Teoria delle finestre rotte: spiegazione, esperimento ed esempi

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Lasciate una piccola quantità di immondizia in una zona pulita: potrebbe non restare pulita a lungo

Con “teoria delle finestre rotte” (in inglese “broken windows theory“) in psicologia ed in criminologia si intende una teoria che descrive la capacità del disordine urbano e del vandalismo di generare criminalità aggiuntiva e comportamenti anti-sociali mentre al contrario dell’ordine urbano di favorire comportamenti leciti e pro-sociali.

Teoria e spiegazione

La teoria delle finestre rotte afferma che il controllare gli ambienti urbani reprimendo i piccoli reati ed i comportamenti antisociali in generale, può contribuire a creare un clima di ordine e di legalità percepita che a sua volta riduce il rischio di ulteriori comportamenti antisociali e di crimini più gravi; al contrario, lo scarso controllo dei piccoli reati e dei comportamenti antisociali, può contribuire a creare un clima di disordine e di illegalità che a sua volta può aumentare il rischio del verificarsi di ulteriori comportamenti antisociali e di crimini più gravi. Per piccoli reati e comportamenti antisociali si intende, ad esempio:

  • gettare immondizia per terra e non negli appositi cestini;
  • gli atti vandalici;
  • la deturpazione dei luoghi pubblici, ad esempio con graffiti;
  • la deturpazione dei mezzi pubblici;
  • la presenza di venditori ambulanti abusivi;
  • entrare nelle fontane per trovare frescura d’estate;
  • la sosta selvaggia
  • la presenza di parcheggiatori abusivi;
  • l’evasione nel pagamento di parcheggi e mezzi pubblici.

Ad esempio l’esistenza di una finestra rotta (da cui il nome della teoria) potrebbe generare fenomeni di emulazione, portando qualcun altro a rompere un lampione o un idrante, dando così inizio a una spirale di degrado urbano e sociale. La teoria fu introdotta nel 1982 in un articolo di scienze sociali di James Q. Wilson e George L. Kelling e trova la sua base in un esperimento del 1969.

L’esperimento

Nel 1969 il professor Philip Zimbardo condusse un esperimento di psicologia sociale presso l’Università di Stanford[3]. Egli lasciò due automobili identiche, stessa marca, modello e colore abbandonate in strada, una nel Bronx, zona povera e conflittuale di New York, l’altra a Palo Alto, città ricca e tranquilla della California. Lo scenario era quindi quello di due identiche auto abbandonate in due quartieri con tipologie molto diverse di abitanti, con una squadra di specialisti in psicologia sociale a studiare il comportamento delle persone in ciascun sito. Ciò che accadde fu che l’automobile abbandonata nel Bronx (la zona povera e conflittuale) cominciò ad essere smantellata in poche ore, perdendo le ruote, il motore, gli specchi, la radio, e così via; tutti i materiali che potevano essere utilizzati vennero rubati e quelli non utilizzabili vennero distrutti. Al contrario, l’automobile abbandonata a Palo Alto (la zona ricca e mediamente tranquilla) rimase intatta. In tali casi è comune attribuire le cause del crimine alla povertà. Tuttavia, l’esperimento in questione fu proseguito ed è qui che si videro i risultati più interessanti dell’esperimento: dopo una settimana, durante la quale la vettura abbandonata nel Bronx era stata completamente demolita mentre quella a Palo Alto era rimasta intatta, i ricercatori decisero di rompere un vetro della vettura a Palo Alto; in breve tempo i ricercatori assistettero alla stessa dinamica di vandalismo che avevano registrato nel Bronx: furto, violenza e vandalismo ridussero il veicolo lasciato a Palo Alto nello stesso stato di quello abbandonato nel distretto conflittuale di New York. Semplificando: in assenza di segni di degrado, la zona tranquilla rimane tale, mentre al contrario la stessa zona tranquilla tende a diventare conflittuale all’aumentare dei piccoli segni di degrado, come un semplice finestrino rotto.

Ulteriori ricerche

La pubblicazione dell’articolo di James Q. Wilson e George L. Kelling ebbe molto successo negli ambienti di studio della criminologia. Nel 2007 e nel 2008 Kees Keizer e colleghi, all’Università di Groninga, hanno condotto una serie di esperimenti sociali controllati per determinare se l’effetto del disordine esistente (come la presenza di rifiuti o l’imbrattamento da graffiti) avesse aumentato l’incidenza di criminalità aggiuntive come il furto, il degrado o altri comportamenti antisociali. Gli scienziati scelsero diversi luoghi urbani successivamente trasformati in due modi diversi ed in tempi diversi. Nella prima fase il luogo fu mantenuto ordinato, libero da graffiti, finestre rotte, immondizia ed altri segni di degrado. Nella seconda fase il medesimo ambiente fu trasformato in modo da farlo sembrare in preda all’incuria e carente di ogni tipo di controllo: furono rotte le finestre degli edifici, le pareti furono imbrattate con graffiti e venne accumulata immondizia fuori dai cestini. I ricercatori controllarono segretamente i vari luoghi urbani, osservando come le persone si comportavano in modo diverso dopo che l’ambiente era stato appositamente reso disordinato: un ambiente degradato favoriva comportamenti antisociali.

L’esempio di New York

Nel 1994 il neoeletto sindaco di New York Rudolph Giuliani, con l’aiuto del commissario Bill Bratton, applicò la teoria delle finestre rotte per combattere il crimine nella metropolitana della città. L’operazione, da cui ebbe il via la strategia di tolleranza zero, consisteva semplicemente nel far pagare il biglietto ai viaggiatori e nel ridipingere e aggiustare le stazioni della metropolitana. Questo bastò a cancellare l’idea che la metropolitana fosse una zona abbandonata e senza regole, producendo un crollo delle attività criminali.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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