezzi che sono tecnicamente efficienti benché illegittimi. Il campione della squadra di calcio avversaria viene colpito a tradimento; il lottatore riduce all’impotenza il suo avversario grazie a tecniche ingegnose ma illecite [ … ]; l’importanza attribuita alla meta ha talmente attenuato la soddisfazione derivante dalla pura e semplice partecipazione all’attività competitiva, che soltanto un risultato positivo fornisce una gratificazione.
(Robert K. Merton, Teoria e struttura sociale, vol. II, Il Mulino, Bologna 2000)

Nel momento in cui l’ambizione, l’impegno, la competizione corretta sono svalutati rispetto alla meta, il modello culturale basato sulla competizione per giungere al successo pecuniario perde credibilità.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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